Nella costante oscillazione della poesia di Ceni, nello sconfinamento e nei
ritorni mutevoli, incontriamo un testo che, riprendendo la tematica analizzata
in Il giardino di Galileo, si sposta sul versante della generazione e di un
rapporto inedito con la figura del padre:
I giganti nella stanza di mio padre
Bambino nel corridoio davanti la porta
da cui soltanto si usciva
venivi a deporre con fede
pezzetti rubati alla terra,
la nuca e il collo nuovo:
generavo frasche da potature e
vegetali dai fori dei vasi,
il duro scudo del girasole
in cui vedevi nuotare
gli animaletti in una goccia d’acqua,
sostarvi i mestieri
con la pialla e le tenaglie le
mille e mille falci della tua fine;
ma già l’astronomia delle piante e delle pietre
ruotava nello spazio dove vagando si perdeva
l’ultimo d’un intero equipaggio
e tutto era vetro e silenzio:
“Questa è la veglia, quindi”
e mi disponevo attorno
alla porta che mai si entrava
offerente tra le offerte
dono tra i doni
mentre il sonno vaporava sui miei cavalli fermi al palo:
accendevo le torce, preparavo il bivacco
e intanto anche risalivi al puntino di luce
dal fondo della prateria cadenzando una voce,
che ti si potesse udire, di coyote;
e di voi ogni tanto al di là
io seduto e io in cammino
sentivamo un sospiro d’intelligenza profondo
di suprema melanconica conoscenza di yeti.
La stanza del padre, preceduta dal corridoio e da una porta che struttura tutto
il testo, come vedremo a breve, è un luogo mitico in cui memoria, crescita,
generazione e conoscenza si intrecciano. La relazione prende forma dentro un
interno domestico che colloca il soggetto in una posizione infantile e liminare:
“Bambino nel corridoio davanti la porta/ da cui soltanto si usciva”. La porta è
orientata verso l’uscita, come se il rapporto con il padre si definisse fin
dall’inizio sotto il segno di una distanza o di una direzione che non coincide
con il possesso dello spazio interno. L’esperienza della relazione avviene
dunque davanti a una chiusura che però genera movimento, come nel gesto del
bambino – “venivi a deporre con fede/ pezzetti rubati alla terra” – che
introduce da subito la dimensione offertoriale che tornerà più avanti nel testo.
Quei frammenti di terra, deposti davanti alla soglia, trasformano l’infanzia in
un congegno affabulatorio, provocato da una necessità che chiamerei “memoriale”,
per cui oltre al resoconto sul rapporto del soggetto col padre, troviamo la sua
localizzazione terrestre e contemporaneamente la trasposizione mnestica del
soggetto, il tutto in una coagulazione di senso dinamica, anzi,
vertiginosa nella ricostruzione e connessione delle rappresentazioni, come
praticamente sempre nella poesia di Ceni. Il rapporto con il padre, così, passa
attraverso un’offerta materiale che si rifà immediatamente al principio
originario della relazione, proprio come nei testi precedenti la materia
vegetale o minerale costituiva il primo livello del contatto con il mondo.
La memoria si sviluppa poi attraverso immagini di generazione vegetale:
“generavo frasche da potature e/ vegetali dai fori dei vasi”. La crescita appare
immediatamente associata a una capacità quasi creaturale del bambino, come se il
soggetto partecipasse direttamente ai processi naturali per prolungarli
nell’esperienza e, quindi, nella relazione, entrando nel mondo attraverso
connessioni tra elementi minimi, facendo emergere la vita dai vuoti e dagli
scarti.
A questa energia generativa di creazione e ri-creazione, si accosta però la
presenza del padre con i suoi strumenti di lavoro che appaiono come segni di
finitudine: “la pialla e le tenaglie le/ mille e mille falci della tua fine”.
Gli utensili artigianali diventano immediatamente immagini del tempo e della
mortalità. Il lavoro del padre è già inscritto in una dimensione terminale. Le
“falci” moltiplicate fino all’eccesso portano dentro la memoria domestica
un’immagine di raccolta e di taglio che riguarda insieme il lavoro e la morte.
Il passaggio centrale del testo introduce uno scarto: “ma già l’astronomia delle
piante e delle pietre/ ruotava nello spazio”. Riemerge con forza quella
dimensione cosmica che avevamo visto in Il giardino di Galileo. Piante e pietre
vengono pensate come astri, o meglio come elementi sottoposti a un ordine
orbitale, a una rotazione cosmica, a un massimo di distanza che, però, proietta
in qualcosa di più ampio il rapporto generazionale. L’immagine dell’“ultimo d’un
intero equipaggio” accentuando il senso di perdita e di separazione, scarica la
figura paterna collocandola dentro una deriva cosmica e in questo modo la
sublima. Il verso successivo – “e tutto era vetro e silenzio” – costruisce una
sospensione quasi assoluta: il vetro separa e lascia vedere, il silenzio
trattiene ogni parola. Ancora una volta la relazione avviene dentro una soglia
trasparente ma invalicabile.
Quando compare il discorso diretto – “Questa è la veglia, quindi” – il testo
assume apertamente un tono rituale. La veglia implica attesa, custodia,
permanenza accanto a qualcosa o qualcuno che si sottrae, per questo il soggetto
“si dispone attorno/ alla porta che mai si entrava”, la stessa porta dell’inizio
che torna come centro simbolico della poesia, non più soltanto luogo di uscita
ma luogo intorno a cui si organizza la presenza. Il soggetto si fa “offerente
tra le offerte/ dono tra i doni”: la relazione si trasforma in un atto di
disponibilità totale, quasi sacrificale, una forma necessaria e quasi disperata
di contatto.
L’ultima parte del testo apre nuovamente il paesaggio: “accendevo le torce,
preparavo il bivacco”. La scena domestica si sposta verso un immaginario di
campo aperto, di attesa notturna, un accampamento all’interno del quale traspare
la dimensione epica cui Ceni sembra voler condurre ogni relazione, il “tra”.
Mentre il figlio è in attesa, il padre è in risalita “al puntino di luce/ dal
fondo della prateria”, accompagnato da “una voce… di coyote”. La figura paterna
assume tratti selvatici e si colloca in un paesaggio che ormai appartiene
pienamente al mito come se la voce animale la inscrivesse in una conoscenza
ancestrale e profonda e come il finale, straordinariamente rivelatore, sembra
indicare: “sentivamo un sospiro d’intelligenza profondo/ di suprema melanconica
conoscenza di yeti”. La conoscenza viene affidata a una creatura liminare e
leggendaria, lo yeti, figura dell’alterità assoluta e insieme della sapienza
remota. L’intelligenza qui non coincide con la chiarezza razionale: è un respiro
profondo, malinconico, primordiale, un ponte sapienziale tra mondi.
Il testo porta dunque la relazione padre-figlio dentro lo stesso campo simbolico
che nella raccolta organizza il rapporto tra elementi naturali e cosmici. La
stanza del padre è una soglia visionaria, un luogo in cui memoria privata e
ordine cosmico si intersecano. Il padre non è soltanto figura familiare: è una
presenza che partecipa di quella oscillazione continua tra terra e cielo, lavoro
e mito, silenzio e voce, che definisce il cuore stesso della poesia di Ceni.
L’insistenza tematica sulla transizione tra categorie apparentemente distanti
diventa specimen in Il canto delle balene, tra i testi finali di La natura delle
cose. A quest’altezza dell’opera di Ceni, le iterazioni si affiancano alle
figure di contrasto, si fanno più frequenti i legami con il mondo animale,
rappresentato a volte come interlocutore o ammonitore per il soggetto/lettore.
La transizione è in direzione di una sostituzione-coinvolgimento degli esseri
viventi tutti, senza gerarchie ma come creazione ulteriore di mondi-soglia in
cui pietas e conflittualità si alternano, anzi, continuamente perdono i propri
confini e rimescolano i propri ruoli. Saltano in buona sostanza le referenze e,
di conseguenza, gli ultimi punti di riferimento per un soggetto che
panteisticamente si trova immerso nel moto di inclusione cosmico evocato sin
dalle origini:
Il canto delle balene
Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava
come immobili sogni dentro un’immobile mente.
La testa di dio è bendata
è deposta sul fondo,
leggere le bende si muovono
quelle che imprigionano il suo sguardo.
Dio è disteso sul fondo
con il piombo del mare addosso,
su di lui gravano i fondi delle barche.
Riempie e svuota le reti
inghiottendole e risputandole,
non ha sensi né pesci
dio è disteso sotto le acque e non respira.
Luna, luna, immobile luna nella mente
parole fisse al molo che incutono al vento
ed embricano alle onde com’è possibile possibile
possibile che tu ti esprima esprima esprima con
parole comprensibili da noi da noi da noi
che ti abbiamo tolto e ritolto dalla vita
dalla vita con le sue parole?
Le parole ricordano, le parole sono vostre
di coloro che guardano da terra
e ricordano la separazione dei vitelli dalle madri
e il ritorno sui pascoli già sfruttati nella primavera
e quello definitivo alla macchia per svernare e
sanno la separazione nostra come di chi
è richiamato alla realtà da una sua astrazione.
Noi andiamo con moto rovinoso
chiamandoci nel mezzo della scena
col nostro oscuro straziato suonare.
Questo dio mai si ridesterà
dal tumulo della buca franosa
nell’osso profondo
del mare ignoto e benigno
disfatta la cartilagine del naso
in mucillagini e bave
dissolti idra e cuore
caduto il vento
e salito al cielo il tempo.
“Noi eravamo fermi, vi dico, il mare ci portava/ come immobili sogni dentro
un’immobile mente”, subito il pronome personale iniziale introduce una voce
collettiva, e questo “noi” appare già sottratto a un’identità definita. Non
sappiamo subito se parli una comunità umana, animale, o una zona intermedia tra
entrambe. Il mare porta, ma ciò che trasporta è fermo: il movimento coincide con
l’immobilità e la coscienza viene subito descritta come “immobile mente”, quasi
un contenitore cosmico in cui i viventi galleggiano come pensieri sospesi. La
relazione è il mare stesso come principio di trasporto ontologico.
L’immagine centrale del testo è quella di un dio sommerso: “La testa di dio è
bendata/ è deposta sul fondo”, la verticalità cosmica è rovesciata e il divino
giace sul fondo del mare, immerso nella materia pesante, sepolto sotto il piombo
delle acque e sotto “i fondi delle barche”. Questa figura divina non governa, le
bende leggere che si muovono sono l’unico segno residuo di una possibile
vitalità, ma lo sguardo è imprigionato in un’immagine molto potente di “caduta”
ontologica: ciò che tradizionalmente fondava il senso è ora sommerso dentro la
materia marina. Questo dio immerso compie però ancora un gesto ambiguo: “Riempie
e svuota le reti/ inghiottendole e risputandole”, sembra che anche nella
passività permanga una funzione di transito che espone a una trasformazione per
cui il dio, pur continuando a intervenire nel ciclo vitale, lo fa come creatura
tra le creature, come una forza impersonale del mare stesso che dissolve il
divino nella dinamica biologica e materiale.
Nella seconda parte il testo introduce la luna e soprattutto la questione del
linguaggio: “Luna, luna, immobile luna nella mente”, queste prime iterazioni
creano un ritmo da “chiamata” nel tentativo persistente di stabilire un contatto
tra mondi un tempo incomparabili. L’invocazione è fatta di parole e la luna,
come già in altri testi di Ceni figura di distanza e riflesso, qui viene a
essere ponte d’unione tra l’incomprensibile e l’accesso al senso, un tentativo
di rinnovata affabulazione. Le “parole fisse al molo” appartengono alla terra,
all’umano, e si confrontano con la possibilità scandalosa che un’altra creatura
– probabilmente la balena – possa esprimersi in modo comprensibile. La triplice
ripetizione di “possibile” e di “esprima” segnala una tensione estrema verso la
comprensione dell’alterità. Non si tratta semplicemente di sentire parlare le
balene ma di interrogare il limite stesso del linguaggio umano. Il testo pone
una domanda radicale: è possibile che una voce animale entri nel campo della
comprensione senza essere ridotta alla lingua dell’uomo? Ma subito questa
domanda viene accompagnata da un riconoscimento di colpa: “che ti abbiamo tolto
e ritolto dalla vita/ dalla vita con le sue parole?”, è l’uomo che toglie la
vita alle balene oppure, come sembrerebbe indicare la struttura sintattica con
l’iterazione ecoica che sembra riprodurne il canto, le balene alla luna? La
lingua è sì strumento di dominio e di violenza, ma anche possibilità di contatto
e confusione di referenze, utile ad esternare un dubbio potenzialmente
rigenerante.
Il passaggio successivo amplia la responsabilità etica del linguaggio: “Le
parole ricordano, le parole sono vostre/ di coloro che guardano da terra”. Il
linguaggio umano resta legato alla memoria della separazione: quella dei vitelli
dalle madri, quella dei cicli di sfruttamento, quella dei ritorni forzati;
perciò, il mare e le balene fanno emergere una memoria che riguarda l’intero
sistema delle relazioni viventi in cui la separazione sembra diventare principio
universale della condizione terrestre. Quando il testo afferma “sanno la
separazione nostra come di chi/ è richiamato alla realtà da una sua astrazione”,
il movimento che abbiamo provato a descrivere si fa evidente: l’animale conosce
la separazione quanto l’umano, e l’umano stesso appare come qualcuno strappato
continuamente dalle proprie astrazioni. La differenza tra specie perde
centralità e resta il comune destino di frattura strettamente connotata dalla
significazione linguistica.
L’ultima autodefinizione del “noi” – “Noi andiamo con moto rovinoso/ chiamandoci
nel mezzo della scena/ col nostro oscuro straziato suonare” – porta questa
comunità a una forma tragica. Il canto delle balene è insieme richiamo, lamento,
eco di una ferita cosmica e il loro suono, per quanto straziante, può produrre
relazione. Chiamarsi nel mezzo della scena potrebbe significare, infatti,
continuare a cercare un contatto dentro una rovina condivisa.
Il finale torna sul dio sommerso e lo porta verso la dissoluzione completa:
“Questo dio mai si ridesterà”. La materia divina si decompone ma, mentre
l’elencazione disgregante crea un anticlimax – cartilagine, mucillagini, bave,
dissoluzione di organi –, gli ultimi versi aprono ancora un rovesciamento:
“caduto il vento/ e salito al cielo il tempo”. Il vento, principio dinamico
dell’aria, cade; il tempo, entità astratta e invisibile, sale. Ancora una volta
le categorie si scambiano di posto e il cielo è pronto ad accogliere un nuovo
tempo, come dire: l’inizio di un’epoca altra, sempre rinnovantesi dalla sua
stessa fine.
In questo testo è esposto un vero e proprio tour de force del senso, in cui il
venir meno delle referenze trova piena conferma. Il soggetto non dispone più di
punti stabili perché il mondo intero entra in un moto di inclusione in cui
umano, animale, divino e naturale si contaminano continuamente. Quella delle
balene è una voce che proviene da una zona cosmica intermedia dove il linguaggio
attraversa di continuo il limite della specie. Questa zona è lo spazio assoluto
e allo stesso tempo estremamente deperibile del “tra”.
Dopo il passaggio estremo di Il canto delle balene, siamo pronti a transitare
verso la nuova raccolta, Mattoni per l’altare del fuoco del 2002, che mette in
moto il mondo di un’infanzia ritrovata, un eden per niente pacificato dove
animali e bambini diventano i veri protagonisti della scena e di una diversa
ritualità (non per niente a loro la raccolta è dedicata).
La prima sezione del libro, Nel regno, si apre con un “suono di bestie” che si
dipana attraverso riprese e variazioni per tutto l’arco della sua durata,
incrociando figure infantili con un chiaro ruolo sorgivo: “Dove abita il bambino
abita Dio”. Figli e genitori si riconoscono in un dialogo sempre più fitto e di
trasmissione intensa ma inedita: “noi siamo andati perché arrivavi tu” cui il
figlio risponde: “O padre, o madre perfettissimi,/ andati perché arrivava la
somma,/ il grande bamboccio di carne,/muto alla primavera, muto al colore dei
pesci / e muto alla groppa del mare / a cui non sa dire: ‘Noi, elemento’”. Il
“bamboccio di carne” appare sotto una luce arcaica che esige un rinnovamento,
perché altrimenti non potrà giungere il “Noi”, l’elemento che riproduce la
relazione in una “cadenza di gioco” (Nel regno, VII). Per chiarire la tensione a
una relazione raggiungibile – anche se niente è mai definitivo in Ceni –
attraverso l’occhio animale dell’infanzia riportiamo per intero l’undicesimo
componimento di Nel regno:
> XI
>
>
>
> Tu che non sei di questo mondo e sei nella polvere
> e siedi alla parte breve del tavolo
> estrai dalla tasca il bosco e dal bosco te stesso,
> coi tuoi pensieri stesi ad asciugare sul greto
> del fiume essiccato come cordicelle annodate
> da un bambino estivo, che raso sull’erba
> scocchi festuche marine alla terra e
> al passo dei tordi proietti la prua di pigne
> del promontorio nel ceduo del mare aperto,
> dove al medesimo intento le cieche aringhe
> migrano e sprofondano.
> Semplicemente, in una radura nel bosco,
> cucita alla fronda più alta la civetta inchioda
> alle loro piume come a peccati falangi di uccelli,
> schiere di alati perduti, cori di rimprovero e di pianto
> mentre tu avvicinandoti alla nave spaziale
> giunta infine a riprenderti fai il gesto
> di estrarre anche questa cosa dalla tasca.
Se in La natura delle cose il soggetto si trovava immerso in un sistema cosmico
dove le referenze si dissolvevano dentro una continua mobilità di forme, qui il
movimento si raccoglie intorno a una scena apparentemente più concreta, quasi
domestica, ma subito caricata di una densità simbolica che impedisce ogni
riduzione narrativa. Il bambino, l’animale, il paesaggio e il gesto rituale
tornano a costituire un’unica trama, come se l’infanzia fosse il luogo in cui il
mondo ricomincia ogni volta a nominarsi. Ma partiamo dall’inizio: “Tu che non
sei di questo mondo e sei nella polvere”, in questo verso convivono le due
polarità fondamentali dell’intera poesia di Ceni: estraneità e immersione
materiale, così come con il gesto successivo – “siedi alla parte breve del
tavolo” – siamo istantaneamente proiettati dentro una scena familiare per niente
pacificata. Il tavolo è sì luogo di incontro, di condivisione, ma la “parte
breve” suggerisce una collocazione laterale, ridotta, quasi ancora marginale
rispetto al pieno ingresso nel circuito della parola. Così si spiega l’atto di
“estrarre dalla tasca il bosco e dal bosco te stesso”, da un contenitore minimo
esce il bosco, lo spazio vasto, arcaico che concentra il mondo in un gesto
elementare compiuto da chi sta nella parte più ridotta della comunicazione e
quindi del rapporto – il bambino, il poeta? – come se “il bambino estivo”, che
incontreremo a breve, possedesse la capacità di portare con sé interi territori
interiori e cosmici che aspettano di sgorgare. Infatti, da quel bosco si estrae
anche il soggetto stesso: identità e paesaggio nascono insieme, senza
separazione e coincidono nella forma di una continua emersione.
I “pensieri stesi ad asciugare sul greto/ del fiume essiccato” prolungano questa
logica di materializzazione mentale. Il pensiero viene esposto e disposto come
materia fragile in uno spazio prosciugato, il greto del fiume che diventa la
soglia da cui l’acqua è passata e anche il luogo dove il flusso è richiamato
alla memoria. Ancora una volta il rapporto si costruisce su una mancanza attiva,
su una traccia di movimento che non coincide più con il movimento stesso. Invece
l’immagine delle “cordicelle annodate/ da un bambino estivo” introduce il ruolo
generativo dell’infanzia. Il bambino estivo (dimensione di solarità e mitologia
di una rinnovata estate del mondo) che annoda le cordicelle, allo stesso tempo
ri-crea le relazioni – tenendo insieme frammenti di reale proprio quando, “raso
sull’erba”, scocca “festuche marine alla terra” o proietta la “prua di pigne/
del promontorio nel ceduo del mare aperto” – e riesce a tenere insieme più
dimensioni, sovrapponendo, in un’elencazione senza climax e per questo
estremamente inclusiva, la materia vegetale e quella marina, la navigazione
umana e il mondo animale.
In “le cieche aringhe/ migrano e sprofondano”, la cecità delle aringhe sembra
raffigurare un orientamento affidato a un sapere non visivo, a un movimento
inscritto nel corpo e interlocutore implicito di una relazione che,
accompagnandolo, supera il dominio umano.
La seconda parte del testo intensifica il carattere rituale della scena: “In una
radura nel bosco,/ cucita alla fronda più alta la civetta inchioda/ alle loro
piume come a peccati falangi di uccelli”, le falangi di uccelli diventano
“peccati”, e il bosco si trasforma in uno spazio liturgico dove la natura stessa
organizza forme di colpa e di ammonimento sotto l’egida della civetta, animale
tradizionalmente legato alla veglia e alla conoscenza notturna, con funzione
sacerdotale o giudicante. Le “schiere di alati perduti, cori di rimprovero e di
pianto”, rinforzano quanto detto, mostrando come il mondo animale partecipi
pienamente di una dimensione corale. Il canto, il rimprovero, il pianto
costruiscono una comunità sonora per cui il “suono di bestie” evocato in
precedenza mostra la sua necessità profonda: occorre sempre una diversa
comunicazione per abbattere i confini del linguaggio, un’apertura inclusiva che
rinnovi la sacralità della relazione.
Il finale è straordinario: “mentre tu avvicinandoti alla nave spaziale/ giunta
infine a riprenderti fai il gesto/ di estrarre anche questa cosa dalla tasca”.
La dimensione cosmica, introdotta dalla nave spaziale in maniera improvvisa
anche se non del tutto inaspettata, vivifica l’azione infantile dell’estrazione,
e la tasca, espandendosi verso questa nuova esperienza, si fa ancora contenitore
espanso del gioco spiraliforme della creazione. La tasca è la soglia di un
universo-matriosca o curva spazio-temporale, materia oscura legata a doppio nodo
al substrato infantile e animale che caratterizza Mattoni per l’altare del
fuoco.
L’infanzia come l’animalità, però, non sono simboli di un’origine innocente,
bensì qualcosa di più mobile e complesso che può implodere continuamente, che si
porta dietro la sua distruzione. L’ultimo testo della raccolta ci offre
un’articolazione quasi riassuntiva di quanto appena detto:
XXXIII
Io sto qui e da qui
vedo collassare le stelle, implodere i volatili,
cabrare verso il loro dio le nubi
per poi precipitare in lacrime e piogge;
vedo cadere tutto e tutto
ininterrottamente
la foglia, l’ala, il vento
che incitano il bambino giù dal tetto
e la polvere dalla tasca buona del cadavere
persino volare in aria per un momento
l’erba tosata, la cenere dal vertice del falò
ma senza che mai nulla
giunga mai veramente al suolo,
così che la lacrima resta nel suo occhio, la pioggia nella sua nube.
Io, dalle volute di fumo umide e
dalle pire collinari e dai roghi contadini, credo
siano venuti degli uomini, credo,
ad ardere i campi e con essi la mia vita;
sia lode a loro perché da qui l’illusione è perfetta:
i figli cessano di crescere i genitori non muoiono
in ogni frutto traspare la sua gemma:
rivedo mio padre quando aprì la botola
e discese nel buio e nulla seppe mai più di me,
riodo i fischioni di richiamo lanciati verso qualcuno che non torna,
ed ecco spiegata la ragione del pesce elettrico
negli abissi del mare o perché gli uccelli credono
col loro canto di far sorgere il sole.
Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
e non perdonano e sono spietati
e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
per abituarti a guardare ogni cosa
come da dietro una vampa.
In questo testo la raccolta sembra veramente rastrellare e portare a un punto
estremo tutte le linee che l’hanno attraversata. Se in XI di Nel regno la tasca
infantile appariva come un contenitore capace di espandersi fino alla nave
spaziale, qui quel principio di espansione entra apertamente in relazione con il
collasso, con l’implosione, con una fisica del mondo che coinvolge
simultaneamente stelle, animali, corpi e memorie. Il precipitare delle forme è
espresso sin da subito, infatti nell’incipit leggiamo: “Io sto qui e da qui/
vedo collassare le stelle, implodere i volatili”. L’io espanso è all’interno di
un movimento critico, di una anomalia elettrostatica nella caduta. Il
verbo “collassare” riferito alle stelle si lega a “implodere i volatili” unendo
in un solo verso la fine dell’uno-molteplice, del mondo astrale e animale.
Ancora una volta il grande e il minimo, il siderale e il vivente, sono sullo
stesso piano percettivo anche se seguono la direzione opposta alla generatività,
in un processo di combustione generale che compartecipa, comunque, a una sola,
costante trasformazione.
Il centro della prima sequenza – “vedo cadere tutto e tutto/ ininterrottamente/
la foglia, l’ala, il vento/ che incitano il bambino giù dal tetto/ e la polvere
dalla tasca buona del cadavere” – è esplicita in tal senso: la foglia, l’ala, il
vento costituiscono una triade mobile, ma il bambino appare immediatamente
attratto verso il basso, come se l’infanzia stessa fosse sempre esposta al
rischio della caduta per quanto età sorgiva. E poi ritorna la tasca anche se in
forma radicalmente trasformata, come “tasca buona del cadavere” che elude, o
meglio, annienta l’inclusività del testo precedente. Il contenitore originario
accompagna ora il corpo morto, e la polvere che ne esce segnala che creazione e
dissoluzione sono assolutamente compatibili.
Subito dopo giungiamo a una sospensione quasi metafisica, “ma senza che mai
nulla/ giunga mai veramente al suolo”, tutto cade, ma non tocca davvero il
fondo; la lacrima rimane nell’occhio, la pioggia nella nube in un’immanenza
costante e senza compimento. Lo stato di immersione e sospensivo permette alla
memoria di riaprire il tempo – “Rivedo mio padre quando aprì la botola/ e
discese nel buio” – con il ritorno della figura paterna che attraversa
un’ulteriore soglia, apre una botola (infera?) che scende in un altrove
sotterraneo, e che, proprio come nei testi precedenti la porta o il corridoio,
definisce un accesso impossibile o differito. Ma qui il padre scompare nel buio,
non è lo psicopompo che conduce ma, molto più sommessamente, un essere che
transita nell’oblio in una scomparsa etica oltre che conoscitiva – “nulla seppe
mai più di me” –, la separazione adesso sembra essere definitiva anche se poco
prima si dice che “i genitori non muoiono”, perché, per Ceni, la fine non è la
morte ma il rischio che immaginazione e memoria si estinguano, solo così si
chiarisce l’immane spinta affabulatoria della sua poesia, perché solo “da qui
l’illusione è perfetta”, cioè proprio dal testo.
Anche il richiamo animale ritorna – “riodo i fischioni di richiamo lanciati
verso qualcuno che non torna” – ma senza risposta: gli uccelli, il pesce
elettrico, i volatili implosi sono segnali attraverso cui il mondo continua a
interrogare il destino del legame. L’immagine del “pesce elettrico/ negli abissi
del mare” è particolarmente significativa perché la profondità marina, abbiamo
visto, era centrale nei testi precedenti, e ora torna per spiegarci che
“qualcuno non torna”, indicando così la vera trasformazione visibile alla fine
della terza raccolta di Ceni che, ormai è evidente, risiede nell’impossibilità
di una circolazione puramente iterativa dell’essere. Invece, i cicli di morte e
rinascita sono sempre compiuti per ripartire da altre prospettive, in uno
sfasamento dimensionale e spiraliforme. Ecco anche spiegato perché gli uccelli
“credono/ col loro canto di far sorgere il sole”, il canto animale serve come un
richiamo – o avvertimento – al lettore, in una referenza ritrovata nella fede
elementare in una causalità non semplicemente illusoria, ma più specificamente
poetica, cioè, secondo le intenzioni più o meno razionali di Ceni,
affabulatoria. Così il poeta prova a superare (o eludere?) l’impasse relazionale
e la lunga lode finale sembra evidenziarlo:
> Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il proprio amore
> e non perdonano e sono spietati
> e strappano gli occhi dei fanciulli; sia lode
> a quelli che come l’agrostide combustano l’intera loro esistenza
> e lo stecco d’erba duro e secco della propria intelligenza
> fino alla follia, covone dopo covone, con metodo,
> contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della vita
> per abituarti a guardare ogni cosa
> come da dietro una vampa.
La formula liturgica della lode viene applicata a figure dure, perfino crudeli e
si riconosce che la vita si dà anche attraverso forme di violenza. L’immagine
dell’agrostide, ad esempio, che “combusta l’intera sua esistenza”, porta questa
intuizione al suo cuore per cui la vita è combustione lenta, metodica, “covone
dopo covone”, il verbo combustare restituisce perfettamente la logica di Mattoni
per l’altare del fuoco: vivere significa consumarsi e trasformarsi nello stesso
atto.
L’ultimo movimento – “contraendosi ed espandendosi nel fiato di fiamme della
vita/ per abituarti a guardare ogni cosa/ come da dietro una vampa” – riassume
forse l’intera raccolta. Contrazione ed espansione coincidono, proprio come
implosione e generazione, ma occorre abituarsi a guardare “da dietro una vampa”
il mondo, attraverso una soglia mobile, cioè, che deforma nel dolore e rivela
insieme (ancora un “tra” del rapporto).
Con Combattimento ininterrotto del 2015 – e ultima raccolta a oggi pubblicata da
Ceni – è ri-annunciata una conflittualità senza tregua, quasi una necessità per
“essere” nel mondo. Questo potrebbe significare che la relazione, che abbiamo
visto nelle raccolte precedenti si costruiva attraverso soglie, passaggi,
espansioni e collassi, ora sembra sempre più immersa in dinamiche di urto
costante, per cui si amplifica l’idea che ogni elemento esista come sotto
pressione. Infanzia e mondo animale, ad esempio, restano come costituenti di un
reale di percezioni assolute, matrici profonde di un “regno” della caduta ma
anche dell’esaltazione. Ciò che in Mattoni si presentava ancora attraverso una
ritualità sorgiva, dove il bambino poteva estrarre il bosco dalla tasca e la
tasca stessa diventava figura di un universo espanso, in Combattimento
ininterrotto tende a mostrarsi sotto una luce più scoperta, più esposta al
trauma del tempo e alla durezza della permanenza. L’energia infantile entra
nell’agone con più virulenza, come se ogni origine fosse ormai costretta a
misurarsi con una continuità di attriti.
Anche il rapporto con il cosmo cambia intensità. Nelle raccolte precedenti
stelle, mare, vegetazione, animali e presenze familiari entravano in un unico
sistema di metamorfosi dove il soggetto si lasciava attraversare da forze
multiple; in Combattimento ininterrotto questa apertura cosmica resta, ma assume
spesso una qualità più netta, frontale, come se la visione fosse meno affidata
al processo di espansione e più alla persistenza quasi muscolare delle forme. Il
cielo, la terra, il corpo e il linguaggio sono segnati da una tensione più
severa.
In questo senso il passaggio è perfettamente coerente con il finale di Mattoni
per l’altare del fuoco, dove la “vampa” significava imparare a vedere il mondo
dentro una deformazione ardente, dentro il consumo del comburere, ovvero dentro
la lotta costante con un mondo che, però, proprio perché attraversabile,
possiede la capacità di incontrare l’alterità. La stessa idea
di combattimento va letta come prosecuzione della logica del “tra”, di una
soglia che attraversa un ulteriore mutamento verso il luogo dove le forze si
misurano continuamente senza stabilizzarsi.
Anche la dimensione sacrale, così forte in Mattoni, non si esaurisce ma si
interiorizza nel gesto stesso della resistenza linguistica. Il rito adesso vive
nella capacità del testo di sostenere la durata dello scontro senza perdere
intensità visionaria. È come se la poesia, dopo avere attraversato il fuoco
dell’origine, si trovasse ora costretta a restare dentro le sue conseguenze, in
una vigilanza continua. Per questo Combattimento ininterrotto può essere letto
come il libro in cui il movimento spiraliforme delle raccolte precedenti si fa
più concentrato e insieme più esposto: ciò che prima si apriva in grandi sistemi
di metamorfosi cosmica ora si raccoglie in una dinamica di permanenza
conflittuale, ma vediamo come:
Airone grigio
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
“Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –
e il sapido risalire della prediletta nelle sue mutande sporche
o il lungo piscio dell’estate all’estuario deforme
delle sue gambe, ora prese in prestito dal morto che,
con ostinato lento passo di mulo, detto no a cronaca e storia,
smarrisce l’unica via di fuga e con disperata calma con
forza enigmatica di acrobata torna, entra, ed ascolta
i suoi due figli – estranei incomprensibili ma ospiti fissi
al banchetto – e la sua ancor giovane moglie – la smarrita –
che udendolo rincasare gli tendono l’imboscata di un sogno
armando un vascello di specchi ed allodole nel tranello dell’atrio,
dove la carne della sua carne, il sangue del suo sangue e la sua
con-sorte e metà, credendolo annegato in pensieri – l’identificazione,
ad esempio, di un solo grano di felicità per chilometrici litoranei
arenili – gli pongono in grembo la prova della loro profonda,
autentica, incommensurabile gratitudine: perpetrare l’inganno.
Entra, come farebbe un bambino nel mattatoio, cioè muggendo,
con fiamme implicite e il grave tinnito dei corvi disteso
sopra il paesaggio come una fiaba, dove, nella fredda
temperatura, nell’impianto disattivato, nel focolare estinto
vive ancora, colpo dopo colpo e anni su anni di combattimenti
e perdite, un eroe, la morte su una spalla – il frinìo della nube
che si posa a indicarlo come una leggenda imperitura –
l’amante sull’altra, le entrambe vecchie dal gomitolo turchino o
fucsia della permanente sull’occipite arso, la lunga e ritorta
pelliccia della passera spiumata, il foro di fumo, il foro d’acqua,
l’unghia incarnita del piede giallo, col quale – ascolta –
assunte sembianze di ricordo, il racconto della fiaba
– astuto come un capo comanche, furtivo come un guerriero
apache – discese per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera
blindata della mente, e lì, invecchiato soltanto nel volto,
mangiò peyotl, fumò, bevve e danzò l’intera notte – la
cintura ridente di innumerevoli scalpi, il lastrico del sepolcro
diffuso d’ignoti cadaveri, i suoi altri ricordi dispersi in
missione: e tutti erano allegri e fiduciosi nella sorte.”
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
Nel testo presentato, ogni immagine sembra nascere dall’urto con quella
successiva, per accumulo di fronti percettivi e memoriali continuamente aperti.
Il titolo, apparentemente nitido e isolato, introduce un animale che, come
abbiamo potuto constatare, in Ceni non è mai semplice presenza naturalistica:
l’airone, figura di immobilità vigile, di attesa e di scarto improvviso, diventa
subito principio di discesa, quasi voce che sovrasta e insieme avvolge, una
soglia. L’incipit e il finale, identici, costruiscono le due ante di una cornice
incantatoria: “Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,/
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio”. In questa
ripresa circolare leggiamo esaltazione e regno da un lato, caduta ed esilio
dall’altro, in perfetta coesistenza così come la nebbia, distribuendo il
visibile in modo intermittente, costringe a procedere per apparizioni parziali e
nella lunga deriva della materia in trasformazione.
Il lungo discorso interno che occupa il corpo del testo è scandito da un
imperativo ripetuto: “Entra”. Questo verbo è decisivo perché conferma che anche
in questa raccolta il centro resta la soglia che, però, non coincide più con un
punto preciso – porta, corridoio, tavolo, botola – bensì con una condizione
mentale e percettiva continua. “Entra, in questa Lapponia della mente in questa
Islanda del cuore”: geografie reali vengono immediatamente interiorizzate e
trasformate in territori psichici, Lapponia e Islanda sono i termini di
un’affabulazione a doppia entrata, prima il freddo del pensiero astratto (la
Lapponia della mente corrisponde all’Islanda del cuore), poi l’accesso
all’immaginazione profonda dove ogni figura incendia la referenza, incenerisce
la sua stessa simbologia. Come l’immagine del bambino nel mattatoio sembra
suggerire, accedere significa trasformarsi nel luogo in cui siamo immersi,
“muggiamo” perché solo in quel modo, e solo nel perpetuo rinnovamento
dell’infanzia, possiamo aderire e far sopravvivere “l’eroe”, il sempre nativo,
l’allucinato (come i riferimenti ai guerrieri americani e l’utilizzo del peyotl
sembrano suggerire). L’eroe di Ceni, però, non ha nulla di epico in senso
tradizionale: porta la morte su una spalla e l’amante sull’altra, entrambe
invecchiate, entrambe ormai segnate dal tempo, un residuo umano (il poeta?) che
resiste attraverso una memoria che rilancia il futuro in figure sciamaniche. Il
racconto, perciò, scende “per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera/
blindata della mente”, dentro una soglia organica e interiore – la mente come
camera blindata – e come un guerriero indigeno, in un’incursione che è anche un
assalto rituale, quello della parola della poesia – “il racconto della fiaba”,
appunto – che fonde l’eroe e la stessa fiaba, affabulatore e affabulazione, in
un’allucinazione arcaica che ri-dona alla scrittura la sua potenza immaginifica.
Quando infine ritorna il distico iniziale, la ripetizione conferma che nulla è
stato risolto. Dopo l’intero attraversamento, la voce del poeta continua a
scendere come un airone grigio, “come una tenue trama invernale”. Questo
significa che il combattimento è davvero ininterrotto: ogni immersione riapre il
ciclo.
Il “tra” di Alessandro Ceni è vero spazio di durata conflittuale e senza
sintesi, la parola-airone che è insieme distanza e immersione nella materia in
attrito, che incarna una forma di sorveglianza combattente e non pacificabile.
Il senso di irriducibilità rintracciato in Airone grigio è inequivocabile in uno
dei testi conclusivi della raccolta:
Tempio
Eccomi, irriducibile tramite fra il cielo e la terra,
eccomi tra di voi, piante, officiante a medicarvi,
eccomi tra di voi completamente nudo e duro, pronto
a ingravidarvi al vostro minimo assenso:
come l’animale che libero siede e si volta
una sola volta a controllare se ci sei
e si appaga della sola tua presenza, un attimo prima
che l’intera foresta balzi e strepitando gli muova incontro,
così è il mio amore: asciutto e privo di ogni gioia:
nello stesso modo i delusi si separano o
un uomo viene fatto scendere alla frontiera:
ma, simile a chi si desta in un letto non suo e,
dimentico del presente inconsapevole del passato, non sa
e si domanda e bussa alla sua propria porta, vengo
umilmente a celebrare in voi me, a date stabilite,
il vostro inverno e la vostra primavera in me:
non ha prove il buon fabbro
quando pinza l’altrui morte: la forgia
al fastello delle proprie fiamme, l’afferra col mantice
dei sospiri, e poiché la morte ha un breve prologo nella vita
egli su di lei batte dal nulla un’incudine d’immagini:
una sconosciuta lacrima lo tormenta
un inusitato granello di polvere gli angoscia nell’occhio,
l’indesiderata stilla che friggerà sul suo ferro raffreddandolo:
così, dinnanzi voi, piante, mi nomino al neutro,
l’indivisibile, il sempre scisso,
accordo al vostro muto campo il mio sonaglio
e spezzo ogni legame come fossero fili di lana.
In Tempio si inscena ancora una dimensione rituale e già l’incipit – “Eccomi,
irriducibile tramite fra il cielo e la terra” – presenta il soggetto in una
postura ontologica in tensione, come “tramite” “irriducibile”, esposto
nell’attraversamento. La funzione di officiante – introdotta dalla formula
anaforica che insiste sulla presenza: “eccomi tra di voi, piante, officiante a
medicarvi” – prepara all’atto erotico e generativo – “eccomi tra di voi
completamente nudo e duro, pronto/ a ingravidarvi al vostro minimo assenso” –
spostando l’attenzione sul non umano: le piante diventano controparti di un
culto.
L’immagine, per quanto possa apparire estrema, è solo una tappa verso la
profondità relazionale e corporea cui Ceni ci conduce. Ne sono testimonianza i
due punti che, a partire dalla conclusione della prima strofa, costellano il
testo come cerniere elencatorie, soglie che trasbordano il nesso del rapporto a
sempre nuovi mondi. Così, nel passaggio successivo troviamo l’animale a fare da
tramite per l’agnizione del soggetto che può riconoscersi nell’amore “asciutto e
privo di ogni gioia”, scabro e scabroso nella sua inesorabilità:
> come l’animale che libero siede e si volta
> una sola volta a controllare se ci sei
> e si appaga della sola tua presenza, un attimo prima
> che l’intera foresta balzi e strepitando gli muova incontro,
> così è il mio amore: asciutto e privo di ogni gioia:
L’animale “si volta/ una sola volta” per appagarsi della pura presenza
dell’altro, senza possesso o permanenza e l’amore, sottratto a ogni
sentimentalismo, è vigliante ma anche sotto assedio – il selvatico della foresta
che balza e strepita –, è come la parola-airone di cui dicevamo in precedenza,
allo stesso tempo distanza e coinvolgimento, presenza pronta a dissolversi.
Per questo lo stesso amore viene accostato alla separazione dei delusi o alla
discesa di un uomo alla frontiera, perché la relazione è sempre prossima a un
limite, a un confine.
La frontiera è il “tra” – lo avevamo visto in Anedda, nel testo Confine – che
qui diventa anche luogo dove si è fatti scendere per impattare la soglia di
rischio che può perdere persino l’identità. Anzi, la frontiera è generativa
proprio per questo suo potere decadente, la sua potenza d’oblio che annienta il
soggetto, lo fa dimenticare e lo perde in un “voi” umile e rigenerante, una
celebrazione nell’altro, un altro rito di riconoscimento, una purificazione
ribaltata nel congiungimento e nella mescolanza:
> …simile a chi si desta in un letto non suo e,
> dimentico del presente inconsapevole del passato, non sa
> e si domanda e bussa alla sua propria porta, vengo
> umilmente a celebrare in voi me, a date stabilite,
> il vostro inverno e la vostra primavera in me:
Il gesto di bussare “alla sua propria porta” riprende una lunga costellazione
ceniana di soglie domestiche – la porta del padre, la botola, il corridoio – ma
con una torsione ulteriore: adesso il soggetto bussa a se stesso, perché
l’accesso alla propria identità, come si diceva, è diventato esso stesso
problematico. La ricerca del sé è comunque dentro un tragitto che lo travalica e
ingloba, e infatti l’inverno e la primavera sono nominati come cicli stagionali
che diventano interiori e condivisi. Mentre la ricerca continua, ecco insinuarsi
nell’ultima strofa la figura del fabbro – “non ha prove il buon fabbro/ quando
pinza l’altrui morte” – che rappresenta una potentissima trasposizione nella
materia (artigianale, della poesia?), del combattimento che prova a dare forma
al sé e, più in assoluto, al tentativo sempre attivo di rigenerazione che
abbiamo visto guida la poetica di Ceni. Così come la materia – la poesia – non
può bloccare la trasformazione, il fabbro non domina la morte: la afferra, la
porta nella forgia, la sottopone al fuoco delle proprie fiamme, senza mai
esaurirla poiché “la morte ha un breve prologo nella vita”, ne diviene
costantemente la premessa e l’“incudine d’immagini” su cui il poeta batte le sue
illusioni è la produzione figurativa che resiste e lotta senza alcuna
consolazione. La poesia è il combattimento ininterrotto per cui anche le parole
minime – la lacrima, il granello di polvere, la stilla che frigge sul ferro
raffreddandolo – sono armi impure che osano alterare il lavoro del fuoco (si
ricordi il titolo della raccolta precedente, Mattoni per l’altare del fuoco).
Nel finale, il soggetto torna su se stesso rinnovato e uguale – “così, dinnanzi
voi, piante, mi nomino al neutro,/ l’indivisibile, il sempre scisso –, in una
doppia formula ossimorica che conferma quanto in Ceni l’integrità dell’essere è
possibile solo riconoscendone la frattura costitutiva. Il neutro, allora, non è
indifferenza ma posizione sottratta alle identità stabili e l’indivisibile,
infatti, coincide con il sempre scisso. In questa inedita auto-investitura, il
soggetto riconosce umilmente la necessità di un nuovo accordo col mondo, con la
sua muta necessità e con il rischio dell’agguato – “accordo al vostro muto campo
il mio sonaglio”. Il rapporto tra parola e silenzio è espresso attraverso
l’accordo, ancora una volta un’ambivalenza semantica che agglutina in una parola
il cuore del soggetto modulandolo sui toni del silenzio vegetale. Il gesto
finale, però, – “spezzo ogni legame come fossero fili di lana” – costruito
provocatoriamente sulla sillessi (“ogni legame come fossero”) non contraddice la
relazione ma ne espande con un ultimo colpo di coda la criticità: ogni legame,
proprio perché reale, deve poter essere spezzato, rimesso in tensione.
In Tempio, ma potremmo dire in tutto Combattimento ininterrotto, il “tra”
raggiunge così una formulazione teorica e, allo stesso tempo, incarnata nel
testo, perché è la parola a restare irriducibilmente esposta tra cielo e terra,
tra cura e scissione, tra nominazione e perdita.
Gianluca D’Andrea
(fine)
L'articolo “Come da dietro una vampa”. Sulla poesia di Alessandro Ceni proviene
da Pangea.
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1.5 Corpo-spazio: Alessandro Ceni, il selvatico nell’io (1ª parte)
Se nel capitolo precedente l’attenzione si concentrava su poetiche che
interrogano il rapporto fra soggetto e mondo a partire da una frattura o da
un’estraneità dell’io rispetto allo spazio, con Alessandro Ceni questo rapporto
assume una configurazione diversa e più radicale che ci permette di proseguire
la riflessione mantenendo il fuoco sulla dimensione del “tra”, ma spostandone
l’asse su un terreno più fisico e sensoriale, stilisticamente tanto diverso, ad
esempio, dal razionalismo di Magrelli, ma comunque compreso nella dimensione
liminare centrale per la nostra ricerca.
La scrittura di Ceni attraversa, infatti, dall’interno il paesaggio, ne esplora
le viscere come se il corpo del soggetto venisse progressivamente riassorbito
nella materia stessa del mondo. Il linguaggio si spinge verso una dimensione
primaria e selvaggia, dove l’identità individuale perde i suoi contorni per
confondersi con il ritmo elementare del mondo. La soglia, dunque, diventa una
zona attraversabile, una porta visionaria attraverso cui accedere a una
dimensione più profonda dell’esperienza, completamente decentralizzata. Lo
spazio, con Ceni, diventa un territorio inclusivo: boschi, rocce, ossa, acqua e
vegetazione configurano un sistema sensoriale che ingloba il soggetto e lo
costringe a ridefinire continuamente la propria posizione. La poesia stessa
sembra assumere una consistenza concreta e tattile, come se la lingua si
muovesse dentro una materia viva. La relazione tra linguaggio e mondo è un corpo
a corpo anche cruento, per cui la sintassi corre lande estreme, selvatiche e mai
pacificate, con l’arma di un lessico franto, scheggiato. In questo scenario, il
selvatico appare come una forza primaria che disarticola l’identità e la conduce
verso uno stato di esposizione estrema alle energie basilari, in un senso di
appartenenza vasta, devastante e, se si vuole, spersonalizzante.
La lingua che nasce da questa immersione assume spesso tratti sacrali e
sciamanici. Il discorso poetico procede per immagini dense e analogie improvvise
che ricordano la parola rituale o oracolare. La poesia diventa così una forma di
attraversamento conoscitivo: un gesto che tenta di mettere in contatto piani
diversi della realtà, come accade nei linguaggi iniziatici in cui la parola
agisce da tramite. Il territorio della poesia sembra coincidere con uno spazio
di risonanza simbolica in cui gli elementi naturali assumono il valore di segni
e presenze.
All’interno di questo paesaggio linguistico la soglia acquista una funzione
decisiva. Essa non si presenta come semplice limite tra due regioni
dell’esperienza, bensì come porta visionaria attraverso cui il mondo si rivela
nella sua dimensione più profonda. Attraversare quella porta significa entrare
in una zona in cui la percezione ordinaria si intensifica e il linguaggio si
carica di una funzione rivelativa. La poesia è il medium di un passaggio
continuo tra umano, naturale e simbolico. Così, la scrittura di Ceni può essere
letta come una delle declinazioni più radicali della nostra categoria del “tra”.
Il soggetto abita una regione intermedia in cui corpo, paesaggio e parola si
compenetrano. Gli spazi si trasformano in territori sensoriali, la lingua si
carica di una tensione sacrale e la soglia diventa il punto in cui l’esperienza
si apre alla visione. La poesia si configura quindi come il gesto che consente
di errare nel varco tra l’io e il mondo, tra la percezione e il mito, tra la
materia e il linguaggio.
I cuori delle aquile
Impossibile terra
senza onore di vittime
la curva nel roseto si sporge
a una collera di rami
senza scopo e per sempre inverno
discende a mordere le prove dell’erba.
Sta irta nelle messi
la camera controvento,
nel frutteto violabile e crudele del ritorno,
nel fuoco d’acqua che consegue
lo scambio dei sicari tra i vialetti:
come celebrare i colpiti, disporre le erbe scosse,
le ragioni interdette alla realtà e al sangue.
L’insetto ritrae la testa impolverata
a un filo, che tiene
in aria il fiore,
“È nel saluto l’intesa”:
sopra il sahara implume dei greti
s’arrestano le stazioni in ombra degli sguardi.
Questo testo, tratto dalla prima raccolta di Alessandro Ceni, I
fiumi (1985), rappresenta un punto di avvio significativo per comprendere la
configurazione originaria della sua poetica. Già in questi versi emergono
infatti alcuni dei nuclei, cui accennavamo in precedenza, che resteranno
costanti nel suo percorso.
L’incipit introduce immediatamente un paesaggio che appare insieme concreto e
impossibile: “Impossibile terra/ senza onore di vittime”. La terra è definita
attraverso una negazione simbolica, come se le mancasse il fondamento rituale
che tradizionalmente lega lo spazio alla memoria dei morti e al sacrificio. Il
territorio si presenta quindi privo di consacrazione, privo di quel
riconoscimento che rende abitabile lo spazio umano. In questa apertura si può
già leggere una prima declinazione della nostra dimensione del “tra”: il luogo
evocato non appartiene pienamente né alla realtà storica né a un piano mitico
definito, ma si colloca in una zona intermedia in cui il paesaggio si carica di
significati latenti. Subito dopo il testo si muove attraverso una serie di
torsioni percettive che trasformano lo spazio naturale in un campo di forze: “la
curva nel roseto si sporge/ a una collera di rami”. Il movimento del paesaggio
non è descrittivo ma energetico. I rami diventano una collera, la curva si
protende verso un punto di tensione invisibile. La natura appare animata da una
vitalità aggressiva, quasi animalesca, che colloca il soggetto in una relazione
immediata con il selvatico. Il verso “senza scopo e per sempre inverno”
intensifica questa sensazione di sospensione: il tempo sembra congelarsi in una
stagione permanente, mentre la discesa “a mordere le prove dell’erba” introduce
una dimensione predatoria che investe l’intero paesaggio.
Nella seconda strofa il territorio assume una configurazione ancora più
complessa. L’immagine della “camera controvento” collocata “nelle messi” produce
un effetto di spaesamento: uno spazio domestico o umano appare immerso nel campo
aperto, come se l’interno fosse stato esposto agli elementi naturali. Il
frutteto diventa “violabile e crudele del ritorno”, espressione che suggerisce
una memoria arcaica, quasi mitica, del luogo. Il paesaggio non è soltanto
naturale: è un territorio carico di stratificazioni simboliche, dove il ritorno
comporta una forma di ferita o di violazione. In questo contesto emerge
l’immagine enigmatica del “fuoco d’acqua” che segue “lo scambio dei sicari tra i
vialetti”. L’accostamento tra elementi inconciliabili – fuoco e acqua, natura e
violenza rituale – crea un campo di significati in cui la realtà appare
trasfigurata. La poesia si muove così all’interno di una lingua che gradualmente
sembra riavvicinarsi a un registro sacrale. La domanda pulsante a fine strofa –
“come celebrare i colpiti, disporre le erbe scosse” – introduce esplicitamente
il tema del rito, e fa sì che la poesia si confronti con il problema della
commemorazione, con la necessità di dare forma a un gesto che restituisca senso
agli eventi. Il paesaggio diventa allora lo spazio in cui questo gesto potrebbe
compiersi, un territorio dove la natura conserva ancora la traccia di un ordine
simbolico che l’uomo fatica a ricostruire. Le “ragioni interdette alla realtà e
al sangue” indicano proprio questa distanza tra l’esperienza concreta e la
dimensione sacrale che la poesia tenta di evocare.
La terza strofa concentra la tensione del testo in immagini più minute e
sospese. L’insetto che ritrae la testa “a un filo, che tiene/ in aria il fiore”
introduce una scena di equilibrio precario, quasi un microcosmo in cui la vita
appare sostenuta da un legame invisibile. La frase tra virgolette – “È nel
saluto l’intesa” – assume il valore di una formula oracolare, come se il testo
aprisse improvvisamente uno spazio di rivelazione. In questa breve epifania si
riconosce la funzione della soglia: la poesia si situa in quel punto in cui il
linguaggio riesce a mettere in contatto piani diversi dell’esperienza.
Gli ultimi versi ampliano nuovamente il campo visivo: “sopra il sahara implume
dei greti/ s’arrestano le stazioni in ombra degli sguardi”. Il paesaggio
fluviale si trasforma in un deserto, un “sahara implume” dove il movimento degli
sguardi sembra fermarsi in una serie di stazioni. Anche qui il territorio appare
come uno spazio di passaggio, una sequenza di soglie in cui la percezione si
arresta per aprirsi alla visione.
L’avanzamento nel territorio di I fiumi conduce verso una dimensione ancora più
intensamente visionaria in questo testo:
Animali
Da separate parti la natura compone un
sole che era esploso
come un fico maturo e che ora
recupera i suoi semi al fianco vuoto sedendo
sul retro del mattino: l’odore
della luna vide leone
e leonessa in coppia etrusca su
un ciottolo di sbarre piangere la prigionia dei grilli e
pascersi di cigni reali per acqua e il loro gorgo
domestico affacciarsi all’amore: quindi
non vide e la campagna cominciò
da vene in pioggia asciutta un
liquido duro smarrito al pascolo
dell’uomo che scherza alle tre di notte
Domani balzò dalla cisterna tra i campi: felino
mongolo nei denti e nei pensieri detestò sull’acqua
e ad un comando parve il mare del Nord la morte
per freddo del Genio nella lampada e i due feroci amanti
presso il fico di sole e
la luna assorta nel fieno si udirono guardati.
In Animali, il paesaggio appare come un ambiente di metamorfosi continue, dove
elementi animali e planetari si intrecciano generando un sistema di immagini che
agisce come una vera e propria topografia allucinata.
All’inizio troviamo subito una scena cosmica: “Da separate parti la natura
compone un/ sole che era esploso/ come un fico maturo”. L’immagine stabilisce
una relazione organica tra cielo e terra, per cui il sole viene assimilato al
frutto del fico, elemento vegetale che richiama fertilità e maturazione.
L’esplosione non ha valore semplicemente distruttivo ma anche, panicamente,
generativo: il sole dissemina i suoi “semi”, avviando un processo di
dissoluzione e ricomposizione della natura, attraverso il quale il cosmo si
presenta come un organismo in cui ogni elemento partecipa a una circolazione
vitale. Anche qui la soglia assume una forma sensoriale: il sole “recupera i
suoi semi al fianco vuoto sedendo/ sul retro del mattino”. L’alba come momento
del giorno che apre a un passaggio rappresenta uno spazio intermedio, un retro
del tempo in cui la natura sembra riordinare le proprie energie.
Nello “scavalcamento” tra la prima e la seconda strofa è introdotta una
dimensione esplicitamente animale e rituale: “l’odore// della luna vide leone/ e
leonessa in coppia etrusca”, in cui, attraverso la “coppia etrusca” è richiamata
una memoria arcaica, quasi funeraria, come se la scena animale fosse iscritta
dentro una tradizione simbolica antichissima. Il paesaggio diventa un luogo dove
le presenze animali agiscono come figure totemiche e custodi di un sapere
primordiale. Il “ciottolo di sbarre” su cui i leoni piangono la prigionia dei
grilli crea un accostamento inatteso tra libertà e cattività, tra dimensione
naturale e costrizione, così che il mondo possa apparire attraversato da una
tensione continua tra forza vitale e limitazione. Il movimento successivo amplia
ancora lo spazio visionario: i leoni “si pascono di cigni reali per acqua e il
loro gorgo/ domestico” si affaccia all’amore, in questo passaggio si uniscono
violenza e armonia, nutrimento e desiderio, e si costruisce un campo simbolico
in cui gli animali, incarnando energie primarie dell’esistenza, trascinano
l’ambiente in un territorio liturgico, a un coito panico, trans-formativo.
Quando il testo afferma che “quindi// non vide”, si apre un improvviso vuoto
percettivo che segnala una discontinuità disposta a riorganizzare tutto il
paesaggio. La palingenesi ha origine “da vene in pioggia asciutta un / liquido
duro smarrito”, quando, cioè, in maniera sotterranea il territorio si presenta
come un corpo attraversato da flussi invisibili all’interno del quale appare la
figura dell’uomo: “pascolo/ dell’uomo che scherza alle tre di notte”. La
presenza umana non occupa una posizione dominante, è marginale e al contempo
immersa nello stesso spazio animale che governa il paesaggio, compresenza non
inerte ma egualitaria nello spazio che ri-crea il mondo.
Nell’ultima parte del testo si intensifica ulteriormente la dimensione
simbolica: “Domani balzò dalla cisterna tra i campi”, il futuro assume una forma
animale, quasi felina; “felino// mongolo nei denti e nei pensieri”, il tempo
insieme allo spazio continua a trasformarsi fino all’apparizione di un’immagine
quasi epica – “parve il mare del Nord la morte/ per freddo del Genio nella
lampada” – che accosta elementi culturali e naturali, mito e geografia, fino a
“i due feroci amanti/ presso il fico di sole e/ la luna assorta nel fieno si
udirono guardati” che rovescia l’esperienza sensoriale nella quasi sinestesia
allucinata del finale (dico quasi, perché in realtà non si capisce chi guardi i
due amanti, tra l’altro difficilmente riconoscibili anche se il testo ci lascia
pensare alla “coppia etrusca” del leone e della leonessa), per cui anche il
linguaggio finisce immerso nel ricomporsi magmatico del mondo.
Lo slittamento sensoriale appena osservato è uno dei tratti più caratteristici
della scrittura di Ceni. Il linguaggio attraversa continuamente le frontiere tra
i sensi in funzione di una percezione amplificata del contesto, come ci dice
quest’altro testo che si incontra nella seconda sezione di I fiumi:
Smattina la prima aria
Rientrano supernove nella voce, omicidi nei pensieri,
la prua del creato intimida ed arretra
nei capelli di una fiamma,
impazziscono fiumi che puniscono gli argini
di un regno brado e armonioso e sbaglia, si
sbaglia alta nel cielo una preda tale
che il cessare alla vita è per vedere.
Solitario, in una morte oblunga e fioca,
le buone bugie nella punta del trave
folgorate di vento ed il racconto
sterile in ascolto, avanzi domani
nell’insondabile spazio nero della richiesta
come una donna senza latte.
Sano dalle presenza che umiliano il
corvo su un bolo di fieno o un cane sciocco
sulla prateria, gli incubi capaci nel seme
abili nello stelo e nel paniere,
Delhi ai suoi giovani cerchi
al suo abisso che trionfa di sete
bomba il tuo anno al massimo volare.
Anche qui si stabilisce immediatamente una dilatazione vertiginosa del campo
percettivo (a partire già dal titolo con la neoformazione “smattina” esposta in
modo violento e intransigente). “Rientrano supernove nella voce, omicidi nei
pensieri”: le supernove, stelle esplose nello spazio profondo, rientrano nella
voce, come se il linguaggio fosse in grado di contenere e riflettere le
trasformazioni dell’universo, così come in Animali il linguaggio-uomo era
contenuto nell’universo. Il modus operandi di Ceni, nella sua prima raccolta,
sembra costantemente rimettere in gioco l’origine del rapporto tra poesia e
natura, prendendo assai sul serio il magistero di Mallarmé e del suo coup de
dés. La voce che contiene e il pensiero “omicida” che segue e può conseguirne,
diventano spazi di risonanza in cui il cosmo e la storia umana si incontrano
costantemente, quasi ciclicamente (in questo è rintracciabile la vicinanza
tematica con i poeti finora incontrati, nonostante la distanza stilistica resti
abnorme).
Subito dopo compare l’immagine della “prua del creato”, che “intimida ed arretra
/ nei capelli di una fiamma”. Il creato assume qui una configurazione quasi
navale, una prua che avanza e arretra dentro una materia incandescente, la
fiamma, che si fa soglia luminosa dentro la quale il movimento del mondo sembra
concentrarsi. L’immagine introduce una dinamica oscillatoria che attraversa
l’intero testo: il paesaggio si muove, arretra, cambia forma, come se fosse
costantemente in fase di ricomposizione.
La scena successiva rafforza la dimensione territoriale: “impazziscono fiumi che
puniscono gli argini / di un regno brado e armonioso”. Il fiume, sin dal titolo
figura centrale nella raccolta, è chiaramente un simbolo di flusso e
trasformazione continua che adesso, attraverso la sua energia, travolge gli
argini, rompendo la misura che normalmente governa il territorio – e il
linguaggio della poesia. Il regno che emerge da questa rottura è “brado e
armonioso”: due qualità che convivono senza annullarsi indicando un equilibrio
dinamico tra forza selvaggia e ordine naturale. Subito dopo si introduce una
figura di preda smarrita nel cielo: “sbaglia, si/ sbaglia alta nel cielo una
preda tale/ che il cessare alla vita è per vedere”. Qui il testo tocca uno dei
nuclei più profondi della raccolta: la visione nasce sempre da uno scarto, da un
errore percettivo che consente alla realtà di mostrarsi in modo inatteso. La
morte stessa diventa un passaggio verso la visione: cessare alla vita significa
aprirsi a un altro sentire e a un vedere ulteriore, a un’oltranza.
La seconda parte del testo introduce una dimensione più raccolta e notturna.
L’immagine della “morte oblunga e fioca” crea una sospensione temporale, mentre
“le buone bugie nella punta del trave/ folgorate di vento” suggeriscono un
sistema fragile di narrazioni che vengono improvvisamente attraversate da una
forza esterna. Il racconto appare “sterile in ascolto”, incapace di generare
significato stabile. La poesia si muove allora verso uno spazio più profondo:
“l’insondabile spazio nero della richiesta”. Questo spazio della domanda è
fondamentale nel testo in questione ma anche in altre zone del mondo poetico di
Ceni – come già avevamo intravisto in I cuori delle aquile – perché la richiesta
non ha risposta immediata, rimane aperta come un vuoto generativo dentro cui il
linguaggio continua a interrogare il mondo.
L’immagine finale della seconda strofa – “come una donna senza latte” –
introduce un elemento corporeo che radicalizza la sensazione di mancanza. La
figura materna priva di nutrimento trasforma la richiesta in un gesto
impossibile di sostentamento simbolico. Il paesaggio poetico diventa così un
luogo dove desiderio e privazione convivono, dove la vita appare esposta a una
tensione continua.
Nell’ultima strofa il testo ritorna a una dimensione più apertamente
territoriale. “Sano dalle presenze che umiliano il/ corvo su un bolo di fieno o
un cane sciocco/ sulla prateria” costruisce una scena quasi arcaica, in cui
animali e campagna compongono un paesaggio primitivo. Il corvo e il cane
appaiono come figure liminari, presenze che abitano il confine tra domestico e
selvatico, all’interno del quale gli incubi diventano “capaci nel seme/ abili
nello stelo e nel paniere” e l’angoscia è trasformata in una forza germinativa
che attraversa l’intero ciclo vegetale.
Il testo si chiude con una visione che dilata nuovamente lo spazio: “Delhi ai
suoi giovani cerchi/ al suo abisso che trionfa di sete”. La città lontana è un
centro simbolico che racchiude movimento e profondità e, infatti, l’ultimo verso
– “bomba il tuo anno al massimo volare” – produce una tensione ascensionale che
lascia il testo sospeso in un movimento di espansione, anche semantica, visto
che la bomba è trasfigurata nel suo agire, un “bombare” che apre a nuovi quadri
per quanto esplosivi e capaci di annientare.
La percezione della relazione in I fiumi è costruita con giochi tensivi carichi
di oscillazione, la magia della parola in Ceni è quella di, nonostante
l’oltranzismo sintattico e lessicale, reggere agli urti delle forze ambivalenti,
una resilienza che non si accontenta dell’assedio del mondo ma risponde senza
risparmiarsi e senza “bruciare” il soggetto nello stesso incontro. Il mistero
resta aperto perché il soggetto sa scomparire nella parola rilanciandola nuda
verso il lettore (il referente simbolo del rapporto non solo in poesia).
Ricordiamoci, infatti, che la presente raccolta si apre così:
> Io vorrei saper dire amore
> amore amore amore
> come fanno i dementi
> ed essere infelice infelice
> per il troppo bene
invocando poi un “voi del mondo invisibile” che implica non solo la ricerca di
un contatto ma anche la difficoltà di raggiungerlo se non per vie traverse, cioè
attraverso modi di sentire “altri”, attraverso nuovi scandagli e, infine, visto
che di poesia stiamo parlando, nuove misure.
Verso la fine di I fiumi, mentre in ultima posizione troviamo Frammento, che ci
parla dell’insufficienza di “tutte le misure umane” per valutare la relazione –
“ci separerà la vita non la morte” –, in penultima posizione, troviamo proprio
un testo che ci parla dell’opposto del calcolo, di una relazione che non si
risparmia nonostante la presenza di un’ombra:
> Nel letto prato macchina carbonizzata rotolante degli amanti
> un fantasma distende le gambe,
> in questa camera
> due corpi non si sono risparmiati
> né spento luce o aperto la trappola
> in cui sono cascati
> eppure entrambi sapendo
> dall’ombra della stanza abbracciata
> dei fulmini a banderuola sul tetto
> e ancor più della loro rovina
> curiosa e pettegola
> con un recinto da orto per occhio.
Come dicevamo, qui la tensione relazionale raggiunge una delle espressioni più
radicali nell’opera di Ceni. La scena si apre con un’immagine densissima: “Nel
letto prato macchina carbonizzata rotolante degli amanti”, dove niente è stabile
o può esprimersi attraverso una sola figura ma attraversa più stati della
materia. Il letto è contemporaneamente prato, luogo di natura e apertura
sensoriale, e macchina carbonizzata, residuo di combustione e di rovina. Il
movimento “rotolante” introduce un dinamismo che appartiene al gesto amoroso
come all’intero campo energetico del testo. L’amore non è collocato in uno
spazio neutro o protetto: è immediatamente immerso in un territorio bruciato,
attraversato da forze che hanno già lasciato segni di devastazione. Il
territorio della relazione torna così a configurarsi come uno spazio sensoriale
e visionario, dove natura e residuo tecnologico convivono nella stessa immagine
come se fossero due facce della stessa esperienza.
In questo spazio compare “un fantasma [che] distende le gambe”. La presenza
spettrale non introduce semplicemente una dimensione perturbante; è piuttosto
una figura della memoria o della coscienza che abita la relazione. Come accade
in molti testi della raccolta, la scena è abitata da presenze che osservano o
che si collocano ai margini della visione, qui il fantasma accompagna l’incontro
degli amanti, quasi fosse la traccia di un sapere che si deposita accanto al
gesto amoroso. La camera è una zona di transito alla visione, l’apertura (in
questo frangente, almeno sul piano concettuale, così vicina alla crepa
magrelliana) verso altri piani percettivi.
La dichiarazione centrale del testo – “due corpi non si sono risparmiati” –
riprende in modo limpido quella resilienza della parola e dell’esperienza che
attraversa tutta I fiumi. I corpi entrano nel rapporto senza economia, e
l’amore, pur non regolato da calcolo o prudenza, non è un semplice abbandono
distruttivo. L’immagine della “trappola/ in cui sono cascati” suggerisce che la
relazione possiede una forza attrattiva che precede la volontà dei soggetti. I
due corpi sentono di essere entrati in un dispositivo che li coinvolge fino in
fondo. L’ombra della stanza esaspera la percezione come uno spazio di risonanza
in cui si raccolgono segni e presagi: “Dall’ombra della stanza abbracciata/ dei
fulmini a banderuola sul tetto”. L’immagine dei fulmini trasformati in
banderuole accenna a una trasformazione rapidissima, per cui il movimento
atmosferico e la casa, con il suo tetto e le sue banderuole, diventa una specie
di strumento sensibile che intercetta e rimescola le energie del mondo. Anche
qui il territorio relazionale si espande oltre la stanza: la scena amorosa si
collega a un campo più ampio, quasi cosmico, in cui il tempo meteorologico e
quello affettivo si sovrappongono.
La poesia culmina in una figura di osservazione inattesa: la rovina stessa
appare “curiosa e pettegola/ con un recinto da orto per occhio”. La rovina non è
soltanto distruzione; possiede uno sguardo, un occhio delimitato come un orto.
Questa immagine straordinaria riporta la visione alla dimensione terrestre e
domestica. L’orto è uno spazio coltivato, circoscritto, dove la vita cresce
sotto l’attenzione di chi lo cura e trasformare l’occhio della rovina in un
recinto da orto significa attribuire allo sguardo della distruzione una qualità
quasi agricola: una vigilanza minuta, curiosa, capace di osservare i dettagli
della relazione e pronta a far crescere e costruire.
Lo sviluppo di questo movimento di attrazione/repulsione relazionale si esprime
con una maggiore concentrazione simbolica, in direzione di una ricerca della
struttura profonda che tiene insieme i fenomeni, in La natura delle cose (1991).
Nella seconda raccolta di Ceni, il paesaggio resta centrale, ma la sua funzione
si modifica leggermente: pur restando il campo energetico in cui il soggetto si
espone, diventa anche il luogo in cui si manifesta una trama di corrispondenze
che lega corpi, animali, elementi e presenze invisibili, oltranzistiche. La
relazione, che in I fiumi si configurava come immersione in un flusso sensoriale
e visionario, tende qui a manifestarsi sempre più come una zona di passaggio,
uno spazio intermedio in cui le cose si toccano senza mai coincidere
completamente. Appaiono con più frequenza figure interlocutorie, veri e
propri media relazionali.
In questo senso la seconda raccolta rende ancora più evidente quella dimensione
del “tra” che abbiamo individuato e per cui la parola diventa il luogo di
tra-esistenza, un campo in cui la realtà non è posseduta né nominata
definitivamente ma attraversata come una forza viva. La natura è sempre
una presenza attiva ma anche un organismo simbolico dentro cui il soggetto si
muove e si trasforma.
La natura delle cose può essere letto come il libro liminare, della soglia dove
il rapporto si ravviva, della zona in cui il linguaggio, il corpo e il paesaggio
si attraversano reciprocamente. Tra l’intensità visionaria e la necessità di
mantenere aperto il mistero del mondo si muovono praticamente tutti i testi del
libro, in continuità con quello precedente – di cui, occorre sottolinearlo, Ceni
riporta sei testi d’apertura modificandone la collocazione – ma anche con uno
spostamento significativo verso spazi più “aperti”, siderali:
Ascesa della luna
I muti nello spazio
i salve agli abitanti a terra
alcuni uomini accucciati negli abeti
le pietre ancora nelle cave
nuvola polvere
colle pendìo
passeggiare la sosta
rendere immobile il via,
sequenze del distacco
dei passi intuiti per le foglie
che il sole conduce al recinto
ai suoi carri e per le froge:
una fiamma di cortecce
il dormiente
e poi su tutti loro.
In Ascesa della luna, il titolo stesso suggerisce un movimento verticale anche
se non dell’uomo ma del corpo celeste. Il testo si apre con una scena sospesa –
“I muti nello spazio/ i salve agli abitanti a terra” – che mette immediatamente
in relazione due livelli di esistenza. Da una parte il silenzio siderale,
dall’altra il gesto umano del saluto. Quest’ultimo è una forma elementare di
comunicazione, un segnale lanciato verso l’altro nel tentativo basilare del
contatto mentre sembra avvenire un allontanamento. Subito dopo il paesaggio si
popola di presenze terrestri – “alcuni uomini accucciati negli abeti/ le pietre
ancora nelle cave” –, di uomini e pietre presentati nello stesso campo
percettivo, come se appartenessero a una medesima condizione originaria.
L’immagine degli uomini accucciati negli abeti suggerisce una posizione quasi
animale, di ascolto o di attesa, per cui il dominio umano è inesistente, mentre
la partecipazione al ritmo della natura delle “pietre ancora nelle cave” sembra
indicare uno stato originario.
La sequenza successiva procede per frammenti quasi cinematografici: “nuvola
polvere/ colle pendìo/ passeggiare la sosta/ rendere immobile il via”. Il
linguaggio registra passaggi di stato, piccoli slittamenti tra azione e
immobilità. “Passeggiare la sosta” e “rendere immobile il via” sono espressioni
che sospendono la logica lineare del tempo e il movimento e l’arresto si
intrecciano fino a diventare quasi indistinguibili. Questa oscillazione è tipica
della zona liminare individuata, per cui il mondo è un campo di forze
continuamente rimodulabile.
Il momento centrale del testo arriva con “sequenze del distacco/ dei passi
intuiti per le foglie” dove la relazione tra soggetto e paesaggio si costruisce
per mezzo dell’attenzione alle tracce che con l’apparizione del sole conducono
il testo in una dimensione arcaica – “che il sole conduce al recinto/ ai suoi
carri e per le froge”. Proprio il sole guida il movimento come una forza
primordiale, e il riferimento alle “froge” metonimicamente introduce la
componente animale che ricorda quanto il paesaggio di Ceni sia sempre in
contatto con l’aspetto selvatico dell’esistere; l’universo del testo è popolato,
infatti, da energie che collegano uomini, animali ed elementi naturali in
un’unica trama.
Il finale intensifica ulteriormente l’accensione visionaria: “una fiamma di
cortecce/ il dormiente/ e poi su tutti loro”. La fiamma di cortecce, insieme
alla presenza del dormiente che richiama gli uomini accucciati negli abeti,
potrebbe alludere a un esordio cui l’incendio ricondurrebbe come condizione per
un nuovo accesso al paesaggio. L’ultima espressione – “e poi su tutti loro” –
sembra riferirsi proprio all’ascesa della luna annunciata dal titolo per
chiudere un tragitto vertiginoso e spiraliforme di creazione, distruzione e
ri-creazione. La poesia di Ceni si presenta spesso in questi movimenti di
contrazione sintattica e condensazione lessicale, necessari per rendere il
linguaggio estremamente inclusivo senza perdere lo slancio visionario e, quindi,
l’essenza di un messaggio sempre aperto alla fuggevolezza e al mistero. La
relazione è cosmica, e la parola poetica si colloca proprio in quel punto di
passaggio in cui la terra e il cielo si incontrano e scontrano senza mai
coincidere del tutto.
Nella prospettiva di un conflitto sempre in corso tra basso terreo e vetta
siderea, in parte incontrato in Ascesa della luna, ci imbattiamo in quest’altro
testo:
Il giardino di Galileo
Radissimi astri
sul campo di zucche,
le enormi teste dei cavoli
accennanti al più lieve passaggio
e il liquame verdastro di alcune creature:
più sotto rintanano bulbi,
all’esterno torti e straziati sotto il chiarore dei raggi,
sembra di camminare sui gusci
del cammino a ritroso dei mari,
così una Sirena s’attorciglia,
confonde in quel viluppo di secchi di gamberi cavi
mezzo ritta sulle elitre,
un gran pesce luccicante
con festuche appiccicose sul corpo:
Urano s’appoggia
a una serie indiana di pali,
goccia un liquido denso, d’opale,
beve il latte che mortifica i tessuti,
l’erba della dimenticanza ed il suo fiore:
“Quando le trame non sono ancora
ed i legami vulnerabili,
un dio ti siede accanto e
osserva il suono d’uomini che camminano nel cielo,
dal varco di luce della sua bocca
nel mio orecchio fluisce come olio”.
Tutt’oggi una cosa
ha sostato in bilico della casa,
col buio è scesa nelle siepi
infinita ed eterna,
urtando vasi col muso
“facendo un vento di semi, e
ha ucciso un cespuglio, guardandolo:
dormono le streghe sulla stufa
fumando la pipa, dai rami pendono
frutta bollita mandorle amare e
oltre il riparo dei pruni
si spargono uccelli sul pane di ieri,
ed è tutto un leccare e lappare
di bestia all’abbeverata,
cuoce piano un bambino nel forno:
“Discesi allora nel tempio
e aprii sulle stelle
il tetto scorrevole:
basse sull’orizzonte
nel palustrìo,
mentre varcato il recinto e frante le uova
i galli schiamavano e schiamavano
per il Ferro al centro della Terra:
parlammo in un denso fumo”.
Insonne, straniero,
senza memoria e
oppresso dal ricordo
resto cieco su un gesto abituale
incoronato d’alloro.
Galileo Galilei, lo scienziato che ha trasformato il modo di guardare il cielo,
è evocato attraverso uno spazio concreto e domestico, il giardino, come se il
luogo dell’osservazione astronomica fosse in realtà il terreno vegetale, umido,
animale. In questo modo Alessandro Ceni mette in scena esplicitamente quella
tensione tra basso e alto che attraversa tutto La natura delle cose. Il testo si
apre infatti con un’immagine che unisce immediatamente i due poli: “Radissimi
astri/ sul campo di zucche”. Il cielo e l’orto entrano nello stesso campo
percettivo, gli astri sembrano quasi appoggiarsi al terreno, mentre il campo di
zucche, con le sue forme tonde e pesanti, sembra replicare ironicamente la forma
dei pianeti. Questa contiguità crea una sorta di cosmologia rurale, dove il
movimento degli astri si riflette nel ciclo vegetale.
Il paesaggio subito dopo si addensa di materia viva e in decomposizione – “le
enormi teste dei cavoli”, “il liquame verdastro di alcune creature”, “bulbi
rintanati” –, tutto avviene nella zona bassa del mondo, nell’humus, in una
dimensione quasi sotterranea dove un universo brulicante e organico richiama
allo stesso tempo generazione e disfacimento. Il camminare “sui gusci/ del
cammino a ritroso dei mari” suggerisce una stratificazione geologica: la terra
porta in sé la memoria del mare primordiale. Ancora una volta lo spazio si
dilata temporalmente, e il giardino diventa un luogo dove si incontrano epoche
diverse della natura. In questo scenario compare una figura mitica inattesa:
la sirena. Il suo attorcigliarsi tra “secchi di gamberi cavi” e gusci introduce
una dimensione arcaica e simbolica. La sirena è figura mitologica, ma qui si
trova in mezzo agli scarti di un paesaggio agricolo, come se la dimensione
leggendaria emergesse direttamente dalla materia quotidiana. Il linguaggio di
Ceni continua così in direzione della trasgressione e disgregazione del confine
tra naturale, mitico e cosmico.
L’apparizione di Urano, il cielo personificato, accentua ulteriormente il
movimento verticale del testo. “Urano s’appoggia/ a una serie indiana di pali”:
il cielo sembra scendere fino a poggiarsi sugli elementi più semplici del
paesaggio umano, i pali di un recinto o di una coltivazione. Il cosmo entra
fisicamente nello spazio del giardino. Anche qui la relazione avviene nella zona
del “tra”, nella soglia in cui il divino e il terrestre si avvicinano in una
specie di fusione affabulatrice che preannuncia un nuovo racconto. Il lungo
discorso diretto che segue, infatti (“Quando le trame non sono ancora/ ed i
legami vulnerabili…”), introduce una dimensione quasi iniziatica: un dio siede
accanto al soggetto e ascolta “il suono d’uomini che camminano nel cielo”.
L’immagine rovescia completamente l’ordine abituale della percezione: sono gli
uomini a camminare nel cielo, mentre il dio ascolta dalla terra. Il suono
fluisce “come olio” dall’apertura luminosa della bocca divina all’orecchio
umano. È un’immagine di trasmissione, quasi sacrale, che ricorda una forma di
conoscenza arcaica più che scientifica.
La sezione successiva del testo precipita nuovamente nella dimensione terrena e
quasi stregonesca: una presenza indefinita scende nelle siepi, “urtando vasi col
muso”, sollevando “un vento di semi”. La scena diventa notturna e domestica,
popolata da animali, piante, oggetti della vita quotidiana. Anche qui però la
dimensione naturale è attraversata da presenze visionarie: streghe che fumano la
pipa, frutti bolliti che pendono dai rami, uccelli che si spargono sul pane. La
terra si trasforma in un teatro di metamorfosi continue.
L’episodio del bambino che “cuoce piano nel forno” introduce un’immagine
disturbante ma ancora rituale. Come spesso accade in Ceni, il mondo umano entra
nella scena come parte vulnerabile di un sistema più ampio. Il sacrificio, reale
o simbolico, suggerisce naturalmente la dimensione eternamente primitiva del
rapporto tra uomo e natura.
La scena successiva riporta il testo verso l’alto: il soggetto scende nel tempio
e “apre sulle stelle/ il tetto scorrevole”. Qui la dimensione astronomica
diventa esplicita. Il tempio e l’osservatorio coincidono, come se il gesto
scientifico di Galileo fosse anche o nient’altro che un gesto sacro. Guardare le
stelle significa aprire un varco tra terra e cielo. Intorno, però, il paesaggio
resta pienamente terrestre: galli che schiamazzano, uova che si rompono, il
“Ferro al centro della Terra”, il cosmo attraversa la materialità del mondo.
Il finale riconduce tutto all’esperienza del soggetto: “Insonne, straniero,/
senza memoria/ e oppresso dal ricordo”, l’io appare disorientato, sospeso tra
dimenticanza e memoria, tra appartenenza e estraneità. Il gesto abituale che lo
lascia cieco e “incoronato d’alloro” potrebbe alludere proprio alla conoscenza –
scientifica o poetica – che tenta di comprendere il mondo. L’alloro, richiamando
proprio la gloria e la consacrazione poetica, assume qui una valenza ironica e
alla fine del viaggio percettivo e conoscitivo, il soggetto resta comunque
immerso nel mistero, evidentemente non avendo concluso in realtà alcun tragitto.
In questo testo, il giardino è evidentemente lo spazio di intersezione dove si
incontrano cielo e terra, mito e scienza, vegetale e cosmico, è la zona liminare
del “tra” dove la relazione tra le cose non è mai chiusa ma continuamente
riaperta dalla parola della poesia.
Gianluca D’Andrea
(continua)
L'articolo “Io vorrei saper dire amore amore amore amore”. Sulla poesia di
Alessandro Ceni proviene da Pangea.
1.2 LINGUAGGIO COME SPAZIO DI PASSAGGIO: ANTONELLA ANEDDA
Se nella poesia di Milo De Angelis il “tra” si configura come zona di massima
tensione in cui il soggetto si espone al limite senza poterlo ricomporre, nella
scrittura di Antonella Anedda questa condizione si declina in una direzione
diversa, più silenziosa e laterale. Il linguaggio non insiste sul punto di
frattura, ma si dispone nello spazio che circonda l’evento, lo accompagna, lo
veglia. Il “tra” non è più sl luogo della crisi, ma diventa uno spazio di
prossimità: un ambito in cui l’esperienza, pur nella sua radicale precarietà,
può essere tenuta aperta senza essere forzata in una forma risolutiva. Il
linguaggio si dispone come luogo, non come strumento di rappresentazione: uno
spazio in cui accadono le relazioni, sostano gli eventi e si accolgono le
presenze senza ridurle a una forma definitiva.
Sin da Residenze invernali (1992), il linguaggio poetico si colloca in una
dimensione sospesa. Il desiderio non è quello di dire, ma di disporre a una
condizione:
Le nostre anime dovrebbero dormire
come dormono i corpi sottili
stare tra le lenzuola come un foglio
i capelli dietro le orecchie
le orecchie aperte
capaci di ascoltare.
Carne appuntita e fragile, cava
nel buio della stanza. Osso lieve.
Così la membrana stringe
la piuma alla spalla dell’angelo.
Trasparenti sono le orecchie dei malati
dello stesso colore dei vetri
eppure ugualmente sentono
il rullio dei letti
spostati dalle braccia dei vivi.
Alle quattro, nei giorni di festa
hanno fine le visite. Lentamente
le fronti si voltano verso le pareti.
Nei corridoi vuoti scende una pace d’acquario.
Luci azzurre in alto e in basso
sulla cima delle porte
sul bordo degli scalini.
Luci notturne.
I malati dormono gli uni
vicini agli altri posati
su letti uguali.
Solo diverso è il modo
di piegare le ginocchia
se le ginocchia
possono piegare, diversa
l’onda delle loro coperte.
Pochi riescono ad alzarsi sulla schiena
come nelle malattie di casa
e ogni letto ha grandi ruote di metallo dentato
molle che di scatto
serrano il materasso
o di colpo lo innalzano.
Il letto stride, si placa.
Luci di Natale.
La corsia è una pianura con impercettibili tumuli.
Con quali silenziosi inchini s’incontrano i pensieri dei morti.
Luci d’inverno.
Nella sala degli infermieri luccicano carte di stagnola
l’odore del vino sale nell’aria.
Se i vivi accostassero il viso ai vetri appannati
se allungassero appena le lingue
il vapore saprebbe di vino.
C’è un attimo prima della morte
la notte gira come una chiave.
Quali misteriosi cenni fanno i lampioni ai moribondi,
quante ombre lasciano i corpi.
Le dieci. Sulla tovaglia una pentola
con un coniglio rovesciato di lato
patate bollite, asparagi passati in casseruola.
Nella stanza regna una solenne miseria.
I vivi si chiamano come da barche lontane.
La poesia mostra come il linguaggio si muova evitando ogni affermazione
definitiva. Le parole tengono aperta la possibilità dell’esperienza, accogliendo
la fragilità dei corpi, la vicinanza dei vivi e dei morti, la durata degli
attimi più impercettibili. La scrittura di Anedda sembra radicalizzare l’idea
del linguaggio come spazio di passaggio, come luogo in cui ciò che eccede la
parola può trovare respiro, dove il lettore diventa compagno di transito in una
dimensione di cura e attenzione.
L’incipit di Le nostre anime dovrebbero dormire introduce una condizione
desiderata, quasi una postura dell’esistenza e della parola:
> Le nostre anime dovrebbero dormire
> come dormono i corpi sottili
> stare tra le lenzuola come un foglio
> i capelli dietro le orecchie
> le orecchie aperte
> capaci di ascoltare.
Il verbo “dovrebbero” apre uno spazio ipotetico, sospeso. L’immagine del foglio
tra le lenzuola indica una condizione intermedia, una superficie sensibile dove
il linguaggio si colloca, così l’ascolto precede la parola, e la parola nasce
già esposta.
> Così la membrana stringe
> la piuma alla spalla dell’angelo.
L’angelo che appare in questa zona testuale è dettaglio corporeo che annuncia
una prossimità materiale, senza trascendenza. Spalla, piuma, membrana, ciò che
conta non è l’angelo in quanto figura, ma la modalità del contatto. La membrana
– termine chiave – invece di separare, tiene insieme: è superficie di passaggio,
zona di aderenza. In questo senso la figura dell’angelo risolve l’“altrove”,
nell’“oltranza” fragile che abita lo spazio del corpo nella stanza.
La piuma, tradizionalmente segno di leggerezza o spiritualità, è qui trattenuta,
stretta, quasi contenuta. L’angelo non vola, non si muove: è fermo, esposto,
coinvolto nella stessa condizione di vulnerabilità che attraversa i corpi malati
e dormienti. La sua presenza intensifica la scena, mostrando ciò che solitamente
immaginiamo come trascendente in una dimensione di prossimità sensibile. In
questa prospettiva, l’angelo può essere letto come figura-limite del “tra”: non
appartiene pienamente né al mondo dei vivi né a quello dei morti, né al corpo né
alla pura astrazione. È una presenza che sta sulla soglia, senza dominarla ma
diventandone “membrana”, appunto, superficie sottile. Il linguaggio fa con
l’angelo ciò che fa con il resto del testo: non lo spiega, non lo eleva a
simbolo, lo lascia accadere come parte dello spazio condiviso, così la sua
presenza mantiene aperto il senso della strofa in una modalità di co-esistenza
fragile, per cui anche ciò che eccede il corpo resta vincolato a un’estensione,
a un contatto, a un limite.
A ben guardare, forse, la forza dell’immagine non sta tanto nell’angelo
quanto nella piuma e nel modo in cui essa viene trattata. La piuma non è qui
segno di ascesa o di leggerezza spirituale, ma residuo corporeo, elemento
minimo, vulnerabile. Il fatto che sia “stretta” dalla membrana la sottrae a
qualsiasi idealizzazione: non vola, non indica l’alto, è trattenuta, quasi
protetta, e funzionale proprio nel suo essere un tessuto delicatissimo. Così, la
figura angelica viene ricondotta dentro una logica della carne, o meglio di una
corporalità ridotta all’essenziale. La spalla dell’angelo, allora, più che un
simbolo è un punto di appoggio, una parte esposta, cagionevole quanto le “ossa
lievi” e la “carne appuntita e fragile” che precedono. L’angelo è incluso nel
corpo condividendo la condizione umana. La piuma diventa così anche un tramite
di umiltà: anche ciò che tradizionalmente è pensato come incorporeo appare qui
soggetto a una stessa economia del limite, della delicatezza, della cura. Il
linguaggio insiste su materiali minimi che aprono zone di contatto e in questa
prospettiva l’angelo testimonia che finisce l’esposizione, il fuori, a favore
della partecipazione. Ed è proprio attraverso questa compartecipazione che
il “tra” prende forma, senza separare i piani ontologici e nella possibilità che
l’alterità si riduca fino a farsi prossima.
L’esposizione corporea si approfondisce nella sezione dedicata ai malati, dove
la trasparenza – “dello stesso colore dei vetri” – non equivale a perdita di
percezione, ma proprio a una forma diversa di contatto:
> eppure ugualmente sentono
> il rullio dei letti
> spostati dalle braccia dei vivi.
Il linguaggio registra senza commentare, si limita a stare nella vicinanza
dell’esperienza. Il “tra” prende forma nella relazione silenziosa tra vivi e
malati, tra movimento e immobilità, tra visita e abbandono. Anche il tempo è
sospeso: “Alle quattro, nei giorni di festa/ hanno fine le visite”. Il verso
lascia accadere la separazione senza enfasi, come un fatto che il linguaggio può
solo accompagnare.
La scansione delle “luci” – notturne, di Natale, d’inverno – costruisce una
topografia percettiva per cui il linguaggio si fa spazio concreto dentro il
quale le presenza si dispongono:
> La corsia è una pianura con impercettibili tumuli.
> Con quali silenziosi inchini s’incontrano i pensieri dei morti.
Qui il “tra” coinvolge esplicitamente anche i morti, i loro stessi “pensieri” si
muovono nello spazio della corsia, si spartiscono il luogo con i vivi. Il
linguaggio mette in relazione i piani di esistenza attraverso una prossimità
discreta, quasi impercettibile e senza dimenticare l’oltranza dell’esperienza
condivisa.
Nella strofa successiva, il passaggio tra vita e morte è indicato come un
“attimo” comune, nessun evento solenne:
> C’è un attimo prima della morte
> la notte gira come una chiave.
Il linguaggio nomina il momento che precede la morte, si ferma sulla soglia,
senza oltrepassarla. È qui che la parola mostra la sua funzione di spazio di
passaggio: non dire soltanto ciò che accade, ma rendere percepibile il punto in
cui qualcosa sta per accadere.
Il finale, con il ritorno alla dimensione domestica e quotidiana, riapre il
discorso su un’altra soglia:
> I vivi si chiamano come da barche lontane.
La distanza, così, si fa attraversabile, lo spazio tra le barche è come se fosse
udibile. L’esperienza si mantiene aperta come luogo di relazione per quanto “a
distanza” e il “tra” diventa uno spazio etico prima che concettuale, un modo di
stare nel mondo senza possederlo.
Nel 2003, Anedda pubblica Il catalogo della gioia dove possiamo trovare un
testo, Anabasi, in cui il linguaggio pur registrando una condizione di
esposizione, come accadeva in Le nostre anime dovrebbero dormire, si misura
apertamente con il problema del movimento nello spazio e del passaggio tra
esterno e interno. Il titolo stesso suggerisce un avanzamento non lineare, un
procedere che ha come fine più che la conquista o il dominio, l’attraversamento.
L’epigrafe – “…parve opportuno inoltrarsi verso l’interno…” – introduce una
decisione fragile, quasi provvisoria, che apre a una serie di spostamenti
minimi, percettivi e corporei. Seguendo anche quanto viene scritto subito dopo,
il testo sembrerebbe volere tematizzare una traiettoria che va “dall’esterno
agli oggetti”, dalla distesa aperta a luoghi circoscritti – un cortile, una
finestra, un vaso – senza che questo passaggio produca per forza
un’interiorizzazione, lo vedremo. Lo spazio può restare attraversabile, poroso,
esposto. In questo senso, Anabasi costruisce sequenza di soglie e non una
geografia simbolica:
Anabasi
…parve opportuno inoltrarsi verso l’interno…
… dall’esterno agli oggetti
dalla distesa delle pianure a un cortile
una finestra, un vaso…
1, Alberi
Attraversati dal vento, sotto le nuvole, nel mattino scuro. Da un mese sono
nudi, grigi, sufficienti a se stessi. Cammino sotto i rami: c’è un crepitio
segreto: i pensieri, i capelli, l’unghia di un sentimento a metà staccato: spina
che si prepara, che naviga veloce dentro il sangue.
2, Sere, case.
Sera e non ancora notte con una striscia di rosso sulle case.
Casa lucente, azzurra nel tepore che ci accoglie con le posate
scosse come campane liete.
Sera e quasi notte, solo un’ostia di luce sulle case.
Ancora un riverbero e da una conca di tepore il lungo lamento di una voce, il
tamburo di un corpo contro una parete, una guerra, un dolore, una richiesta
e fuori lo stesso giardino profumato, la magnifica notte.
3, Alba
C’è un autobus che ruota sulla sabbia infuocata. Ci sono l’azzurro-grigio dei
vapori, l’azzurro-nero dei cipressi, la nave che dal porto si allontana e brucia
gli scogli contro i fianchi. Entroterra e orizzonte.
Un cuore di vigneti, il mare di pietra, una fiammata di ulivi, un’onda immobile.
4, Ossa
Mani sul balcone: sangue che la stretta sulla ringhiera sbianca,
minuscole fratture. Seni senza scheletro, capezzoli ciechi
loro lungo buio.
Oggi ogni parola è aria:
la morte ascende al cielo: una foglia di alloro
solo, più staccata di altre, senza più nervature.
5, Occhi, ospedale
Fanali davanti un palazzo a sei piani ocra e nero con una croce sul tetto.
A volte i malati guardano le macchine, in vestaglia, in pigiama a volte
leggermente bendati.
Nei loro corpi c’è una gloria sottile.
In Alberi, è manifesto un movimento sottile tra percezione e corpo, tra soggetto
e ambiente, in cui lo spazio esterno e la realtà fisica degli oggetti diventano
veicoli di esperienza sensibile. I rami nudi, attraversati dal vento e immersi
in un mattino scuro, oltre che semplici elementi paesaggistici sono punti di
contatto con la percezione del soggetto e ne riflettono la vulnerabilità della
coscienza: “c’è un crepitio segreto: i pensieri, i capelli, l’unghia di un
sentimento a metà staccato: spina che si prepara, che naviga veloce dentro il
sangue”, mostra passaggi per cui le percezioni fisiche si intrecciano con il
flusso dei pensieri, e il corpo diventa la soglia dove il linguaggio registra
l’esperienza. La parola accoglie il tremore dei corpi e dei sentimenti, restando
in equilibrio tra ciò che può essere nominato e ciò che sfugge al dire. In
questo senso, il “tra” agisce ancora come condizione operativa: il soggetto
resta permeabile alle tensioni e alle micro-fratture della realtà.
In Sere, case la percezione del soggetto continua a muoversi tra interno ed
esterno, tra il corpo e il paesaggio urbano, in una sospensione senza sintesi.
La luce della sera – “Sera e non ancora notte con una striscia di rosso sulle
case” – segna una soglia temporale e percettiva, un confine che non separa ma
mette in relazione il mondo e l’io. La casa lucente, accogliente, sembra offrire
un ancoraggio, eppure l’attenzione del soggetto percepisce l’imprevedibile: il
riverbero di una voce, un tamburo di un corpo contro una parete, l’eco di guerra
o dolore. La realtà appare frammentata, i dettagli si stratificano senza
comporsi in una narrazione lineare e il linguaggio poetico registra questa
compresenza di elementi senza pretendere di ordinarli. L’esperienza come
transito, continua la negoziazione tra osservatore e ambiente, la soglia si
rivela qui come spazio di tensione, in cui la luce, il suono e la presenza
corporea si intrecciano, e il “tra” diventa pratica della relazione: il soggetto
abita il margine tra cose e percezione, lasciando al linguaggio la funzione di
superficie di passaggio, capace di rendere abitabile l’instabilità del reale.
In Alba, il soggetto poetico si sposta verso un’esperienza più ampia e aperta,
in cui l’orizzonte e l’entroterra diventano campi di attraversamento del senso.
L’immagine dell’autobus che “ruota sulla sabbia infuocata” introduce una
temporalità sospesa, scandita dal movimento dei corpi e dagli oggetti, mentre i
colori dei vapori e dei cipressi e la nave che «brucia gli scogli contro i
fianchi» mostrano la percezione simultanea di paesaggio e memoria, interno ed
esterno, presente e lontano. Qui il “tra” è ancora una volta il margine tra vita
quotidiana e dimensione simbolica: ogni elemento diventa un nodo di connessione,
un punto di passaggio che il linguaggio semplicemente registra. Il cuore dei
vigneti, il mare di pietra, la fiammata di ulivi e l’onda immobile costituiscono
un campo in cui il soggetto si muove in prossimità del mondo, permeabile ai
dettagli e alle tensioni dell’esperienza. Il senso, in questa sezione, si
costruisce nello spazio tra percezione e rappresentazione, con il soggetto
incluso nel flusso della realtà, sospeso ma attento, capace di percepire il
mondo, ma umilmente arreso alla sua inesplicabilità.
In Ossa, il linguaggio di Anedda si concentra sul corpo come tramite tra ciò che
è visibile e ciò che rimane invisibile o implicito: le mani sul balcone e il
sangue che “la stretta sulla ringhiera sbianca” diventano segni tangibili di
fragilità e mortalità, mentre la parola poetica si muove nei dettagli
microscopici – “minuscole fratture”, “seni senza scheletro, capezzoli ciechi” –
senza mai possedere pienamente il senso della vita o della morte. Ogni elemento
corporeo si presenta come punto di contatto, un ponte tra soggetto e mondo, tra
esperienza individuale e fenomeno universale. La scrittura accompagna la
percezione dell’instabilità e della tensione esistenziale, trasformando il
linguaggio in spazio di passaggio, come la stessa corporeità.
In Occhi, ospedale, il percorso di attraversamento si estende ai corpi dei
malati e alla loro relazione con l’ambiente circostante. La percezione del
soggetto si apre alla prossimità e alla compresenza: “Fanali davanti un palazzo
a sei piani ocra e nero con una croce sul tetto” introduce un contesto urbano e
istituzionale, ma la scrittura si concentra sull’esperienza dei malati, sul loro
sguardo e sulla relazione con gli oggetti, la luce, e la presenza degli
altri. Nei corpi degli stessi malati “c’è una gloria sottile”, un accenno alla
vita che persiste nonostante il dolore e la fragilità. Qui il “tra” si dichiara
come inclusione e attenzione condivisa: il soggetto si fa partecipe,
attraversando insieme ai corpi il margine tra vita e morte. La parola poetica
resta sospesa, pellicola di passaggio che permette di abitare l’instabilità e di
percepire le soglie tra interno ed esterno, tra corpo, memoria e mondo.
Forse il testo più rappresentativo del transito costante tra parola e
localizzazione, della parola come luogo di percezione, è rintracciabile nella
raccolta del 2018, Historiae, e in particolare nella poesia Occidente, che
riportiamo di seguito:
Occidente
Ecco le case contadine del Duemila,
sono in piena città nel dirupo sotto il mio balcone,
hanno orti minuscoli, qualche sedia di plastica,
un canneto e sopra i pomodori una tettoia,
sempre di plastica, ma gialla.
Vicino, c’è un circolo bocciofili:
i vecchi gridano quando la palla scocca
la sua gemella di legno nel tragitto.
Resto ferma a guardare, penso a quanto
siamo alti e miopi e assordati.
A nord delle baracche sfrecciano i treni
verso Fiumicino, lo splendente aeroporto della capitale
i vagoni sfiorano la Magliana
i palazzi affollati di lenzuoli,
i supermercati con le merci scontate.
Era così il treno per i turisti
che saltando la periferia
univa Buenos Aires alle ville di Tigre
bianche sopra un fiume di fango.
Non c’erano mendicanti ma ristoranti
musica, tempo mite e forse criminali
– come ovunque – che curavano il prato.
Divago, così vado dall’altra parte della casa,
quella più quieta da cui si vedono i villini,
le facciate dipinte, i giardini con le palme nane.
Tutto perfetto «se non fosse» – dice l’inquilino –
«per i cassoni d’immondizia», bocche di buio
che inghiottono gli avanzi: non solo cibo, ma mobili,
vestiti, oggetti che forse si possono aggiustare.
Per questo a ore strane vengono i nostri alieni:
a volte sono donne, spesso vecchie.
Spingono un passeggino privo di bambino,
ma anche un carrello per la spesa,
e in effetti la fanno, «a nostre spese»
aggiunge l’inquilino.
In realtà cercano ferro in questa età dell’oro.
Stavolta vedo da vicino. Ci guardiamo.
È davvero impossibile lavare la vergogna reciproca?
Non so rispondere e neppure voi.
Ci muoviamo in una zona di tempo
schiuma delle ere. Sono le otto.
Dietro il condominio
si stende in nostro mondo occidentale.
L’acqua scende dai tubi, buona,
per bere, per scaldare.
Adesso inizia a piovere
una tranquilla pioggia verticale.
Ogni goccia rintocca di un ancora,
ancora respiriamo dentro l’aria invernale.
Ancora una lepre drizza le orecchie alla luna,
ferma, come un pensiero in una radura.
In questa poesia, la parola si dispone all’interno di uno spazio e vi si espone,
ne assume le contraddizioni senza ordinarle, così il luogo diventa ciò che
costringe il linguaggio a misurarsi con una realtà stratificata, disomogenea,
attraversata da tempi e presenze inconciliabili.
Le “case contadine del Duemila”, collocate “in piena città”, non funzionano come
semplice immagine di degrado o residuo, ma come punto di frizione percettiva: un
dirupo sotto il balcone, orti minuscoli, plastica, canneti, bocciofili. Il testo
non gerarchizza questi elementi, non li ricompone in una sintesi simbolica; li
lascia coesistere nello stesso campo visivo. La parola registra, indugia, resta
ferma a guardare. È qui che il linguaggio diventa luogo, perché sosta nello
spazio, e lo nomina accettando di essere miope, assordato, esposto come lo
sguardo che lo produce. Il movimento del testo è continuamente laterale. Lo
sguardo scivola dai treni verso Fiumicino ai palazzi della Magliana, dalle
periferie romane a un ricordo di Buenos Aires, per poi tornare indietro,
attraversando ancora la casa, cambiando lato, mutando prospettiva. Questo
divagare è una modalità conoscitiva: il senso emerge per attraversamenti
successivi, la parola costruisce una rete di prossimità instabili, in cui ogni
immagine resta parziale, situata, mai definitiva. Particolarmente significativa
è la presenza degli “alieni”, figure che abitano una soglia sociale e
percettiva: donne, spesso vecchie, che cercano ferro “in questa età dell’oro”.
Anche qui il linguaggio non giudica né assolve. L’incontro avviene nello sguardo
reciproco, in una prossimità senza risoluzione: “È davvero impossibile lavare la
vergogna reciproca?”. La domanda resta aperta perché il linguaggio non può farsi
luogo di pacificazione, può solo rendere abitabile la tensione.
Negli ultimi movimenti del testo, il tempo stesso si fa interstiziale: “una zona
di tempo/ schiuma delle ere”. La pioggia, l’acqua che scende dai tubi, la lepre
ferma “come un pensiero in una radura” non suggellano il testo in una
riconciliazione simbolica, piuttosto, mantengono aperto il campo percettivo,
segnano una persistenza fragile: “ancora respiriamo” e coinvolgono il mondo
naturale rappresentato dalla lepre, espandendo il messaggio verso una visione
non antropocentrica.
In Occidente, rispetto ad Anabasi, il linguaggio si configura così come spazio
di passaggio nel senso più concreto: luogo in cui lo sguardo si espone al mondo
senza pretendere di possederlo, in cui la parola accompagna l’esperienza nella
sua discontinuità, senza redenzione o condanna.
Lo spostamento concettuale più evidente tra i due testi emerge nell’orizzonte
spaziale e sociale: in Occidente, l’attenzione si concentra prevalentemente su
paesaggi urbani e periferici, sulla convivenza tra città, oggetti quotidiani e
corpi in movimento, il soggetto è “dentro” la realtà anche se dalla distanza del
balcone, mentre in Anabasi il dislocamento è espresso nella percezione del
soggetto poetico in modo quasi allegorico. In Occidente, il linguaggio
accompagna il soggetto nell’osservazione dei margini sociali, tra ordinarietà e
disordine, mantenendo un registro narrativo più esteso e articolato, ma sempre
finalizzato a restituire l’esperienza del passaggio e della soglia, mentre
in Anabasi il “tra” attraversa soprattutto l’intreccio tra corpo, memoria e
oggetti, in Occidente esso diventa anche attraversamento dei confini urbani,
sociali e storici, allargando il campo della percezione. La soglia poetica non è
più solo spazio di transito interiore, ma luogo in cui si confrontano esperienze
di ordine sociale, geografico e simbolico. Entrambi i testi, però, condividono
la stessa attenzione alla fragilità, alla precarietà e alla permeabilità
dell’esperienza: il linguaggio resta un campo aperto, un ponte tra ciò che è
tangibile e ciò che eccede la nostra capacità di rappresentazione.
Non ci resta che spostare la nostra attenzione sulla zona testuale che in
maniera più esplicita ci parla di luoghi e in cui, non per caso, la “forma”
poesia lascia spazio a una costellazione di componimenti in prosa che, però, non
perdono contatto con la musica e il ritmo. Parlo del libro Geografie del 2021 –
titolo manifesto – dentro il quale troviamo il testo che forse più di ogni altro
concorre a evidenziare il “tra” della collocazione: Confini, in cui viene
introdotto il concetto di “frontiera” che può essere letto come sinonimo del
titolo, cioè limite da considerare “in comune”, oppure, come nell’evoluzione
concettuale in inglese, spazio aperto da scoprire, immersione nell’ignoto:
Confini
Credevamo davvero in un mondo senza recinti, grandi spazi, grandi terre. Il
deserto ha confini? O si sposta a seconda del vento? E il mare? Acque
territoriali. Il peschereccio è confinato in acque territoriali. Faccio fatica a
immaginare una linea d’acqua da non attraversare. Schiere di pesci a catena,
fili d’alghe, cerchi di boe con le bandiere poi travolte da onde? Come dobbiamo
pensare?
Il confine neutro dell’aggettivo latino confinis ha a che fare con la fine.
«Le linee, che individuano e separano i luoghi, segnano la fine di essi.
Dentro le linee c’è un dato luogo, il quale si estende e allarga verso la fine.
Donde quella varietà di parole, così ferme e taglienti – limiti, termini,
confini, frontiere – con cui indichiamo le linee costitutive dei luoghi.
L’identità storica dei luoghi non è disgiungibile dalle linee che li
circoscrivono e definiscono.»
Frontiere? Frontiere, frontiere.
La frontiera non è solo geografica o politica, essa diventa cifra concettuale
del “tra” come luogo di tensione tra limite e apertura. Anedda impatta, così, il
rapporto tra la percezione umana dei confini e la loro natura mutevole,
problematizzando la distinzione tra interno ed esterno, tra spazio definito e
spazio in divenire. Il linguaggio stesso si comporta come un confine fluido: le
domande retoriche, la ripetizione di termini chiave e la riflessione
metatestuale trasformano la lettura in un’esperienza di attraversamento,
rendendo il lettore partecipe della costruzione di un orizzonte aperto, mai
completamente delimitabile.
Fin dall’incipit, la serie di domande – “Il deserto ha confini? O si sposta a
seconda del vento? E il mare?” – destabilizza le categorie spaziali
tradizionali: il lettore è costretto a confrontarsi con l’indeterminatezza e con
la mutevolezza dei limiti percepiti. Qui la frontiera non è rigida: è un
dispositivo che apre piuttosto che chiudere, confine e transito non sono opposti
fissi, ma oscillazioni: il deserto apparentemente privo di barriere è messo in
dialogo con il mare che si crede di poter confinare, e con le acque
territoriali, categorie semantiche approssimate e interdipendenti, che non si
lasciano articolare in una sola direzione. Questa serie interrogativa genera un
effetto di coincidenza paradossale tra ciò che delimita e ciò che si lascia
attraversare – il confine pertanto non è una giuntura netta quanto un punto di
tensione in cui spazio, tempo e linguaggio si intrecciano.
La ripetizione ossessiva di parole chiave – “linee”, “limiti”, “confini”,
“fine”, “frontiere” – sempre in bilico tra apertura e chiusura, ribadisce
l’ambivalenza tra identificazione e dispersione, quasi intravedendo una diversa
dialettica storica il cui sbocco non è una rivoluzione ma la constatazione della
debolezza concettuale dello stesso pensiero occidentale sintetizzabile nell’idea
di “superamento”. Anedda sembra voler insistere sugli stessi concetti per
costruire una sorta di paesaggio mentale in cui il limite diventa
simultaneamente riconoscibile e instabile, collocando la parola
stessa tral’esperienza e la sua rappresentazione. Ecco, allora, che la citazione
del latino confinis, con la sua etimologia legata alla fine, apre a un registro
più ampio, storico-filosofico, per cui i confini non sono solo linee fisiche o
imposte dall’uomo, ma punti di frizione spazio-temporali, margini dentro i quali
il senso si condensa per poi disperdersi. La lingua poetica, quindi, è uno
spazio di passaggio, come si osservava anche in De Angelis, e come la struttura
frammentaria e le interruzioni ritmiche dei periodi sembrano indicare.
Ancora, le “linee, che individuano e separano i luoghi” non sono rappresentate
come contorni univoci ma come elementi che ampliano la percezione del luogo
stesso fino alla sua conclusione. In questo senso, la frammentarietà del testo
indica la dissoluzione di un ordine preesistente: le parole “taglienti” (limiti,
termini, confini, frontiere) sono punti di snodo dove il senso è simultaneamente
delimitato e aperto alla ridefinizione. Quel “dentro le linee c’è un dato luogo,
il quale si estende e allarga verso la fine” mostra come la delimitazione sia
compenetrata dall’apertura, e come il “tra” sia più che una zona neutra, un
luogo di sedimentazione e resistenza delle immagini e delle esperienze. La
struttura del testo procede per scarti e riavvicinamenti, come se la mente
procedesse per sospensioni e rilanci invece che per concatenazioni logiche
lineari. La ripetizione di “Frontiere? Frontiere, frontiere” alla fine non
ribadisce una definizione, ma articola un loop percettivo: la parola si pone
come punto di ritorno senza un termine, come se ogni tentativo di delimitare lo
spazio aprisse nuovamente la questione del suo attraversamento. La ripetizione
qui produce un effetto di circolarità del pensiero che resiste alla fissità
logica e mette in scena la dispersione del limite in luoghi di potenziale
condivisione.
In Confini, dunque, la non linearità e la frammentarietà funzionano come
principio strutturante: lo sguardo e il discorso si articolano attraverso un
campo di prospettive plurali, senza mappe prestabilite, in cui il confine è la
zona di contatto tra diversi modi di percepire lo spazio e il tempo, tra ciò che
si può nominare e ciò che resiste alla definizione. In tal senso, la frontiera è
il luogo stesso da attraversare, senza linee di divieto, e la disarticolazione è
la modalità di produzione di senso in potenza, nel “tra”.
Gianluca D’Andrea
*In copertina: una immagine dall’album di disegni del ‘Guercino’
L'articolo “I vivi si chiamano come da barche lontane”. Sulla poesia di
Antonella Anedda proviene da Pangea.