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“Umanità annientata – annegata”. Ovidio, il poeta fondamentale
Le metamorfosi sono il libro-zenit della cultura occidentale. Il ‘tono’ di Ovidio, allo stesso tempo, spalanca la via alla novellistica, alla fiaba – da Boccaccio a Basile al fantasy odierno – come alla rinascita della sapienza ‘pagana’ – dalla festosa corte medicea orientata da Ficino e da Poliziano a Robert Graves. Dalla radice ovidiana – egualmente ironica e mistica, un pullulare di maschere che, in fondo, smaschera la nudità del dio – si dipartono Giordano Bruno e Lord Byron, Cesare Pavese e Oscar Wilde. Le metamorfosi – che hanno al contempo la proprietà del libro sacro e del libro dissacrante – sono la bussola intorno a cui Ezra Pound ha orientato i Cantos (secondo una formula ripetuta e tritata, la traduzione delle Metamorfosi a cura di Arthur Golding, edita a metà del Cinquecento, è, a dire di ‘Ez’, The most beautiful book in the English language) e Norman O. Brown – in opposta marcia politica – ha forgiato la propria idea di una completa trasmutazione dello spirito (si legga, almeno, Apocalypse And/or Metamorphosis).  A differenza di altri ‘classici’, differentemente capitali – Eschilo, Lucrezio, Lucano – Le metamorfosi è un libro che attecchisce, con metamorfica levità, in ogni tradizione. È un libro-camaleonte, un libro-salamandra che non si studia per mera curiosità culturale o per tributare un culto alla bellezza – cosa che accade, per dire, ai “lirici” greci o ai “tragici” – ma perché, leggendolo, ci pare che squaderni un segreto, che squarci un velo. Che a compiere quest’opera di svelamento sia, in fondo, un esteta, un giocoliere del linguaggio, un poeta teso, sempre, tra la burla e il bolide, tra l’inganno e l’intrigo, un poeta carnale più che un uomo ‘pneumatico’, è uno scherzo della provvidenza.   A dire della sempiterna ‘novità’ di Ovidio – e della necessità di ‘massacrare’ i classici fino al punto supremo di esplosione: nel 1994 i poeti Micheal Hofmann e James Lasdun curano per Farrar, Straus and Giroux After Ovid: New Metamorphoses. In sostanza: i due reclamano alcuni tra i poeti più importanti del tempo a una ‘riscrittura’ dei miti ovidiani. Al libro partecipano, tra i tanti, Seamus Heaney e Thom Gunn, Charles Simic, Paul Muldoon, Robert Pinsky. Il più entusiasta è Ted Hughes. Il poeta inglese – eletto Poet Laureate del regno dieci anni prima – aveva già sperimentato la traduzione lavorando nell’opera di Seneca e in quella di Eschilo: autori a lui congeniali per potenza simbolica e scintillio di sangue. Poeti-sapienti – il greco, edotto nei misteri dell’altro mondo; il latino, esperto nei poteri di questo mondo – incapaci in ornamento lirico, che sprofondano nei vortici del conoscere, addestramento a spine e a ululati.  A che Ovidio, dunque? “Me la sono goduta! Una vacanza in una casa di risposo…”, scrive Hughes a un’amica dicendo del suo tradurre. Preso dall’esercizio – liberatorio quando non illecito nel verbo –, Ted Hughes continua a lavorare nel gorgo delle Metamorfosi: nel 1997, per Faber, licenzia Tales from Ovid, una riscrittura – a volte radicale – dei racconti ovidiani. Insieme a Birthday Letters, è l’ultimo grande libro di Hughes pubblicato prima della morte, accaduta nell’ottobre del 1998 – è un libro-lascito, un libro-sepolcro. Messo in scena dalla Royal Shakespeare Company, Tales from Ovid godette di un isperato successo, vincendo, tra l’altro, il Whitbread Book of the Year. Nel dicembre del ’97 il “New York Times” pubblica una recensione eloquente fin nel titolo – Sex and Violence in Latin Hexameter – firmata da James Shapiro, che scrive, tra l’altro, “l’esito è un raro dono: ispirata traduzione che si impenna in vigorosa poesia a pieno titolo”.  Secondo Hughes, Ovidio è la grande ‘fonte’ di Chaucer – “che lo saccheggiò platealmente” – e di Shakespeare, dunque della tradizione lirica inglese. Ma Ovidio a Hughes non interessa né come artefice né come – fuorviante – ‘enciclopedia’ di miti antichi. Nel quindicesimo libro delle Metamorfosi, Ovidio dà voce a Pitagora: il maestro vissuto nel V secolo prima di Cristo, spiega la teoria della metempsicosi, dell’immortalità dell’anima, della trasmutazione di tutto in tutto. È questa connessione alchemica tra le cose che affascina Hughes, uno che professava lo sciamanesimo lirico come unica ‘operazione’ degna di scrittura. Per Hughes la letteratura era, in fondo, un accidente inessenziale: il poeta è colui che porge parole ‘operanti’, che mutano i fatti, che si voltano in volpi, lupi, sciacalli e fiumi. Senza questa continua invasione (o: invasamento), senza, ripeto, l’operazione di contro all’opera – quest’ultima è statica, libresca, innocua; la prima è viva, perenne, in moto, pericolosa – la poesia, formula inerte, è inutile.  > “Soprattutto, Ovidio era interessato alla passione. O meglio, alla passione > che sperimenta il posseduto. Non tanto la passione ordinaria, ma la passione > umana messa alle strette, estrema – la passione che brucia o levita o si muta > in un’esperienza soprannaturale… Ciò che affascina Ovidio è la storia di un > amore disperato, condannato nella più folle forma immaginabile”.  La passione e il posseduto. L’amore apre al sapere: la ferita è il frutto concesso all’iniziato, stimmate-chiavistello che spalanca i mondi. Hughes preferiva i fiumi dello Yorkshire ai club letterari di Londra, sapeva cacciare, praticava l’astrologia con pazienza paradossale – fissava i segreti, guardava dove non è da guardare.  > “Nonostante una apparente stabilità, l’epoca augustea era in balia > dell’isteria e della disperazione, si crogiolava, da un lato, negli appetiti e > nelle sofferenze infinite dell’arena dei gladiatori, dall’altro tentando una > trascendenza spirituale che di lì a poco prese la forma del crocefisso. La > tensione tra questi estremi – e la loro occasionale collisione – traspare nei > racconti di Ovidio. Essi stabiliscono un registro approssimativo di cosa > significhi vivere sul baratro della psiche, nel tempo nuovo che si apre alla > fine di un’era”. Il sangue dei lottatori redento dal sangue del Nazareno, il flagellato che rifiuta lo scontro. Ogni scrittura di Hughes è ‘sacrificale’. Il poeta credeva di vivere alla fine di un’epoca – fece azioni per dilatare le maglie dell’abisso e ispirare le bestie. A noi, predatori per natura, resta la forma della preda – di quella libertà, tra foglia e sfiducia, odorano i nostri testi, erbivori al tocco.  *** Da Tales from Ovid. Creation; Four Age; Flood E sguainò il baleno che incardina i ghiacci, a Nord.  Canovaccio di aridi venti dalle montagne e dai deserti che si espandono in tuoni blu e labbra crepate. Affidò la terra ai venti del Sud. A Est e a Ovest fu l’oscurità: due vaste ali d’acqua si spalancarono.  Il tuono dominò i cieli tuono pieno di piume somma buio a buio dal vello dell’Equatore.  Tempesta che ruggisce è il volto del vento del Sud.  Barba e criniera sprigionano uragani mentre trascina oceani come la coda di un pavone. E scotenna le nubi e trema la terra e i cieli sono pari a pugni e il tuono domina. Arcobaleno, lo scudiero di Giunone, unisce cielo e terra, sigilla l’oscurità.  Ogni raccolto fu sradicato. L’uomo dei campi piange e latra mentre osserva dissolversi  il suo lavoro. Ma l’acqua non era ancora sufficiente a placare l’ira di Giove.  Allora il fratello, Nettuno, che domina i mari impennò onde, reclamò fiumi a funi dal fondo degli oceani e ordinò di dissigillare le falde. I fiumi eruttarono tornando alle sorgenti.  Nettuno arpionò la terra con il tridente.  Crepaccio crepò in crepaccio e ruggivano le infere acque.  Acquazzone s’incunea in acquazzone frutteti mandrie fattorie raccolti sono risucchiati nella spirale terrena. I templi e le statue si inginocchiano nel vortice.  Tetto guglia torre tutto decapitato  dalla corrente.  Finché terra e mare sono uno unico mare – senza riva.  Genti straziate in isole sempre più piccole.  Umani remano in cerchio senza meta – impazziti.  Dov’erano le arature ora un uomo drizza la vela; dov’era il camino uno  vara la chiglia di una zattera.  Dall’alto di un olmo un uomo tenta la pesca; ancore ancorate agli armenti attorte alle radici della vite.  Dove le capre gettavano il collo all’erba, ora saltano innumeri foche, una sull’altra. Le nereidi vagano sbigottite verso giardini sommersi nuotano in silenzioso stupore nelle cucine, toccano gli occhi dei busti di marmo che fissano la vastità dei corridoi da una luce acquea. I delfini fanno le volpi e cacciano le loro prede  tra le querce – i lupi se la caveranno per un po’, setacciando i cadaveri.  I leoni in groppa a cavalli esangui – tigri che assaltano tori in naufragio – le belle gambe del cervo sono esili, ora, arpionate dalle alghe. Affonda il cinghiale  e le sue sacre armi, il lampo delle zanne, gli sono di peso. L’oceano è il solo luogo, ora e apre il suo giaciglio sui colli.  Fame miete i sopravvissuti.  Umanità annegata – annientata corpi che galleggiano come  moria di rane – come una piaga.  Ted Hughes *In copertina: una illustrazione dalle “Metamorfosi” di Antonio Tempesta (1555-1630) L'articolo “Umanità annientata – annegata”. Ovidio, il poeta fondamentale proviene da Pangea.
November 20, 2025 / Pangea
Devoti alla Lince. Indagine sull’animale-totem di Ezra Pound
Ezra Pound nomina la lince nel secondo Cantos:  > “E dal nulla, un respiro, >             fiato caldo alle mie caviglie. > Come ombre rispecchiate, le bestie, >             una coda pelosa nel nulla. > Ronfiar di lince, odoravano di brughiera le bestie… > > Sicuro fra le mie linci, > pascendo d’uva i miei leopardi”  > > (cito dalla versione, nobile, a tratti ‘obliqua’, di Mary de Rachewiltz)  All’arcana bestia, ‘Ez’ dedica uno dei Pisan Cantos, il LXXIX. La lince, in questo caso, ricorre di continuo, lasciando chiare orme grafiche, ornamenti d’artiglio: > “O Lince, mio amore, mia amata lince > Vigila sul mio otre di vino, > Proteggi il mio lambicco fra i monti > Finché Spirito entri nel whisky” La parte finale del “canto” si impenna in rito, è scandito da varie invocazioni alla lince: > “O Lince, proteggi il mio frutteto > Astieniti dal solco di Demetra”; > “Qui sono linci                       linci > S’ode un suono nella foresta >             di pardi o di bassaridi > di crotali         o fruscio di foglie? > >             Citera, fra queste linci > i cespugli di quercia sbocceranno?” > “O lince, fa che il mio mosto fermenti > Che s’illimpidisca” > “O lince vigila sul vigneto > Quando il chicco s’ingrossa sotto i pampini…” La lince non farà più comparsa nei Cantos, svanita in misterica reticenza, elusiva quanto Eleusi. Eppure, il suo ruolo nei “Pisani”, che è poi, per circostanze storiche – Pound in arresto, presso il Disciplinary Training Center, a Metato, Pisa, sotto tiro continuo di morte –, la porzione più cruda e risoluta dei Cantos, “un testamento, redatto talora in terza persona, un addio agli amici, e un’autobiografia degli affetti”, è centrale, è a zenit. Il Commento di Mary de Rachewiltz all’edizione mondadoriana dei Cantos – da cui estraggo il virgolettato – non offre chiarimenti su questa Lynx. Nell’edizione dei Canti postumi – Mondadori, 2002; poi Carcanet, 2015 –, tuttavia, Massimo Bacigalupo allude alla lince come all’“animale-totem di Pound”. Il Companion to the Cantos of Ezra Pound allestito da Carroll F. Terrell per la University of California Press (1984) non è risolutivo. Si dice che “La lince è uno dei felini sacri a Dioniso. Perpetuo refrain nel canto, la lince non è soltanto il simbolo per appellarsi al dio del sesso e del vino, ma anche l’emblema di una donna in particolare. Gli studiosi dibattono per capire se Pound si riferisca, qui, a Dorothy, a Olga Rudge, o Bride Scratton o a qualche altra amate”.  A Dioniso, è vero, sono associati i felini: non tanto la lince – felino effimero, incerto perfino nella definizione, inabile al puro simbolo, per lo più minimizzato a ‘gatto selvatico’ – quanto la pantera, la tigre, il leone. La lince rifugge alla classificazione dei bestiari antichi, a cui mal si adatta. Nei “Pisani”, per altro, Pound gioca a sobillare le associazioni; il canto si chiude con la figura del puma, “sacro a Hermes, Cimbica serva del Sole”. Il puma – Cimbica nella lingua indigena del Sudamerica – non figura, per ovvia sfasatura geografica, tra le bestie sacre a Hermes (a cui sono ascritti, piuttosto, la lepre e il falco, la tartaruga e il gallo): è egli stesso bestia ermetica. “Significa, come altre figure feline, la manifestazione del divino nella natura” (Terrell). Il puma: divora e partorisce il sole – Pound, poeta-profeta, ci lascia sulla soglia dell’enigma; non scioglie – scuce. A noi resta il flottare tra fili filatteri, l’angustia dell’ago, mangusta di metallo.  Torniamo a cavalcare la lince.  Il primo riferimento di Pound sono Le metamorfosi di Ovidio. Nel quinto libro il poeta latino dice di Linco, re degli Sciti, che attenta alla vita di Triptòlemo, devoto a Cerere, che “gli affidò dei semi ordinandogli di spargerli/ parte in terra incolta e parte in quella dopo anni ricoltivata”. Linco, “preso dall’invidia”, tenta di uccidere Triptòlemo nel sonno, “quando in lince lo mutò Cerere”.  Il mito mette in contrasto diversi aspetti ‘culturali’ che potevano attrarre Pound. Intanto, gli Sciti, rappresentati da “quel barbaro” di Linco, in contrasto con la cultura greca classica, raffigurata da Triptòlemo, cittadino della “famosa Atene”. Gli Sciti erano famosi per essere audaci guerrieri a cavallo; i loro gioielli raffigurano lupi in assalto, serpi intrecciate, leoni delle nevi e cervi dal palco immane. Dalle regioni connesse alla Scizia proviene Medea, la donna che porta il caos dov’è l’ordine. In un passo straordinario tratto dalle Storie di Alessandro Magno di Curzio Rufo, il re degli Sciti – o meglio, il loro rappresentante, dacché gli Sciti sono il popolo supremamente libero, all’assalto – affronta il Macedone ricordandogli che “anche il leone è stato qualche volta il pasto di piccolissimi uccelli, e la ruggine corrode il ferro. Niente è così forte che non possa essere messo in pericolo anche dal debole…”, che “non raggiungerai mai gli Sciti [perché] la nostra povertà sarà più veloce del tuo esercito, che trasporta il bottino di tanti popoli”. All’ordine – all’armonia – imposta dalla civiltà greca, gli Sciti oppongono un altro stile. Alla città – orgoglio della mente organizzatrice dell’uomo – preferiscono l’accampamento, la tenda docile al vento, senza fondamenta. Alla stanzialità preferiscono il nomadismo; alla spada e all’aratro (e al loro confratello, la nave) contrappongono l’arco e il cavallo; alla religione degli dèi olimpici, gli dèi della natura, auscultati dallo sciamano; al poema redatto dai poeti e alla filosofia oppongono i canti attorno al fuoco e i motti ancestrali, i ‘proverbi’; al tempio sostituiscono il bosco e la prateria; all’umano (l’uomo al centro del mondo) oppongono l’animale, un rapporto simbiotico con la bestia; al commercio (che inaugura l’era del profitto) il baratto; inadatti alla legge esigono la certezza del patto.  Da qui si giunge all’opposizione radicale, radicata in una visione del mondo. Alla civiltà fondata sull’agricoltura e i suoi culti (Cerere/Demetra) gli Sciti contrappongono la civiltà della caccia e della razzia. Alla civiltà del pane preferiscono la civiltà del vino (Dioniso). Al feroce irenismo, l’ira e perfino l’invidia (termine a cui era associata, in luce del mito, la lince), che è poi l’invadere, che è poi l’evadere per ambizione. Alla civiltà ‘coniugale’ preferiscono quella dell’assalto all’arma bianca: la Baccante meglio che la moglie. È sotto la coltre di Dioniso – il cui culto è stato esportato a Oriente – che si muove la Scizia.    Faccio un passo di lato – anzi, un affondo.  Riguardo al lignaggio della lince Pound scrive: “Manitou, dio delle linci, ricorda il nostro grano”. Il meccanismo è analogo all’idea del puma sacro a Hermes: coincidenza di opposti, epica del sobillare le culture. Manitou, infatti, è il “Grande spirito” dei nativi americani, in particolare – leggo dal solito Companion – “è il nome con cui gli indiani Algonchini identificano il potere che permea tutte le cose”.  Pound, in sacro sincretismo, recluso nella gabbia pisana – dunque: privo di biblioteca, nella piena del morire, impollinato da memorie dispari –, autentica angelica bestia, fonde il mito greco (trapiantato nella cultura latina) con quello dei nativi. Nel bestiario degli Algonchini – gli Ojibwe, in particolare, che abitavano nella regione dei Grandi Laghi – spicca la figura di The Great Lynx, “Mishipeshu”. Questa lince è una belva chimerica, “in qualche modo simile a un drago, è un felino con le corna, simbolo del suo potere. Ha zampe palmate che gli rendono facile il nuoto, dorso e coda ricoperti di squame. Mishipeshu vive nelle profondità dei laghi. Ha forma felina, è anfibio, ma viene descritto come un rettile. È lui la causa di inondazioni, mulinelli, e dell’improvvisa rottura del ghiaccio in inverno. Se implorato, garantisce successo nella caccia, cibo in abbondanza” (Serge Lemaître, “Mishipeshu”, The Canadian Encyclopedia). Sul genio della lince, il più sfuggente dei simboli, nella mitologia amerinda Claude Lévi-Strauss ha scritto un libro, Storia della Lince.  La marziale sapienza degli Algonchini ricorda quella degli Sciti: destrezza nell’ammansire la bestia, genio della caccia; quei corpi, poi, in armature leggere, stupendamente pronti a un destino disertore.  Più che raffigurare una qualche felide amata, la lince è figura del poeta. La lince è l’animale che – a differenza della pantera, del leone, della tigre – non si inscatola nei bestiari o nelle cronache esoteriche, non si riassume in una attitudine o in un aggettivo. La lince è la bestia imprendibile e imparagonabile per antonomasia; c’è, non si fa vedere e tutto osserva; lascia lievi tracce sulla neve, predilige la solitudine. Secondo un mito dei nativi, la lince è all’origine della nebbia: è l’assoluto invisibile. Come il poeta, è l’animale costantemente in estinzione – che sfugge perfino ai proclami di chi vorrebbe proteggerla. È la bestia che in cattività muore. Emblema del ‘mostruoso’ – cioè, del meraviglioso – che non accetta alcuna norma imposta alla bellezza. È il miracolo.  Tra i tanti poeti devoti alla lince, va citata Emily Dickinson, bianco felino di Amherst. In una lettera a Catherine Scott Turner, inviata nell’estate del 1860, insegna che la lince ha il talento dell’astuta prudenza: > “Una scusa molto ben congegnata, cara, ma con una Lince come me [a Lynx like > me] completamente inefficace – Trovare è lento, occasioni per perdere così > frequenti in un mondo come questo, perciò io trattengo con estrema attenzione, > una prudenza così astuta può sembrare non necessaria, ma è l’abbondanza, mia > cara, a motivare coloro che hanno conosciuto la povertà, e il Salvatore ci > dice, Kate, che i poveri sono sempre con noi”.  > > (traduzione di Giuseppe Ierolli) Molti anni dopo, nel 1981, Ted Hughes – formidabile costruttore di bestiari lirici – scriverà una poesia sulla Lynx: > “Le zampe silenti della foresta, > delle nuvole, delle montagne > hanno il loro meritato riposo > sotto l’orecchio di Lince.  > Dormono del suo sonno – come  > in un profondo – profondo – lago. > > Non disturbare la belva > o le nuvole apriranno gli occhi, > la foresta, in silenzio, > sposterà tutti i boschi > e le montagne, arse di nebbia, > svaniranno tra le loro pietre”.  Esiste atto di devozione più grande? La lince – per sempre legata ai suoi arcani: il lago e la nebbia – dorme: i boschi, i cieli, le pietre sono il suo sogno. Al risveglio, tutto svanirà. Allo stesso modo, anche noi siamo il frutto del sogno del poeta, il felide felice.  *In copertina: Ernesto Ornati ritrae Ezra Pound, Rapallo, 1967 L'articolo Devoti alla Lince. Indagine sull’animale-totem di Ezra Pound proviene da Pangea.
October 2, 2025 / Pangea