> There’s many lost, but tell me who has won?
>
> (U2, Sunday Bloody Sunday)
La prosa della mano sinistra
Blaise Cendrars, pseudonimo di Frédéric-Louis Sauser (La Chaux-de-Fonds 1887 –
Parigi 1961), nato svizzero e naturalizzato francese è stato definito un
personaggio poliedrico e proteiforme che, oltre a essere poeta, fu tante altre
cose: saggista, giornalista, reporter, sceneggiatore, aspirante regista… e anche
romanziere.
All’incirca nel 1924 smise di scrivere poesie senza cessare di essere
poeta perché, come ha osservato Claude Leroy, è tale «chi sa rinascere
attraverso la scrittura»[1]. D’altro canto, a proposito della Prose du
Transsibérien et de la petite Jeanne de France, Cendrars stesso aveva affermato
che «Tutta la vita è un poema, qualcosa di dinamico. Io non sono che una parola,
un verbo, un abisso, nel senso più selvaggio, più mistico, più vivo»[2]. La sua
prima prova narrativa si era avuta ben prima del 1924 con il racconto L’Eubage
(Aux antipodes de l’unité), scritto nel 1917 e poi dato alle stampe nel 1926.
Pubblicò il suo primo romanzo, L’Or, nel 1925. Il suo secondo poemetto, la Prose
du Transsibérien, reca nel titolo l’indicazione di “prosa” e non di “poesia” o
di “poema”. Le ultime raccolte poetiche, Feuilles de route e Kodak
(Documentaire), erano dei chiari indizi del cambio di rotta che si delineava
all’orizzonte in quanto contenevano delle composizioni di natura spiccatamente
prosastica e “micronarrativa”. Alcuni critici sostengono che sia stata la guerra
ad aver ucciso il poeta che era in lui (nel corso della Prima guerra mondiale,
Blaise aveva perso il braccio destro), altri che, nel corso della sua esistenza,
la poesia si era spinta oltre la poesia stessa per esplorare nuovi generi:
dapprima il romanzo, in quanto prodotto di pura finzione, poi il memoir[3].
E se, dunque, in un primo momento, nell’opera dell’autore, la prosa è migrata
nella poesia, in seguito è accaduto il contrario. Ma, in definitiva, si potrebbe
sostenere che in lui poesia e prosa si sono sempre mescolate fra loro, sono
state intercambiabili e hanno costituito un tutto inscindibile[4].
Se il primo testo poetico scritto da Cendrars con la mano sinistra, subito dopo
il ritorno dalle trincee, è La guerre au Luxembourg (1916)[5]; la prima “prosa
della mano sinistra” da lui pubblicata è Profond aujourd’hui(1917),
definita prose poetique e considerata il suo “manifesto”. A partire dal 1945,
Blaise ha dato l’avvio a una tetralogia a carattere autobiografico dando alle
stampe il primo volume, L’Homme foudroyé a cui hanno fatto seguito La Main
coupée (1946), Bourlinguer (1948) e, infine, Le Lotissement du ciel (1949).
*
La mano mozza
L’opera di cui si parla in quest’articolo è la seconda della tetralogia il cui
titolo, in italiano, è La mano mozza, ripubblicata quest’anno da Einaudi
nell’ormai classica traduzione di Giorgio Caproni. Il libro racconta la Prima
guerra mondiale attraverso lo sguardo dell’autore che, nel corso di una
battaglia, fu gravemente ferito e, come si è già detto, perse il suo braccio
destro. Per Claude Leroy «lo scoppio della Grande Guerra consente al “cattivo
poeta” della Prose di andare fino in fondo alle cose»[6].
Visto dalla prospettiva di Emil Cioran il problema guerra sarebbe da analizzare
più dal punto di vista ontologico che storico. Ed ecco che l’uomo «nei confronti
della creazione, che egli ha ridotta a un ammasso di oggetti dinanzi a cui si
pone, si erge quale distruttore»[7], «violenta ogni cosa intorno a sé»[8], è «un
devastatore che accumula misfatti su misfatti per la rabbia di vedere un insetto
procurarsi agevolmente ciò che lui, con tanti sforzi, non riesce a ottenere»[9].
A questa “ontologia della distruzione” Cendrars non è del tutto estraneo dato
che, in una delle pagine del romanzo in esame, con voce persino profetica,
afferma che «L’uomo persegue la propria distruzione. […]. Con pali, sassi,
fionde, lanciafiamme e robot elettrici, ultima incarnazione dell’ultimo
conquistatore».
*
Io sono l’altro
La mano mozza è, nelle parole dell’autore, una collezione di récits (racconti)
in cui sorprendentemente – pur essendo dal punto di vista programmatico un’opera
a carattere autobiografico – egli parla ben poco di se stesso e si concentra
soprattutto sui propri compagni d’arme. È perciò più una “biografia collettiva”
che un’autobiografia. D’altronde – all’uscita del primo volume della sua
tetralogia – Blaise lo aveva definito un libro di memorie «che sono delle
memorie senza essere memorie»[10]. Questo significa che il suo motto «io sono
l’altro» – oltre ad essere l’affermazione di un’identità differente da quella
originaria – si potrebbe interpretare anche nel senso di una particolare
attenzione dell’autore verso l’alterità, verso gli altri, verso le vicende e le
vicissitudini dei propri commilitoni e degli esseri umani in generale. Potrebbe
dunque essere indicativo della necessità di un “rispecchiamento emotivo” nei
propri simili. Blaise aveva già dato prova in altre opere della volontà e della
capacità – volendo confidare nella sua sincerità – di mettersi nei panni altrui.
Ad esempio, in questi versi trasudanti empatia:
> No
> Mai più
> Non metterò mai più piede in un caffè concerto coloniale
> Vorrei essere quel povero negro quel povero negro che è stato messo alla
> porta[11]
Per il filosofo tedesco, di origini sudcoreane, Byung-Chul Han «sia l’empatia,
sia il rispetto si fondano sull’attenzione nei confronti dell’Altro. La società
si abbrutisce appena le viene a mancare questo tipo di attenzione. L’assenza di
attenzione nei confronti dell’Altro conduce a un aumento della violenza»[12].
Blaise non si autocommisera, non indugia mai sulle proprie disgrazie ma rivolge
il suo sguardo carico di pietà verso i propri compagni e le loro esistenze,
senza cedere mai a frusti e leziosi sentimentalismi.
Si era arruolato volontariamente nella Legione straniera e, prima di partire per
il fronte, insieme a Ricciotto Canudo (noto come le barisien parisien, il
giornalista che ha coniato l’espressione “settima arte” a proposito di quella
cinematografica), aveva pubblicato un manifesto per esortare gli stranieri a
dare il proprio contributo per la difesa della Francia dall’aggressione tedesca.
Sicuramente la motivazione di fondo era quella di prestare soccorso alla nazione
che li aveva accolti. Ma, nel romanzo, l’autore e protagonista – a un agente dei
servizi segreti che è andato a scovarlo tra i labirintici camminamenti delle
trincee – con un atteggiamento da duro, tutt’altro che sentimentale, dichiara
cinicamente di averlo fatto per puro odio nei confronti dei boches (i
“crucchi”). Al medesimo interlocutore – che ha una visione “romantica” del
conflitto bellico – dice poi a chiare lettere che la guerra non è affatto bella,
che è «un’ignominia», «una solenne porcheria». E cerca, inoltre, di fargli
capire che il patriottismo non basta a giustificare l’orrenda carneficina in
atto.
L’attitudine empatica di Blaise fa sì, dunque, che il libro consista in una
sfilata di personaggi, ciascuno protagonista, comprimario o personaggio
secondario di una storia o di più storie, per lo più commilitoni dell’autore;
anche se non mancano gli “intrusi”, comunque quasi sempre legati da relazioni di
varia natura ai primi. L’attenzione che dedica a ciascuno di essi è variabile.
Alcuni ritornano più volte. Altri si dileguano nel giro di poche righe.
Esemplare, a proposito della sua capacità di empatizzare, è la “Storia del
figlio della mia portinaia” in cui l’autore mette a repentaglio la sua lunga e
consolidata amicizia con i genitori del ragazzo pur di condividere un momento di
convivialità non solo con loro ma anche in compagnia di un’altra madre e del
proprio figlio, due derelitti ritenuti dalla prima coppia delle persone
assolutamente impresentabili.
Il quintultimo e il quartultimo capitolo contengono entrambi rapide carrellate
di personaggi, con le loro storie, appartenenti a due categorie: “i bislacchi” e
“i canterini”. Il terzultimo, di appena un paio di pagine, è dedicato a uno dei
più repellenti figuri da lui incontrati al fronte, “l’abbuffatutto”.
È superfluo dire che le vite della maggior parte dei compagni d’arme dell’autore
sono destinate a concludersi tragicamente. E, difatti, il narratore osserva: «La
memoria, che cimitero! Vicine o lontane, le tombe si moltiplicano». Questa
asserzione fa il paio con un’altra di Cioran secondo cui il dolore «trasfigura
qualsiasi cosa, perfino un concetto. Tutto ciò che tocca è promosso al rango di
ricordo; lascia traccia nella memoria»[13].
Blaise Cendrars (1887-1961)
*
La fabbrica della morte
Le invettive contro la guerra sono disseminate in tutto il libro: la definisce
«puttanaccia», «una sudiceria», «un’ignominia», «una solenne porcheria», e
ancora «macchina» e «fabbrica della morte». Se l’avanguardia – a cui, in un
primo momento, Cendrars viene associato – alimenta lo scandalo, la guerra è lo
scandalo assoluto che piomba nelle vite di tutti, degli artisti e della gente
comune, e s’impone con una profonda cesura nella Storia e nelle storie degli
individui. Pur sapendo che durante il conflitto bellico tutto è «troppo reale»,
Blaise ne descrive gli orrori («la vita da noi condotta al fronte era
assolutamente disumana») senza cedere alla tentazione di esagerare con effetti
“iperrealistici” cercando sempre di mantenere un certo equilibrio malgrado
l’“instabilità” della sua condizione di soldato. A volte lo fa con esiti
grotteschi, come quando descrive la morte del maresciallo Angéli:
> «cadde a capofitto in una latrina da campo. […]. Eravamo sbottati in una gran
> risata quando l’avevamo visto capitombolare nella fossa puzzolente; ora, noi
> ce ne stavamo lì inorriditi. Angéli era morto asfissiato, con la testa nella
> merda tedesca e i piedi volti al cielo. Un serbatoio traboccante. Un cielo
> vuoto. Due gambe divaricate a V».
Altre volte lo fa senza dimenticare di essere approdato al mondo delle lettere
come poeta. Ad esempio, quando, in attesa di mettere in atto un colpo di mano
insieme ai suoi commilitoni, osserva:
> «ci mettemmo silenziosamente all’opera con meravigliosa leggerezza, giacché
> anche gli agenti del male sono angeli in volo».
La guerra è «macchina» e «fabbrica della morte» perché gli uomini che la
combattono sono reificati, degradati a meri strumenti al servizio di una ragione
a loro totalmente o parzialmente sconosciuta (nel romanzo Blaise dice che la sua
squadra era «formata di poveri diavoli caduti senza sapere né perché né come») e
di un sistema che ha come unico scopo quello di autoalimentarsi. È bene non
dimenticare che la Prima guerra mondiale segnò l’esordio della guerra
meccanizzata e impersonale che, ai giorni nostri, ha raggiunto l’apoteosi con
l’impiego dei droni e dell’intelligenza artificiale. Il tema dell’alienazione
bellica evoca la riflessione filosofica di Horkheimer e Adorno in Dialettica
dell’Illuminismo: «Il pensiero si reifica in un processo automatico che si
svolge per conto proprio, gareggiando con la macchina che esso stesso produce
perché lo possa finalmente sostituire»[14] e così «Il singolo si riduce a un
nodo o crocevia di reazioni e comportamenti convenzionali che si attendono
praticamente da lui. L’animismo aveva vivificato le cose; l’industrialismo
reifica le anime»[15]. Una riflessione che trova sponda nell’analisi di Umberto
Galimberti a proposito dei rischi della tecnica: «soggetto della storia non è
più l’uomo, ma la tecnica che, emancipatasi dalla condizione di mero
“strumento”, dispone della natura come suo feudo e dell’uomo come suo
funzionario»[16].
*
Il grande assente
Blaise Cendrars, a un certo punto, fa un’affermazione dai toni apodittici che
riecheggia il «Dio è morto» di nicciana memoria: «Dio è assente dai campi di
battaglia». Ma, abitando in un mondo di aporie, è lecita anche una diversa
prospettiva: in guerra gli uomini avvertono la mancanza di Dio perché sono
assenti da se stessi; deprivati di qualsiasi anelito spirituale, sono ridotti a
un coacervo di puri istinti animali condotti per mano dall’istinto principe –
quello di sopravvivenza –; sono delle macchine per uccidere che agiscono prima
di tutto per la salvaguardia della propria vita e poi, in quanto obbligati, a
tutela delle vite dei loro commilitoni. La follia della guerra rivela non la
morte o l’assenza di Dio ma quella dell’uomo[17] il quale, sopprimendo i propri
simili, nega a se stesso ogni possibilità di trascendenza (ciò che lo
contraddistingue dagli altri esseri viventi) e relega la propria esistenza
nell’angusto recinto della mera bestialità.
*
L’arto fantasma
Il romanzo è sorprendente anche e soprattutto per un’assenza: La mano mozza del
titolo. È alla sua mano mozza che fa riferimento oppure no? E, in caso di
risposta affermativa, perché non descrive l’episodio bellico in cui l’ha persa?
Non ne parla neanche nei due racconti, Ho ucciso e Ho sanguinato, che narrano le
vicissitudini dell’autore rispettivamente prima e dopo la grave ferita riportata
sul campo di battaglia. La storia narrata nella seconda parte della tetralogia
termina con il narratore/protagonista (soldato matricola 1529) che riceve
finalmente la tanto agognata notizia: gli è stata concessa la licenza e potrà
così trascorrere il 14 luglio 1915 a Parigi. Dopo il suo ritorno al fronte,
precisamente il 28 settembre dello stesso anno, una mitragliatrice gli falcerà
il braccio destro. Della sua disgrazia avrà una sinistra premonizione – quasi
un flashforward (ciò che lui chiama “procronia”) – riportata in uno degli ultimi
capitoli intitolato “Il giglio rosso”. Non si sa come – è piovuto forse dal
cielo? – ma al narratore e alla sua squadra appare «un grosso fiore aperto»
grondante di sangue: «un braccio destro strappato netto sopra il gomito, con la
mano ancora viva che affondava le dita nella terra come per abbarbicarcisi, e il
cui stelo sanguinolento oscillava adagio adagio per poi fermarsi del tutto in
equilibrio».
Difficile credere alla veridicità dell’episodio, più di natura onirica che
reale. Il nostro autore, nel corso della sua esistenza, aveva dato vita a una
vera e propria automitografia e aveva, quindi, il vezzo di confondere realtà e
immaginazione. “Il giglio rosso” andrebbe piuttosto decifrato dal punto di vista
psicanalitico. La “visione” che anticipa la perdita effettiva del “suo” braccio
destro, qualche mese più tardi, potrebbe – a ben vedere – essere interpretata
come una sorta di avvisaglia del contrappasso che lo attenderà in seguito alla
commissione del peccato di omicidio. Nel finale del racconto Ho ucciso, descrive
così la sua “prima volta”:
> «Ho affrontato mortai, cannoni, mine, fuoco, gas, mitragliatrici, ogni sorta
> di macchina anonima, demoniaca, metodica, cieca. Sto per affrontare l’uomo. Il
> mio simile. Una scimmia. Occhio per occhio, dente per dente. A noi due ora. A
> suon di pugni, a colpi di coltello. Senza pietà. Mi getto sul mio antagonista.
> Gli sferro un colpo terribile. La testa è quasi andata. Ho ucciso il crucco.
> Sono stato più vivo, più rapido di lui. Più diretto. Ho colpito per primo. Ho
> il senso della realtà, io, poeta. Ho agito. Ho ucciso. Come chi vuole
> vivere»[18].
Nel momento del corpo a corpo con l’avversario, l’istinto di sopravvivenza
prende il sopravvento e sopprime in lui la compassione, lo spinge a uccidere.
Tuttavia, ripensando a posteriori all’episodio, la sua parte razionale, gravata
dai sensi di colpa, lo porta probabilmente a credere che la perdita dell’arto
corrisponda a una sorta di nemesi, di punizione compensativa per l’omicidio
commesso. E, difatti, nella Mano mozza Blaise confessa:
> «nulla logora maggiormente l’anima e maggiormente segna di stigmate il volto
> dell’uomo (e in segreto il cuore), e nulla è più vano, dell’uccidere, del
> dover sempre ricominciare da capo…».
Nella stimolante introduzione al libro in esame, Andrea Cortellessa scrive: «La
mano mozza rappresenta il caso non unico, ma raro, d’un titolo riferito a un
episodio che dal testo brilla per la sua assenza. […] Tutti i lettori della Mano
mozza hanno notato questo paradosso, ed è difficile respingere la tentazione di
leggere nel titolo un’allusione metalinguistica a quest’assenza proditoria del
nucleo centrale del racconto: da esso mancante eppure attivo, come nella
“sindrome dell’arto fantasma” che quella parte del corpo, a chi ne ha dovuto
subire la mutilazione, fa ancora “sentire”. […] Una pagina del racconto
pubblicato nel 1938, Ho sanguinato, descrive questa sindrome inquietante, oltre
che dolorosa […]. Ho sanguinato racconta l’inizio della convalescenza e della
riabilitazione del mutilato […]. Ma anche da questo testo manca la “scena
primaria”, o “dramma sacro” che dir si voglia, che ha deciso della seconda parte
della sua esistenza: la narrazione comincia infatti, come scrive all’incipit,
“quarantott’ore dopo la mia amputazione”. […] Come evidenziano le scalette
compilate fra il 1918 e il 1945, sin dal principio Cendrars s’è posto
l’obiettivo di giungere a raccontarla anche in forma letteraria, quella scena.
Semplicemente, non ce l’ha fatta. Come ha scritto Michèle Touret, “a dispetto
dei progetti” dell’autore la sua “parola diretta è impossibile, insopportabile”.
Così gran parte della sua opera, dopo quel tornante sanguinoso, si può leggere
come un tentativo di elaborare tale manque»[19]. Se l’assenza nel testo
dell’episodio in cui l’autore ha subito la perdita dell’arto sottolinea
l’impossibilità di narrare direttamente l’orrore assoluto, la mano
mancante potrebbe anche essere interpretata come una metafora di tutto ciò che
la guerra sottrae all’umanità: non solo corpi o brani di corpi ma identità,
compassione e possibilità di trascendenza.
*
L’incorreggibile giramondo
Per fortuna, anche in guerra, non tutto si perde dei caratteri distintivi
dell’umanità e delle peculiarità di ciascun individuo. C’è sempre una spinta,
istintiva o intenzionale, dei singoli verso la propria differenziazione rispetto
agli uomini-massa, alle macchine da guerra umane. In Blaise, il suo spirito
di bourlinguer e la sua connaturata dromomania non si placano neanche nel corso
del conflitto e così non perde occasione per allontanarsi dagli angusti e
ammorbanti camminamenti delle trincee. E, a tal proposito, si finge perfino
addestratore di cani e cavalli:
> «E io lo addestrai, lo sapete, e lo misi al passo, il bucefalo del colonnello.
> Ma lo feci per spassarmela un po’. Mica ho ambizioni del genere, e quando mi
> fo avanti non è certo per imboscarmi al posto d’un altro, ma per divertirmi, e
> con la vaga speranza che ci scappi un giretto. Che volete farci, ho il mal di
> colombo viaggiatore, io. Non cerco affatto di eclissarmi e per nulla al mondo
> lascerei la squadra, dove ho così bravi compagni; tuttavia, sono curioso per
> temperamento, e mi piace andare a vedere quello che succede dalle altre parti,
> e come vanno le cose, e come se la sbroglia la gente».
>
> (i corsivi sono di chi scrive)
*
La nuda invocazione dei moribondi
«La guerra è una solenne porcheria»: Blaise si sforza di farcelo capire in tutti
i modi e lungo tutto il libro. Di tanto in tanto, ci sono la forza dell’ironia e
lo spirito picaresco dei soldati ad alleggerire l’atmosfera plumbea delle
trincee, ma l’orrore è sempre vivo anche se è difficile comunicarlo fino in
fondo ai lettori. L’autore ci prova e, nel penultimo capitolo, dà l’affondo
finale. Con un colpo magistrale di icastico nitore, destinato a lasciare il
segno. E, allora, la conclusione di questo articolo è meglio lasciarla alle
parole dell’autore che ha vissuto in prima persona le vicende narrate:
> «Ma il grido più raccapricciante che si possa udire e che non ha bisogno
> d’armarsi d’una macchina per trapassare il cuore, è la nuda invocazione di
> fantolino nella culla: “Mamma! Mamma!…” che lanciano i soldati feriti a morte,
> caduti e abbandonati fra le linee dopo un attacco fallito e mentre tutti gli
> altri rifluiscono indietro in disordine. “Mamma! Mamma!…” gridano costoro… Ed
> è un grido che dura per nottate e nottate intere, giacché durante il giorno
> essi tacciono o chiamano per nome i compagni, il che è patetico ma molto meno
> spaventoso di quel lamento infantile nella notte: “Mamma! Mamma!…” Un grido
> che va sempre più attenuandosi, giacché ogni notte essi sono sempre meno
> numerosi… un grido che va indebolendosi perché ogni notte le forze scemano, e
> i feriti muoiono… finché non ne resta più che uno solo a gemere sul campo di
> battaglia, ormai senza più fiato: “Mamma! Mamma!…”, giacché il ferito a morte
> non vuole ancora morire, non vuole soprattutto morire lì, né così, abbandonato
> da tutti…».
Quella straziante invocazione alla madre, ripetuta più volte, riporta così il
lettore all’originaria vulnerabilità dell’essere umano e lo fa sentire, a sua
volta, inerme di fronte all’inesorabilità del destino.
Due memorabili versi di Disamistade, la bellissima canzone di De André e
Fossati, dicono: «e per tutti il dolore degli altri/ è dolore a metà». Uno dei
meriti del romanzo di Cendrars è quello di farci sentire, nel corso della sua
lettura, il furore dei combattenti e il dolore dei caduti sui campi di battaglia
come fossero nostri. Ci fa uccidere e sanguinare, insieme a loro.
Angelo Guida
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[1] Claude Leroy, Introduction, in Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du
monde. Poésies complètes, a cura di Claude Leroy, Éditions Gallimard, Parigi
1967-2006, p. 22.
[2] Ivi, p. 23.
[3] Ivi, p. 21.
[4] Questa, invece, l’opinione di Luciano Erba: «Poesia nella sua prosa, prosa
(transiberiana) nella sua poesia. In realtà è soprattutto prosa ed è x questo
che abbandona la poesia» (dagli appunti del poeta e traduttore italiano scritti
per la conferenza su Blaise Cendrars tenutasi il 28 aprile 1987 all’Università
di Venezia, i cui atti sono stati raccolti in Gli universi di Blaise Cendrars, a
cura di Rino Cortiana, Piovan Editore, Abano Terme 1992).
[5] Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du monde. Poésies complètes, cit.,
p. 377. Mia Lecomte ne ha parlato in un articolo pubblicato sul “Fatto
Quotidiano” del 18.8.2023, Blaise Cendrars, la mano sinistra della
guerra(www.ilfattoquotidiano.it/2023/08/18/blaise-cendrars-la-mano-sinistra-della-guerra-traduzione-di-mia-lecomte/7263627/).
[6] Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du monde. Poésies complètes, cit.,
nota 1 di p. 65, p. 363. Questi i versi di riferimento: «Ero già sì cattivo
poeta / Al punto da non sapere andare fino in fondo alle cose» (Blaise
Cendrars, Prosa della Transiberiana e della piccola Jeanne de France, in Poesie,
trad. di Luciano Erba, Nuova Accademia Editrice, Milano 1961, p. 58).
[7] Emil Cioran, La caduta nel tempo, Adelphi, Milano 1995, p. 13.
[8] Ivi, p. 9.
[9] Ibidem.
[10] Blaise Cendrars, Du monde entier au cœur du monde. Poésies complètes, cit.,
p. 340.
[11] “Bijou-concert”, Feuilles de route, ivi, p. 208.
[12] Byung-Chul Han, Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil, Nottetempo,
Milano 2026, p. 25.
[13] Emil Cioran, La caduta nel tempo, cit., p. 83.
[14] Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, trad. di
Renato Solmi, Giulio Einaudi Editore, Torino 1966, p. 33.
[15] Ivi, pp. 35-36.
[16] Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica,
Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1999-2003, p. 37.
[17] È Byung-Chul Han a parlare di «morte dell’uomo», però con intenti
prettamente teologici (cfr. Byung-Chul Han, Parlare di Dio. Un dialogo con
Simone Weil, cit., p. 11).
[18] Blaise Cendrars, Ho ucciso, in Ho ucciso. Ho sanguinato, Marietti 1820,
Bologna 2023, pp. 23-24.
[19] Andrea Cortellessa, Il figlio del fuoco, in Blaise Cendrars, La mano mozza,
cit., pp. XII-XV.
L'articolo “Io non sono che una parola, un verbo, un abisso”. Blaise Cendrars,
uno scrittore in guerra proviene da Pangea.
Tag - Angelo Guida
Djuna Barnes è da annoverarsi nella folta schiera di artisti americani expat che
negli anni ’20 trovarono rifugio a Parigi. Tra questi, è sicuramente una delle
figure meno note al grande pubblico, soprattutto se paragonata a personaggi del
calibro di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald. Ritornata negli Stati
Uniti scelse di vivere, anche a causa dell’alcolismo, in quasi totale isolamento
per il resto dell’esistenza. Terminò la sua vita da reclusa in un modesto
appartamento in Patchin Place, nel Greenwich Village.
Eccentrica e sessualmente polimorfa, femminista ante litteram, generò uno dei
capolavori “minori”della letteratura americana degli anni
’30, Nightwood (1936); Bosco di notte secondo la traduzione di Filippo Donini
(1968), La foresta della notte secondo quella di Giulia Arborio Mella (1983). Se
l’autrice non appartenesse al côté modernista, il libro potrebbe anche essere
dantescamente intitolato La selva oscura. Non è superfluo ricordare che il
volume gode del raro privilegio di aver ricevuto in dono un’introduzione firmata
niente meno che da Thomas Stearns Eliot.
A tutta prima, si direbbe un romanzo senza trama che consiste più che altro di
una galleria di personaggi giustapposti fra di loro e tenuti insieme da un
personaggio-amalgama che fa da collante, il dottor Matthew O’Connor. Senonché –
prima di confermare perentoriamente la correttezza di quest’impressione – per
timore reverenziale non si può non tener conto di quello che scrive Eliot:
> «Questo libro non è una semplice raccolta di tratti isolati; i personaggi sono
> tutti strettamente legati l’uno all’altro, come accade nella vita reale, più
> che dalla scelta volontaria della reciproca compagnia, da ciò che possiamo
> chiamare caso o destino; è il disegno complessivo di questi rapporti,
> piuttosto che ciascuna componente individuale, a costituire il fulcro
> dell’interesse».
Anche se l’autore della Terra desolata, nella sua introduzione, dopo aver
asserito che «Quando descrissi La foresta della notte per invogliare i lettori
all’edizione inglese, dissi che “sarebbe piaciuto innanzi tutto ai lettori di
poesia”», predispone immediatamente una palinodìa («[…] non intendo dire che lo
stile di Miss Barnes sia “prosa poetica”»), non si può negare che lo stile
adottato dalla Barnes nella Foresta della notte sia molto vicino a quello della
prosa lirica. D’altronde, è stato uno dei massimi poeti del Novecento, Dylan
Thomas, ad aver sostenuto che quello della Barnes è «uno dei tre grandi libri di
prosa scritti da una donna» e il suo è senza ombra di dubbio un elogio da
collega a collega (la Barnes era anche poetessa). E, comunque, Eliot precisa:
> «Dire che La foresta della notte piacerà innanzi tutto ai lettori di poesia
> non significa che esso non sia un romanzo, significa che è un romanzo così
> bello che soltanto una sensibilità formatasi sulla poesia può apprezzarlo fino
> in fondo».
È difficile, però, riuscire a comprendere quanto ci sia di esornativo nello
stile della scrittrice e quanto di effettivamente necessario e conforme al
contenuto dell’opera dal punto di vista espressivo. Eliot mette subito le mani
avanti, insinua nel lettore il dubbio che il romanzo sia inconsistente ma, al
tempo stesso, con un trucco da illusionista, lo dissolve: «Non voglio dar
l’impressione che i meriti di questo libro siano soprattutto verbali, e ancor
meno che questo stupefacente linguaggio nasconda una vacuità di contenuto. Se il
termine “romanzo” non si è troppo svilito, e se sta a indicare un libro nel
quale si creino personaggi vivi e li si mostri in rapporti non gratuiti, questo
libro è un romanzo». Certo, le frasi che potrebbero essere considerate “ad
effetto” si sprecano e, a dire il vero, riescono di frequente a blandire e a
incantare il lettore: «[…] il riso è il denaro del povero»; «Rendere omaggio al
nostro passato è il solo gesto che includa anche il futuro»; «Chi ama tutto
viene disprezzato da tutto»; «L’amore è la prima menzogna; la saggezza
l’ultima». Qualcuna di queste frasi si dibatte tra l’aporia e l’ossimòro:
«L’uomo è nato dannato e innocente fin dall’inizio». Qualche altra ha un sapore
nichilista: «Il vero bene che incontra il vero male (Santa Madre di
Misericordia! ma esistono?)». Qualche altra ancora è a più stretto contatto con
l’essenza stessa della storia: «[…] la notte fa qualcosa alla tua identità,
anche mentre dormi»; «La vita non si lascia comandare».
Un tentativo di ricostruire la trama del libro (i cui temi portanti sono
l’identità, il desiderio, la sessualità e il dolore per la perdita della persona
amata), per quanto esile e incerta questa possa essere, bisogna pur farlo.
La location della storia è Parigi. In particolare, i luoghi più citati sono
situati nei dintorni di Saint-Sulpice e nel quartiere di Montparnasse. Felix
Volkbein – un ebreo non tradizionalista che si sente «attirato verso la
chiesa», di nazionalità austriaca e «ascendenza italiana», sedicente barone con
la fissa dei nobili natali – ha il desiderio di procurare una discendenza al
proprio “casato”. Sposa Robin Vote – conosciuta in circostanze fortuite
nell’Hôtel Récamier, in cui entrambi soggiornano – che gli dà un figlio maschio,
il quale in seguito si rivelerà per lui una profonda delusione (il dottor
O’Connor lo aveva avvertito: «l’ultimo figlio dell’aristocrazia è talvolta un
idiota»). Prima di decidersi ad avere il bambino, Robin si fa cattolica ed esce
spesso di casa, prendendo treni per chissà dove, mettendosi a vagare assorta in
misteriose meditazioni, elaborando «pensieri spopolati» e muovendosi con una
«calma ostinata, catalettica».
Difficile sostenere che tra i due coniugi ci sia vero amore. Il marito dà più
che altro l’impressione di aver voluto prendere un “utero in affitto”. Dopo la
nascita del figlio, la moglie non è quasi mai a casa, riprende a viaggiare, si
mette a frequentare i caffè e a bere. Finché un giorno sbotta, riferendosi al
bambino: «Io non lo volevo!». E abbandona la famiglia, facendo perdere le sue
tracce per tre o quattro mesi. Quando ricompare è in compagnia di Nora Flood,
con la quale ha una relazione sentimentale. Sonnambula, in preda alla
dromomania, raccolta in «una meditazione informe», Robin esce di casa sempre più
di frequente, soprattutto di notte, inseguita da Nora che la osserva andare «di
tavolo in tavolo, di bicchiere in bicchiere, di persona in persona». Vaga per
le strade della capitale francese, spostandosi da un caffè all’altro, a caccia
di fugaci incontri, irrimediabilmente persa tra i fumi dell’alcol.
Per quanto le storie possano essere frutto della fantasia dello scrittore, c’è
spesso un aggancio con la realtà: se la figura di Felix Volkbein è modellata su
quella di Guido Bruno, editore della Barnes per un certo periodo di tempo, i
personaggi di Nora e Robin sono ispirati rispettivamente all’autrice stessa e a
una delle sue amanti, Thelma Wood (che Djuna pedinava e inseguiva nei suoi
continui cruising notturni). Alla fine, anche Nora subisce il tradimento di
Robin che si trova un’altra compagna, Jenny Petherbridge (una tizia che vive
un’esistenza di seconda mano; la cui vita è vissuta attraverso quelle altrui,
sottraendo affetti e oggetti e prendendo in prestito le parole; come Robin un
personaggio beckettiano che meriterebbe una trattazione a parte proprio a causa
della sua significativa insignificanza), con cui poi va via da Parigi per
stabilirsi in America. Il finale è melodrammatico e, per non togliere ai
potenziali lettori il gusto della sorpresa, non è opportuno svelarlo in
anticipo.
Come già detto, tra i vari personaggi del racconto fa da collante il dottor
Matthew O’Connor, nordamericano di origini irlandesi, confidente privilegiato di
Felix e Nora. Quest’ultima si rivolge a lui per chiedergli di dirle tutto quello
che sa a proposito della notte e implicitamente di sapere cos’è di per sé la
notte. Il dottore, «che indossava una veste da notte di flanella, da donna […]
pesantemente imbellettato, le ciglia dipinte», glielo spiega in maniera criptica
in una lunga tirata, con ampie digressioni, che occupa un intero capitolo
(«Guardiano, com’è la notte?»), di cui si riportano di seguito alcune delle
frasi chiave: «vi dirò come il giorno e la notte siano collegati dalla loro
divisione»; «La struttura stessa del crepuscolo è una favolosa ricostruzione
della paura»; «la notte non si premedita»; «la notte è una pelle tesa sulla
testa del giorno perché il giorno sia tormentato»; «Il dormiente è proprietario
di una terra sconosciuta»; «Il sonno esige da noi una colpevole impunità»; «Dice
Donne: ‘Tutti siamo concepiti in un cieco carcere, tutti, nel grembo di nostra
madre, siamo prigionieri isolati in una cella buia. Quando nasciamo, nasciamo
solo alla libertà della casa – tutta la nostra vita non è che un camminare verso
l’uscita, dove sono il patibolo e la morte’». E, infine, una delle frasi già
citate: «[…] la notte fa qualcosa alla tua identità, anche mentre dormi».
Sciamano e sacerdote dell’inconscio, una sorta di novello Tiresia, considerato
da Felix «un gran bugiardo, ma un bugiardo prezioso», secondo alcuni il primo
personaggio en travesti della letteratura moderna, il dottor O’Connor, che di
notte si cambia d’abito e indossa vesti femminili, si lascia invasare
dall’Es, esibendosi in un profluvio di parole incontrollate e incontrollabili e,
in parte, apparentemente senza senso. Il suo eloquio è una manifestazione
dell’inconscio stesso che sembra incarnarsi in lui. La casa in cui vive è una
palpabile epifania della sua essenza e della sua esistenza. Più che
un’abitazione è un tetro abitacolo, un antro angusto in cui O’Connor mette in
scena se stesso, svelando la propria natura “femminea” attraverso gli oggetti
che ha disseminato al suo interno, in primis lo chiffonier da cui traboccano
abiti, biancheria e ornamenti mulìebri. Se nelle oscure foreste la luce spiove
filtrando attraverso i folti rami degli alberi, nella stanza del dottore essa
penetra da «un finestrino a grata», unica apertura verso l’esterno di cui
l’abitazione è dotata.
La foresta della notte che O’Connor descrive a Nora, è una
metafora dell’inconscio, degli istinti primordiali, di quella parte buia e
misteriosa della mente umana che – percorrendo sentieri tortuosi – finisce per
far perdere all’individuo la propria identità e che – conducendolo in luoghi
inesplorati – genera in lui terrore e angoscia. Il dottore, pur assumendo
un’aria professorale si guarda bene, com’è uso dei veggenti, dal
propinare all’amica una soluzione chiara ai problemi e agli interrogativi che
gli pone. Egli stesso – in quanto animale uomo – è in preda a istinti
bestiali, inconfessabili e, in una certa misura, ineffabili. È ossessionato
dall’inconscio.
È una tendenza comune a tutti gli esseri umani quella di cercare di sottrarsi,
di tanto in tanto, al dominio dell’Io e del Super-io e a far ritorno, anche se
per breve tempo, alla propria “animalità”. Djuna dà conto di questo anche in una
sua poesia in cui compare nuovamente il motivo del bosco o foresta («woods»).
Nei versi che seguono, i bambini si svezzano («be un-parented») dai genitori (il
Super-io) per far ritorno alla natura (l’Es), simboleggiata dalle foglie degli
alberi («the leaves») e dall’intera foresta:
All children, at some time, and hand in hand,
Go to the woods to be un-parented
And ministered in the leaves.
(“The Bo Tree”)
I personaggi della storia narrata dalla Barnes non sono affatto a tutto tondo.
Sono appena abbozzati e, in qualche caso, quasi completamente privi di
personalità. E, da quel che sembra di capire, molto probabilmente questa è una
scelta deliberata dell’autrice.
Nel leggere la storia, il lettore si trascina da una pagina all’altra incantato,
stupefatto e costernato, proprio come fosse in transfert con il personaggio più
misterioso di tutta La foresta della notte, Robin Vote, la sonnambula «consunta
dal sonno», anche lei personificazione dell’inconscio in quanto creatura
notturna, in preda a impulsi irrazionali che non riesce a dominare. Robin Vote,
il personaggio che ha la personalità meno delineata di tutti gli altri
personaggi del libro (il dottor O’Connor confessa al barone di non aver mai
avuto «un’idea veramente chiara di lei») proprio in quanto individuo perduto
nell’indistinto magma della notte, «essere in letargo», che pur essendo in
apparenza qui e ora è, in realtà, altrove («Non voglio essere qui» confessa a
Nora, senza spiegare dove vorrebbe essere), in una dimensione – quella onirica –
per sua natura precaria, situata sull’incerto confine tra essere e non
essere, perennemente in bilico e – dunque – sempre prossima alla dissoluzione.
E questa eterna transience non è forse la condizione stessa della poesia?
Angelo Guida
*In copertina: ritratto fotografico di Djuna Barnes (1892-1982) di Berenice
Abbott
L'articolo “La notte fa qualcosa alla tua identità”. Intorno al romanzo insonne
di Djuna Barnes proviene da Pangea.
Flannery O’ Connor, fervente cattolica, divenne famosa a sei anni per aver
insegnato a un pollo a camminare all’indietro. Sofferente di una grave malattia
autoimmune a carattere ereditario, il lupus eritematoso sistemico, morì a soli
39 anni.
Nonostante le innumerevoli difficoltà che costellarono la sua vita, non si perse
d’animo.
Pregò Dio di farla diventare una brava scrittrice e Dio la esaudì.
La speranza non l’abbandonò mai nonostante fosse consapevole di dover porre fine
anzitempo al suo percorso terreno.
Ma è proprio la speranza a essere la grande assente nelle storie narrate nella
sua raccolta di racconti Everything That Rises Must Converge (1965), titolo
genialmente reso in italiano con Punto Omega (a volte il traduttore deve,
ossimoricamente, “tradire” la lettera per rimanere “fedele” alle intenzioni
dell’autore) da Gaja Cenciarelli.
Innanzi tutto, cos’è il Punto Omega? Wikipedia dice che «è un termine coniato
dallo scienziato gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin per descrivere il
massimo livello di complessità e di coscienza verso il quale sembra che
l’universo tenda nella sua evoluzione. Teilhard de Chardin postula la
somiglianza di Punto Omega con il Logos cristiano: Cristo che accoglie tutte le
cose in Sé».
Il titolo scelto da Gaja Cenciarelli per il libro della O’Connor è perfettamente
aderente alla tematica religiosa ricorrente nei racconti ivi inclusi nei quali
la speranza – una delle tre virtù teologali con la carità e la fede – è
sostituita dall’alienazione, dalla disperanza e dal pessimismo (in quarta di
copertina, Claudia Durastanti chiosasottolineando che le storie dell’autrice
americana sono pervase da «un senso di morte e condanna»). Tutti i racconti
della raccolta si concludono in modo drammatico, molto spesso con la morte di
uno o più personaggi. Il mondo o i mondi in cui sono ambientati sembrano trovare
la loro spiegazione o giustificazione più che nel cristianesimo nella gnosi.
Il racconto che dà il titolo alla silloge descrive il rapporto idiosincratico
tra un figlio e una madre, reso ancora più difficile dal razzismo strisciante
della donna. Nella scena finale, il figlio si dispera, chino sul corpo
agonizzante della genitrice, colta da un grave malore.
In Greenleaf, la signora May, proprietaria terriera, muore incornata dal toro
del figlio del suo infingardo fattore.
Ne La veduta del bosco, un nonno, dopo aver indispettito tutta la famiglia con
la sua arroganza, si inimica anche la sua nipotina preferita che finirà per
uccidere accidentalmente. E così non gli resta nient’altro da fare che togliersi
la vita annegando nelle acque di un lago.
Malattia mortale è un titolo ironico: alla fine della narrazione il protagonista
finisce per scoprire che la malattia di cui soffre non è altro che una volgare
brucellosi da cui potrà senza alcun dubbio guarire. Ma, nel momento in cui sta
per aprirsi alla nuova vita, sente «le prime avvisaglie di un brivido, un
brivido così particolare […], un’onda calda in un più profondo mare di freddo».
E la conclusione è questa:
> «Un grido debole, un’ultima, impossibile protesta gli sfuggì dalle labbra. Ma
> lo Spirito Santo, avvolto nel ghiaccio anziché nel fuoco, continuò,
> implacabile, la sua discesa».
Nel finale del racconto Gli agi della casa, Thomas uccide involontariamente la
propria madre che si interpone tra lui e l’ospite indesiderata venuta a
“contaminare” la loro abitazione e le loro esistenze e a cui era diretto il
colpo di pistola che ha esploso.
Ne Gli storpi entreranno per primi, Sheppard, un vedovo che lavora come
consulente in un riformatorio, trascura e ingiuria il proprio figlio per aiutare
un giovane disadattato, dal piede equino, che ritiene particolarmente
intelligente e promettente. Ma il suo protégé si rivelerà ben presto un
impenitente delinquentello. Pentito del grave errore di valutazione che ha
commesso, in fretta e furia, tenta allora di recuperare il rapporto con il
figlio e corre in camera sua per dirgli che lo ama. Ma lo ritrova a penzolare da
una trave «dalla quale si era lanciato per il suo volo nello spazio».
In Rivelazione, la signora Turpin, dopo essere stata aggredita da una ragazza
nella sala d’aspetto di uno studio medico, si chiede, con pulsione antinomica:
«“Come mai sono redenta ma vengo anche dall’inferno?”». Ferita nell’orgoglio e
in preda alla hybris, scossa da un empito gnostico, si infuria contro Dio
ruggendogli contro:
> «“Se preferisci i poveracci, vai a cercarti i poveracci,
> allora”, […]. “Avresti potuto farmi povera. O negra. Se volevi i poveracci,
> perché non mi hai fatto poveraccia?”».
E, infine, ha una visione: vede un’orda di anime in cammino verso il paradiso.
Ci sono i poveri, i negri (la traduttrice ci tiene a precisare: «la
parola negro: nelle mie traduzioni ho scelto di non sostituirla con nero, o di
colore, perché nel periodo storico e culturale in cui l’autrice viveva era così
che si parlava»), i mostri, i pazzi e «una tribù di persone che lei riconosce
subito come uguali a lei», composta da coloro «che avevano sempre avuto un po’
di tutto, e l’intelligenza, donata da Dio per farne buon uso […] riconoscibili,
come lo erano sempre stati, per aver fatto dell’ordine, del buon senso e della
rispettabilità la loro bandiera». Eppure «anche le loro virtù stavano divampando
nel fuoco».
Ne La schiena di Parker, il protagonista tenta di conquistare la propria moglie
– una fanatica della setta del Vangelo Corretto – facendosi tatuare sulla
schiena un Cristo bizantino ma viene travolto dall’accusa di idolatria che
quella gli rivolge con veemenza e così, basito e profondamente amareggiato,
non può far altro che mettersi a piangere come un bambino.
Ne Il giorno del giudizio, un anziano impiccione, bistrattato dalla figlia che
lo accudisce, muore dopo essere stato selvaggiamente picchiato da un vicino di
colore che non apprezza la sua eccessiva curiosità e che gli urla contro «“Non
ci credo, a quelle stronzate. Non esiste Gesù e non esiste neanche Dio!”», «“Non
c’è nessun Giorno del Giudizio, vecchio. Tranne questo. Forse questo è il Giorno
del Giudizio, per te”».
Come si può constatare, nei racconti della O’Connor non c’è spazio alcuno per la
redenzione, l’esistenza è un vicolo cieco. Più che di esistenza si potrebbe
parlare di desistenza, di un inevitabile capitolare di fronte all’inesorabile
incedere del destino, al suo oscuro dipanarsi, alle sue ineffabili, sorde e
sordide ragioni.
Gli esseri umani interagiscono fra di loro con fastidio, mal sopportandosi, in
un’incessante idiosincrasia. Più che instaurare relazioni, si pongono
vicendevolmente in un rapporto dialettico irrisolto che non giunge mai a
sintesi. Gli individui più che incontrarsi si scontrano come accade nella sala
d’attesa di Rivelazione. Covano tra di loro un cupo rancore che, a volte,
finisce per sfociare nella rabbia o in comportamenti aggressivi come ne La
veduta del bosco. Una costante delle storie è poi l’intolleranza dei bianchi
nei confronti dei “negri” (l’autrice registra fedelmente gli umori della società
americana), percepiti come creature estranee al corpo della nazione statunitense
e degni di considerazione solo in quanto forza lavoro da sfruttare.
Non c’è più un creatore amorevole che mette sì alla prova le sue creature ma poi
le riporta a sé, nel suo caldo e misericordioso abbraccio, bensì un cattivo
demiurgo, un artefice cieco, un malvagio eone – confinato nelle regioni
inferiori dell’emanazione divina – responsabile del male, che dà vita a un mondo
malvagio, fatto a sua immagine e somiglianza, proprio come nelle prospettazioni
eretiche degli gnostici. Un mondo in cui l’albero della vita della mistica
ebraica è monco: sembra sia stato spezzato il ramo dell’amore e della
misericordia (hesed) che non bilancia più quello opposto, quello della gevurah,
della giustizia inesorabile di Dio (in questo caso un cattivo demiurgo che si
erge a giudice implacabile, un creatore completamente privo di pietas nei
confronti delle sue creature).
Come ha spiegato Hans Jonas (cfr., del medesimo autore, Lo gnosticismo e Dalla
fede antica all’uomo tecnologico), lo gnosticismo è la matrice del moderno
nichilismo: all’acosmismo (ovvero la negazione dell’esistenza di una natura
indipendente da Dio, un dio che assume la veste di un cattivo demiurgo) del
primo si è sostituita l’assenza di Dio, l’indifferenza di Dio e a Dio (è questo,
per il filosofo tedesco, il «vero abisso»). Nel primo caso l’uomo si trova di
fronte una natura demoniaca contro cui deve lottare, nel secondo il gelido nulla
nei confronti del quale non può affatto lottare:
> «Alla natura indifferente della scienza moderna non è concessa nemmeno questa
> qualità antagonistica e da questa natura non ci si può aspettare nessuna
> direzione».
>
> (Hans Jonas, Lo gnosticismo, trad. di Margherita Riccati di Ceva)
Nel moderno nichilismo
> «Dio è stato lentamente relegato ai margini di un’impresa che si afferma come
> esclusivamente umana».
>
> (Alessandro Dal Lago, Introduzione all’edizione italiana, in Hans Jonas, Dalla
> fede antica all’uomo tecnologico)
In ogni caso, l’uomo – come nei racconti della O’ Connor – vive sotto un cielo
spietato, in un’assoluta e angosciante solitudine.
La scrittrice di Savannah colloca anche il lettore in una posizione antinomica –
ulteriore risvolto “gnostico” della sua arte –: il fruitore per conoscere il
bene deve passare attraverso il male, per apprezzare la benevolenza divina deve
esperire un mondo in cui Dio è assente o quanto meno absconditus o indifferente,
se non addirittura malvagio.
Una profonda scissione segnò dunque la vita della O’Connor: non perse mai la
speranza, chiese a Dio di diventare una brava scrittrice e fu accontentata, ma
il mondo che descrive nei suoi racconti è contrassegnato dalla disperazione,
dall’eresia e dal nichilismo. La sua postura è ancipite: da un lato il
cattolicesimo e il mondo reale, dall’altro la gnosi e il mondo narrato. Il Dio
cristiano, sempre presente nella sua vita spirituale, sembra essere latitante
nei suoi racconti.
È forse questo il Punto Omega?: la “Rivelazione” che nel “Giorno del giudizio”
“Gli storpi entreranno per primi” nel regno dei cieli (o nel regno del “gelo”?).
Angelo Guida
L'articolo Flannery O’Connor, il cattivo demiurgo proviene da Pangea.