Tra i film di Jim Jarmusch, l’ultimo, Father Mother Sister Brother, è forse il
più brutto, il più insistentemente tedioso – forse per questo è stato premiato
con il Leone d’oro. Ma questo, ai fini di questo articolo, non importa. Nella
prima porzione del film, ideato a trittico, Father, la più bella, Tom Waits fa
finta, al cospetto degli ingrigiti figli, di essere un nullatenente un po’
scemo. In realtà, è colto, ha gusto, è un esteta di genio che vive a scrocco e
viaggia su un’auto di pregio, astutamente nascosta. Nella sua biblioteca,
insieme ai tomi di Noam Chomsky, spicca un libro di Cesare Pavese.
Sulla ‘fortuna’ di Cesare Pavese negli Stati Uniti c’è poco da dire: al di là
dei meriti – è lo scrittore che ha inciso come pochi altri, anche per via della
tragica fine e degli scritti ‘privati’, della continua ‘privazione’ alla
scrittura, sulla cultura italiana – c’è anche una questione di riconoscenza. Gli
Stati Uniti sono stati la terra letteraria prediletta da Pavese, come si sa,
quando non una via di fuga dalla claustrofobica ‘italietta’; citiamo – a mo’ di
dati esiziali prima che smaliziati, mero tiro enciclopedico – le letture,
decisive, di Sinclair Lewis e di Edgar Lee Masters, la tesi “Sulla
interpretazione della poesia di Walt Whitman”, le pionieristiche traduzioni
di Moby Dick e di Riso nero, il romanzo di Sherwood Anderson. In un saggio del
1931, Middle West e Piemonte, Pavese raffina la propria poetica tesa a
legare per verba le Langhe agli States. Anche il ‘ritorno’ alla grecità –
attuato nei Dialoghi con Leucò ma anche nelle traduzioni di Esiodo, e,
editorialmente, nell’affidare a Rosa Calzecchi Onesti la cura di una nuova
versione dell’Iliade – è mediato dal panorama americano, un’Arcadia agli occhi
di Pavese. Questo importa allo scrittore: il preverbale prima del proverbiale,
l’epoca d’oro, i re bambini, la ferina giovinezza, il sangue e la solitudine,
l’assoluto, il sorgivo, l’unico. Tra cow boy e opliti, tra Eleusi e West il
confine pareva quasi inesistente, cristallino fino al grido. Sovversivo.
Tutti questi elementi convergono già nel primo libro di Pavese, Lavorare
stanca. L’idea della “poesia-racconto”, come diceva lui, è mutuata da Whitman –
ma nel testo programmatico Il mestiere di poeta l’autore cita anche il
d’Annunzio di Alcyone e Edgar Allan Poe –; le poesie più note – Pensieri di
Deola, Atlantic Oil, Crepuscolo di sabbiatori, ad esempio – stanno bene in un
quadro di Edward Hopper. Eppure, al netto di uno spleen italo-americano che
avvolge un po’ tutto, alcune poesie – Il dio-caprone, Mito, i diversi “Paesaggi”
– sono già la preveggenza di vagabondaggi omerici.
Lavorare stanca uscì, “in tiratura limitata”, per le Edizioni di Solaria,
Firenze, nel gennaio del 1936. Pavese era finito – incidentalmente più che altro
– al confino, a Brancaleone Calabro: ciò conferì alla raccolta lo stigma di una
rivolta etica che in verità non aveva. L’impegno di Pavese, semmai, era intimo
più che politico: gli interessa scalfire l’anima, scolpirne le grigie gesta,
mostrare (questo sì) il tabù del male di vivere. Il libro uscì poi per Einaudi
nel 1943 – passò, in ogni caso, quasi inosservato.
Genericamente, la poesia di Pavese continua a essere ignorata quando non
dileggiata. Secondo Pier Vincenzo Mengaldo – quello dei Poeti italiani del
Novecento – “in Lavorare stanca le intenzioni e l’interesse storico prevalgono
sui valori poetici”; le poesie di Verrà la morte non sono altro che “droga di
intere generazioni di liceali” (le quali, oggi, citano piuttosto Tony Pitony).
Nel suo antologico prodigarsi, Edoardo Sanguineti apprezzava lo “sperimentalismo
realistico” di Pavese per la sua funzione di “resistenza… al trionfo tutto
novecentesco della poesia come lirica”. Tutto vero, anche se la sovrabbondanza
di genio del secolo passato – per ogni latitudine di palato: dal propalato
Montale a Luzi a Sereni, da Gatto a Sandro Penna, da Dino Campana a Camillo
Sbarbaro e Pasolini – lascia poco spazio agli esercizi sonnambulici di Pavese.
Quel “coraggioso libro poetico” (così Alfonso Berardinelli) di Pavese ha
comunque fatto parecchia strada. Nel 1976 la Grossman Publishers pubblica
come Hard Labor la traduzione di Lavorare stanca a opera di William Arrowsmith.
È un momento centrale nella ricezione di Pavese negli Usa: Arrowsmith
(1924-1992), prof a Princeton, a Yale, all’Mit, è stato, soprattutto, un grande
classicista, ha tradotto Euripide, Petronio, Aristofane. Di Pavese – ma ha
tradotto anche La bufera e altro di Montale – sapeva riconoscere il passo
‘classico’ oltre al nitore ‘realista’. Insomma, la sua traduzione di Lavorare
stanca ottenne il National Book Awards for Translation. L’opinione dell’insigne
critico – testimoniata nella lunga introduzione al libro – è che Lavorare
stanca sia “un libro sorprendentemente originale, tanto originale che a
quarant’anni dalla sua pubblicazione la critica italiana non è stata in grado di
comprenderlo appieno. È un’opera ribelle, una poesia cruda, scritta in fronte al
gusto fascista dominante (al gusto dei ‘mandarini’ della cultura dell’epoca), in
cui l’autore, per altro, non faceva mistero della sua simpatia per la
democratica, ‘barbarica’ America. La somma, lampante offesa del libro, tuttavia,
era nel rifiuto categorico della metrica, dello stile, dei temi e della forma
propri della tradizione lirica italiana, la tradizione, appunto, dei
‘mandarini’”.
In particolare, Lavorare stanca è brandito come uno strumento di ribellione
‘politica’. Così ancora Arrowsmith:
> “La maggior parte dei poeti italiani, di fronte al Fascismo, preferì un
> ostentato silenzio, oppure si ritrasse in una interiorità ‘ermetica’ (che era
> poi un altro modo, più letterario, di ‘non dire nulla’). Pavese scelse di
> resistere; la sua poesia e le sue traduzioni degli scrittori americani furono
> – e così vennero recepiti – atti palesi di ribellione letteraria contro il
> regime. La resistenza di Pavese fu un immenso sforzo di ripensare una cultura
> italiana valida, autentica. L’Italia fascista era una caricatura alla quale
> nessun italiano davvero civilizzavo poteva dare assenso. Ma esisteva l’altra
> Italia – antica, umile, locale – e soprattutto il suo Piemonte, con una
> cultura contadina millenaria, la lingua schietta, incontaminata dal fascismo
> come dalle malizie borghesi. Distante, oltre l’Italia, c’era l’esotica
> America, dove Pavese credette di scorgere una specie di Piemonte continentale,
> una nuova, vigorosa cultura, una letteratura il cui genio e la cui energia era
> intrisa di intenti spirituali. Insieme, Piemonte e Stati Uniti testimoniavano
> la possibilità di un’Italia rinnovata. In Lavorare stanca, Pavese cercò,
> usando il Piemonte e gli Stati Uniti come vertici, di ideare una via nuova – o
> forse soltanto dimenticata – per la poesia italiana”.
Al di là delle semplificazioni – inevitabili, probabilmente – il Pavese
‘americano’ ebbe successo. Quest’anno, a mo’ di anniversario, la casa editrice
New York Review Books ripubblica Hard Labor nella versione di Arrowsmith. Il
“Times Literary Supplement” – per l’estro di Lucy Silbaugh – ha elogiato, in un
vasto servizio, Incantatory music, la “poesia ferma e austera di Cesare Pavese”,
che “sembra costruirsi in splendidi, contratti, brevissimi romanzi”. Si fanno i
nomi di Joyce e di Čechov.
Insomma, siamo nell’allineamento astrale perfetto. Per questo, a onorare la
stropicciata poesia di Pavese, si è azzardata, in calce, la versione ‘trilingue’
di tre poesie dello scrittore piemontese. Alla poesia di Pavese secondo William
Arrowsmith, indebitamente tradotta, segue la poesia originale, così da rendersi
conto di elusioni, contrazioni, smottamenti verbali tra una versione e l’altra.
Come sempre, è sempre nel mezzo, nel punto morto, nel fatale frainteso, nella
zona grigia del verbo – lì dove i vocabolari non sono più zattere ma ostaggi –
che accade qualcosa, che la fiamma mormora.
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**
Landscape VII
A little light is all it takes, and anger invades
those eyes, clear as the depths of a pool,
the harshness of depths streaked by sun.
The dawning day that finds this anger still alive
is neither sweet nor good: unmoving, between
stone houses shutting out the sky, it watches her.
The small body emerges, between sun and shadow,
like a slow animal, looking everywhere
but seeing nothing, only colors.
Vague shadows wrap street and body,
darkening those eyes, almost closed,
like a pond, a darkness shivers in the water.
The colors mirror the quiet sky.
Even her step moving slowly over the cobbles
seems to walk on things, ignoring them,
like her smile, gliding over them like water.
Down below, vague menaces begin to move.
Everything under the sun ripples at the thought
that the street is empty, except for her.
*
Paesaggio VII
Basta poca luce e la rabbia invade
i suoi occhi, limpidi come abisso d’acqua,
quel crudo fondo tigrato dal sole.
L’alba che trova questa viva rabbia
non è dolce né buona: immobile, tra
le case di pietra che sigillano il cielo, la fissa.
Il piccolo corpo emerge tra sole e ombra
come una bestia lenta, che guarda ovunque
ma non vede nulla, soltanto i colori.
Vaghe ombre drappeggiano la strada e il corpo,
oscurano quegli occhi, quasi chiusi,
come una pozza, oscurità che intaglia l’acqua.
I colori rispecchiano la quiete del cielo.
Perfino il suo lento andare sui ciottoli
è un andare sulle cose ignorandole
come il suo sorriso, che scivola su tutto come acqua.
Laggiù, vaghe minacce cominciano a concimare.
Tutto sotto il sole trema al pensiero
che la strada sia vuota, tranne che per lei.
(Traduzione dalla versione di William Arrowsmith)
*
Paesaggio VII
Basta un poco di giorno negli occhi chiari
come il fondo di un’acqua, e la invade l’ira,
la scabrezza del fondo che il sole riga.
Il mattino che toma e la trova viva,
non è dolce né buono: la guarda immoto
tra le case di pietra, che chiude il cielo.
Esce il piccolo corpo tra l’ombra e il sole
come un lento animale, guardandosi intorno,
non vedendo null’altro se non colori.
Le ombre vaghe che vestono la strada e il corpo
le incupiscono gli occhi, socchiusi appena
come un’acqua, e nell’acqua traspare un’ombra.
I colori riflettono il cielo calmo.
Anche il passo che calca i ciottoli lento
sembra calchi le cose, pari al sorriso
che le ignora e le scorre come acqua chiara.
Dentro l’acqua trascorrono minacce vaghe.
Ogni cosa nel giorno s’increspa al pensiero
che la strada sia vuota, se non per lei.
(Cesare Pavese)
*
Myth
The day will come when the young god becomes a man,
painlessly, with the dead smile of the grown man
who now understands. The sun moves away, remote now,
reddening the sand. The day will come when the young god
no longer knows the beaches where he used to walk.
You waken one morning, and the summer is dead,
but your eyes are still dazed by the tumultuous light
of yesterday, and in your ears you hear the roar of the sun
turned to blood. The color of the world has changed.
The mountain no longer touches the sky; the clouds
are no longer massed like ripe fruit. In the water now
you can no longer make out the small stones. The body of a man
is bent in anxious thought where once a young god breathed.
The great sun is gone, and the smell of the earth,
and the open road, colored with people
who knew nothing of death. In summer nobody dies.
If someone perhaps disappeared, there was always the young god
who lived for everyone, and who knew nothing of death.
Sadness barely touched him, like the shadow of a cloud.
His step astounded the earth.
Now a torpor
everywhere weighs on the man’s arms and legs,
painlessly: the quiet torpor of a dawn
announcing a day of rain. The beach is dark
and no longer knows the god whose mere glance was once
all that mattered. And the sea of air doesn’t quicken
when he breathes. The lips of the man are resigned
and shut, smiling in the presence of the earth.
*
Mito
Verrà il giorno in cui il giovane dio diventerà uomo
senza dolore, con il morto sorriso dell’adulto
che ha compreso. Il sole svanisce, remoto
e fa rossa la rena. Verrà il giorno in cui il giovane dio
non riconoscerà più le rive dove era solito passeggiare.
Ti svegli un mattino e l’estate è morta
ma gli occhi sono storditi dalla tumultuosa luce
di ieri, e nelle orecchie il ruggito del sole
si è fatto sangue. Il colore del mondo è cambiato.
La montagna non tocca il cielo; le nubi
non si accalcano più come frutti maturi. Nell’acqua, ora,
non sai più distinguere i sassi. Il corpo di un uomo
è rotto dall’ansia dove un tempo un giovane dio ansimava.
Il grande sole è sparito, e l’odore della terra
e l’aperta via, colorata di genti
ignare della morte. D’estate nessuno muore.
Se qualcuno per caso spariva, c’era sempre il giovane dio
che viveva per tutti, che non sapeva la morte.
La tristezza lo sfiorava di sbieco, come l’ombra di una nuvola.
Il suo passo stupiva la terra.
Ora un torpore
pesa ovunque sulle braccia e sulle gambe dell’uomo
libero dal male: il cauto torpore dell’alba
che annuncia giorni di pioggia. Cupa la spiaggia
non sa più del dio: il suo sguardo, un tempo,
era tutto ciò che contava. E il mare d’aria non si issa
al suo respiro. Le labbra dell’uomo sono rassegnate
e chiuse, sorridono alla presenza della terra.
(Traduzione dalla versione di William Arrowsmith)
*
Mito
Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.
Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio il fragore del sole
fatto sangue. Ѐ mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.
Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.
Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.
(Cesare Pavese)
**
Morning Star
The man alone gets up while the sea’s still dark
and the stars still flicker. A warmth like breathing
drifts from the shore where the sea has its bed,
sweetening the air he breathes. This is the hour when nothing
can happen. Even the pipe dangling from his teeth
is out. The sea at night makes a muffled plash.
By now the man alone has kindled a big fire of brush,
he watches it redden the ground. Before long
the sea will be like the fire, a blaze of heat.
Nothing’s more bitter than the dawning of a day
when nothing will happen. Nothing’s more bitter
than being useless. A greenish star, surprised
by the dawn, still droops feebly in the sky.
It looks down on the sea, still dark, and the brushwood fire
where the man, simply to do something, is warming himself.
It looks, then drops sleepily down among the dusky mountains
to its bed of snow. The hour drags by, cruelly
slow for a man who’s waiting for nothing at all.
Why should the sun bother to rise from the sea
or the long day bother to begin? Tomorrow
the warm dawn with its transparent light will be back,
and everything will be like yesterday, and nothing will happen.
The man alone would like nothing more than to sleep.
When the last star in the sky is quenched and gone,
the man quietly tamps his tobacco and lights his pipe.
*
La stella del mattino
L’uomo solo si leva: il mare è ancora scuro
le stelle tremano ancora. Un calore pari al respiro
giunge dalla riva dove il mare ha il suo letto
ed è dolce l’aria. Questa è l’ora in cui nulla
può accadere. Anche la pipa che dondola dai denti
è spenta. Il mare di notte fluttua piano.
Ora l’uomo solo ha acceso un grande fuoco di sterpi
e lo guarda che fa rossa la terra. Presto
il mare sarà come il fuoco, una calda vampa.
Nulla è più amaro dell’alba di un giorno
in cui non accadrà nulla. Nulla è più amaro
di essere inutili. Un stella verde, sorpresa
dall’alba, stilla febbrile in cielo.
Fissa il mare, in basso, ancora scuro, e il fuoco di sterpi
dove l’uomo, giusto per fare qualcosa, si scalda.
Fissa ogni cosa, poi trotta sonnambula tra le fosche montagne
nel suo letto di neve. L’ora draga le ore, crudele
e lenta per un uomo che non attende più nulla.
Perché dovrebbe issarsi il sole dalle acque
e dare inizio a un lungo giorno? Domani
tornerà la calda alba con la sua luce traslucida
e tutto sarà come ieri, e non accadrà nulla.
L’uomo solo non desidera altro che il sonno.
Quando l’ultima stella agonizza in cielo e svanisce
l’uomo in silenzio pesta il tabacco e accende la pipa.
(Traduzione dalla versione di William Arrowsmith)
*
Lo steddazzu
L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquío.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa piú amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa piú amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta piú nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
L'articolo “Verrà il giorno in cui il giovane dio diventerà uomo”. Sulla poesia
di Pavese negli Usa proviene da Pangea.
Tag - Cesare Pavese
Quando ero ragazzo leggere Cesare Pavese veniva considerato quasi un rito di
passaggio per gli adolescenti di allora. Tutti lo leggevamo. Forse non lo
capivamo fino in fondo, ma comunque restavamo affascinati da questo scrittore
dalla perenne espressione di bambino triste destinato a non diventare mai
vecchio e dalle moltitudini che abitavano la sua anima. Confesso di frequentare
poco i giovani di oggi, ma l’impressione è che ci siano in giro troppe
chiacchiere inutili, troppe distrazioni, troppo rumore di fondo che impediscono
a un ragazzo di chiudersi nella propria stanzetta a leggere Pavese o
Hemingway; mi chiedo se c’è ancora qualche adolescente che durante gli anni del
liceo prende una cotta letteraria per uno scrittore come capitò a me con Vasco
Pratolini; irrazionale e assoluta come si conviene a ogni cotta degna di questo
nome, presa senza sapere bene perché.
Anche nel dibattito pubblico Pavese era una figura di riferimento nonostante
fosse morto ormai da parecchi anni. Poi lentamente, quasi senza che nessuno se
ne accorgesse, su di lui è calato il silenzio. Improvvisamente nessuno ne ha più
parlato, tutti hanno smesso di citarlo. Oggi è a tutti gli effetti
un desaparecido della letteratura e non solo. Va detto che non è l’unico e anzi
è in buona compagnia. Dove sono finiti Giovanni Arpino, Giuseppe Berto, Lucio
Mastronardi e tanti altri scrittori un tempo al centro del mondo letterario?
Basti pensare ad Alberto Moravia che per lungo tempo è stato la figura dominante
della vita culturale italiana; una presenza continua e per certi versi quasi
ossessiva con interviste e dichiarazioni su tutto, firme a ripetizione su
manifesti e appelli per le cause più svariate, reportage di viaggi, recensioni
cinematografiche, programmi televisivi, protagonista addirittura della vita
mondana e dei pettegolezzi per le varie compagne e mogli che si sono avvicendate
al suo fianco. Poi, dopo la morte, lentamente anche su di lui è calato il
silenzio.
Insomma, c’è una domanda che mi faccio spesso da un po’ di anni: dove è andato a
finire Cesare Pavese? Adesso per fortuna posso finalmente darmi una risposta.
Per venire a capo del mistero non ho dovuto fare nessuna ricerca o inchiesta né
tanto meno ricorrere all’intelligenza artificiale. È bastato leggere Chi ha
rapito Cesare Pavese?, un romanzo scritto da Francesco Bova e pubblicato
dall’editore calabrese Meligrana.
La trama è presto detta. Al centro del libro Lui, così viene chiamato il
protagonista, uno scrittore, e la sua Voce interiore, una fascinosa musa
ispiratrice dalle lunghe gambe. I due vanno a vivere in una stazioncina
ferroviaria abbandonata nelle campagne lombarde. Lo scopo di questa scelta di
vita isolata e fuori dal mondo è duplice. Lui è impegnato a scrivere un romanzo
con l’aiuto della sua Voce e poi vuole incontrare a ogni costo Cesare Pavese.
> «Regalerei la mia anima al diavolo o a quel dio che non conosco per poter
> scambiare qualche parola con lui.»
Il fatto però è che qui siamo negli anni Ottanta e, come è noto, lo scrittore
piemontese è morto nel 1950. Non è un problema. Lui e la Voce non hanno né un
orologio né un calendario, ma impariamo presto a capire che per loro il tempo è
relativo:
> «Il tempo, nella sua forma circolare, avvicinava di un nulla gli anni ’80 agli
> anni ’50 e gli avvenimenti si potevano toccare con un dito e forse pure
> travolgere.
>
> Il naso, il cuore, la forma di una nuvola, un sogno, uno stato d’animo, il
> soffio del vento e altre piccole cose erano la nostra misura del tempo.»
Così i due intraprendono una serie di viaggi attraverso il tempo e lo spazio per
raggiungere Santo Stefano Belbo. In questo modo Lui e Pavese riescono
“magicamente” a vedersi varie volte e durante i loro incontri si spostano tra le
colline delle Langhe e quelle della Liguria parlando un po’ di tutto: di libri,
di cinema, di politica, di donne. Non solo. Persino i personaggi dei loro libri
si incontrano e parlano tra di loro. Tra i due nasce un rapporto simbiotico, di
grande intensità che permette a Lui di portare a termine il proprio romanzo.
Intanto però i giorni corrono e quando siamo verso la fine di agosto si avvicina
anche la data fatale. Da tanti piccoli indizi, a volte appena percettibili, è
facile intuire che Pavese si sta muovendo sull’orlo della notte. Così nasce il
progetto di rapirlo per scongiurare il suo suicidio. Il finale lo lascio al
lettore.
> Nel primo pomeriggio di una giornata molto calda sbottò con una frase corta e
> incomprensibile e temetti che l’arsura e l’angoscia gli avessero dato alla
> testa.
> «Dobbiamo rapirlo!»
> «Chi?»
> «Cesare. Prima che finisca l’estate dobbiamo rapirlo.»
Chi ha rapito Cesare Pavese? è un libro bello e singolare, di sorprendente e
accattivante complessità, che si muove tra sogno e realtà, tra ossessioni e
magie dove ogni lettore deve trovare la propria strada. Arrivati al termine,
viene naturale una domanda: è veramente Pavese il rapito o invece siamo noi, i
suoi lettori, a essere rapiti da lui, dal suo mito, dal fascino dei suoi
romanzi, dalla malinconia incantatrice dei suoi personaggi, dal mistero della
sua tormentata esistenza, dal segreto della sua tragica fine? Ognuno risponderà
come meglio crede, di sicuro siamo di fronte a un romanzo necessario, rara
avis di questi tempi, e dobbiamo essere grati a Francesco Bova per averlo
scritto. Nel senso che c’era proprio bisogno che venisse sanata la ferita della
scomparsa di Pavese dalla nostra vita. Abbiamo bisogno di lui, forse oggi ancora
più di tanti anni fa quando lo abbiamo letto per la prima volta. Le domande che
nascevano dalla lettura dei suoi libri sono ancora tutte lì, non hanno perso
niente del loro valore e della loro profondità. Siamo noi e tutto il mondo vacuo
e inutile che ci circonda che abbiamo fatto finta di dimenticarle. I grandi
scrittori come Pavese invece restano sempre al loro posto, non passano mai di
moda.
Silvano Calzini
L'articolo Sul nostro irrefrenabile bisogno di leggere Cesare Pavese proviene da
Pangea.