Chiamato a testimoniare nell'ambito di una causa sui danni delle piattaforme a
una giovane utente, l'ad di Meta ha fatto di tutto per schivare le sue
responsabilità.
Nello specifico, la presenza di Zuckerberg doveva chiarire se le piattaforme del
colosso, come Facebook e Instagram, fossero state intenzionalmente progettate
per creare dipendenza, e per rispondere alle accuse secondo cui l'azienda
avrebbe deliberatamente adottato strategie per aumentare l'engagement di
adolescenti e pre-adolescenti, innescando negli utenti gravi problemi di salute
mentale.
L'udienza rappresenta uno dei passaggi chiave della causa intentata contro Meta,
YouTube, Snap e TikTok da una ventenne californiana, identificata in aula come
K.G.M. (anche se il suo avvocato si è spesso riferito a lei con il suo nome di
battesimo, Kaley), e da sua madre nel 2023. La tesi è che l'uso compulsivo delle
piattaforme social da parte della ragazza in età estremamente precoce le abbia
causato seri danni psicologici.
Mentre a novembre Meta e Google avevano provato senza successo a far archiviare
il caso, Snap e TikTok hanno poi raggiunto un accordo in via extragiudiziale,
lasciando alle altre società il compito di affrontare il primo di una nutrita
serie di processi sulla dipendenza da social media attualmente in corso a Los
Angeles. Queste cause – che nel gergo giuridico statunitense vengono definite
bellwether – sono state selezionate in quanto rappresentative di un gruppo molto
più ampio di azioni legali simili contro le stesse aziende. I querelanti, che in
totale sono circa 1.600, sostengono che i loro figli siano stati vittime di casi
di depressione, dismorfismo e suicidio.
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Tag - dipendenze
Sono sempre più le prove che mostrano che i Social Media sono progettati per
dare dipendenza. Da quanto emerge da diverse fonti, non si tratta di un effetto
collaterale, ma di un obbiettivo da raggiungere per fare in modo che gli utenti
passino più tempo possibile interagendo con le piattaforme, così da consegnare
un numero sempre crescente di dati e metadati alle varie piattaforme di social.
Il caso più evidente è quello messo in mostra dall'organizzazione no-profit USA
"The Tech Oversight Project". L'organizzazoine ha pubblicato un rapporto che
mette in luce i documenti, desecretati recentemente, relativi ai processi sulla
dipendenza dai social media del 2026. I documenti forniscono prove schiaccianti
del fatto che Meta, Google, Snap e TikTok hanno progettato intenzionalmente i
loro prodotti social per creare dipendenza tra bambini e adolescenti, senza
riguardo per i danni noti al loro benessere, e di come questa dipendenza di
massa tra i giovani fosse fondamentale per i modelli di business delle aziende.
Se siete curiosi potete leggere i molti documenti interni nella pagina del
rapporto. E' una lettura, semplice e molto istruttiva.
Dal canto suo l'Unione Europea ha pubblicato un comunicato stampa in cui si da
notizia di una indagine preliminare che proverebbe che TikTok esporrebbe adulti
e minori a dipendendenza e comportamenti compulsivi.
Il riferimento è allo scorrimento infinito, la riproduzione automatica
automatica dei video, le notifiche push e il sistema di raccomandazione
altamente personalizzato. Tutte funzionalità presenti in praticamente tutti i
Social Media commerciali.
Vedremo come andrà a finire
Una giuria popolare di Los Angeles stabilirà se TikTok, Instagram e YouTube
abbiano causato dipendenza nei minori.
Inizierà martedì prossimo in California un processo senza precedenti, in cui una
giuria popolare dovrà stabilire se TikTok, Instagram e YouTube abbiano
consapevolmente progettato le loro applicazioni per rendere i giovani dipendenti
dai social network e se possano quindi essere ritenuti responsabili del
deterioramento della loro salute mentale.
Questo processo civile, che si terrà per diversi mesi presso la Corte Superiore
di Los Angeles, si preannuncia molto seguito. Potrebbe costituire un importante
precedente giuridico per tutta una serie di cause negli Stati Uniti contro i
giganti della tecnologia, accusati di aver deliberatamente organizzato la
dipendenza dai social network per massimizzare i propri introiti pubblicitari.
Il giudice Carolyn Kuhl è incaricato di condurre queste battaglie legali, che
dureranno diversi mesi e la cui portata andrà ben oltre Los Angeles. Un
procedimento simile sta cercando di ottenere un processo di portata nazionale
davanti a un giudice federale di Oakland, nel nord della California, a partire
dal 2026. Diversi Stati hanno anche avviato azioni legali contro le piattaforme,
come quella condotta da un procuratore di Santa Fe (Nuovo Messico) che le
ritiene responsabili di esporre i minori a predatori sessuali. Se la giuria darà
ragione a K.G.M., i giganti della tecnologia potrebbero essere costretti a
pagare ingenti danni e interessi, ma soprattutto a riprogettare completamente i
loro algoritmi e le loro applicazioni.
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Convenzionalmente, quando si parla di dipendenza da Internet (Internet Addiction
Disorder), scrivono Maria Pontillo e Stefano Vicari nel volume La paura di
essere disconnessi (il Mulino, 2025), ci si riferisce ad «una condizione
caratterizzata da un uso compulsivo e problematico della rete, accompagnato da
pensieri ossessivi sulla possibilità di connettersi, che compromettono
significativamente la vita quotidiana di chi ne è affetto» (p. 12).
Evidenze scientifiche hanno mostrato analogie tra la dipendenza da sostanze a
quella da Internet, tanto che alcuni studi hanno recentemente scoperto che il
cervello si attiva in maniera analoga in tutti questi tipi di dipendenza. Ad
accomunare le diverse esperienze di dipendenza sono, ad esempio: la centralità
che assume il comportamento da cui si è dipendenti sul resto della vita; le
alterazioni umorali che si provano ad ogni inizio dell’esperienza; la necessità
di incrementare la frequenza e la quantità dell’esperienza per ottenere i
medesimi effetti; i sintomi d’astinenza in caso di interruzione prolungata; la
conflittualità con gli altri e con sé stessi determinata dal comportamento
disfunzionale; la tendenza alla ricorrenza del comportamento nel tempo.
A differenza di altre tipologie di dipendenza da sostanze o da comportamenti,
nel caso della dipendenza da Internet, sottolineano gli autori, non è possibile,
né sarebbe sensato, mirare alla cancellazione totale del rapporto con l’oggetto
di dipendenza. Essendo che con l’universo online si è tenuti ad avere a che fare
nella quotidianità, scopo della terapia cognitivo-comportamentale non può che
essere quello di aiutare l’adolescente a ridurre e gestire consapevolmente il
tempo che vive in Internet senza farsi risucchiare da esso abbandonando il mondo
fuori dallo schermo.
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Parassita perfetto: smartphone sfrutta dopamina e algoritmi per tenerci schiavi.
Scienza propone "polizia digitale" per liberarci.
Pensavate di possedere uno smartphone? Sbagliato: è lui che possiede voi. Se non
state leggendo queste righe da un cellulare, probabilmente il vostro telefono è
lì accanto che aspetta. Vibra, suona, lampeggia, fa di tutto per catturare la
vostra attenzione. Secondo Rachael Brown dell’Australian National University e i
suoi colleghi, questa non è più una relazione simbiotica dove entrambi traete
beneficio. È diventata una forma di parassitismo evoluto, dove voi fate da
ospiti inconsapevoli a un parassita digitale che ha imparato a manipolare i
vostri istinti più profondi per tenervi incollati allo schermo.
Dal mutualismo al parassitismo: un’evoluzione darwiniana
La ricerca applica i principi dell’evoluzione darwiniana al rapporto
uomo-tecnologia. Brown e il suo team spiegano che inizialmente la relazione era
mutualistica: noi traevamo beneficio dalla tecnologia e la tecnologia
“prosperava” grazie al nostro utilizzo. Ma poi è successo qualcosa di
evolutivamente prevedibile: il mutualismo si è trasformato in parassitismo. Non
è un fenomeno raro in natura. Molti organismi che iniziano come simbionti
benefici finiscono per diventare parassiti quando le condizioni evolutive lo
favoriscono.
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Un gruppo di ricerca dell'Università di Heidelberg e dell'Università di Colonia
(in Germania), ha indagato cosa accade al nostro cervello se ne riduciamo
l'utilizzo per 72 ore, e scoperto che rinunciare a questi dispositivi anche per
poche ore può addirittura rimodellare l'attività cerebrale. I dettagli della
ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Computers in Human Behavior.
Durante le scansioni cerebrali eseguite dopo il periodo di 72 ore, ai
partecipanti sono state mostrate diverse immagini, tra cui immagini di
smartphone accesi e spenti, nonché immagini "neutre" di soggetti come barche e
fiori. Quando venivano mostrare le immagini del telefono, nei partecipanti sono
stati osservati cambiamenti nelle aree del cervello proposte all'elaborazione
della ricompensa e del desiderio, simili a quelli osservati nella dipendenza da
sostanze, il che suggerisce che questi dispositivi possono creare dipendenza
come la nicotina o l’alcol.
"I nostri dati non distinguono tra il desiderio di usare lo smartphone e il
desiderio di interagire socialmente, due processi oggi strettamente
interconnessi - hanno affermato i ricercatori -. Sebbene i nostri dati mostrino
risultati solidi senza svelare questi processi, gli studi futuri dovrebbero
mirare ad affrontare questo aspetto".
E’ da quando è apparso il primo smartphone che gli scienziati stanno indagando
su come il loro utilizzo influenzi l'attività del nostro cervello. Grazie a
questa ricerca sappiamo qualcosa in più sui sintomi (simili all'astinenza da
alcune sostanze stupefacenti) come ansia, insonnia, inappetenza, agitazione
fisica, irritabilità, che compaiono quando non utilizziamo il telefonino per un
pò di tempo.
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E' un testo conciso e pungente, Contro lo smartphone. Per una tecnologia più
democratica (Add editore, 2023, pp. 200), il nuovo libro di Juan Carlos De
Martin, professore ordinario al Politecnico di Torino e co-fondatore del Nexa
Center for Internet & Society. Onnipresente, lo smartphone si è imposto prima
come gadget alla moda, poi come «oggetto simbolo della nostra era», argomenta De
Martin. In poco più di centocinquanta pagine, bibliografia esclusa, l’autore
riesce a condurre il lettore in un vero giro del mondo lungo le catene di
produzione di questi «piccoli parallelepipedi» di plastica e silicio che hanno
penetrato le scuole, l’intimità casalinga o i mezzi di trasporto.
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