I cieli, da tempo opalescenza di vampe e fumi, sono ingombri di minacce, l’aria
è torbida di veleni e false promesse. Poche inossidabili gole proseguono la
gogna di ogni possibile civiltà. Ululano, minacciano, sfoderano l’arroganza
tipica dei vili, che non vivono di passioni, ma di ossessioni. Facce imballate
nella menzogna, fra botox, epidermidi all’orangina abbrustolite da raggi UVA,
smorfie rabbiose, mascelle contratte, sguardi mimetici, e, per qualcuno di loro,
quel cipiglio suadente che vuol rassicurare sull’avvento di una giustizia
incontaminata, ineluttabile.
Avete mai guardato, a fondo, appena sotto i pori, i volti del potere? Per
carità, non intendiamo qui riabilitare Lombroso; vogliamo soltanto osservare
l’infezione delle loro facce, maldestramente tamponata con gli espedienti di cui
sopra. Se passiamo un dito sopra quei volti finiscono in pus. Il pus di una
menzogna che li accomuna tutti, meschini mescitori dei loro ombelichi. Ecco chi
sono i vari Trump, Netanyahu, Putin, e tutti gli altri che, come loro, prendono
oggi decisioni miliari, mortifere, arrangiano, maneggiano, soppesano, negoziano
e poi violano, giocano, berciano, ricattano, vaneggiano, volgarizzano,
minacciano, condannano, mistificano, complottano.
Ma soprattutto, mentono, mentono e ancora mentono, mentre gravano i cieli di
deflagrazioni, la terra di morti, e svaligiano ogni legge del germe sano che ne
giustifica il gravoso esistere. Godono, in fin dei conti, di una sicurezza che
scaturisce dalla perpetua, periscopica distruzione di un nemico, reale o
immaginario che sia, in un girotondo schizofrenico di alleanze e ostilità che
mutano al primo colpo di tosse sgradito. I singoli nazionalismi contano ormai
poco nella disamina di un declino manifestamente inarrestabile; conta semmai
l’amplesso esiziale di potentati che pencolano sul baratro delle personalità
narcisistiche, ossessive e tragiche dei loro leaders.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Bolle di sapone, 1740 ca.
Ma sono davvero loro, i capi di stato, i soli responsabili della suppurazione
che sta colpendo i paesi che essi governano, con ogni conseguenza in ambito
internazionale? Non ne siamo convinti. Come potremmo, del resto, accusare il
potere di essere se stesso, di prestarsi alle storture e alle perversioni che
gli sono connaturate? Come possiamo evitare l’eterna trappola di Tucidide? Non
sono i potenti i soli responsabili cui augurare una pena commisurata a ognuna di
quelle decisioni che – ormai è innegabile – stanno conducendo allo
stravolgimento dell’ordine mondiale, per come avevamo imparato a conoscerlo,
almeno dalla pace di Westfalia in poi. Altrettanto responsabili, e senz’altro
più vili, sono coloro che dovrebbero orientare e combattere il fatale
deragliamento verso il quale siamo avviati. I più vili, i più
deresponsabilizzati – e dunque i colpevolmente inutili – sono gli intellettuali
contemporanei, o quel che di loro rimane.
Coloro che furono un tempo i sacerdoti della ragione, latori di ideali alieni a
interessi personalistici e a vanità egotiche, coloro che, idealmente, avrebbero
dovuto allearsi alle masse, orientandone e riordinandone le istanze (per natura
destrutturate e ferine), coloro che furono i promotori di valori supremi,
speculatori di un’educazione universale, di una società ideale, di certo
talvolta ibridi nell’affiancarsi al potere, fra cortigianeria e indipendenza, ma
quasi sempre capaci – per citare Lucien Herr – “di anteporre il diritto e un
ideale di giustizia ai loro interessi personali, ai loro istinti naturali e ai
loro egoismi di gruppo”, ecco, dove sono oggi costoro? Dove si riuniscono, se si
riuniscono, di cosa dibattono? Hanno ancora un ruolo nell’influenzare una
possibile “guerra di posizione” (per dirla nel senso traslato del sempre comodo
Gramsci)?
Noi, purtroppo, non li vediamo. Non li vediamo nelle redazioni dei
giornali, longa manus sciatta e funambolica dei partiti che rappresentano; non
li vediamo nelle università e nelle scuole, anch’esse ormai scleroticamente
politicizzate. Non li vediamo nelle redazioni delle case editrici, asservite – e
come rimproverarlo loro? – a bilanci gravemente deficitari. Insomma, dove sono?
Si riuniscono forse clandestinamente in qualche scantinato per discutere di un
cambiamento giusto, per indurre la politica o noi partecipanti di una massa
sempre più (dis)informata e meno colta, a esigere quel cambiamento?
No, non stanno nemmeno in uno scantinato, a meno che non sia provvisto di una
connessione wifi.
Perché, invero, i cenacoli fumosi d’antan, le redazioni, le università e le
scuole sono stati oggi rimpiazzati da una pluralità di condomìni virtuali – oggi
chiccosamente definiti “bolle social” –, i cui amministratori, in perpetua
competizione fra loro, sono gli avatar dei maîtres à penser di un altro
secolo. Ecco, ci pare di poter dire, senza timor d’eresia, che gli intellettuali
odierni sono amministratori di condominio.
Harry Willson Watrous, La perditempo, 1914
Alcuni si limitano al condominio facebookiano, altri, grafomani e più
disciplinati, hanno una pagina sulla piattaforma Substack, spesso a pagamento,
così guadagnano due soldini che fanno sempre comodo. Quando si stancano di
gestire la bolla, o non trovano abbastanza prestigioso farlo, firmano qualche
articolessa per giornali molto in voga fra lettori che confondono cultura con
citazionismo, e scambiano un’analisi teorica per una fonte documentale, sulla
quale poi edificano convinzioni da rivendere, di bolla in bolla, con la bava
alla bocca.
Bene, ma cosa fanno, concretamente, questi intellettuali condominiali? Come
esercitano il loro ruolo? Come influenzano la società e il pensiero dei
potentati? Quali sono le loro battaglie? In favore o contro chi si schierano?
È tempo che li osserviamo e dobbiamo dirlo: siamo costernati.
Anche coloro ai quali riconosciamo una certa arguzia di pensiero, peraltro
supportata da conoscenze teoriche formidabili, anche loro, alla prova dei fatti,
sono inutili come un paio d’occhiali messi sul naso di un cieco
inoperabile. Trascorrono le giornate scrivendo almeno un post al giorno, spesso
anche due o tre, sorta di “circolari condominiali”, in cui passano agilmente
dalla pubblicità del loro ultimo libro, o del loro intervento sulle recenti
frontiere pornofemministe, si concedono qualche rutto qua e là sul delitto
modaiolo di turno (Garlasco vince su tutti), irridono flottillas e
manifestazioni di pace, distribuiscono patenti, a casaccio e in alternanza, di
antisemitismo, di terrorismo, di nazismo, di fascismo, di revanscismo, di
inclusivismo, di rossobrunismo, di ismoebasta, a politici, istituzioni e
personaggi pubblici che non riscontrano il loro gradimento, contabilizzano
morti, sentenziano, insultano e disprezzano i loro condòmini, oppure li ignorano
olimpicamente, propinano quotidie una mescolanza di elucubrazioni su politica
interna e internazionale, tutte deliziosamente e irrimediabilmente eteree,
dunque inani; ma soprattutto non ci fanno mai mancare prove muscolari di
citazionismo, quasi sempre di stampo novecentesco, il quale, ne siamo certi,
scatena erotici sussulti in qualche attempato accademico e nei bibliofili
patologici (chissà perché il Novecento fa sempre questo effetto).
I loro nomi si confondono nella caligine di un ultracrepidarismo ridicolo, che
vive e si autoalimenta fra lampi di vanità e intemerate sprezzanti, in un agone
inconsistente come quello virtuale. Peccato che le loro parole siano destinate a
svanire al primo (auspicato) attacco informatico che getterà nella notte eterna
questi contenitori digitali incrostati di un venefico Nulla. O, molto più
probabilmente, svaporeranno ancor prima, quando gli accreditati di oggi saranno
rimpiazzati dagli accreditati di domani, più performanti in termini di
intrattenimento, o da qualche intelligenza artificiale che batterà in
citazionismo anche quelli fra loro affetti da ipermnesia.
Un volumetto edito da Treccani un paio d’anni fa, ci permette di rileggere
alcuni interventi di Zygmunt Bauman, risalenti alla fine degli anni Novanta e
relativi al ruolo dell’intellettuale. In un passaggio, il sociologo polacco
evoca lo scrittore George Steiner e la sua teoria secondo cui il mercato
promuove una cultura di “massimo impatto e di obsolescenza istantanea”, la quale
diventa “un casinò cosmico” (espressione sempre di Steiner), in cui “si giocano
solo giochi retorici” (addendum di Bauman).
Già alla fine degli anni Novanta, il sociologo evidenziava l’avvicendarsi di
mode e tendenze culturali, la labilità dell’attenzione dei fruitori della
cultura, l’appiattimento della dimensione storica a un “eterno presente”. E
affermava:
> “A volte questi [n.d.r.: i giochi retorici di cui sopra] possono avere un
> significato profondo, ma per poter essere giocati in pubblico e avere almeno
> una parvenza di impatto devono sempre essere divertenti, devono avere un
> ‘valore di intrattenimento’ per poter catturare, sia pure per un breve
> istante, l’attenzione del pubblico. «Un individuo esiste solo nella misura in
> cui gli altri parlano di lui: lo lodano, lo citano, lo criticano, lo
> diffamano, lo deridono ecc.» (Debray, 1979, p. 168). La fama è stata
> rimpiazzata dalla notorietà: non un ponderato riconoscimento per i risultati
> conseguiti, il ripagamento di un debito per i servizi resi alla causa
> pubblica, ma il fatto di imporsi con ogni mezzo a disposizione all’attenzione
> del pubblico. Se gli intellettuali annoveravano sé stessi tra la minoranza
> scelta che poteva rivendicare uno speciale diritto alla fama, essi non possono
> rivendicare alcun diritto privilegiato alla notorietà. Al contrario le
> tradizionali attività degli intellettuali – principale causa della loro gloria
> passata – non si prestano a essere esibite davanti agli occhi del pubblico né
> a riscuotere un applauso immediato. Quando la notorietà anziché la fama
> diventa il criterio dell’influenza pubblica, gli intellettuali si trovano in
> competizione con i campioni sportivi, le pop stars, i vincitori di lotterie, i
> terroristi e i serial killers. In questa competizione non hanno molte speranze
> di vincere, ma per gareggiare devono giocare il gioco della notorietà
> seguendone le regole, ossia adeguando la propria attività al principio di
> «massimo impatto e di obsolescenza istantanea». La giustezza o la verità delle
> idee sono sempre più irrilevanti come richiamo nei confronti dell’attenzione
> pubblica; ciò che conta sono le loro ripercussioni, la quantità di tempo e di
> spazio che a esse dedicano i media, e ciò dipende principalmente dal loro
> “valore di intrattenimento”.
Ma l’intrattenimento, ahinoi, è un lusso imbelle, non ha alcuna influenza a
livello politico, e nemmeno nell’orientamento delle masse, ormai volubilissime,
poiché viziate da innumerevoli e sempre nuove offerte culturali (di vaglia più o
meno comprovata, s’intende). E i potentati ne sono consci. Per questo ci
lasciano scrollare compulsivamente facebook, si divertono a vederci leggere e
commentare i Soloni di turno che amministrano le varie bolle condominiali: in
fondo, noi siamo gratificati poiché ci sentiamo parte di una presunta cultura
elitaria, loro, i governanti, continuano ad agire indisturbati, giacché qualche
saltuario ronzio nelle orecchie causato da un intellettuale che si contorce
stizzito sul proprio canapé è, in fin dei conti, uno scotto sopportabile.
Niente di nuovo sotto il sole, starete pensando.
Dopo tutto, quella creatura proteiforme, tanto amata, temuta e disprezzata –
che, almeno dall’affaire Dreyfus in poi, abbiamo cominciato a
chiamare intellettuale – si è sempre mossa sulle sabbie mobili, vittima di
un’ambiguità e di un’impotenza irriducibili. Noi, invece, che non siamo altro
che spaesati osservatori di passaggio, di irriducibile abbiamo soltanto la
predisposizione a un infantile romanticismo. Per tale ragione, questi disperati
intellettuali contemporanei, preferiamo immaginarceli giocare sul selciato
dell’infanzia, quando le sole bolle che conoscevano, non erano quelle virtuali,
ma quelle di sapone.
Un destino crudele, il loro, dall’inizio alla fine.
Maura Baldini
*In copertina: Hendrick Goltzius, Quis evadet?, 1594, incisione
L'articolo Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come
amministratore di condominio proviene da Pangea.
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Esiste un tipo d’uomo che nasce aurora e muore nuvola: illumina, promette, ma
non riscalda. Un lampo che non precede il tuono, un seme che conosce la forma
dell’albero ma non affonda mai le radici. Un tipo d’uomo che cammina con parole
di fuoco sulle labbra, ma con piedi di vetro, che parla di verità, giustizia,
bellezza — un profeta senz’altare. Rudin è uno di questi. È l’eco di tutte le
generazioni che hanno saputo cosa cambiare, ma non come.
Nel 1856, Ivan Turgenev pubblicava Rudin, il suo primo romanzo, tracciando il
ritratto inconfondibile di un uomo colto, brillante, idealista – eppure incapace
di agire. A quasi due secoli di distanza, la figura di Dmitrij Rudin resta
inquietantemente attuale. È l’archetipo dell’intellettuale disarmato, simile a
protagonisti russi come Eugene Onegin di Puškin e Pečorin di Lermontov; coloro
che hanno tutte le parole del mondo, ma nessuna azione nelle mani. Uomini di
idee senza opere, di ideali senza sacrifici. Coloro che non vivono, bensì
declamano la vita. Parlano di futuro, ma rimangono prigionieri di loro stessi.
> “Gli uomini hanno bisogno di questa fede; essi non possono vivere di
> impressioni soltanto, è un peccato per loro di temere il pensiero e di non
> aver confidenza con esso. Lo scetticismo si è sempre distinto per fecondità,
> per impotenza.”
In Rudin si annida la malinconia dell’inconcluso, la nobiltà sterile del
pensiero che non sa incarnarsi. È un personaggio che seguirà il filone dei
protagonisti turgeneviani, quelli che come Icaro volano verso il sole con ali di
concetti, e che come Icaro, cadono – ma non per eccesso di coraggio, bensì per
esitazione.
L’influenza dell’idealismo tedesco e del Romanticismo è il prisma attraverso cui
si può leggere gran parte dell’anima di Rudin. Egli parla come un discepolo
tardivo di Hegel, immaginando lo Spirito Assoluto scorrere nei suoi monologhi,
ma senza la forza storica della sintesi. È innamorato dell’infinito, come ogni
romantico educato ai versi di Schiller e alla filosofia di Fichte: per lui,
l’idea non è uno strumento, ma una dimora. Il mondo esterno, con i suoi limiti e
la sua carne, gli appare come una minaccia alla purezza concettuale. Così resta
inchiodato alla soglia, dove l’ideale non diventa realtà, ma simulacro. Come un
pianista che conosce lo spartito ma non osa toccare il piano, Rudin incarna la
grandezza sterile del pensiero assoluto.
Eppure, Turgenev stesso traccerà più avanti un controcanto: in Padri e figli,
egli oppone a Rudin la figura di Bazarov. Se Rudin è il predicatore delle idee
non vissute, Bazarov è il nichilista, l’iconoclasta che nega ogni altezza. Tra i
due si apre una frattura generazionale: l’uno è figlio del Romanticismo e della
filosofia, l’altro del disincanto scientifico. Rudin crede ancora nella bellezza
della parola, Bazarov nella freddezza dell’azione. Entrambi, però, falliscono a
modo loro. Il primo affoga nella retorica, il secondo nel cinismo. In questo
confronto, Turgenev non prende posizione, ma ci offre due specchi: uno per le
illusioni che ci paralizzano, l’altro per le verità che ci svuotano. In Rudin,
Turgenev ha scolpito una condizione che incarna quella malattia dell’anima che
Nietzsche avrebbe poi definito decadentismo dello spirito; ma egli non lo
condanna: lo contempla. Rudin non è un fallito, è un segnale. Un avvertimento
per ogni epoca in cui la parola rischia di sostituire il gesto, e in cui il
cielo, pur bellissimo, si dimentica della terra.
Dmitrij Rudin è incapace di trasformare il fuoco in gesto. È un filosofo da
salotto, un oratore da veranda estiva, innamorato di concetti e idee come altri
uomini si innamorano di donne. Ma le sue idee non mettono radici nella realtà.
Sono fiori secchi in un vaso di porcellana: belli da vedere, ma già morti.
> “Egli dimostrò che l’uomo senza amor proprio è niente, che l’amor proprio è la
> leva di Archimede, con la quale si può sollevare il mondo […] L’uomo deve
> stroncare il tenace egoismo della sua personalità per dare a questa il diritto
> di manifestarsi!”
Anche nell’amore, Dmitrij è incompiuto. La giovane e forte Natal’ja lo ama con
l’istinto del vivere, mentre lui la ama come si ama un’idea: da lontano, con un
certo timore. Quando arriva il momento di scegliere, indietreggia, preferendo la
coerenza astratta alla realtà impura dell’esistenza. Così perde tutto: non solo
l’amore, ma anche l’occasione di diventare ciò che predicava.
Turgenev, con la sua scrittura delicata e malinconica, dà voce a una generazione
post-napoleonica pronta alla bufera rivoluzionaria (forse ci ricorda qualcosa).
Rudin però è il figlio di un tempo sospeso, di una Russia ancora addormentata,
dove l’azione non ha ancora trovato la sua lingua, e la parola si consuma
nell’eco. La sua tragedia è tutta interiore: sapere cosa andrebbe fatto, ma non
riuscire mai a farlo. Rudin però non è un codardo, è solamente privo della forza
incarnata del vivere. È il pensiero che non sa sporcarsi. Forse per questo alla
fine morirà altrove, come un Don Chisciotte tardivo, combattendo una rivoluzione
non sua, in una terra straniera, come se solo lontano dalla propria voce potesse
finalmente agire. Ma è troppo tardi. La sua morte non redime, non compie: è
l’epilogo silenzioso di una sinfonia mai suonata.
> “La frase, è vero, mi ha rovinato, mi ha perduto; sino alla fine non ho potuto
> disfarmene. Ma ciò che ho detto non è una frase. Non sono una frase, fratello,
> questi capelli bianchi, queste rughe; questi gomiti logorati non sono una
> frase.”
Rileggendolo due secoli dopo, capiamo che Rudin vive ancora oggi, in ogni
intellettuale che sa parlare ma non fare, in ogni anima che cerca la verità per
osservarla da lontano. È la figura eterna dell’uomo che conosce il sentiero, ma
si perde nella mappa. Eppure, la sua malinconica grandezza sta proprio lì: nella
purezza dei suoi sogni non realizzati, nella struggente bellezza di chi voleva
cambiare il mondo – e non ha nemmeno cambiato se stesso.
> “Sono nato sopra sabbie mobili – Non posso fermarmi.”
Quante volte abbiamo parlato e non agito? Quante volte abbiamo scambiato
l’ideale per il compimento? La filosofia greca ha esaltato il pensiero come
suprema attività dell’anima, ma in Rudin vediamo il volto oscuro di questa
esaltazione: il pensiero come rifugio, come paralisi. L’ideale, se non si fa
azione, si consuma in se stesso, si svuota. Errore non è cecità, lo è invece
l’inazione; non il peccato, ma l’inerzia dell’anima. L’agire od il patire; Rudin
vive nell’attesa di un’epoca che non arriva, in un eterno non ancora. È un uomo
che vede la vetta, ma non sa camminare. Per questo ci lascia tra le liane del
nostro animo a riflettere: è peggio fallire tentando o non tentare affatto per
paura di fallire?
Tommaso Filippucci
*In copertina: Théodore Géricault, Ritratto di Delacroix, 1819 ca.
L'articolo “Sono nato sopra sabbie mobili”. Apoteosi di Rudin, l’idealista che
non sa agire, l’intellettuale di oggi proviene da Pangea.