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L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta psicanalitica
Le sale di proiezione di tutto il mondo — IMAX, 70mm o quali esse siano — affogano nelle opinioni strabordanti degli spettatori di The Odyssey, l’ultima assai discussa fatica di Christopher Nolan in cui il regista inglese scarnifica il mito per rifondare un’epica dell’Ulisse uomo-contemporaneo. Operazione riuscita o meno, Nolan costringe il grande pubblico a interrogarsi su quanto siano saldi i legami dell’Occidente — qualunque cosa significhi — con il poema omerico, cioè con l’origine di tutto. Mi pare infatti che il nodo culturale che emerge chiaramente dal dibattito su The Odyssey sia l’urgenza di riformulare un mito fondativo per l’Occidente. Un epos che decomprima le istanze etiche (soprattutto europee) che hanno subito un sistematico aggiogamento da parte delle ondate nichiliste e populiste degli ultimi decenni. Negli ultimi anni le parole ricorse più frequentemente sulle nostre bocche hanno sempre avuto come fulcro l’identità – un’identità spesso ottenuta per negazione più che per costruzione o riappropriazione. Un’identità violenta che sventolava il crocifisso in opposizione alla mezzaluna, o l’arcobaleno con le sue più bizzarre sfaccettature per definirsi tramite l’identità sessuale. Ma il ‘nostro’ mito è un mito di ricerca di conoscenza, di sapienza negata. Nel capitolo 28 del libro di Giobbe, il profeta ricerca la sapienza e interroga l’abisso. Ma la sapienza da dove si trae? E il luogo dell’intelligenza dov’è? L’uomo non ne conosce la via, essa non si trova sulla terra dei viventi. L’abisso dice: «Non è in me!» e il mare dice: «Neppure presso di me!». (…) Ma da dove viene la sapienza? E il luogo dell’intelligenza dov’è? È nascosta agli occhi di ogni vivente ed è ignota agli uccelli del cielo. L’abisso e la morte dicono: «Con gli orecchi ne udimmo la fama». Dio solo ne conosce la via, lui solo sa dove si trovi, perché volge lo sguardo fino alle estremità della terra, vede quanto è sotto la volta del cielo. Quando diede al vento un peso e ordinò le acque entro una misura, quando impose una legge alla pioggia e una via al lampo dei tuoni; allora la vide e la misurò, la comprese e la scrutò appieno e disse all’uomo: «Ecco, temere Dio, questo è sapienza e schivare il male, questo è intelligenza». In L’ultimo viaggio di Ulisse (contenuto nei Nove saggi danteschi) Borges accosta l’Ulisse di Dante al capitano Ahab di Moby Dick. Entrambi costruiscono la propria rovina a forza di veglie e di ardimento, entrambi muovono verso un limite che un dio – o una balena, che è lo stesso – ha fissato all’ambizione umana, ed entrambi, alla fine, pronunciano parole quasi identiche nel momento in cui il mare si richiude su di loro. Il tema, scrive Borges, è lo stesso. La conclusione, identica. Ulisse, nel ventiseiesimo dell’Inferno, arde in un’unica fiamma bicorne insieme a Diomede, colpevole non tanto di aver ingannato Troia ma di aver anteposto la sete di conoscenza a Penelope, al vecchio Laerte, persino alla pietà per il figlio. «Né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta», dice Ulisse a Virgilio, prima di narrare come, superate le colonne d’Ercole, abbia spinto i compagni verso il mare senza uomini, «acciò che l’uom più oltre non si metta». Il viaggio si chiude con un turbine, tre giri della nave, il quarto che l’affonda: «infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». Non un naufragio come tanti, osservava Hugo Friedrich in una formula che Borges cita con approvazione: non il destino ordinario di un uomo di mare, ma la parola di Dio.  Ecco il punto che a Borges preme, e che i commentatori – dall’Anonimo Fiorentino a Casini, passando per chi liquidava il viaggio come sacrilegio – avevano sistematicamente eluso: quell’aggettivo, «folle», che Ulisse stesso applica alla propria impresa, torna nel Paradiso a definire il «varco folle» che un dio ha vietato, e torna – identico, non casuale – nella bocca di Virgilio quando teme che la discesa di Dante nella selva oscura sia essa stessa cosa folle. Dante, sostiene Borges, ebbe forse timore di essere – lui poeta teologo che osava anticipare le sentenze del Giudizio, dannare i papi simoniaci e salvare l’averroista Sigieri – un secondo Ulisse. Se l’Ulisse infernale è un uomo che si perde per un atto della volontà travestito da fatalità allora la sua vera parentela è proprio con il tremendo capitano Ahab. Dal catalogo delle navi dell’Iliade a quello delle balene in Moby Dick, dai mostri sulla impervia rotta di Itaca al grande leviatano abissale che perseguita il Pequod: entrambe le storie, scrive Borges, «sono il processo di un occulto e intricato suicidio». Che cosa resta di questo Ulisse-Ahab in questo kolossal costato duecentocinquanta milioni di dollari e girato, per una manciata di copie, nell’anacronistico e nobile formato IMAX a settanta millimetri (le copie delle prime due cantiche dantesche circolavano quasi clandestinamente col Sommo in esilio, mentre Moby Dick fu investito da un fallimento commerciale e critico devastante)? L’ambizione visiva trabocca in ogni fotogramma e restituisce un’epica grandiosa seppur ritmicamente discostante: la presa di Troia, lo stretto fra Scilla e Cariddi, la tempesta che trasforma il mare in una parete d’acqua sopra le teste degli Achei sono sequenze possenti, il ciclope mostruoso che non concede il linguaggio. Molti elementi preziosi e talvolta sconvolgenti, come la tetra νέκυια e l’evocazione di Tiresia e gli altri morti che a tratti ricorda, per grandezza, il primo Canto di Pound. Ma il rigore geometrico di Nolan si trova strutturalmente a disagio davanti alla dimensione numinosa del mito. Gli dèi, nel film, si riducono a proiezioni psicologiche o a fenomeni atmosferici estremi. Il sacro, che nell’epica omerica è la trama stessa del reale, diventa arredo, citazione, colore locale su un impianto che resta ostinatamente razionalista. E l’Ulisse che ne risulta – un Matt Damon reduce di guerra, corroso dal senso di colpa per il massacro di Troia, il cui viaggio di ritorno si converte in una lunga e novecentesca auto-psicanalisi itinerante – è un uomo che soffre, non un uomo che trasgredisce. L’Ulisse di Dante e l’Ahab di Melville non sono vittime di un trauma da elaborare, sono l’esito abortito di una Wille zur Macht tragicamente consapevole. Il loro naufragio esige un giudizio metafisico, non una medicalizzazione. La tracotanza non è il rischio narcisistico freudiano, bensì l’eterna e intricata lotta con la Provvidenza. «Ogni verità – scrive Melville – è un abisso».  Ancora più vicino al nostro secolo, ci sarebbe poi l’Omeros di Derek Walcott, con l’Achille pescatore di Santa Lucia e il vecchio Filottete dalla ferita che non guarisce. Walcott non racconta una ύβρις da punire ma un ritorno da abitare: il mare non è il varco oltre le colonne d’Ercole, bensì l’oceano della memoria, quello che ha portato gli schiavi attraverso il Middle Passage e che restituisce, generazione dopo generazione, non conquistatori ma superstiti. Se Dante e Melville raccontano l’uomo che sceglie il naufragio, Walcott racconta l’uomo che eredita il mare senza averlo scelto, e proprio per questo la sua Odissea caraibica è il canto del mare, non una seduta psichiatrica.  Il Novecento traghettato nel XXI secolo ha partorito un dio-mare ridotto a metafora dell’inconscio, una ύβρις spiegata invece che patita. È la traduzione in immagine del terrore dell’essere inghiottiti dal mare. Un Ulisse che non rischia mai davvero la dannazione perché non tenta neppure di accedere a una sapienza che non sia la sola coscienza-di-sé. Giulio Solzi Gaboardi L'articolo L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta psicanalitica proviene da Pangea.
August 4, 2026 / Pangea
La storia al rovescio. Ovvero: proposte per una nuova “Dichiarazione Balfour”
> “Il sangue degli altri si sparge per terra.  > Io questa mattina mi sono ferito > a un gambo di rosa, pungendomi un dito. > Succhiando quel dito, pensavo alla guerra. > Oh povera gente, che triste è la terra! > Non posso giovare, non posso parlare, > non posso partire per cielo o per mare. > E se anche potessi, o genti indifese, > ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese! > Potrei sotto il capo dei corpi riversi > posare un mio fitto volume di versi? > Non credo. Cessiamo la mesta ironia. > Mettiamo una maglia, che il sole va via”. Con l’autore di questa poesia, Franco Fortini, un giorno di molti anni fa ebbi occasione di parlare della sua Lettera agli ebrei italiani. Mi scappò persino una battuta: “Come Paolo di Tarso!”. Fortini, Davide Maria Turoldo, Camillo De Piaz e altri volonterosi venivano a incontrarci in una “casa del dolore”, me e i miei compagni di ideali, di avventura e di sventura. Non ci parlarono mai da una cattedra per riportarci alla ragione. Ci si parlava con franchezza.  Quel giorno, ad un certo punto, si parlò anche dei valori universali dell’ebraismo di contro alla miopia degenerativa dei nazionalismi, cui nemmeno quello ebraico fa eccezione, mentre dovrebbe, proprio in virtù della storia dell’ebraismo e delle persecuzioni razziali. Si parlò delle allucinazioni razziste e della pretesa purezza del sangue. Mi ricordai allora, e lo dissi, che nelle arterie mi scorre lo 0 negativo, universalista fin nelle vene. Dissi ciò che pensavo, ovvero che l’unico sangue puro è quello degli innocenti e che tutto il resto, più o meno, col tempo si guasta.  Ci pensavo anche giorni fa quando, passando davanti a un’edicola, mi sono imbattuto in un titolo grondante cattiveria e altrui sangue spruzzato in prima pagina: Il circo di Gaza. Giganteggiava su un quotidiano nazionale, sempre uso, più o meno come certi altri suoi simili, a lucrare e a sguazzare tra le altrui lacrime, trattando le tragedie umane come burle, facendo sicuro affidamento sulla stupidità dei suoi lettori, degni del circo massimo e del pollice all’inverso. Osceno abuso della libertà di stampa! Ciò che riporto è solo un piccolo esempio che però si inserisce a pieno titolo nella “storia universale dell’infamia”, precisamente in quel capitolo in corso di svolgimento nella striscia di Gaza.  Contro questa infamia, nel giorno in cui scrivo queste povere righe, nella stessa Israele è in atto uno sciopero generale. In Israele comunque esiste e resiste una opposizione a quell’infamia. Anche se è un’opposizione minoritaria, per me acquista maggior valore. Scrivo e ribadisco la parola infamia nel preciso significato etimologico del termine. Chi ha voluto e pubblicato quel titolo derisorio della tragedia palestinese, ovviamente dirà che con il termine “circo” intendeva smascherare i clowns della sinistra. Per quanto della sinistra siano rimasti oramai più che altro dei giocolieri della parola, pronti a intrupparsi (a parole) coi cavalieri teutonici, coi neonapoleonici e persino coi neonazisti nella nuova crociata contro la Rus’ (come da plurisecolare tradizione, dal medioevo ad oggi), il senso di quel titolo, come di tanti altri, è ben chiaro. Chi lo ha voluto e pubblicato, in altri tempi, al tempo della svastica dilagante e trionfante su tutti i fronti europei, avrebbe intitolato il suo commento Il circo di Varsavia, in spregio al dolore e alle lacrime degli ebrei del ghetto. Mi sono ritornate in mente le bestemmie pronunciate da un’eurodeputata, italiana per nostra vergogna, che giorni fa, in un parlamento europeo semideserto – come sempre quando si tratta dello sterminio dei semiti di serie b – in fin dei conti giustificava l’uccisione dei bambini di Gaza in quanto “figli di terroristi”. In altri tempi, gente della stessa pasta di quella degna rappresentante dei suoi elettori avrebbe giustificato l’uccisione dei figli dei “perfidi giudei” fin nella culla. Insomma, se credessi alla dottrina della reincarnazione, direi che si tratta delle stesse anime nere ritornate dalle fogne dell’inferno a governare “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. Però c’è di peggio delle anime nere. Ci sono le anime belle, benpensanti e, peggio ancora, la massa amorfa delle anime indifferenti. Ci sono gli ignavi e gli ipocriti, a cominciare dalla stragrande maggioranza dei leader europei, della stragrande maggioranza dei direttori dei giornali e dei telegiornali che, al massimo, blaterano ancora di “due popoli e due stati” e di riconoscimento dello Stato di Palestina. Se fossero sinceri, per prima cosa dovrebbero imporsi con tutti i mezzi di cui dispongono sostenendo almeno il diritto all’esistenza in vita dei palestinesi; invece perlopiù biascicano e belano, codardi e timorosi come sono soprattutto di urtare la “sensibilità” di forze, palesi e occulte, che possono compromettere o addirittura stroncare la loro carriera. Si riempiono la bocca di “valori europei” (quali? gli eurodollari? gli ideali o gli intascati?), ma non rinuncerebbero a un mese di gratifica per tutto ciò in cui dicono di credere. Però c’è dell’altro.  In un articolo che ho letto di recente, un giornalista-analista di notevole intelligenza, di pasta ben diversa dal comune, suggerisce che la vecchia Europa, coi suoi 450 milioni di abitanti (perlopiù sul viale del tramonto), si faccia carico di accogliere un rifugiato palestinese ogni 10.000 anime, dal momento che, se davvero si vuole uno stato, servono almeno dei sopravvissuti che lo popolino. L’intenzione è sinceramente umanitaria, per quanto vi si potrebbe rilevare qualcosa di inquietante: persino gli invasati coloni della Cisgiordania accoglierebbero la proposta con grida di giubilo. Il trasferimento in Europa dei palestinesi sarebbe certo meno doloroso della deportazione di due milioni di persone in paesi già martoriati come la Libia, come il sud Sudan o come l’Uganda (ancora l’Uganda, la terra vagamente promessa dai padroni dell’Africa orientale al sionismo nascente!). Nello stesso articolo, il giornalista sostiene che l’iniziativa potrebbe partire anche da un solo paese, ad esempio l’Italia, dando comunque per scontata la reazione xenofoba che ne deriverebbe. L’Italia, anzi la Padania, è infatti il paese che ha dato i natali all’illustre Salvini, il più sfegatato fan del governo israeliano dai tempi del defunto senatore Spadolini, quello che da giovine, al tempo in cui gli ebrei venivano sterminati, era un fan repubblichino e, da adulto, un riciclato illustre leader repubblicano, presidente del gran consiglio, uomo di grossa stazza morale, ecc. Di recente, il caporale leghista, travestito da Golem di Padania, è stato insignito del premio Italia-Israele 2025. Il cinismo di chi glielo ha assegnato va al di là di qualunque commento. Insomma, non solo si vende un “mondo al contrario”, ma si spaccia la storia al rovescio. Per cui è meglio non fare affidamento sull’Italia per il soccorso ai palestinesi. Meglio però farebbe persino l’estrema destra ebraica a non fidarsi dei Gasparri e dei Salvini, a parte il fatto che diffida di chiunque. A me invece è venuto in mente un altro paese che potrebbe e dovrebbe avviare l’iniziativa di salvataggio dei salvabili. Quale? L’Inghilterra! Di recente il premier britannico si è detto favorevole al riconoscimento dello Stato di Palestina, dopo oltre un secolo dalla famosa Dichiarazione di quel lord che gli irlandesi avevano appellato “Bloody Balfour!”, nome che i palestinesi non smetteranno mai di benedire, se mai ne resteranno. Ma in attesa che lo stato promesso ai palestinesi sorga non si sa dove e quando, dal momento che si tratta di una promessa menzognera, l’Inghilterra potrebbe accogliere un ferito, un bambino, e persino un moribondo ogni diecimila abitanti del Regno Unito. Potrebbe incaricare il suo ministro degli esteri di formulare una dichiarazione tipo quella che di seguito mi permetto di abbozzare: “10 Downing Street, London… Egregio Gran Muftì di Gerusalemme, È mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di sincero rammarico per i cent’anni di sciagure riversatesi su generazioni di palestinesi a causa della lettera del 2 novembre 1917 del mio illustre predecessore, lord Balfour, il quale, nel corso dell’odierna seduta spiritica del gabinetto dei ministri, si è manifestato e ci ha dichiarato:   “Voglia il governo di Sua Maestà vedere con favore la costituzione nel Regno Unito di un focolare nazionale per il popolo palestinese, e adoperarsi per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla dovrà essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non palestinesi nel Regno Unito, né i diritti e lo status politico dei palestinesi nelle altre nazioni”. Le sarò grato se vorrà portare la nuova dichiarazione Balfour a conoscenza dell’Autorità nazionale palestinese, dichiarazione che è stata sottoscritta e approvata dal governo di Sua Maestà al termine della stessa seduta spiritica. Sinceramente suo…” Una simile dichiarazione da parte dell’attuale segretario di stato per gli affari esteri del Regno Unito, certo non potrebbe far risorgere i morti. Non ci sono parole che possano compensare cent’anni di sofferenze causate dalla dichiarazione di un lord a cui non importava né degli ebrei né dei palestinesi, se non come pedine della scacchiera coloniale. Balfour, infatti, scrivendo al barone Rothschild, il gran signore della finanza, non era certo mosso dalla compassione per i poveri ebrei che erano giunti e che sempre più, nei neri anni a venire, avrebbero cercato di raggiungere anche l’Inghilterra fuggendo dalle persecuzioni nell’Europa orientale. (Consiglio ai lettori il monumentale libro-testimonianza di Jeffrey Veidlinger, professore di Storia e Studi giudaici presso la University of Michigan: L’Olocausto prima di Hitler. 1918-1921. I pogrom in Ucraina e Polonia alle origini del genocidio degli ebrei, Rizzoli, 2023) No, dei poveri lord Balfour voleva solo liberarsi, come l’illustre economista Robert Malthus. Ovviamente c’erano altre ragioni di dominio coloniale, ma una delle principali era quella di dirottare l’emigrazione ebraica verso una terra dove potesse servire allo scopo. Insomma, se al mondo ci fosse anche solo un briciolo di giustizia, il governo britannico, i popoli britannici, come riparazione dovrebbero essere i primi ad accogliere i palestinesi a braccia aperte. E invece… Ho cominciato con le parole di Franco Fortini e concludo con le parole del pastore luterano di Betlemme, Munther Isaac, pronunciate nella predica di Natale dell’Anno Domini 2023: > “Noi palestinesi ci risolleveremo, l’abbiamo sempre fatto, > anche se questa volta sarà più difficile. > Non so voi però, voi che siete rimasti a guardare > mentre ci sterminavano. > Non so se potrete mai risollevarvi.” > > Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, Fazi Editore, 2025 Enzo Fontana *In copertina: un’opera di Otto Dix L'articolo La storia al rovescio. Ovvero: proposte per una nuova “Dichiarazione Balfour”  proviene da Pangea.
August 23, 2025 / Pangea
La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni
Qualche giorno fa, il 5 agosto, sul “Corriere della Sera”, Luciano Canfora, lo storico, ha firmato un lungo pezzo, s’intitola: “Il senso della storia, dono divino”. Pretesto dell’articolo, la pubblicazione, per la “piccola e vivace casa editrice lucchese Le Vele”, di Qoelet, il formidabile, corrosivo testo biblico. Si tratta del libro che inaugura “una grande opera dissodatrice” (copy Canfora): la pubblicazione, tomo per tomo, della Bibbia, per fini culturali (consentire la lettura della Bibbia ai più) più che ecumenici. Non è esattamente una novità: già Einaudi, a cavallo del millennio, aveva tentato un’operazione simile. I Salmi, “ragguardevoli non solo sul piano religioso ma anche su quello letterario” (dida di infantile inutilità) erano introdotti da Bono; il Vangelo secondo Marco da Nick Cave; il Qohèlet da Doris Lessing. La traduzione d’uso, allora, era di quella di Filippo Nardoni; l’iniziativa, eguale a quella proposta da Le Vele (“La Bibbia pensata non come testo di fede per fedeli, ma come testo di lettura per lettori”), durò poco, una manciata di anni. La collana inaugurata dall’editore Le Vele – che s’intitola, va da sé, come quella Einaudi, “I libri della Bibbia” – è curata da Sergio Valzania, giornalista, autore radiofonico Rai, scrittore: tra l’altro, ha scritto “una nota” a un antico libro di Canfora, 1914 (Sellerio, 2006).  L’articolo del “Corriere” – à la Canfora: vigoroso, ruvido, ma anche un po’ superficiale nelle sintesi – mi è stato mostrato da un amico, uno di quelli sempre pronti a salvarti dal baratro, con un certo sconcerto. Negli stessi mesi, infatti, per De Piante è uscita una versione di Qoelet, culmine di un progetto editoriale di pubblicazione, libro per libro, del canone biblico. Il progetto, inaugurato nel 2022 con Genesi, non riproduce il Testo secondo la versione Cei che tutti hanno sul comodino (“accogliendone purtroppo anche i difetti”, così Canfora): l’idea, titanica, è quella di affidare “i singoli libri della Bibbia a narratori, poeti, pensatori di oggi”. In particolare, Genesi e Isaia sono stati tradotti dall’artista e scrittore polimorfico Gian Ruggero Manzoni e Apocalisse dal poeta e fine grecista Giancarlo Pontiggia. L’idea di Qoelet – uscito dai torchi nel marzo del ’25 –, testo magnetico come pochi altri, è più complessa. Il testo è tradotto, secondo una nuova ipotesi sul ritmo e sul suono, da Stefano Arduini, linguista, teorico della traduzione (tra gli ultimi libri: Traduzioni in cerca di originale. La Bibbia e i suoi traduttori, Jaca Book, 2021), traduttore, tra l’altro, di Giovanni della Croce (per Città Nuova). A questa versione, si affianca la mia – a dire della lotta tra i botri e i dogi del linguaggio – e quella, storica, di Massimo Bontempelli. Quest’ultima, ha un’importanza storica peculiare perché testimonia una sotterranea ma pur robusta ‘tradizione’ della traduzione biblica da parte degli scrittori italiani: pensiamo ai Vangeli tradotti da Diego Valeri, Corrado Alvaro, Nicola Lisi e Bontempelli, alla Lettera ai Corinzi secondo Giovanni Testori, alle versioni di Ceronetti e ai tentativi di Emilio Villa, all’innario di David Maria Turoldo, fino ai reperti di Erri De Luca. Su questa scia, Roberta Rocelli, nella scorsa edizione del “Festival Biblico”, ha ideato il Salterio dei Poeti, il primo germe della traduzione dei Salmi ad opera dei poeti di oggi: tra gli altri, hanno partecipato Mariangela Gualtieri e Andrea Ponso, Giuseppe Conte e Federico Italiano, Francesca Serragnoli, Alessandro Rivali, Susan Stewart e John Kinsella. Ne abbiamo scritto a lungo.  Insomma, è da tempo che si opera nel ring del testo biblico. Per chiudere con i dati: nel 2010 proprio Stefano Arduini, insieme all’editore Walter Raffaelli, hanno fondato la collana “La Bibbia” con gli stessi intenti – la pubblicazione, libro per libro, del canone, in nuova traduzione. Erano libri deliziosi, in formato minino, da tenere in una mano: ferine falene di carta. Sono usciti, in quel contesto, il Cantico dei Cantici secondo Andrea Temporelli, l’Esodo secondo Gian Ruggero Manzoni, Il libro di Giona secondo Giovanni Tuzet. Uno scrittore-cantautore come Leonardo Bonetti avrebbe ‘musicato’ il libro di Daniele; tra i protagonisti del progetto – di cui qualche giornale ha detto – figurava il poeta Pier Luigi Cappello – io ho tradotto le Lamentazioni. Ma queste sono minuzie.  Bisognerebbe, piuttosto, domandarsi se tradurre un libro biblico sia come tradurne qualsiasi altro: se, per dire, tradurre Geremia o le lettere di Giovanni sia come tradurre Emily Dickinson o Rimbaud. Come scriveva Edgard Wind in Arte e anarchia, l’uso ha un suo peso: una Crocefissione appesa da secoli in una cattedrale, che ha accolto le preghiere di migliaia di fedeli (divorandone le intenzioni e il cuore), è diversa da una Crocefissione esposta in un museo, sotto gli occhi di attenti – o disattenti – ‘fruitori’ d’arte. insomma: la Bibbia ha un ‘peso’ diverso, la traduzione – come postula San Paolo – è un carisma. Non si può tradurre senza precipitare. Il rischio di abbellimento retorico – sempre presente nel lavorio degli artisti – è sacrilegio, è idolatria: tradurre vuol dire scotennare, levare l’ultimo velo al Volto. Che se ne torni inceneriti è norma.  Ma qui vado per erbe avvelenate.  Torniamo a noi. È evidente che esistano alcuni eventi culturali, alcune avventure dello spirito, non marginali, tuttavia per sempre ignote alle ‘grandi firme’, ostili ai ‘grandi palchi’. Sono invisibili. Rimangono paria. Frotte di lebbrosi. Perché Luciano Canfora, parlando di una nuova, meritoria edizione di Qoelet non ha fatto riferimento al Qoelet edito da De Piante negli stessi mesi, rintracciabile in ogni repertorio digitale? Escludendo la malafede, resta l’ignoranza. Se è così, è grave: è come se uno storico, organizzando i fatti, non conoscesse una fonte autorevole.  Per il resto, basta Qoelet, cioè la beatitudine della vanità. “Non arrabbiarti: l’ira/ alberga nel petto del vile”, dice il sapiente. *In copertina: Memento mori, studio di cranio, XVII secolo L'articolo La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni proviene da Pangea.
August 7, 2025 / Pangea