Nel Trattato Menachot, Rabbi Shimon spiega che gli ultimi versetti della Torah
sono stati scritti da Mosè nel pianto. L’ago esegetico è sottile. Mosè muore a
centoventi anni, nel pieno vigore, con gli occhi tesi, accesi, al quinto
versetto del capitolo 34 del Deuteronomio. Chi ha scritto gli ultimi otto
versetti del suo libro, della “legge di Mosè”? Il punto – in grado di far
oscillare l’intera trama del Testo – viene risolto con una soluzione, al
contempo, persuasiva e commovente:
> “Fino al versetto che descrive la morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli
> sia, dettava e Moshè scriveva il testo e lo ripeteva. Da questo punto in
> avanti, riguardo alla morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli sia, dettata e
> Moshè scriveva con lacrime senza ripetere le parole, a causa del suo grande
> dolore”.
Il pianto impantana le labbra del balbuziente Mosè, che non può ripetere ciò che
scrive, ormai del tutto inscritto nel Testo. Mosè muore inghiottito nel Testo,
sulla soglia di una terra detta Patto. In un passo talmudico più noto
(Chagigah 5b), Rabbi Shmuel bar Inya afferma – commentando un passo di Geremia,
13, 17 – che “Il Santo, benedetto Egli sia, ha un luogo dove piange”: piange “a
causa dell’orgoglio di Israele… a causa dell’orgoglio del regno dei Cieli”.
Chissà se tutte queste lacrime ledono il Testo – o, meglio, lo nutrono.
Mi permetto di virare – e forse di sviare un po’ il lettore – intorno a una
delle innumerevoli suggestioni offerte da Mosè (Feltrinelli, 2026), studio assai
affascinante di Giacomo Petrarca, professore associato all’Università
Vita-Salute San Raffaele in Milano, pubblicato nella collana ‘Eredi’ diretta da
Massimo Recalcati. È un libro dal rigore spiazzante, Mosè: vi convergono diverse
trame, che spesso afferiscono al mondo della letteratura e dell’arte. Tra i
deuteragonisti del libro spicca Franz Kafka; un capitolo è dedicato all’Uomo
Mosè di Freud; tra le note fanno una fugace apparizione Umberto Eco e Wu Ming;
il libro si chiude su un’opera di Jean-Michel Basquiat, ma ben prima si è detto
del Mosè con le tavole della legge di Guido Reni e di Rembrandt. I temi toccati
dallo studioso – a rischio di infrangerne la sigillata coerenza – sono capitali:
cos’è la scrittura, cos’è il libro, cos’è lo scrittore, cosa significa ‘abitare’
un testo, dove dimora il ‘senso’, che cosa significa ‘legge’ e cosa significa
leggere. Intorno al passo, drammatico, che racconta la rottura delle tavole –
capitolo 32 di Esodo – Petrarca commenta:
> “Il testo diventa così il principio della propria ‘sovversione’: in esso
> andranno cercati i limiti del testo, quei limiti che ogni integralismo
> religioso nega facendo del testo il libro ‘assoluto’. Mi pare sia precisamente
> questa la linea indicata da quel rifiuto di ogni idolatria della pienezza che
> la torah presenza proprio con l’episodio della rottura delle tavole”.
Per profondità d’indagine, il libro piacerà a chi ama Maurice Blanchot e
Vladimir Jankélévitch; mi ha ricordato il più bel testo di André Neher, L’esilio
della parola. Per dilatare il campo di indagine, suggerisco la lettura della
lunga “Conversazione” intrattenuta da Edmond Jabès – figura non secondaria nel
libro di Petrarca – con Marcel Cohen, Dal deserto al libro (edito la prima volta
da “In forma di parole”, 1983, ora Edizioni degli animali, 2021). Il deserto
‘prepara’ il libro, anche dal punto di vista etimologico, come segnala Petrarca:
“Non a caso midbar [deserto, ndr] ha la stessa grafia di medubar, che significa
‘detto’, ‘pronunciato’: proprio come il discorso che verrà proferito sul Sinai”.
Jabès interpretava Mosè rifilando alcune parole di Filone, “Avendo Mosè udito il
Signore… fu divorato ancor più dal fuoco della passione per l’invisibile”. In
quel brano, il grande poeta francese rintracciava una poetica:
> “Come dire meglio che è il sentimento dell’invisibile a spingersi
> paradossalmente a guardare il visibile, a incontrarlo. Allo stesso modo, per
> lo scrittore, ogni parola scritta nasconde un’altra parola del tutto
> inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più essenziale.
> Verso questa parola egli tende”.
Jabès confidava nell’“illeggibile” come spazio di scoperta del sé, come modo,
per il lettore, di apprendere “la propria vertigine”. Dunque: tornare al deserto
con il libro in mano, perché il libro sia infranto – o cristallizzato – dalle
sabbie. Chi ripete il testo, si sa, sillaba il mondo, lo avvera.
La Scrittura – chiamiamola per convenienza così – è scrittura che va ascoltata
piuttosto che letta? Che cosa vuol dire ‘leggere’ la Scrittura? O forse –
procedo assecondando le sue suggestioni – leggendo la Scrittura siamo letti? (E
dunque: setacciati, rintracciati, sconfitti).
Direi così: è il libro a istituire la comunità dei suoi ascoltatori, in quanto
esso sussiste solo in quella lettura. Ho provato a riassumere questo andamento
in una formula: “Nel libro si legge il libro”, dove il libro non è solo
l’oggetto, ma prima di tutto il luogo in cui la lettura è possibile. Quel luogo
che fa sussistere tanto i suoi personaggi, quanto i suoi lettori-ascoltatori. Se
poi nella lettura-ascolto del libro siamo setacciati, rintracciati – e, come
suggerisce lei, qualche volta anche sconfitti, perché no –, non di meno il libro
reca con sé i segni del nostro passaggio. Di noi “guastafeste” della Scrittura:
della sua improbabile ieraticità e del suo essere una storia già scritta una
volta per tutte. Storia che, al contrario, cambia a partire dalle tracce che i
nostri passi di lettori del testo lasciano nel libro.
Che cosa intendiamo per Legge? Perché non diventi idolo, la Legge, forse, va
evasa… anzi, va infranta. Soltanto così saprà invaderci e fare uno di un popolo
frantumato.
Direi che la legge individua prima di tutto un piano di operatività, all’interno
del quale è possibile, ogni volta, che una parola si converta in azione,
divenendo così reale (e in un certo senso, sporgendosi anche “oltre” il libro).
Perciò la legge già ci invade, in quanto trama del mondo. Nutro non poche
perplessità per quel paradigma da lei evocato che vedrebbe l’esperienza della
legge nella sua trasgressione-infrazione (tratto tipico dell’antinomismo
cristiano e non solo). Mi pare che, al fondo di quella visione, operi un
malinteso sostanziale dovuto a una lettura parziale e unilaterale di Paolo (ciò
che nel libro chiamo “paolinismo storico”). Se infatti si pone il bisogno di
“farci invadere” dalla legge e da ciò che essa comanda, è perché si ritiene –
prima di tutto – che le siamo essenzialmente estranei. E qui sta il malinteso:
la legge non comanda alcunché, ma – al contrario – è l’indicazione di un luogo
in cui è possibile una qualche forma di agire, di un ordine delle cose che essa
stessa già sostanzia e sorregge. Dietro l’idea che la legge porti con sé un
comando, sta l’indicazione di una frattura da colmare (una scissione avrebbe
detto più avanti Hegel), e quindi anche l’idea di una perdita originaria
dell’unità tra il fare e il mondo. Perdita, peraltro, di cui la stessa legge
(ebraica) sarebbe indicazione e, in ugual misura, causa. Per questo ho
perplessità anche sull’idea di una riunificazione, come ricomposizione di un
quadro perduto. Se nella legge volessimo trovare un’accezione riparativa, allora
non potrebbe che essere la costante disseminazione della propria ingiunzione,
cioè la continua riscrittura di un “ordine” sempre in fieri, mai “reale” fuori
dalle storie-liberazioni che sarà in grado di suscitare. Facendo pertanto di
ogni crepa, di ogni “resto”, una nuova possibilità di vita.
Mosè sigilla la Scrittura morendo. Verrebbe da dire: la lettera uccide… O forse:
di interpretazione si muore. Chiedo a lei.
Come ha scritto una volta Carlo Ginzburg: «la lettera uccide chi la ignora».
Ecco, direi lo stesso dell’interpretazione.
Qual è l’opera della Scrittura? Che cosa opera la Scrittura chiamata Torah?
Opera la possibilità della propria scrittura, ossia che un mondo possa
sussistere, che un’uscita dalla schiavitù possa farsi reale. Cioè porta il mondo
a parola, lo rende raccontabile, ancora e ancora. La torah non è il senso del
mondo, come fosse un insieme di significati predeterminati, un sistema
“valoriale” da applicare a questa o quella circostanza, né una serie di
“comandamenti” (non ci sono comandamenti nel testo, ma parole: la divinità parla
nella voce, Mosè risponde alla stessa maniera). Al contrario, è l’ingiunzione
nella quale le cose possono iniziare a raccontare la propria storia: che è,
anche, sempre storia di nascite, di perdite e di riparazioni.
Rembrandt, Mosè con le tavole della legge, 1659
Nella storia biblica, sempre in bilico, HaShem sceglie gli inadatti, gli
inappropriati. Così, Mosè è impacciato di bocca e a Isaia occorre dissigillare
le labbra. I mediatori soffrono, forse, di troppa intimità con HaShem. Mi dica
lei.
Che i mediatori soffrano di troppa intimità con la divinità è un’evenienza
interessante, poiché la si potrebbe pensare anche nella maniera opposta.
L’ambiguità del testo, l’impossibilità di potersi appropriare di una nozione
determinata di mediazione (ad esempio, nell’immagine di profezia), mi pare la
spia più interessante di questa tensione. In fondo, la torah è un grande
costrutto narrativo per tenersi a distanza – e a riparo – dalla divinità. Non
c’è spazio per nessuno “stato d’eccezione” in essa: la divinità parla, opera,
agisce sempre e solo come personaggio del libro, come entità che appartiene
alla stessa vicenda del testo e del popolo. Credo che qui per la torah valga ciò
che Joseph Roth scrive di Mendel Singer, il suo Giobbe, il quale «non tollerava
miracoli nel regno del visibile».
La porto su altro piano, affine. Nella Scrittura c’è una ‘consegna’: HaShem dà
qualcosa a Mosè, a lui si offre. Nei Vangeli c’è un uomo, il Cristo, che si
consegna, come fosse lui il rotolo e le tavole della legge. Logos – non Graphé
– inchiodato, alla lettera. Forse per questo i cristiani non subiscono la
sacralità del libro – un libro, il Nuovo Testamento, per altro, redatto in una
lingua in cui non si esprimeva il Nazareno. È così?
Faccio fatica a seguirla sul fatto che i cristiani non abbiano subìto la
sacralità del libro, se proprio loro lo hanno reso – per secoli – l’oggetto
devozionale per antonomasia (“parola di Dio”), inaccessibile ai più data la
lingua latina in cui veniva ostinatamente mantenuto, e la cui
lettura-interpretazione era a esclusivo appannaggio dell’autorità clericale.
Pensi anche al paternalismo di tante raffigurazioni degli evangelisti imboccati
o addirittura guidati nella scrittura del Vangelo dalla stessa mano divina o di
un angelo. Ci volle Lutero – che non fu proprio ciò che definirei un
“giudaizzante” – a sollevare la questione nella maniera più netta: anzitutto,
con la sua traduzione tedesca del testo biblico, e poi con le problematiche sul
paradigma esegetico a essa connesse. Tra i vari protagonisti di questa lunga
vicenda, nel libro mi sono servito anche del lavoro dell’umanista fiorentino
Andrea Brucioli che, nel 1532, pubblicò la prima bibbia in volgare: opera che
gli costò la persecuzione da parte dell’Inquisizione e il carcere.
Fortunatamente molta acqua è passata sotto i ponti, ma il tema resta ed è – per
tornare alla bella immagine della sua sollecitazione – ancora contenuto nel modo
di intendere l’idea di consegna. «Prendete e mangiatene tutti», indica l’atto
del prendere, dell’allungare la mano, dell’afferrare, non solo la ricezione
tacita e passiva.
Cosa intendiamo per memoria? Se io imparassi a memoria la Torah potrei dire di
averla ‘compresa’? Sono io, lettore-interprete-fedele, che divoro il libro o è
il libro a divorarmi e a comprendermi da sempre, ad avermi inghiottito? Cosa
significa dire che la Torah è infinita, sempre nuova, aperta a ogni possibile
interpretazione?
Il tema della memoria ritorna più volte nel libro, soprattutto nel capitolo
dedicato a Freud. È interessante, però, il raccordo che lei propone con un’altra
questione ampiamente trattata nel libro: quella dell’interpretazione. Le direi,
in breve, che né la memoria, né l’interpretazione sono degli automatismi. Questo
perché implicano, ogni volta, un loro raddoppio, una copia – dissimile – di ciò
che ripetono-interpretano. Da questo punto di vista, seppur dall’indubbio
fascino, ho provato a mettere da parte il mantra edificante e – mi conceda – un
po’ rassicurante dell’infinita interpretabilità della torah. Al contrario, ho
provato a indicare come e in che modo queste pratiche interpretative o costrutti
narrativi cortocircuitino (è il caso di alcune pagine su Kafka) o di come lo
stesso testo della torah faccia resistenza – e, talvolta, fornisca gli anticorpi
– contro alcune interpretazioni che ne sono state date. La mia finalità non è
quella di salvare la purezza del testo. Nessun testo è mai del tutto innocente
rispetto alle falsificazioni che di esso vengono fatte. Però ci sono testi che
si piegano alle proprie falsificazioni, altri invece che continuano a
recalcitrare, che protestano, che fanno resistenza. Ecco, la torah è uno di
questi.
Guido Reni, Mosè che infrange le tavole della legge, prima del 1620
In sintesi: che idea di Mosè ci lascia in eredità Freud? Che cosa del suo studio
maciullato sull’“Uomo Mosè” dobbiamo serbare?
È eloquente quest’uso dell’aggettivo “maciullato” riferito al Mosè di Freud.
Perché richiama uno stato di pressione estrema. Separare per purificare, come fa
la gramolatrice che separa le fibre per la tessitura dalle parti legnose. Nel
libro di Freud avviene questo processo, solo che in forma inversa. Freud
“maciulla”, proprio per conservare tutto. Nella sua tela vengono tessute anche
le parti vegetali più tenaci. Ne esce un grande depistaggio, l’idea che ogni
fare e dire implichi sempre uno slittamento, una dislocazione. Per dire la cosa,
parliamo sempre di qualcos’altro, di un fantasma. Quindi più delle ipotesi e
delle conclusioni proposte nell’Uomo Mosè, resta l’operatività di questa
“macchina narrativa” come esempio estremamente vivido di messa in scena della
scrittura, delle sue possibilità e dei suoi limiti.
La porto in un campo a me più prossimo, dal momento che nel libro cita il grande
poeta francese Edmond Jabès. Dopo aver attraversato il Mar Rosso, Mosè intona un
canto; gli fa seguito la sorella “profetessa”, Maria, che intona il canto
insieme ad altre donne “con i tamburelli e con danze” (a indicare una
peculiarità femminile nel legame di linguaggio tra Israele e HaShem?). Che
valore ha, rispetto alla Legge, la poesia nella Scrittura? Che ‘operazione’
svolge?
Le risponderei che non lo so. Nel senso che più che una peculiarità delle donne
riguardo al linguaggio, mi pare ci sia proprio una controstoria scritta
dall’elemento femminile che attraversa i cinque libri delle torah.
Una controstoria che non ridurrei solo al ruolo salvifico – seppur essenziale –
che i personaggi femminili giocano nei confronti di Mosè (la figlia di Faraone
che lo ritrova nella cesta, la moglie Tzipporah che gli salva la vita durante
una vicenda assai oscura prima del Sinai, la sorella Myriam che trova, nel
canto, le parole più adeguate per restituire il senso della liberazione
avvenuta). Questa controstoria costituisce una vera e propria messa in
discussione del paradigma narrativo mosaico, che – a differenza delle altre
contese – non produce nuovi conflitti nel testo, ma piuttosto supplementi di
senso, prolungamenti e vie di uscita di quel paradigma narrativo, spingendo Mosè
in luoghi del testo in cui non sa spingersi. Penso, ad esempio, alle figlie
di Zelofehad nel libro dei Numeri che rivendicano il loro diritto all’eredità
paterna. Ecco, che questa controstoriapoi assuma anche la “leggerezza” del
canto, è un aspetto che mi offre un’ulteriore pista di lavoro alla quale non
avevo pensato (per la quale non posso che ringraziarla).
*In copertina: Jean-Michel Basquiat, Moses and the Egyptians, 1982
L'articolo “Una passione per l’invisibile”. Dialogo con Giacomo Petrarca
proviene da Pangea.
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Dal monte le Beatitudini sono esplose con forza eruttiva ma la lava, colando dai
pendii, invece di dissolvere, miracolosamente, portava a fioritura l’umano.
Sbocciavano gigli dalle lacrime. L’uomo non veniva annientato da quello che
sembrava un messaggio disumano, impossibile, ma liberato. Come se l’eruzione
donasse all’uomo la possibilità di trapassare la corazza delle proprie vanità,
verticali narcisi sbucavano dalle ceneri del narcisismo.
Era possibile bruciare come pula tutto ciò che impediva all’uomo di abitare la
divina immagine e somiglianza. Dal fuoco, l’oro. E l’uomo finalmente luminoso.
Luce e sale. Lanterna sopra il monte. A sua volta eruzione che non distrugge ma
permette di elencare il mondo. Bastava lasciarsi toccare. Battezzare in Cristo.
E la Legge? E i Profeti? Nemmeno loro dissolti dalla lava. “Non crediate che io
sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a
dare pieno compimento” (Mt 5,17)
> “La legge anticotestamentaria si compie ora in Gesù che ne è l’interprete e il
> promulgatore definitivo: egli ne fa risaltare la qualità profonda di volontà
> di Dio, ne manifesta le intenzioni originali, ne realizza le dimensioni più
> autentiche: è ciò che Matteo definisce col verbo pleroun, il termine della
> pienezza più che del semplice adempimento”.
>
> (Gianfranco Ravasi, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1992)
“Manifestare le dimensioni più originali”, il movimento lavico delle Beatitudini
trascina alla scoperta delle radici nascoste del visibile, come a volerci
immergere fino a poter vedere l’origine di ogni cosa. Tutto è Epifania
dell’Invisibile. Cristo riporta ogni realtà all’origine, a Genesi, il compimento
di cui parla non è solo qualcosa che sarà alla fine dei tempi ma ciò che è da
sempre. Esercizio di contemplazione del cuore delle cose. Manifestare l’origine
della legge è quindi riportare ogni cosa al desiderio primo del Padre. Guardare
il mondo e percepire il sussurro della “cosa buona” dell’Inizio. Avere tanta
fede da accogliere il fratello come “cosa molto buona”. Esercizio da santi. O da
idioti.
> “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e
> le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio
> disse: Sia la luce! E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio
> separò la luce dalle tenebre.”
>
> (Gn 1,1-4)
“Pienezza più che semplice adempimento”: il secondo movimento è una specie di
svelamento di ciò che saremo. Le Beatitudini espongono all’Eterno, così ogni
cosa visibile è comprensibile solo con uno sguardo gravido di fede, è una
gravidanza, siamo in attesa di nascere a vita eterna. Così la Legge, non si
tratta solo di eseguirla come fosse lettera morta da codificare ma di farsi
trascinare con lei al compimento di pienezza che promette, è un movimento che
tutti e tutto coinvolge, è un Esodo, un’epifania, un parto. È qualcosa di vivo.
Esercizio di fede. Vedere luce, contemplare l’eruzione delle Beatitudini anche
sull’altro monte, sul Calvario, dove chi resiste può testimoniare d’aver visto
la parola del Cristo adempiersi: “tutto è compiuto”. Nel cuore della morte:
fuoco. Ancora, solo i santi o i folli possono vedere la luce nelle tenebre.
Succede anche oggi. A occhi santi. Contemplatevi. Magari nel cuore della
malattia che, scandalosamente, può diventare addirittura luogo della
manifestazione. Come sul Calvario, luogo della pienezza. Ma questo non si può
dire ad alta voce, non può mai essere richiesta ad altri, non può diventare
legge universale da applicare, accade, è dono della grazia. (La pienezza della
legge è la Grazia?)
Comunque si può solo sussurrare solo a confidenti fidati, e con il cuore in
fiamme:
> “Sicché sono rimasta per 25 giorni in una solitudine così completa e in un
> silenzio così totale come mai forse nella mia vita. E Dio, trovandomi
> finalmente disponibile, ha cominciato a dirmi le mille cose che non gli avevo
> mai consentito di dirmi ed è stato, glielo assicuro, un mese di prodigi, che
> non mi ha lasciato il tempo per null’altro. San Giuseppe da Copertino (quello
> che alla sola menzione del nome di Dio volava in cima agli alberi) scrive la
> grande verità: che la malattia è sempre e unicamente «qualcosa che Dio ha da
> dirci»; cercarvi altre cause è buttar via la perla preziosa…”
>
> (Cristina Campo, Lettere a Mita, Adelphi, 1999)
“Non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia
avvenuto” (Mt 5,18). Nulla passerà invano, nulla. Nemmeno la malattia, nemmeno
il peccato, nemmeno ciò che non capiamo di noi, nemmeno i tentativi d’amore
naufragati. Nulla passerà invano. E potrebbe sembrare una minaccia, e lo
sarebbe, se non avessimo la sicurezza che in ogni iota c’è “qualcosa che Dio ha
da dirci”. Legge definitiva è saper ascoltare il Verbo che continua a farsi
carne. Inferno è il vivere invano. Cioè senza il Vivente in relazione con noi,
in ogni istante. Invano è un mondo senza Cristo. Credere, nel vuoto di certe
esperienze, che la vita non stia passando invano è esercizio da santi. O da
folli. “Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli
scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu
detto agli antichi: ‘Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al
giudizio’. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere
sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: ‘Stupido’, dovrà essere
sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘Pazzo’, sarà destinato al fuoco della
Geènna”.
> “Scendere, servendosi della traccia offerta dalla legge, fin nel profondo del
> cuore e scoprire la qualità dei desideri nascosti. I desideri contrari allo
> spirito della legge sono peccato, anche se fuori non si vede niente”.
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, Glossa, 2007)
Un movimento a scendere, superare la giustizia dello scriba e del fariseo che ci
portiamo dentro è farsi trascinare da Cristo verso la radice profonda di noi
stessi, non basta moltiplicare le regole, non basta nemmeno osservarle le
regole, occorre sprofondare nel cuore abbracciati a Cristo, crocifissi a lui.
Eppure, è sempre e solo sulla legge (sulle leggi) che noi tentiamo di agire.
Cambiare le regole, allargare o stringere le maglie, concentrarci sulla nostra
presunta coerenza (come se il rapporto con Cristo fosse giudicabile solo dalla
nostra narcisistica capacità di non sbagliare), accanirsi sul diritto
canonico… è tutto un ricamare intorno alla legge, è tutto un tentativo di
apparire perfetti. Per paura. Per paura di farsi trascinare fino al cuore di
quello che siamo. Per paura di guardare il nostro cuore e scoprire che contiene
anche tantissima tenebra. Per paura di doverci confrontare con la qualità dei
desideri nascosti, quelli indicibili, quelli che ci rendono omicidi, adulteri e
spergiuri. Per paura, alla radice, che la misericordia del Vivente non sia così
perfetta. Che il nostro male sia più grande del suo perdono. Ed è forse questo
che ci uccide. Solo i santi sopravvivono. O i folli.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina e nel testo: litografie di Otto Dix da “Das Evangelium nach
Matthäus”, 1960
L'articolo Solo i santi, solo i folli si salvano. Sulla paura di farsi
trascinare fino al cuore di quello che siamo proviene da Pangea.