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Scandalosamente bellissimo. Passione e solitudine di Gesù (o di uomini disumanizzati dalla rabbia)
> “È l’amore per l’uomo che lo conduce alla solitudine. Non è possibile vero > amore che non porti con sé questa specie di lama inesorabile che recide: chi > più ama più è separato; chi più ama più sente le falsità delle verità > costituite”. > > (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1980) LA CENA PASQUALE (Mt 26,17-29) 1. > “La cena pasquale celebra il mistero della continua presenza del Cristo in > mezzo al suo popolo”. > > (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999) > “O Gesù mio, O Dio innamorato delle anime, dove vi trasportò l’affetto che > portavate agli uomini sino a farvi loro cibo? Ditemi, che più vi resta da fare > per obbligarci ad amarvi? Voi nella santa comunione tutto a noi vi donate > senza riserva; è giusto dunque che noi tutti senza riserva ci doniamo a voi. > Amino gli altri ciò che vogliono, ricchezze, onori e mondo: io voglio essere > tutto vostro, non voglio amare altri che voi, mio Dio. Voi avete detto che chi > si ciba di voi vive solo per voi: «Colui che mangia di me vivrà per me» (Gv > 6,57). Giacché dunque tante volte mi avete ammesso a cibarmi delle vostre > carni, fatemi morire a me stesso, acciocché io viva solo per voi, solo per > sentirvi e darvi gusto. Gesù mio, io voglio metter in voi tutti gli affetti > miei: aiutatemi ad esservi fedele”  > > (Alfonso M. De’ Liguori, Opere ascetiche, Roma 1934; da Lectio Divina per la > vita quotidiana vol 13, Queriniana, 2001) Giuda, uno dei Dodici, si accorda con i capi dei sacerdoti per la consegna del suo Maestro, comincia così il racconto liturgico della Passione, come se fossimo davanti allo scacco definitivo del Cristo, il tradito, l’arrestato, la vittima inerme. Inizia con Giuda che tradisce Gesù, come a inaugurare la narrazione di una vita destinata passivamente al macello. È una falsa pista, Matteo vuole sottolineare esattamente l’opposto, per lui Cristo, la vittima, decide di sé, da sempre, e ora in modo definitivo. Infatti “Gesù comanda. Gesù non è qualcuno che conosce in anticipo in modo miracoloso i fatti più strani, ma è colui che comanda e poi avviene ciò che egli dice” (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia editrice 2014).  Gesù è il Signore, si illudono i nemici di averlo a loro disposizione, ci illudiamo noi di averlo tra le mani, lui è il Signore, e per fortuna sfugge sempre alle nostre blasfeme manipolazioni. E così, mentre Gesù viene valutato trenta denari, una cifra ridicola, una cifra misteriosa, per qualcuno equivalente a un decimo del denaro speso dalla donna per comprare il profumo che unse il Messia in Mc 14,5, mentre sembra destinato a essere svenduto come cosa di poco conto, Gesù ordina di preparare la Pasqua, agisce da Signore, sceglie di far accadere la Scrittura. Mentre Giuda si illude di poterlo consegnare, Gesù decide di offrirsi.  La solitudine di Cristo, così come la morte, non è un effetto collaterale che verrà aggiustato dalla Resurrezione ma è la traiettoria che l’amore prende quando decide di donarsi agli uomini fino a “farsi loro cibo”, la solitudine è scelta da Cristo perché è la lama che recide chi decide di essere fedele alla volontà d’amore del Padre. È questo che fa paura anche a noi, oggi, che inorridisce. Che Cristo la solitudine la scelga. E che chieda a qualcuno di noi di fare altrettanto. Si vorrebbe credere senza entrare nel baratro, ci si vuole illudere di poter amare senza perdere nulla, si spaccia per cristianesimo una vaga emotiva dottrina di una presunta fraternità tra gli uomini, Gesù è Amore e l’amore chiede tutto, ogni cosa. “Fatemi morire a me stesso, acciocché io viva solo per voi, solo per sentirvi e darvi gusto”.  Anche il tradimento di Giuda non è azione capace di sorprendere Gesù, la notte oscura del delirio umano contro l’Inviato non è buia ai suoi occhi, Cristo prende tra le mani i disegni meschini intessuti alle sue spalle e li mette in tavola, “mentre mangiavano” racconta ciò che sta accadendo, “mentre mangiavano” intinge la mano nel piatto con Giuda, “mentre mangiavano” prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo condivise. E poi il calice, il sangue dell’alleanza “versato per molti per il perdono dei peccati”. Tutto avviene mentre mangiavano, mentre stavano aggrappati alla vita, mentre celebravano una pasqua di liberazione, mentre veniva esplicitata una liturgia d’amore eterna e cosmica, mentre l’Alleanza appariva finalmente definitiva, mentre il sangue versato era per tutti, anche per i carnefici. Anche per Giuda. C’è solitudine maggiore? E amore maggiore? Dare la vita per i nemici. Questo il vero terribile inarrivabile amore: “Non è possibile vero amore che non porti con sé questa specie di lama inesorabile che recide”. > “Ora, se il sangue dell’alleanza è stato versato nei nostri cuori in > remissione dei peccati, una volta che quel sangue da bere è stato versato nei > nostri cuori, sono rimessi e cancellati tutti i peccati che abbiamo commessi > prima. Egli poi, che dopo aver preso il calice, dice: Bevetene tutti, mentre > noi ne beviamo non si allontana da noi ma lo beve con noi (essendo in > ciascuno), dato che non possiamo da soli, senza di lui, né mangiare di quel > pane né bere di quel frutto della vera vite. Non ti meravigliare che egli > stesso sia pane e ne mangi insieme a noi, che egli stesso sia bevanda del > frutto della vita e ne beva con noi. Il Verbo di Dio infatti è onnipotente e > viene indicato con diversi appellativi, egli è innumerevole a seconda delle > molte forze, essendo l’uno e lo stesso ogni forza”. > > (Origene, Commento a Matteo 86) *            GETSEMANI (Mt 26,30-46) > “Nel Getsemani Gesù è il modello del perfetto orante che sperimenta l’ > «agonia» del silenzio e dell’amicizia umana e della stessa vita”. > > (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999) > “[Il Figlio di Dio e Uomo Gesù Cristo] ci avvertì di pregare, quando disse ai > suoi discepoli: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione». E amandoci > veramente di cuore, perché nessuna scusa ci restasse di questa benedetta > razione, lo stesso Gesù volle pregare affinché, attratti dal suo esempio, noi > l’amassimo sopra tutte le cose. Dice infatti l’evangelista: «Come più > lungamente pregava, il suo sudore divenne quale gocce di sangue che scorrono > fino a terra». Poni questo specchio innanzi ai tuoi occhi, e studiati con > tutte le tue forze d’ottenere qualche cosa di questa orazione, ché egli per te > e non per se stesso pregò. Pregò ancora, quando disse: «Padre, se possibile, > passi da me questo calice. Ma sia fatta la tua volontà e non la mia». Vedi > come il Cristo sottopose la sua volontà a quella divina; e fa’ tu secondo tale > esempio”. > > (Angela da Foligno, L’autobiografia e gli scritti, Città di Castello 1932; > da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 13, Queriniana, 2001) La solitudine nel Getsemani si fa terribile, gli amici rimasti dormono a pochi passi dal Maestro, aveva chiesto compagnia, almeno in quell’ora, gliela negano. Giuda almeno ha deciso, si è giocato, almeno lui agisce, tradisce, non si limita a subire. Ma i suoi amici? Quelli che aveva scelto? Non reggono di stare al suo fianco, dormono, non sopportano l’urto del dolore, o forse nemmeno si accorgono della gravità del momento. Per loro, proprio per loro, ha senso dare la vita? Ne hanno bisogno? Capiranno questo infinito spreco d’amore? Forse solitudine vera è non pretendere d’essere capiti. > “Getsemani significa “valle molto feconda”. È qui che Gesù ordina ai discepoli > di sedere per un poco e di aspettare il suo ritorno, cioè per il tempo in cui > il Signore rimane solo a pregare per tutti” > > (Girolamo, Commento su Matteo 4, 26,37; da La Bibbia commentata dai padri. > Nuovo Testamento, Matteo 14-28, Città Nuova, 2006) Gesù sceglie la solitudine perché solo la solitudine è Getsemani: molto feconda. Torchiato il corpo-sangue in vino, immerso, come battezzato, in una fornace di fuoco il corpo-pane: tutto implora fecondità. Tutto chiede d’essere mangiato. Non si può dire di credere se non si è disposti a sprecare la vita fino in fondo. Cristo alla colonna fiammingo del XV secolo * ARRESTO (Mt 26,47-56) > “Nell’ arresto Gesù ribadisce il suo appassionato amore per il perdono e per > la non-violenza”. > > (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999) > “Perché dunque sei venuto a darci impaccio? Giacché Tu sei venuto a darci > impaccio, e sei il primo a saperlo. Ma sai, di’, che cosa avverrà domani? Io > non so chi Tu sia, e non voglio sapere se sei Tu o soltanto un simulacro di > Lui: ma domani stesso io ti condannerò e ti brucerò sul rogo come il peggiore > degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi, domani, a > un mio semplice cenno, si precipiterà ad accostare le braci al rogo Tuo: sai > Tu questo? Già: Tu forse lo sai…” > > (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi, 1993)  Con spade e bastoni la violenza irrompe nel giardino, i denari già versati e la coppa appena condivisa, come se fosse un gioco, ognuno a calare la propria carta, gioco perverso e pericoloso, definitivo. L’impressione è che se Cristo avesse deciso di non amare, se avesse contraddetto la sua divina natura, tutto il cosmo sarebbe collassato in un istante. Se Dio è Amore sarebbe bastato un attimo solo di non amore, di non Dio, di non vita per soffocare lo Spirito.  Anche i baci vennero stuprati quella notte. Ma forse più difficile di ogni altra cosa fu, per Cristo, fermare la violenza dei suoi, imporre alla spada di tornare nel fodero. Solitudine vera è non accettare nemmeno di farsi difendere, non così. Solitudine vera è imporre una scelta diversa alla violenza senza illudersi che la violenza evapori: quella spada ricacciata nel fodero è la sentenza, tutta la violenza del mondo si scaglierà su di lui.  E mentre le sue parole tuonavano verità mostrando che la Scrittura si stava compiendo, in quella consegna di sé secondo il Testamento, proprio allora, non prima, i suoi discepoli lo abbandonarono. È la Scrittura che si compie a farci paura. C’è un legame tra il compiersi della Scrittura e la solitudine. * IL PROCESSO GIUDAICO (Mt 26,57-75) > “Il processo giudaico è dominato dall’ultima rivelazione messianica e divina > di Gesù davanti al suo popolo: «d’ora innanzi vedrete il figlio dell’uomo > seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del cielo»”. > > (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999) > “Arrestato il pastore, si sbandarono le pecore. Preso il Maestro, i discepoli > fuggirono. Pietro però, come il più fedele, gli tenne dietro da lontano, fino > all’atrio del principe dei sacerdoti. Alla interrogazione della serva, negò > con giuramento e ripeté una terza volta che non conosceva Gesù. Il gallo > cantò! Ma il buon Maestro ferì il discepolo prediletto con uno sguardo di > commiserazione e di grazia. Pietro comprese e, uscito fuori, pianse > amaramente”. > > (Bonaventura da Bagnoregio, Il legno di vita, in Id., Opuscoli di mistici, > Milano 1956; da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 13, Queriniana, > 2001)  Il sommo sacerdote Caifa, gli scribi, gli anziani; Gesù è davanti a loro e loro cercano una falsa testimonianza e falsi testimoni. La Verità sta, al loro cospetto, ma loro hanno già deciso di condannarla, cercano solo un motivo plausibile. L’istituzione decide ancora una volta di difendere se stessa, di non chiedere ai suoi membri di mettersi in gioco. È davvero tutto qui, un copione che si ripete, bestemmia chi non si adegua. Gesù dapprima tace. Inserisce silenzio nella menzogna, uno spazio ancora di possibilità, di riflessione, di conversione. Il sommo sacerdote rompe quel silenzio con quella che sembra una preghiera “Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio”, la risposta di Cristo è lapidaria “Tu l’hai detto”. Ma dirlo non basta. Ripetere formule esatte non consegna alla verità. Occorre imparare a “vedere il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo”. Il sommo sacerdote si strappò le vesti. Le belve battezzarono bestemmia il Dio fatto uomo davanti ai loro occhi. La solitudine si fa anche fisica: sputi, percosse, schiaffi. Ma la vittima non è Cristo, lui rimane scandalosamente bellissimo, sono gli uomini a essere vittima della loro stessa cecità, sono loro a essere disumanizzati dalla rabbia. Non è senza prezzo rifiutare la verità. Non è tutto uguale. La falsa testimonianza, i falsi testimoni, portano a una falsa umanità, non è tutto uguale come vorrebbero farci credere. Deformati dall’odio i carnefici non sono più Sua immagine e somiglianza. Ne diventano una caricatura. Diabolica. Francisco de Zurbarán, Cristo alla colonna, 1661 Pietro intanto, finalmente, comincia a capire. Dopo aver giurato una fedeltà che non è riuscito a mantenere, travolto dalla propria debolezza, sopraffatto dalla benedetta solitudine (senza amici e senza maestro), finalmente esplode in un pianto di verità: “Non conosco quell’uomo!” Finalmente capisce. Ora poteva iniziare la conversione. Questa è la confessione mancata ai capi dei sacerdoti, questo solo abbiamo bisogno di comprendere anche noi se vogliamo davvero tentare la sua sequela: non lo conosciamo mai fino in fondo, lui sfugge sempre, lui ci chiede di rimetterci continuamente in discussione, lui ci distrugge e riedifica, siamo suo tempio. Noi chiamati a farci continuamente ferire dal suo “sguardo di commiserazione e di grazia”. * IL PROCESSO ROMANO (Mt 27,1-31) > “Il processo romano sancisce la scelta della folla di Gerusalemme e svela > l’indifferenza (Pilato) ma anche la simpatia (moglie di Pilato) dei pagani”. > > (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999) > “Dunque, tacendo, il Signore conferma l’accusa, che gli viene rivolta, ma la > disprezza col non confutarla. Infatti a ragione tace chi non ha bisogno di > difesa: aspiri ad essere difeso chi teme di essere sopraffatto, si affretti a > parlare chi teme di essere vinto. Cristo invece, quando è condannato, anche > risulta superiore, quando viene giudicato, anche vince, come dice il profeta: > Poiché tu sia giustificato nelle tue parole e vinca quando sarai giudicato. > Che bisogno aveva di parlare prima del giudizio Colui per il quale lo stesso > giudizio era una completa vittoria?” > > (Massimo di Torino, Sermoni 57,1; da La Bibbia commentata dai padri. Nuovo > Testamento, Matteo 14-28, Città Nuova, 2006) Giuda sceglie di tacere, crocifiggendo il proprio respiro al ramo di un albero. Il sistema no, il sistema parla, si confronta, si giustifica, “(le monete) non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue”, ed è incredibile come sia sempre e ancora così per chi non prende la decisione di mettersi in discussione. Discute di tutto. Giustifica tutto. Sistema sempre tutto. Pur di non mettersi in gioco. Almeno Giuda ha giocato, si è giocato. Forse si è perfino affidato.  Anche Pilato cerca di sistemare le cose, esercita quello che crede potere per avere tutto sotto controllo. Il silenzio di Cristo lo destabilizza. Forse avrà creduto d’aver trovato una geniale soluzione pensando a Barabba, al “figlio del padre”, ma non andrà secondo i piani previsti. Il vero Figlio sarà scelto per la croce. La folla, intanto, come sempre, perdendo le singolarità, confondendo i volti, annientando i nomi, annullando le storie… frana nella menzogna. La folla, contraddizione della santa solitudine, solo vile aggregato di egoismi, annientando il volto tramuta gli esseri viventi in legione. Anima nera che ancora abita qualsiasi ideologia. * CROCIFISSIONE > “Al vertice della Crocifissione è convocato tutto il cosmo con le sue forze > (tenebre e terremoto), è presente l’umanità che bestemmia, ma avanza anche la > Chiesa dei nuovi credenti (il centurione) e sfila ormai la nuova umanità > liberata dal Cristo (i morti che sorgono dai sepolcri)”. > > (Gianfranco Ravasi, Secondo le Scritture, Piemme, 1999) > “Dio entra nella morte perché là va ogni suo figlio (…) La croce è l’abisso > dove Dio diviene l’amante”. > > (Ermes Ronchi e Marina Marcolini, Le ragioni della speranza, Edizioni Paoline, > 2013) Dalla croce, dal fondo dell’abisso, il grido del Solo: “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?”, traiettoria finale della condizione di servo. Non si può scendere oltre, è il termine della notte più oscura, è l’abisso. E dall’abisso ecco sgorgare il Salmo, e da quel momento nessun Calvario sarà così terribile da non saper balbettare una preghiera. La solitudine di Cristo è il volto più radicale dell’Amore, quello al quale consegna tutto di sé. Cristo è l’abbandonato che si abbandona in Lui. > “Elì, Elì, lemà sabactani?, perché si rendessero conto che, fino all’ultimo > respiro, onorava il Padre e non era nemico di Dio. Perciò pronunciò una parola > profetica, rendendo testimonianza all’Antico Testamento fino all’ultimo > momento, e non solo una parola profetica. ma anche ebraica, in modo che fosse > loro nota e manifesta; in tutto mostra la sua concordia con colui che l’aveva > generato”. > > (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 88,1) > “La terra di scuote: essa infatti non poteva ricevere tale morte, Le rocce si > spezzarono: il Verbo di Dio infatti e la potenza della sua eterna virtù > penetrando in tutto ciò che era resistente e forte ne aveva forzato l’accesso. > I sepolcri si aprirono: le barriere della morte infatti erano state dischiuse. > E molti corpi di santi risuscitarono: illuminando infatti le tenebre della > morte e rischiarando l’oscurità degli inferi, egli sottraeva alla morte le sue > spoglie nella risurrezione dei santi, che apparvero in quel momento. E perché > non raggiungesse il colmo il crimine dell’incredulità di Israele, il > centurione e le guardie, vedendo lo sconvolgimento di tutta la natura, lo > riconoscono come figlio di Dio”. > > (Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 33,7; da La Bibbia commentata dai > padri. Nuovo Testamento, Matteo 14-28, Città Nuova, 2006) Storie apparenti minime, intanto, abbozzano segni di speranza. La moglie di Pilato, l’uomo di Cirene, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, la madre dei figli di Zebedeo, altre donne, Giuseppe d’Arimatea, il centurione. A queste persone apparente marginali, ai loro silenzi, alla loro fedeltà è affidata la speranza. Anche oggi. Al loro coraggio di affrontare una solitudine radicale, la sola che permette di scendere nell’abisso che ci portiamo dentro e di scoprirlo abitato dall’Amante. A loro e a tutti i soli in Cristo è affidata da allora la speranza nell’Amore che apre i sepolcri.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Bramante, Cristo alla colonna, 1490 ca. L'articolo Scandalosamente bellissimo. Passione e solitudine di Gesù (o di uomini disumanizzati dalla rabbia) proviene da Pangea.
March 29, 2026 / Pangea
“O Eterno io grido da luoghi troppo profondi”. Intorno al romanzo più potente di Giuseppe Berto
La Gloria, disorientante romanzo pressoché dimenticato dell’altrettanto dimenticato Giuseppe Berto, rappresenta la sacra storia di Gesù dal punto di vista di Giuda – il traditore, il reietto, il suicida. Si tratta dell’attesa di un evento che ci precede e che ci oltrepassa, ci trafigge, ci respinge e, imbuto di potenza metafisica, ci risucchia. Si tratta di una suspense che si sviluppa più lentamente degli istanti del tempo umano, di una durata che non dura, di un Dio che fugge, si nasconde, ci vorrebbe imitare e salvare e graziare e glorificare. È “l’attesa dell’Atteso” che ci custodisce, a dispetto della secolarizzazione, nel recinto del non completamente dicibile; la rappresentazione dell’avvento che ancora non ad-viene, del nume legato all’uomo – che se ne nutre, che lo flagella, lo unge, crocifigge, redime. Giuda, come il Battista, aveva un segno sul collo che via via si faceva più scuro e, alla stregua di Gesù, era stato occultamente chiamato a qualcosa di ineluttabilmente necessario, a un olocausto paradossale, alla tragedia, alla ironia che contrasta l’Assoluto facendone parte.  Giuda come il Battista era lì per un Altro, un altro che era in fondo pure se stesso, un daimon fattosi carne, il doppio davanti alla propria anima, davanti agli epopti, davanti a tutti gli astanti, ai disperati, agli illusi, agli assetati di altro vino, agli affamati d’altra carne. Giuda però ha frainteso il senso della gloria di cui avrebbe dovuto infine godere. Giuda sapeva che luce non è solo luce e che la tenebra non è solo tenebra, ma aspettava un capo, lottava per la giustizia impossibile; impossibile quanto l’avvento del Regno, del Regno di Dio, preparato dall’Unto.  Giuda sperava in un leader dal braccio forte, in un condottiero per il quale morire, che sapesse insanguinare la spada, che sapesse indicare la via, guidare alla morte, che sapesse cacciare l’oppressore romano o immolarsi per cacciarlo, un re che sapesse essere re, un circonfuso che sapesse incendiare tutti i cuori, innescarne l’impeto, la furia devastatrice, apocalittica sollecitudine di morte, la voglia di martirio. Giuda che – diversamente dagli altri discepoli – amava così profondamente da non perdere la sincerità più scomoda e che era così fedele da non pretendere miracoli da saltimbanchi, che sapeva stare sempre un passo indietro e che non era alla ricerca di fatti straordinari ma di ipnotizzanti parole catalizzatrici, proprio lui, non era affatto solo lui.  Giuda era l’umanità nella sua maledetta aspettazione di Qualcosa, nella sua ontologica apertura, nella sua escatologica pro-gettualità; ed era ognuno di noi: il tormento che ci attanaglia la notte singolarmente; la vertigine che ci agita personalmente, quella che ci prende uno per uno e senza lasciare scampo; il non-senso che ci strozza quando si assenta il divertissement; il nulla che ci prende anima per anima avanzando senza chiedere, aprendo senza bussare; l’ospite più inquietante che ci trattiene, che ci schiaccia nella oscurità.  Giuda è la punizione che arriva prima di morire; la coscienza che ti sussurra la dannazione inevitabile; la macerazione che non si può evitare e la fatalità dei rapporti umani, così parossistici, così indecifrabilmente imperfetti ma anche rotondi, in-sensati oltre il comprensibile.  Giuda, anagramma di “guida”, è la consapevolezza che il male rimesta il circolo del bene e il bene il circolo del male. Giuda dà del Tu a Gesù e Berto, nel romanzo del lontano 1978, utilizza l’iniziale maiuscola giacché a Gesù si dà del Tu, lo si ricerca nell’io, ma gli si dà quel Tu che si dà a un padre. Vi è perciò anche tutto un altro mondo dentro Giuda, un mondo che è di Giuseppe Berto, che è Giuda dentro Berto – Berto dentro Giuda. Il suo rapporto col Tu è difatti sì rapporto con un più fragile e dubitante io, ma è altresì il rapporto con la austera serietà di un nomos che ci supera, di un Padre che ci crea e così ci incatena, che ci ama e così ci abbandona. Ordunque, come rileva Silvio Perrella nella rivelante postfazione della edizione Neri Pozza, Giuda è anche Giuseppe Berto che rievoca in Gesù la ricerca del padre trapassato di cui è stata faticosa, tragicamente geniale testimonianza Il male oscuro. Gesù, perciò, compagno e tormentato fratello, ma appunto financo padre rispetto a cui ci si sente in colpa, rispetto a cui si vorrebbe essere all’altezza; padre che non è lecito tradire nemmeno quando tradire significa non tradire. E in fondo è oscuro pure il male che ci avvolge tutti, ma ognuno con una tunica diversa; il male che si stringe come una corda intorno al collo di ognuno e che non lascia scampo, che prima o poi arriva o che c’è e non ha bisogno di arrivare.  Il male che già i Greci avevano identificato nella individuazione, nella rottura di una immaginata armonia.  Il male come inconveniente di nascere, direbbe Cioran, che però apre fatalmente alla speranza del ritorno, alla ricomposizione dello strappo, alla risoluzione, all’ultimo abbraccio, all’ultimo incontro; il male che dal due riapre all’Uno; il travaglio del negativo che prelude a una improbabile sintesi finale, il suo costante presentimento, il suo ri-sentimento. L’abbandono dell’uomo e quello dell’inquieto Gesù, un uomo che parla per enigmi, che ama per enigmi; il calice amaro, quello che dobbiamo bere, che beviamo affidandoci lo stesso; la cicuta che ci deve redimere; l’esempio che dobbiamo dare; il sangue che dobbiamo versare. E Giuda che stringe la corda intorno al suo collo sempre più forte ad ogni suo passo, che tradisce per compiere la parola dell’Altro, che muore da uomo per amare da Dio, per amare un uomo-Dio, questo Giuda è fedele perché ha quello strano grado di confidenza inspiegabile con Gesù che lo obbliga a procedere, lo giustifica, ma ancora forse non lo grazia. Il dilaniato e umano traditore mostra la sovraumana forza della fede, lo sconquasso della fede, timore amore tremore. D’altra parte come fa Giuda a raccontarci i fatti? Da dove li racconta? C’è poi una dimensione dopo la morte da dove poter narrare e, ancor di più, dopo quel tipo di morte? Ecco che ancora una volta Giuda non è soltanto Giuda ma l’uomo che urla nell’uomo:  > “O Eterno io grido da luoghi troppo profondi: Signore, non ascoltare la mia > voce”.          Luca Caddeo     *In copertina: Caravaggio, “Cattura di Cristo”, 1603 L'articolo “O Eterno io grido da luoghi troppo profondi”. Intorno al romanzo più potente di Giuseppe Berto proviene da Pangea.
March 25, 2026 / Pangea