Alcune lingue non sono fatte per essere scritte ma per echeggiare tra montagne
spoglie, pascoli e stalle, finché sopravvivono in bocca ai contadini più umili.
In tali circostanze non ci si sofferma su questioni di cultura, stile o lingua e
l’unica storia nota si mescola al mito. Eppure, quando i pastori si dilettano
nelle lettere i risultati vanno oltre la letterarietà e lo stile, rivelando un
mondo all’imbrunire, a cui tutti si sono sentiti appartenere almeno una volta.
Il nome di Zicu Araia (1877-1948) è quasi del tutto sconosciuto al di fuori di
una manciata di villaggi sparsi intorno alle montagne del Pindo, nel cuore dei
Balcani. Altrettanto ignota è la lingua in cui questo poeta, politico e
insegnante si esprime. Questa sorta di asteroide sopravvive tutt’oggi alla
spinta gravitazionale di quel “gigante gassoso” ricco di epica, lirica,
grammatica e retorica che è il greco, quello che fu e che è oggi.
Difficile anche solo dare un nome a questo sistema di parole che sembra sfuggire
alla storia, rintanato su alture accessibili solo a satiri e capre. Detto a
seconda dei luoghi e delle occasioni valacco, rumeno o semplicemente “la lingua
dei pastori”, l’aromuno è un ecosistema in forma di lingua dove convivono tracce
culturali del tutto peculiari. Sebbene sia a tutti gli effetti una lingua
romanza, la dimensione in cui essa matura e prova anche a darsi uno standard, la
rende difficile da inquadrare. Un patrimonio trasmesso quasi esclusivamente per
via orale, condizione che rende il maneggiare i fragili manufatti poetici
intessuti d’inchiostro che si hanno a disposizione un’operazione da condurre con
cautela.
Se è vero che la poesia di Araia è tutt’altro che moderna nelle sue forme e nei
soggetti rappresentati, essa mostra tuttavia quali sono le necessità profonde
che muovono verso l’espressione poetica.
Per di più, nel caso di Araia, l’intento poetico si lega a una dimensione
fortemente politica, in un periodo cruciale per la sopravvivenza stessa di
queste comunità. Nel tumultuoso contesto delle due guerre mondiali, Araia è uno
dei promotori di uno Stato aromuno indipendente, un esperimento politico noto
prima come “Repubblica di Samarina” e come “Principato del Pindo” poi. Entrambi
i progetti ebbero, forse in virtù di un idealizzato legame di matrice romana, il
sostegno dell’Italia, e proprio come la presenza italiana in quei luoghi si
conclusero con una pesante fallimento. Nemico giurato dello Stato greco, più
volte incarcerato per le sue attività al limite del brigantaggio, la poesia di
Araia muove da questo retroterra violento, certamente conscio della sconfitta,
ma non per questo meno deciso a lasciare traccia in un tentativo disperato, un
lamento funebre tragico ma fiero.
Uno dei componimenti più esemplificativi dello stile di Araia è “Fudzi haraua di
la noi” (lett. “È fuggita da noi la gioia”). Esso si fa portavoce di una realtà
nomade e pastorale ormai al crepuscolo, stravolta dagli eventi della storia e di
cui si canta anzitempo la morte. Il componimento, anteriore al 1932, anno in cui
è stato pubblicato in un’antologia, presenta una forte impronta lirica entro cui
si muovono toni all’insegna del lutto e della profonda devastazione del mondo
pastorale. Le trasformazioni del mondo naturale si proiettano sulla dimensione
umana, ad essa subordinata. Se la prima a essere colpita dalla jali, in quanto
dolore del lutto, è la lumea di la oi, la trasposizione allo spazio domestico è
immediata. Il soggetto principale è qui il mondo naturale sul cui sfondo le
figure umane si muovono condividendone il destino.
A prova del connubio tra umano e naturale, si trova la trasfigurazione stessa
delle figure femminili in elementi della flora. Il poeta si rivolge alle giovani
fanciulle con il termine fidãnji, riflesso del greco φυτόν, con il significato
di germoglio ma anche di prole, discendenza. Il medesimo espediente poetico si
trova in diversi autori della letteratura latina. La stessa mitologia classica è
ricca di personaggi mutati in elementi arborei per volontà degli dèi.
Il richiamo alla classicità si intuisce nella rima insieme ad altri elementi che
raccontano molto della società e della lingua stessa di questa comunità.
Infatti, sebbene si tratti di uno schema a rima alternata, di per sé poco
innovativo, esso acquisisce un certo interesse per via di alcune scelte
lessicali in posizione saliente. Proprio il lessico testimonia quanto la lingua
aromuna abbia assorbito elementi allogeni, provenienti dal mondo greco, slavo e
da quello turco-ottomano. Alla seconda strofa, in rima con fidãnji si
ha ghiurdãnji, termine di derivazione turca (a sua volta di origine persiana) da
interpretare qui come “collana”. Esso si ritrova con lo stesso significato in
diverse lingue dell’area balcanica, dato l’influsso della cultura ottomana.
Non mancano elementi propriamente latini, esito di uno sviluppo interno alla
lingua, come il caso del termine miryiuloaieche chiude la prima strofa e la cui
base altro non è che l’evoluzione del sostantivo tardo
latino murmurium “mormorio, lamento”. Allo strato latino appartiene anche
un’espressione fortemente connotata entro la sfera famigliare e con uno spiccato
valore culturale come veri in Avemu noi tora multi veri, forma plurale di ver,
derivato dal latino vērus. Oltre a dare come esito il ben noto aggettivo
romanzo, esso designa qui membri della famiglia considerati legittimi, vicini a
sé e con cui si instaura un forte legame affettivo.
Proseguendo nella lettura, il mosaico linguistico si arricchisce: a un aggettivo
latino fa eco un avverbio greco come tora, di probabile derivazione greca
(τώρα). La stessa origine è condivisa anche dal primo soggetto evocato, haraua è
infatti legato al concetto greco di χαρά (“gioia, felicità”), contrapposto a
quello di jali (da cui il termine jilitã) di origine slava, che denota il
dolore. Degna di nota anche il calco semantico di origine slava per cui con il
termine che indica in origine la luce (lumea), si fa riferimento anche al
concetto di mondo, espediente tipico della cultura slava.
Ad aggiungere colore alla veste linguistica intervengono anche termini oscuri,
di origine incerta, probabilmente appartenenti ad uno strato ancora più antico,
preellenico e prelatino. È il caso di ngrupãciuni alla seconda strofa, composto
derivato da groapã, sostantivo traducibile con “fossa” (quindi in senso più
ampio “sepoltura”).
L’identità aromuna è composita, multiforme e in movimento, come si addice alle
comunità pastorali, estranee al concetto di Stato e soggette, per quanto
possibile, alle leggi della natura, al trascorrere delle stagioni e alla volontà
delle proprie greggi. Dati i presupposti, sul versante poetico non può che
apparire un mosaico di forme e concetti, ricordandoci che le parole sono
innanzitutto degli strumenti e che, come tali, viaggiano di bocca in bocca,
all’occorrenza. Se la lingua riflette gli esiti di molteplici contatti, molto
più conservativa si è dimostrata la sfera religiosa. Gli aromuni conservano
infatti tutt’oggi un forte legame con la fede ortodossa. Proprio per questa
ragione, può sorprendere la coppia rimica cãmbãnjili / curbãnjili alla strofa
successiva.
Il primo termine, come facilmente intuibile, si riferisce alle campane delle
chiese, definite come hãros cãmbãnjili “felici campane” ormai in silenzio. Ciò
che sorprende è il secondo elemento di questa coppia per certi versi ossimorica,
se si coglie il riferimento religioso qui rappresentato. Il termine curban è
proprio infatti della religione islamica, in quanto descrive l’animale
sacrificato durante le feste religiose secondo il rito previsto dalla fede.
All’interno del componimento esso assume il significato generico di
“sacrificio”, spogliato del riferimento alla religione islamica ma preservando
la connotazione di sacralità. Infatti, l’utilizzo di un’espressione tale innalza
il verso e al contempo collabora nella costruzione di una realtà destinata al
tramonto e su cui non si può più agire.
In questi versi il sacro è perciò raffigurato nel suo senso più universale,
senza distinzione specifica di fede. Ecco, quindi, che tra un’invocazione
allo Stã-Vinjiri e alla Stã-Mãrii il campo semantico del sacro oltrepassa i
confini dell’ortodossia cristiana. Questa sorta di sincretismo religioso
riflette quella che era una realtà quotidiana dell’intera area balcanica in
quegli anni, dove villaggi o quartieri di fede diversa convivevano uno a fianco
all’altro.
Le scelte lessicali contribuiscono poi a una strategia di continuo abbassamento
dei toni. Il paesaggio si fa spettrale e muto, privato di quella vivacità che
caratterizza una vita nomade tra i pascoli montani, di cui sono parte integrante
la musica, i balli come il ceaciu e tutto quel sistema di preparativi alle nozze
tipiche delle società contadine.
Il componimento si chiude con un’invocazione alla gioventù, a quei germogli
destinati ormai a perire o a disperdersi, ma anche rivolgendosi a quegli
stranieri facenti parte della medesima γειτονία[1]. Anche negli ultimi versi
trova spazio un chiaro riferimento alla classicità, più precisamente
alle Bucoliche di Virgilio, rappresentazione per eccellenza della vita pastorale
come locus amoenus. Da una parte, il poeta stesso identifica il proprio popolo
con la figura di Melibeo, costretto ad abbandonare le terre dei padri,
dall’altra ritorna un l’immagine capovolta delle fonti d’acqua, elemento chiave
del paesaggio pastorale. Infatti, in Virgilio queste sono connotate dall’essere
luogo di frescura, come si legge nei versi 51-52 della prima ecloga: Fortunate
senex! Hic, inter flumina nota/ et fontes sacros, frigus captabis opacum. Per di
più, nella decima ecloga, al verso 42 si legge: Hic gelidi fontes, hic mollia
prata, in cui l’aggettivo gelidi connota il luogo in quanto piacevole, in grado
di dare sollievo, così come i prata, mollia in quanto bagnati da acque così
fresche.
In Araia invece le sorgenti (fãntãnji) non sono più di acqua pura,
ma di lãcrãnji upãrite, di lacrime bollenti, che fuoriescono verosimilmente da
un’anima in pena, calda di passione tragica, con un rovesciamento dell’immagine
virgiliana e perciò incapaci di dare il minimo sollievo.
Il componimento si presenta quindi come un mosaico dove convivono forme e
richiami dei più vari ed è proprio in questa veste composita che trova il suo
punto di forza e originalità. Non deve poi sorprendere un tipo di poesia lirica,
per così dire congelata in una fase premoderna della poesia europea. Non può
essere altrimenti per una lingua che si trova a quest’altezza temporale ancora
agli albori della propria espressione poetica.
Seppur non sublime o innovativa nella forma, la poesia di Araia ravvicina il
lettore a quella sfera emotiva ed intima propria di chi si vede vittima della
storia tragica che irrompe in un angolo di locus amoenus, arricchita infine da
una veste linguistica unica nel suo genere.
Jon Muçogllava
**
Fudzi haraua di la noi
Fudzi haraua di la noi
Shi-arãslu nã si asteasi!
Jilitã-i lumea di la oi
Shi-i jali multã-n casi!…
Tu munts sh-pri dzenji nu si-avd flueri,
Ni cântits tu-arâzboaie…
Avemu noi tora multi veri
Cu plãng’ sh-cu miryiuloaie…
La masuri celnits sh-picurari
Lã-i inima cãrbuni…
Cãt sh-chiprili di tsachilji mãri
Tsãnu yisu di-ngrupãciuni.
Pritu hori, niveasti ca fidãnji
Sh-cu oclji lãi gãili
Tu locu di galbini ghiurdãnji
Apoartã lãi mãndili.
Sh-la numts’ nu-s ceamcuri tu uboru,
Cu tãmpãnji ca ‘nã oarã;
Ni nunji cu hlambura tu coru
A hljinjiloru tra s-lã oarã.
’N udadzlji-atselji cu ciorgi ncljigats
Nu s-vedu parei di tiniri
Cari s-njeargã-apoi la fadzlji-analts
Tra s-gioacã trã Stã-Vinjiri,
Shi-n dzãlili di Stã-Mãrii,
Cãnd bat’ hãros cãmbãnjili
Cu fãrã “Ceaciu” sh-fãr di-avyiulii
Digeaba s-frigu, curbãnjili!
Fudzi haraua di la-armãnji,
O, gione, o, xinite!
Sh-pri fatsa loru curã fãntãnji
Di lãcrãnji upãrite.
Cã sh-au mãratslji-n cheptlu-a loru
Unu doru tsi treacãtu nu-ari!
Sh-chireari-ashteaptã unu popor
Cãnd dultsea-i limbã-i cheari!
*
È fuggita da noi la gioia
È fuggita da noi la gioia
e il riso non dimora!
È in lutto il mondo dell’ovile,
il dolore è in molte case.
Non si odono tra i monti e i villaggi i flauti
né i canti di fratellanza…
Molti dei nostri fratelli abbiamo
tra lacrime e lamenti…
Nelle baite di montagna, signori e pastori,
il carbone nelle anime…
Quanto hanno suonato le campane dei montoni
suonano a sepoltura.
Per i villaggi spose e fanciulle
con gli occhi nero lucenti.
Invece di gioielli brillanti
vestono i veli scuri.
E ai matrimoni non si ballano le ceamcuri[2] in cortile
né i tamburi come una volta;
né si fan vedere i padrini con la hlambura[3]
a mostrarsi tra le figlie.
Nelle stanze ornate di tappeti preziosi
non si scorgono più coppie di giovani
che si accompagnano nelle danze,
a volteggiare il Venerdì Santo,
né nei giorni di festa di Santa Maria,
quando risuonano campane felici.
Senza ceaciu[4] e senza violini
invano svaniscono i sacrifici.
È fuggita la gioia dagli aromuni,
o giovani, o stranieri!
Sui loro volti scorrono sorgenti
di lacrime bollenti
che i miseri hanno in petto loro
una nostalgia che non ha cura.
La rovina attende un popolo
quando perde la sua lingua amata.
Traduzione di Jon Muçogllava
*In copertina e nel testo: opere di Nicolae Grigorescu (1838-1907)
--------------------------------------------------------------------------------
[1]Termine greco che descrive il vicinato.
[2] Balli tradizionale in cerchio.
[3] Fazzoletto con cui si accompagnano spesso i balli nuziali.
[4] Ballo tradizionale, tipico della zona di Samarina, di cui è originario
l’autore.
L'articolo “La rovina attende un popolo quando perde la sua lingua amata”. Zicu
Araia o del poeta senza letteratura proviene da Pangea.
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> Invece della patria
> stringo le metamorfosi del mondo
>
> (Nelly Sachs)
Stamani il cielo tenta una virata, un’imprevista rivolta metamorfica: per pochi
minuti, al diffondersi della prima luce, l’incarnato lattiginoso degli ultimi
mesi si arrende a qualche screzio di colore. Una macchia color mimosa – quel
giallo soffuso di certe albe marine estive – dilaga nella culla tracciata
dall’incrocio dei rami di due querce. Sopra la chiazza, l’opalescente neutralità
dello spazio si tinge di un fragile azzurro, sul cui sfondo spiccano le cortecce
brune degli alberi, ricoperte di licheni verdognoli. Un conversare di tinte,
delicate e discrete, ma capaci di una folata di meraviglia in un’aria che, da
tempo indefinibile, è smorta, ostile. Gli inverni, a Ginevra, possono essere
privi di qualsiasi identità, vocati all’anonimato di una parabola stagionale che
si ripete senza concessioni al fortuito. Inevitabile indagare similitudini con
l’impallidire della propria identità per certi casi della vita.
Un tema, quello dell’identità, che interpella chiunque, e interpella me da
quando ho lasciato l’Italia. L’arma impugnata per far fronte all’esilio – che,
seppur elettivo, ha caratteri di feroce durezza, poiché spariglia le coordinate,
segnando ritmi di (dis)appartenenza – è la pratica ossessiva della lingua
materna, nonostante i miei giorni e le mie notti abbiano sonorità francofone,
con incursioni anglosassoni di tanto in tanto.
Il 28 ottobre 1964, Hannah Arendt, nel corso di una conversazione
televisiva[1] con Günter Gaus (diplomatico tedesco, e giornalista noto, in
particolare, per le sue interviste politiche nella Germania del dopoguerra),
quando le viene chiesto cosa rimanga dopo la perdita della patria, indica, senza
esitazione, la lingua materna. Nonostante negli ultimi anni abbia scritto le sue
opere in inglese, Arendt afferma, più o meno testualmente, che in tedesco può
permettersi cose che in inglese non potrebbe mai permettersi. La frase mi pare
interessante: sprigiona ambiguità, sottende un ardire di cui ignoriamo
intenzioni e confini. Per quale ragione possiamo osare soltanto nella lingua
materna? La risposta, credo, è che tutto si gioca nella sfumatura, nella
minuzia, in quella vena del linguaggio che non sa di pulsare, eppure lo fa.
Perché per quanto si possa diventare pressoché bilingui, per quanto ci si possa
imbevere della cultura nel cui alveo una lingua a noi aliena nasce ed evolve,
per quanto si possa far proprio l’intero armamentario di espressioni
idiomatiche, il gergo giovanile e persino certi arcaismi utilizzati da
generazioni scomparse, per quanto si giunga addirittura a corrompere la fonetica
della propria lingua con un’inflessione straniera, tanto da stranire i propri
interlocutori al ritorno in patria, per osare occorre sempre far ritorno alla
lingua materna.
Osare, in ogni campo, è questione liminare, di soglia, di sfumatura, appunto. Si
osa quando si è predisposti allo sconfinamento, dunque al rischio e all’ardire
di sopportarne le conseguenze. Osare ha a che fare, molto banalmente, con una
libertà non concessa, ma conquistata. La sfumatura, nel linguaggio, permette il
disvelarsi di un’intimità altrimenti impossibile da condividere; e condividere
l’intimità, in qualunque modo lo si faccia, significa essere liberi di
possedersi e di lasciarsi possedere dall’altro.
Immaginiamo, ora, di essere privati, a un certo punto della vita, della
possibilità non dico di comunicare per contingenze di sopravvivenza, ma della
capacità di trascegliere le parole, di concepire fra esse alleanze inedite,
schermaglie audaci, oppure giochi ingenui, argentini, in ogni caso voluti, o
spontaneamente sgorgati dal nostro inconscio, allo scopo di schiuderci
all’altro, in una caleidoscopica pienezza di intenti e inconsce fioriture.
Immaginiamo cosa significhi perdere la libertà di esprimere la propria identità,
poiché in una lingua che non è nostra ci sfuggono le sfaccettature essenziali.
Sempre Hannah Arendt, in Noi rifugiati, scrive che il trauma dell’esilio
consiste nel fatto – tra gli altri – che “la nostra voce non è più ascoltata.”
E, quando la nostra voce non è più ascoltata, si spegne, disorientando, per
l’appunto, l’identità, relegandola in un interludio atemporale di offuscamento.
Eppure, l’agiografia letteraria annovera molti altri autori esuli, oltre alla
filosofa tedesca, che si sono appropriati con accanimento e genio della lingua
del paese di adozione, e, in quella lingua, ci hanno consegnato opere eccelse.
Forse perché, come afferma Sebald, “Per chi scrive la sventura dell’esilio può
essere superata solo attraverso il linguaggio”[2].
Sarà vero? Si può trovare in una lingua adottiva la propria patria e
sopravvivere così, in una terra che non ci appartiene per sigillo di nascita,
alla perdita di tutto, ma soprattutto di se stessi? Oppure siamo destinati a uno
smarrimento definitivo, al perpetuo pencolare fra silenzio, balbettii e maschere
– anche linguistiche – d’occasione, per sentirci, se non noi stessi, parte di
una comunità che ci ha accolti più o meno benevolmente?
Tento una riflessione, poiché una risposta, in via assoluta, ovviamente, non
esista, e lo faccio accostando tre scrittori che hanno vissuto l’esilio in
maniere e con esiti differenti, ma anche con qualche elemento in comune.
Nabokov & moglie (Vera Slonim) mentre giocano a scacchi, a Montreux
*
Comincio da Vladimir Nabokov, il quale, dopo aver lasciato la Russia e
peregrinato fra Londra e Berlino, approda, intorno al 1940, negli Stati
Uniti; prima di allora, pur dichiarandosi trilingue sin dall’infanzia[3], lascia
che sia lingua materna a primeggiare nel gesto della scrittura.
Prendiamo Mašen’ka, romanzo pubblicato in russo per la prima volta nel 1926;
Nabokov narra qui la storia dell’esule Ganin, dimidiato dalla perdita di una
patria amata ed empia – incarnata, appunto, dall’amata Mašen’ka – il quale è
convinto che un “Domani gli sarà restituita tutta la sua gioventù, la sua
Russia”. Anni dopo, nel 1970, lo scrittore deciderà di tradurre il romanzo in
inglese, intitolandolo Mary. Sì, perché dal momento in cui approda in America,
Nabokov comincia a licenziare le sue opere in lingua inglese, un inglese che gli
regalerà la gloria e che, come sappiamo, sfida un virtuosismo pressoché
irraggiungibile.
Ricordate Pale fire (Fuoco Pallido)? Se avete avuto la fortuna di leggerlo in
lingua originale, vi sarete accorti che questo libro di illusioni e inganni è un
affresco di minuziosi arabeschi, è ambrosia di verbi dall’allure seducente.
Provare per credere (in nota la traduzione in italiano):
> “My sublime neighbor’s face had something about it that might have appealed to
> the eye, had it been only leonine or only Iroquoian; but unfortunately, by
> combining the two it merely reminded one of a fleshy Hogarthian tippler of
> indeterminate sex. His misshapen body, that gray mop of abundant hair, the
> yellow nails of his pudgy fingers, the bags under his lusterless eyes, were
> only intelligible if regarded as the waste products eliminated from his
> intrinsic self by the same forces of perfection which purified and chiseled
> his verse. He was his own cancellation.”[4]
Insomma, la lingua adottiva è, per Nabokov, patrimonio acquisito sin
dall’infanzia, dunque agevolmente spendibile, e, in effetti, lo condurrà a
scrivere i suoi capolavori più celebri. L’America, inoltre, si rivela una
congeniale seconda patria per lo scrittore, il quale – in un’intervista
rilasciata nel 1962 alla BBC[5] – confessa che non intende più rientrare in
Russia, poiché incapace di cancellare dalla mente “l’ombra grottesca di uno
stato poliziesco”.
> “La Russia di cui ho bisogno – aggiunge – è sempre qui con me: la letteratura,
> la lingua, la mia infanzia […] In America sto meglio che in qualsiasi altro
> paese. È in America che ho trovato i miei lettori migliori, le menti più
> vicine alla mia. Dal punto di vista intellettuale, in America mi sento a casa
> mia. È una seconda patria nel vero senso della parola.”
Insomma, dopo quello londinese e quello berlinese, l’esilio americano assurge,
per Nabokov, a rifugio definitivo, che si tramuta senza troppi indugi in una
dimensione di vita appagante, di successo; ricordiamo che, proprio negli Stati
Uniti, lo scrittore ricopre ruoli di prestigio, come quello di professore di
letteratura russa alla Cornell University.
E la Russia? La Russia rimane la patria leggendaria del passato, un lucore
soffuso, remoto, uno spettro prostrato che sopravvive nella memoria, e, in
particolare, nelle reminiscenze dell’infanzia. È il paese della memoria, una
memoria che ha il volto bifronte della brama e del fiele, di un’esecrazione che
ha radici nel tradimento degli ideali prerivoluzionari.
Dai confini oltreoceano, Nabokov sembra non provare nostalgia verso la terra
natale, ma unicamente verso il suo passato. L’esilio, ancorché vissuto senza
afflizione – come invece fu per Arendt, ad esempio –, semina tracce di quella
nostalgia nelle opere, dove l’infanzia diventa memoria estetica e i personaggi
di certi romanzi appaiono sradicati, labili e malinconici, come le loro
identità.
Ricordate la storia di Pnin? Pnin è un professore di russo emigrato in America,
goffo e grottesco, che – contrariamente al suo inventore – soccombe alla
condizione di emarginazione linguistica e sociale, dopo aver tentato, in ogni
modo, l’adattamento a una nuova civiltà, in cui tutto pare ribellarglisi
contro. Nabokov tratteggia questo personaggio in maniera buffa, ironica, ma non
senza tradire un affetto che scaturisce, probabilmente, dalla condivisione di
certe esperienze e stati d’animo. Ma la vera nostalgia, per lo scrittore, quella
che, nonostante l’appagamento raggiunto in terra americana, fa di lui un esule
come qualsiasi altro, è quella verso la lingua materna; il che pare inverosimile
se consideriamo l’inglese trascendentale cui si è consacrato con deliziosa
acribia. Eppure, leggendo la citata intervista del 1962 alla BBC, scopriamo che
la perdita della lingua russa travolge e turba Vladimir più di quanto il suo
dichiarato trilinguismo riesca a dissimulare.
> “La mia tragedia privata, – afferma lo scrittore rispondendo a una domanda dei
> giornalisti britannici – che non può e non deve riguardare nessun altro, è che
> ho dovuto abbandonare la mia lingua naturale, il mio idioma naturale, la mia
> ricca, infinitamente ricca e docile lingua russa, per una marca di inglese di
> seconda qualità”.
Ecco, dunque, la confessione dell’inconfessabile, il dramma intimo e occulto di
uno scrittore ubiquitariamente venerato che è stato capace di appropriarsi di un
idioma adottivo nel più sofisticato dei modi, che ha affrontato l’esilio con la
mannaia dell’estetismo, ma che non è riuscito a evitare la lacerazione
conseguente alla perdita di una prerogativa essenziale della sua identità. Una
perdita che sanguina proprio nel perfezionismo parossistico, al di sotto del
quale brucia la percezione dell’irrecuperabile naturalezza consustanziale
soltanto alla lingua materna, un suggello ineliminabile, un patrimonio che
precede la nostra stessa nascita e non smette di perseguitarci oltre ogni
geografia immaginabile. Non è un caso che lo scrittore, dopo averli scritti in
inglese, traduca in russo certi suoi lavori (e viceversa), in un andirivieni
linguistico che sempre oscillerà fra caparbietà e smarrimento.
Nel 1961, Nabokov e la moglie Véra Slonim si trasferiscono a Montreux, cittadina
svizzera di lingua francese, pensando di trascorrervi alcuni mesi. Vi
resteranno, invece, sino alla morte dello scrittore, nel 1977, esiliati, questa
volta, fra il gioco degli scacchi e i lepidotteri, in una suite del Fairmont Le
Montreux Palace, da cui lo sguardo precipita in un lago che, fra sbocchi di luce
e increspature, invera la più gloriosa delle solitudini.
*
Parzialmente antitetico rispetto a quello di Nabokov è l’esilio
di Ágota Kristóf, emigrata nella Svizzera romanda per fuggire all’invasione
dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa, insieme al marito e alla figlioletta
di quattro mesi.
Al suo arrivo a Neuchâtel, cittadina abbarbicata attorno a un castello di
ascendenza medievale, da cui lo sguardo spicca, questa volta, verso un lago
turchese con ambizioni marine, Kristóf comincia a lavorare in una fabbrica di
orologi. I risvegli hanno il buio delle albe invernali, i turni sono estenuanti
e la scrittrice, che ancora scrittrice non è, ha una neonata da accudire ogni
sera. Ma, durante il lavoro, al ritmo cadenzato delle macchine – il solo stimolo
che mantiene desta la mente, altrimenti destinata al torpore della penuria di
pensieri – Ágota scandisce i suoi primi versi in ungherese. Riappropriarsi della
propria lingua, facendolo per giunta attraverso la poesia, è gesto di
sopravvivenza, significa rincasare dando vita a un immaginario che scaturisce
nelle retrovie dell’inconscio.
Ágota Kristóf (1935-2011)
L’appartamento dove Ágota vive con la famiglia è di certo più confortevole della
sua casa natale in Ungheria, nel fangoso paesino di Csikvand, un grumo di
abituri privi di acqua ed elettricità, attraversato da una sola strada e
attorniato da seminagioni di grano e mais. Eppure, l’acqua corrente, una stanza
in più, del carbone per scaldarsi e cibo a sufficienza non scagionano la cupezza
di giornate che, immediatamente, sentenziano la condanna dell’esule alla
solitudine, nella dilagante desolazione sociale e culturale della cittadina
svizzera. Ágota, peraltro, non può appagare il proprio ossessivo desiderio di
lettura, poiché ignora il francese, e rarissimi sono i libri che riesce a
procurarsi nella sua lingua materna.
Ma ascoltiamo le sue parole, tratte dall’accorata confessione che ci ha
consegnato nel breve scritto L’analfabeta (i cui passi di seguito ricalcati sono
stati tradotti dalla scrivente):
> “In principio, esisteva una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i
> colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano questa lingua. Non
> potevo immaginare che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano
> potesse pronunciare una parola che io non sapessi comprendere. […] È così che
> all’età di ventun’anni, al mio arrivo in Svizzera, e del tutto casualmente in
> una città dove si parla il francese, affronto una lingua a me completamente
> sconosciuta. È qui che ha inizio la mia lotta per conquistare questa lingua,
> una lotta lunga e accanita che durerà per il resto dei miei giorni. Parlo il
> francese da più di trent’anni, lo scrivo da più di vent’anni, ma ancora non lo
> conosco. Non sono in grado di parlare senza errori, e posso scrivere soltanto
> con l’aiuto di dizionari che consulto frequentemente. È questa la ragione per
> la quale definisco il francese una lingua nemica. Ma vi è un’ulteriore
> ragione, ed è la più grave: questa lingia sta ammazzando la mia lingua
> materna”[6].
Ágota prende l’autobus ogni mattina, incontra sempre lo stesso controllore, la
sua corpulenza è rassicurante, premurosa; eppure, si sente smarrita, tenta di
rendersi invisibile agli altri passeggeri, poiché il dialogo, in quella
cittadina quieta e terracquea, è pur sempre asperità, vetta inattingibile, e le
parole, talismano e infatuazione di un passato dissolto, sono ora una muraglia,
il pungolo di un sentimento di inadeguatezza che la tormenta. Non sono i russi a
spaventare la giovane Ágota, non teme il loro approdo in Svizzera, e non li
avrebbe temuti nemmeno se fosse rimasta in Ungheria (la scrittrice, infatti, non
perdonerà mai il primo marito di averle “imposto” la fuga). Il nemico, per
Kristóf, non ha un corpo, né una carne che può ferire, il nemico è,
paradossalmente, quella sicurezza anelata durante la fuga dall’Ungheria e
divenuta, in breve tempo, fio, apatia, ripetitività, solitudine, inettitudine
all’espressione di sé, ma soprattutto “impossibilità di tornare. Non solo in un
luogo, ma anche in una lingua, in un tempo, in una se stessa che non c’è
più”[7].
Ágota Kristóf, in definitiva, lincia l’esilio, lo bolla come una “malattia
incurabile”. Vive la perdita della lingua materna come un’amputazione che non
può essere risolta ricorrendo a una protesi, l’altra lingua, “la lingua
nemica”. Eppure, la mutilazione svolta in breve tempo in paradosso: con
implacabile tenacia, Ágota diventa scrittrice proprio quando comincia a scrivere
in francese, raggiunge il successo, ed è persino tradotta in altre lingue.
Tuttavia, a differenza di Nabokov, l’autrice ungherese non cerca rifugio
nell’estetismo parossistico, come dimostrazione della propria adeguatezza, non
tende a un perfezionismo che sa, in fondo, esserle precluso; Kristóf fa tana in
una lingua per lei nuova, e lo fa disseccandola, spingendola verso una
semplificazione radicale, epurandola, insomma, da ogni orpello che le
rammenterebbe lo scarto ineliminabile fra l’idioma appreso, seppur in maniera
ragguardevole, e l’idioma naturale che integra, ancor prima della nascita,
l’identità.
Lo strazio dell’esilio traluce, seppur in guisa allegorica, anche dalla sua
opera più celebre, Trilogia della città di K. Nel primo dei tre romanzi (Il
grande quaderno), la prosa di Kristóf – la cui andatura è stata paragonata da
Manganelli a una “marionetta omicida” – riflette la crudeltà che i due gemelli
protagonisti si auto-infliggono, in un esercizio del martirio come strategia di
sopravvivenza alla guerra, all’abbandono materno, alla miseria, alla solitudine,
alla morte, e agli abusi di una nonna-strega che pare sgusciata fuori da una
favola dei fratelli Grimm.
Qui, in questo primo volume della trilogia, già stride la ferita della
frontiera, balena l’idea di fuga per sottrarsi alla sopraffazione dell’esercito
straniero che occupa la città di K; quella ferita e quella fuga che Ágota ha
vissuto e che travasa letterariamente in luoghi indefiniti, innominati, da una
parte e dall’altra del confine; luoghi che sono, in realtà, emblema di una
scissione cui, nella storia, Claus e Lucas, i gemelli, tentano di rimediare
rendendosi inseparabili in un Noi che è anche la voce narrante del romanzo. Ma
la separazione, prima o dopo, accade, e nel secondo capitolo della trilogia (La
prova), la dualità infranta si traduce in una lancinante frattura identitaria
dei singoli, che – ne siamo convinti – è iconografia, ancora una volta, del
percorso esistenziale di Kristóf.
Nell’ultimo episodio della trilogia (La terza menzogna), la scrittrice spariglia
le carte, lasciando emergere addirittura il dubbio sull’esistenza dei due
gemelli; forse uno soltanto è il giovane adulto sopravvissuto a un’infanzia e a
una adolescenza dilaniate dalla ferocia della vita. Forse tutto è menzogna,
allucinazione; in ogni caso, la verità, nelle parole scabre e staffilanti di
Kristóf, si frantuma, alla stessa stregua della dualità gemellare, plausibile
simbolo di ogni identità in perenne smarrimento e ricostruzione, come quella
della stessa autrice.
Dopo tutto, la scelta, stoica e gloriosa, di scrivere nella “lingua nemica” non
ha risparmiato ad Ágota lo strazio della perdita di sé; una perdita così
destabilizzante che, verso la fine della vita, nel romanzo breve Ieri, giungerà
alla blasfemia del proprio Io, scrivendo “Non scrivo più”. Perché la scrittura,
che, per molto tempo, le era parsa il solo luogo d’accoglienza contro lo
spaesamento, le discriminazioni e l’indifferenza di una società “cimiteriale”,
in altre parole, la sola patria possibile, si rivela, in fin dei conti, una
crudele trafittura, l’ossessione che non cessa di alimentare il senso di
abbandono, nutrendo profonde e irrimediabili ulcerazioni.
Scrivere, oserà dire Kristòf, è come suicidarsi.
Ma non si darà la morte, lo sappiamo. Soccomberà, nel 2011, a una lunga
malattia, nella sua casa di Neuchâtel, attorniata dalle placide e ambiziose
acque di un lago che mai ha sentito suo.
*
Rainer Maria Rilke è un viandante, un pellegrino, come il monaco del
lucente Libro d’ore, opera mistica che segna la sua prima fase di maturità
poetica. Trascorre la vita in viaggio, con la frenesia di vivere ogni cosa,
possedendola nella sua oscura e più autentica essenza, in ogni sua appendice,
nell’estasi e nella disperazione.
Dopo aver lasciato la nativa Praga, il poeta, che ancora non sa d’esser tale, si
dedica allo studio delle materie più disparate, dalla Giurisprudenza alla
Filosofia, fino alla Storia dell’Arte; nel frattempo, attraversa un’Europa in
procinto di deflagrare nel primo conflitto mondiale, errando fra la Germania –
dove vive un primo breve periodo di convivenza con la consorte, la scultrice
Clara Westhoff, e la figlioletta Ruth, entrambe poi sacrificate sull’altare
dell’opera – la Francia e l’Italia.
Insieme a Lou Andreas von Salomé, donna ineffabile e apicale che egli amerà
senza tregua, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Rainer si
spinge a esplorare più volte la Russia, terra nutrice di spiriti millenari che
gli si manifesta subito come un destino, come la sola patria possibile, anche
se, in realtà, non lo diverrà mai. È la stessa Lou, nel suo amorevole ricordo
del poeta, a declinare le ragioni di questo sentimento di appartenenza alla
terra moscovita.
> “A determinare questo sentimento contribuisce un elemento concreto:
> l’estensione su due continenti del territorio russo, la quale toglie al
> concetto di patria quella limitatezza che trova il proprio presupposto nella
> separazione di un paese da un altro. Qui non si ha mai per così dire
> l’impressione di essere lontani dalla patria, e neppure dalla società umana,
> come se questa fosse già garanzia di una stretta parentela di sangue.”[8]
Attraverso l’esperienza in quell’avamposto estremo, dove il raccoglimento è il
companatico di giorni nevosi e di notti scandite dalle campane del Cremlino,
Rilke avverte l’identità perfetta fra preghiera e poesia, un apprendistato che
confluirà nel già menzionato Libro d’ore, e che sarà il primo passo verso
l’approdo a una patria ultraterrena in terra, id est l’opera poetica. Ma occorre
tempo prima che Rilke varchi quella soglia. Occorre una moltitudine d’altri
esili, non tutti enumerabili in questa sede.
Tornato dai viaggi moscoviti, nel 1902, Rainer si stabilisce, per circa un anno,
a Parigi. Ma la ville française si tramuta in un esilio insopportabile,
annichilente: meglio l’erranza senza sosta del fragore e dell’esagitazione
parigina. In effetti, è proprio nella città francese, crocevia internazionale
letterario, che Rilke, dopo un primo acuirsi dello sguardo creativo, grazie alla
molteplicità di esperienze vissute, comincia ad avvertire lo sfinimento di sé,
quell’angosciosa sensazione di dissanguamento, apatia ed estenuazione che lo
accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni.
Eppure a Parigi, nonostante tutto, egli torna ricorsivamente, dopo numerosi,
rinnovati soggiorni in Italia, in Germania e dopo aver abitato, per qualche
tempo, persino in Scandinavia; ed è sempre nella ville française che il poeta
torna per lavorare accanto all’infaticabile Rodin, di cui sfiora l’opera
numinosa in una quotidianità che si fa presto burrasca, separando i loro cammini
(per poi, più tardi, riunirli); ed è ancora a Parigi che Rainer s’imbatte
nell’impetuoso genio di Cézanne, il quale – come afferma il poeta – lavora senza
gioia, in un perpetuo fluire di furore.
Il poeta cammina sul piccolo sentiero che costeggia Muzot, la reggia delle
Elegie
Da entrambi gli artisti, in ogni caso, Rilke apprende un ascetismo
rigorosissimo, e una solitudine che non è soltanto creativa, ma
ontologica. Negli anni parigini, il poeta assimila, da un lato, il vivificante
slancio verso il lavoro, ma, dall’altro, avverte, impellente, il desiderio di
alienazione da una mondanità che alimenta ed esacerba la solitudine urbana, che
è un tipo di solitudine infetta, del tutto inadatta alla creazione; la stessa
solitudine vissuta dal protagonista del suo unico romanzo (I quaderni di Malte
Laurids Brigge), poeta danese che sperimenta l’esilio in una Parigi spietata e
alienante, in cui si soffre e si muore, e in cui egli, arreso al giogo della
poesia, tenta in ogni modo di allenare lo sguardo all’Invisibile.
Nel 1911, dopo essere stato in Egitto, in Algeria e in Tunisia, Rilke torna in
Italia, questa volta a Duino, accettando l’invito della principessa Marie von
Thurn und Taxis a soggiornare nel suo castello incastonato su di una rupe
bianca. Qui il poeta si esilia fra la sua stanza e il sentiero di frutici che
costeggia le numerose falesie calcaree a precipizio sull’Adriatico; e sempre
qui, come sappiamo, scriverà il dirompente principio delle Elegie Duinesi, opera
che, più tardi, lo consacrerà nell’empireo dei poeti di lingua tedesca.
Ma è in un castello ancora più appartato, spartano (quello di Muzot), e in un
esilio ancora più claustrale – quello finale – che Rilke, dopo altre
peregrinazioni, giungerà a infrangere la maledizione della caducità, portando a
compimento le Elegie e contestualmente scrivendo, in un deliquio di qualche
settimana, I sonetti a Orfeo. Qui, in Svizzera, per qualche anno, poco prima di
morire, tradurrà Paul Valéry in tedesco e scriverà anche alcuni cicli di poesie
in un francese di raro nitore (ricordiamo, in particolare, le
raccolte Vergers e Quatrains Valeisans).
In ogni caso, quel tonfo finale in una poesia capace di sconfiggere persino la
morte pone fine all’erranza di Rilke, non soltanto perché il 29 dicembre 1926
morirà in una clinica nei pressi di Montreux per una leucemia fulminante, ma
perché egli avrà trovato finalmente tutto il mondo in sé, realizzando così
l’opera alla quale ha sacrificato la vita.
Rilke è stato un esule impenitente, perenne, forse fra i più radicali. È stato
esule in ogni terra che ha abitato, e lo è stato persino nell’amore, fra le
innumerevoli peregrinazioni sentimentali sempre interrotte per consacrarsi alla
poesia. Nessun luogo è stato patria, nessun amore, neppure quello per l’eterna
Lou, neppure quello per la figlia Ruth. Rilke non ha abitato nessuna dimora,
nessun castello, ne è stato semmai accolto. Rilke, coerentemente con una vita
all’insegna di un generalizzato e incessante parossismo, è riuscito a esiliarsi
persino da se stesso. Ma in ogni cosa e in ogni luogo del mondo egli ha trovato
quello che sempre è andato cercando: la poesia.
Anni prima, scrivendo il Libro d’ore, lo diceva così:
“Vivo la mia vita in cerchi che si allargano,
che passano sopra le cose.
L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento,
ma voglio protendermi, tentare.
Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio,
le giro attorno da migliaia d’anni:
e ancora non so: sono un falco, o una tempesta,
o un canto, forse – e grande”[9].
*
Abbiamo ricordato Rilke per ultimo, poiché, forse, a differenza degli altri, ha
incarnato con lucidità l’esilio, vivendolo non già come perdita, ma come
condizione stessa della letteratura, la quale si muove, per sua stessa essenza,
in una zona friabile, un luogo di non appartenenza. Lo scrittore, nel gesto
creativo, esilia sempre se stesso, in qualunque lingua decida di scrivere.
E la patria d’origine, come sabbia, scivola via, è uno spettro sfocato, che si
illumina forse soltanto nel ricordo. Ma l’appartenenza, per uno scrittore, che
si tratti di una lingua, di un lago, o di un luogo, è un’illusione. La parola è
il cristallo in cui si specchia ogni identità, poiché entrambe mutano insieme
davanti a ogni nuova pagina bianca.
In fin dei conti, la patria di uno scrittore è sempre e soltanto quella pagina
bianca.
Maura Baldini
*In copertina: Lycaeides melissa samuelis abbozzata da Vladimir Nabokov
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[1] L’intervista è reperibile nel volumetto intitolato La lingua materna – La
condizione umana e il pensiero plurale, a cura di Alessandro Dal Lago, Hannah
Arendt, Mimesis, Piccola Biblioteca (2019).
[2] W.G. Sebald, Tessiture di sogno, Adelphi, 2022.
[3] Nabokov conosceva, sin da bambino, oltre al russo, l’inglese e il francese.
[4] “Il viso del mio sublime vicino possedeva qualcosa che l’occhio
avrebbe potuto gradire, se fosse stato soltanto leonino o soltanto irochese; ma,
per sfortuna, la combinazione delle due cose ricordava semplicemente la faccia
di un grasso beone hogarthiano di sesso indefinito. Il corpo deforme, quel
ciuffo grigio e folto di capelli, le unghie gialle, le dita massicce e tozze, le
borse sotto gli occhi velati erano intelligibili solo considerandoli come i
materiali di scarto eliminati dal suo io intrinseco, ad opera di quelle medesime
tensioni perfezionistiche che purificavano e cesellavano i suoi versi. Egli era
l’obliterazione di se stesso”. Vladimir Nabokov, Fuoco Pallido, a cura di Anna
Raffetto, traduzioni di Franca Pece e Anna Raffetto, Adelphi, 2002.
[5] L’intervista è inclusa nel volume Intransigenze, Vladimir
Nabokov, Biblioteca Adelphi, Vol. 294, 2015.
[6] La versione in ligua francese è tratta da L’analphabète – Récit
autobiographique, Àgota Kristòf, Éditions Zoè, 2021, Genève.
[7] Da L’analphabète – Récit autobiographique, Ágota Kristóf, Éditions Zoè,
2021, Genève.
[8] Lou Andreas-Salomé, Rainer Maria Rilke – Un incontro, a cura di Amelia
Valtolina, Edizioni SE, 2012, traduzione di Chiara Allegra.
[9] Rainer Maria Rilke, Libro d’ore, a cura di e tradotto da Lorenzo Gobbi,
Servitium, 2008.
L'articolo “Abbandonare la mia lingua”. Nabokov, Kristóf, Rilke: scritture
dall’esilio proviene da Pangea.