> La densa foresta emana fluide risonanze.[1]
Così canta il verso dell’entusiasta bardo della prateria e dei monti, delle
città e dei paesi, delle genti e della vita intera: Walt Whitman – la cui voce
qui, di tanto in tanto, si udrà. La stessa fluida risonanza l’ho incontrata
leggendo Il canto del mondo di Jean Giono, in cui si narra l’odissea di due
personaggi, Antonio e Marinaio, alla ricerca del figlio di questi, il gemello.
Soventi sono i passaggi in cui i fatti e le azioni s’inquadrano in uno scenario
naturale, dove proprio il bosco, con tutta la sua aurorale vitalità, è una
rimarchevole presenza, tanto da supporre che, nel susseguirsi delle pagine, sia
proprio lui il vero agente, il deus ex machina del romanzo, il protagonista
delle vicende che si dipanano in un crescendo di incontri, di colpi di scena e
sensazioni. Non si può non rimanere incantati dinanzi alle sequenze descrittive
di misurata e icastica espressività. Il canto del mondo: subito il titolo, al di
là della narrazione, induce a pensare a una musicalità che proviene dalla terra,
dalla natura, da tutti gli esseri, viventi e non.
> Era un lungo soffio sordo, un brontolio di gola, profondo, un lungo canto
> monotono in una bocca aperta. Si estendeva per tutta l’ampiezza delle colline
> coperte di alberi. Era in cielo e sulla terra come pioggia, arrivava da tutte
> le parti al tempo stesso e lentamente fluttuava come una pesante onda
> mormorando nel corridoio tra i valloni. In sottofondo a quel rumore, lievi
> fruscii di foglie zampettavano come topi. Cominciavano, scrosciano da un lato,
> poi scivolavano sulle scale dei rami e si sentiva rimbalzare un leggero
> schiocco, fievole come una goccia d’acqua attraverso un albero. Da terra si
> levavano dei gemiti che salivano pesantemente nella linfa dei tronchi fino
> alla biforcazione dei rami più grandi.[2]
Durante la lettura, con un moto spontaneo di connessioni sinaptiche, sul
medesimo argomento, altri richiami letterari sopraggiungevano, in primis la
tanto studiata La pioggia nel pineto di Gabriele d’Annunzio, con quell’imperioso
invito, già nel verso d’apertura, a un incondizionato tacere, per porsi in un
attento e stupefatto ascolto di inusitate parole musicate dal disuguale
ticchettio della pioggia su ogni elemento della pineta.
> Taci. Su le soglie
> del bosco non odo
> parole che dici
> umane; ma odo
> parole più nuove
> che parlano gocciole e foglie
> lontane.
> Ascolta.[3]
E mi s’affaccia ora alla mente il bosco di color fosco del settimo cerchio nel
girone infernale dei suicidi, dove Dante crede di udire voci quasi umane
traboccare dai cespugli spinosi là intricati finché, con grande turbamento del
poeta, l’incredibile rivelazione: un urlo e un sanguinamento.
Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi…”[4]
È il pietoso incontro con Pier delle Vigne. Così come Virgilio, guida e fonte
ispiratrice di Dante, narra del pianto, dischiuso in accorate parole,
provenienti da un rametto spezzato da Enea: è il corpo martoriato di Polidoro
trasformato in mirto: – gemitus lacrimabilis imo auditur tumulo, et vox reddita
fertur ad auris: ‘quid miserum, Aenea, laceras? iam parce sepulto… [5]–
Tre secoli dopo l’Alighieri, anche Torquato Tasso ripropone un analogo episodio:
Tancredi che, in uno slargo della stregata selva di Saron, con la spada ferisce
la corteccia di un eccelso cipresso, da cui Allor, quasi di tomba, uscir ne
sente/ un indistinto gemito dolente.[6] È il pianto di Clorinda, la guerriera
pagana, di cui il paladino cristiano è innamorato, ma da lui stesso
inconsapevolmente uccisa.
Antonín Slavíček, Nel bosco, 1897
Talché, di rimando in rimando, mi è nato il proposito di riprendere in mano
alcune di quelle passate letture, per riportarne qui lacerti e brani: più che un
florilegio, un camminamento fra autori italiani e stranieri, come facessero da
bussola grazie alla quale orientarsi, sostando qua e là in qualche loro
pregevole pagina. Un’imaginifica passeggiata fra i libri che, senza pretesa di
esaustività, darà solamente una parziale dimostrazione di come la malìa delle
foreste, in particolare in ambito acustico, abbia attratto scrittori di tutti i
tempi. I loro scritti offrono ancora, al nostro piacere di lettori, squarci di
vita, col suo carico di effimera felicità, sofferenze, illusioni e morte, la cui
limpida forma ancora riverbera in noi.
In letteratura vari sono gli esempi in cui l’ambientazione silvestre è un topos
ricorrente che in sé concentra, tra segni, simboli e allegorie, molteplici
significati e valenze. Non rare le volte in cui la sua sonorità non è soverchio
abbellimento, non fa da semplice cornice, da sfondo o colonna sonora a una
narrazione, è bensì assoluta protagonista, parte rilevante della storia che
imprescindibilmente s’intreccia alle vicende raccontate, ai personaggi, ai loro
stati d’animo, al loro intimo mondo.
*
La botanica, con le sue ricerche, lo ha verificato – e qui non se ne dubita la
validità –: nell’aria, nel bosco c’è un volteggiare continuo di particelle, di
molecole chimiche trasmesse dalla vegetazione: la prova, a detta degli esperti,
che le piante, organismi senzienti, ricevono, emettono e scambiano
segnali,[7] con cui parlano e comunicano informazioni, messaggi volatili, che
non sappiamo decodificare.
Così filosofi, narratori e poeti, ciascuno nel proprio campo e col proprio
congeniale stile e animo, hanno dato foggia, nelle loro opere, a questo
singolare fenomeno, lasciandoci pagine di rarità e fascinazione.
> Non finisco di meravigliarmi di simili apparizioni, di simili gesti e di
> simili suoni che esprimono, nonostante che quelli non abbiano l’uso della
> parola, una specie di eccellente discorso muto.[8]
È pomeriggio, raggi d’un esausto sole, intessuti a voli di storni, vagolano
sopra collina. Ci s’incammini in un sentiero verso il bosco. Presto i nostri
sensi ci permettono una minuta conoscenza, innanzitutto la vista, se ben
affinata, ce lo conferma: arbusti e piante bisbigliano, gli alberi fra loro
dialogano. Basti guardare come protendono acrobaticamente i tronchi, le loro
chiome, gli intrighi nodosi dei rami che, superando ogni ardita posa artistica,
s’inerpicano verso una direzione o un’altra, sulle vie dell’infinito, sempre
avidi di cielo, scossi e scolpiti da bufere o brezze. Dicono qualcosa, danza e
canto, al di là di ciò che comunicano?[9]
O basterebbe chinarsi un poco a sbirciare tra il tenebrore del sottobosco,
muschi licheni rovi formiche, così saturo di fruscii e d’insonne fermento; là
sotto osservare i riflessi, l’ombreggiatura tra foglia e foglia, il silenzioso
dialogo della luce con l’oscurità in cui desidera germinare.[10] Sembra che
insieme si adoperino a comporre un annuncio, un fraseggio per anni pazientemente
trattenuto, a inscenare una mimica cantata, o piuttosto a sciogliere un
ingroppato ciangottio per avvertire di un incombente pericolo, di una presenza
minacciosa, come le bianche farfallette divoratrici del Bosco vecchio.
> «È da agosto che tutte le notti il bosco si lamenta. Nessuno dei miei compagni
> sa dire perché. Ma tutti sentono qualcosa che va male. Anch’io, anch’io lo
> sento. È come una minaccia. Tutte le notti è così, anche il mio albero chiama.
> Posso dire d’intendermi di abeti», e qui fece un triste risetto, «ma non
> capisco cosa stia per capitare. Come se una malattia covasse dentro di noi; e
> noi non la conosciamo.» […] Per l’intero Bosco Vecchio oscillavano queste
> silenziose altalene. Dovunque era un rodere, un masticare, un volteggiare
> nell’aria, uno scambiarsi di richiami, un ignobile ridacchiare di compiacenza.
> Fosse sole o pioggia, i bruchi acrobati continuavano a rimpinzarsi.[11]
Ma ecco – attenzione! – strane parole giungono: è un albero che sta per
raccontare un incontro, l’approssimarsi di un uomo, un corpo quasi simile al
suo. È un musico-poeta; ha con sé uno strumento la cui seducente musica
lentamente opera una magia: un mirabile mutamento nell’albero parlante e in
tutti i suoi fratelli.
Albert Bierstadt, Nella Sierra Nevada, 1867
Quel semidio incantatore – lo conosciamo – è Orfeo, prima che egli compia il suo
prodigioso e, nel contempo, tragico viaggio nell’aldilà.
[…] Fui il primo a vederlo, perché crescevo
sul pendio del pascolo, oltre la foresta.
Era un uomo, pareva: i due
steli in movimento, il tronco corto, i due
rami-braccia, flessibili, ciascuno con cinque ramoscelli
senza foglie alle estremità,
e la testa incoronata d’erba bruna o dorata,
che portava un volto non come il volto beccuto di un uccello,
ma più simile a quello di un fiore.
Portava un peso fatto
di un ramo tagliato e piegato quand’era verde,
con fili di una liana tesi sopra di esso. Da questo,
quando lo toccava, e dalla sua voce —
che a differenza di quella del vento non aveva bisogno
delle nostre foglie e dei nostri rami per compiere il suono –
veniva l’increspatura.
Ma ormai non era più un’increspatura (si era avvicinato e
si era fermato nella mia prima ombra): era un’onda che mi bagnava
come se la pioggia
salisse dal basso e tutt’intorno a me
invece di cadere.
E ciò che sentii non era più un formicolio secco:
mi pareva di cantare mentre lui cantava, […]
Si avvicinò ancora, si appoggiò al mio tronco:
la corteccia fremette come una foglia ancora ripiegata.
Musica! non c’era ramoscello di me che non
tremasse di gioia e di paura.
[…]
Ero di nuovo seme.
Ero felce nella palude
Ero carbone.
E nel cuore del mio legno
(così vicino ero a diventare uomo o dio)
c’era una sorta di silenzio, una sorta di malattia,
[…]
il suolo che si sollevava e si spaccava, il muschio che si lacerava —
e dietro di me gli altri: i miei fratelli
dimenticati dall’alba. Nella foresta
anch’essi avevano udito
[…]
Ma la musica!
La musica ci raggiungeva.
Goffamente,
inciampando nelle nostre stesse radici,
frusciando le foglie
in risposta,
ci muovevamo, seguivamo.
Tutto il giorno seguimmo, in salita e in discesa.
Imparammo a danzare[12]
Sta passando il giorno. Una luce appena indorata si dispiega più lontana sulle
strade. Ora, proprio come Orfeo, si provi a varcare la soglia dell’Erebo, ad
affondare un immaginario passo nel profondo, tra le radici – non una sepoltura,
non un torpore: laggiù è l’arbitrio – celato a tutte le nostre percezioni, a
raffigurarsi quei sotterranei miceli e radichette che serpeggiano, con strambi
contorcimenti s’allungano, e non per insignificante casualità, s’allungano fino
ad intrecciarsi ai loro consimili in un arcano, sincronico sodalizio. Con
un’attenta postura rabdomantica allora sì potremmo captare il loro foltissimo,
assorto confabulare, nel fango, nel buio, assieme al brulicante popolo di funghi
topi larve lombrichi e millepiedi: un pulsare di vita sommersa. S’insapora
un’eco, ricamata nel profondo della terra.[13] Un’ipogea, oscura, mutante corale
che mai cessa.
Cresci come incerta vocazione, o selva…
Cedi come adeguato sonno sommo…
Somme voci sommesse
Somme di voci sommesse
Somme di dei panta-hrei.[14]
Nulla s’arresta. Tutto scorre. Andare! Andare fuori dall’abituale contesto.
Dunque, rallentando il passo, ci s’inoltri all’interno del bosco, o si sosti sul
limitare di esso: necessario fare notte negli occhi, vuotare l’orecchio stipato
di ostinati fragori, schiudere le porte della coclea, del nostro interiore
labirinto, in cui ospitare e custodire il paesaggio sonoro portato dall’aria.
> La tenebrosa notte il guardo oscura,
> ma acuto fa l’orecchio oltre misura;
> onde, per quanto ne soffra la vista,
> doppio vantaggio l’udito ne acquista.
> Non gli occhi miei, Lisandro, t’hanno trovato;
> gli orecchi, lor mercé, qui m’han guidato.[15]
Deporre ogni ingombro e ogni gravezza, scarnirsi da ogni resistenza, da ogni
appetire di volontà e bisogni; essere nello spossesso, senza attendere, senza
alcuna intenzione. Fare silenzio in sé – siamo nel cuore del bosco, nella sua
ritmia, il mondo è distante. – Respirare la propria nudità, per una
contemplazione solamente uditiva: c’è un universo da ascoltare, da esplorare
intimamente.
Allora si potrà udire, oltre il musico crosciare delle foglie calpestate dai
miei piedi,[16] un allargato e teso vocio, ora fioco e palpitante, ora fremente
e doloroso. – Che cos’è? – Un’acustica folata che sfiora la pelle, che pare
voglia risvegliare il corpo, le vene, scuotere le assopite linfe, gli inabissati
sentimenti. – Da dove proviene? verso quale direzione va? – Un galleggiare
libero e spirante, senza orizzonti, né confini, un incedere cangiante che è
meraviglia! – Un incanto che induce a frugare quel vocalizzo fuori dal tempo,
fuori dall’esperienza umana. Un incanto che tenta.
Ecco, provare idealmente a volgerci là dove la smorzata, indefinibile musica
crediamo provenga e accorgersi presto di non riuscire a seguirla come fosse una
chimera o l’effimera favilla di una cometa che dilegua nel nulla. Una deriva
malinconica che si vorrebbe raggiungere, afferrare solitaria nella sua
intangibile interezza, che apra un varco nella mente o nel cuore, che
s’infiltri, nenia o semplice fonema, nel punto più ferito del nostro battito,
che interpreti, più che il nostro pensiero, il nostro essere, inconcluso e
frammentato. Sentirla struggentemente collimare col nostro tempo soggettivo.
Ascoltarla, nell’abbandono, vissuta in noi, piccola oscillazione nel didentro,
affinché fra essa e il nostro sangue sgorga un’assonanza, un’insolita, seppure
debole e manchevole, eufonia. Sentirla sbucare dal profondo come germoglio di
pianto che non sapeva uscire.
O piuttosto semplicemente stare, inermi e di noi stessi dimentichi. Nella
privazione. Spoglia cavità. Pura ricettività. Arrestandosi senza cercare, né
voler distinguere i contorni delle singole cose, né volerne scandagliare lo
spettro delle frequenze ultrasoniche, la sostanza dei suoni, né capirne
l’origine, la causa, ma permettere che sia quella stessa perduta sinfonica
suggestione liberamente a tornare inaspettata e intrisa del respiro dell’humus,
di ignoti echi muscosi, – ecco l’essenza, la grazia! – a rivestirci di una nuova
pelle, purificati frugali anche noi/ come voli alberi erbe fruscii,[17] a
sbigottire l’anima.
Di domenica, se il vento era favorevole, udivo talvolta le campane di Lincon,
Acton, Betford e Concord – una melodia lieve, dolce e, per dir così, naturale,
degna d’esser lasciata penetrare nella solitudine boschiva. Quando vibra al di
sopra dei boschi, a sufficiente distanza, questo suono acquista un certo ronzio
vibratorio, come se gli aghi dei pini, all’orizzonte, fossero le corde pizzicate
di un’arpa. Ogni suono udito alla maggiore distanza possibile produce un unico e
identico effetto, fa vibrare la lira dell’universo, esattamente come l’atmosfera
che è frapposta rende più interessante ai nostri occhi una cresta di monti
lontani, per l’azzurro colore che le imparte. In questo caso, io venivo
raggiunto da una melodia filtrata attraverso l’aria e che aveva conservato con
ogni foglia e ogni ago del bosco; quella parte del suono che gli elementi
avevano raccolto, modulato e ripetuto di valle in valle. Fino a un certo punto,
l’eco è un suono originale, e in ciò risiedono il suo fascino e la sua magia.
Non è solo la ripetizione di ciò che valeva la pena fosse ripetuto nella
campana, ma, in parte, è la voce stessa del bosco, le identiche e comuni parole
e note cantate da una ninfa di quei luoghi.[18]
Note cantate, rumori e suoni: centinaia e centinaia le lingue, le bocche, gli
interpreti, i nascosti suonatori: la voce del bosco
> nei boschi primitivi risuonano rumori, l’ululato del lupo, il ruggito della
> pantera, il roco bramito dell’alce[19]
e poi la corsa di bestie selvatiche all’inseguimento di prede in fuga, il
maschio della cincia nel canto amoroso, il ritmato e ripetitivo assolo del
picchio che batte veloce sul tronco del faggio, l’incontenibile rumorio dei
mosconi intorno a una drupa marcita, il gorgoglio del ruscello, il brusire del
leccio, lo sgusciare tra il timido e lo spavaldo di una lucertola, la fitta
pioggia persuasa a cantare su e con ogni elemento o la nebbia nel suo sordo
materno avvolgere, pacificando o risvegliando, ogni cosa.
> Banchi di foschia aleggiavano sul fiume e tra le montagne piene di un mistero
> d’argento. Il mondo iniziava a cantare sommessamente sotto gli alberi.[20]
Un andamento dialogico, febbrile e pausato, spiroidale dall’alto al basso, dal
basso all’alto, verticale e orizzontale, tangibile e trasparente, zoppo e
risoluto, vicino e remoto. Rotante: un’alata musicale giostra di libertà, quella
che può andarsene e nascondersi, quella che non dà mai la sicurezza di fermarsi,
quella che procede volando.[21]
Una danza. Tra minuti e disadorni movimenti, elementari cadenze, placide e
ariose, in sordina, diradati acuti, tenaci gocciolii capaci infine di prorompere
in modulazione impervia, tuttavia tenera di verde e di sorpresa, bassi ronzanti
sul punto di esplodere dal proprio fondo, in un turbinio di note d’euforico
turgore, quasi a imbellire la cupezza là insediata, o a cancellare figure di
mostri grifagni modellate dalle ombre.
Caspar David Friedrich, Paesaggio montano con arcobaleno, 1809
Tutto allo stesso tempo: ridondante ed essenziale, stasi e rivolgimento,
simmetria e discordanza. Tutto è unione, affiliazione, boscosa polifonia in cui
addentrarsi e abbandonarsi. Irripetibile rituale, ritmo in cui incarnare un
gesto di stupefazione.
In quelle notti di bonaccia infatti [il vento] Matteo scopriva un’altra sua
grandissima qualità; si rivelava musicista sommo. Soffiando in mezzo ai boschi,
qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano
venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto ad inni sacri. Quelle
sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limite del
bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che
cantava. L’organista del Duomo era geloso e diceva ch’erano sciocchezze; ma una
notte lo scoprirono anche lui nascosto ai piedi di un tronco. E lui non
s’accorse neppure d’esser visto, tanto era incantato da quella musica.[22]
Sì, il vento naturalmente!
Alimento è lui stesso, nel bosco, sua creativa fucina, forza motrice e demiurgo
che, zigzagando e rimbalzando di albero in albero, sfregando e insinuandosi tra
rami e foglie, inventa e moltiplica il gioco sonoro delle fronde, delle crespute
alberature, facendo di esse migliaia e migliaia di corde, tasti, legni,
percussioni, con i quali sa deflagrare una funerea cantilena in un caotico e
rombante trapestio. La foresta di larici crepitava come se una mandria fosse in
transito fra i suoi rami gelati,[23] spegnendo il gesto poetico dell’erba.
Tradurre un fosco lagno in una festosa trovata, in una squillante istantanea
pennellata di colore.
> Il cielo intero, frusciando nei fremiti di un vento un po’ pesante, faceva
> cantare con l’ondeggiamento della pioggia i cupi valloni della montagna e
> l’acre lira dei boschi spogli. Quel giorno il fiume si gonfiò di una selvaggia
> felicità.[24]
Tensione prometeica. Voce polimorfa, lui stesso. Come un disinvolto ed
eccentrico solista, un primo violino o un pazzo pittore, eccolo con la sua
rapsodica tavolozza dipingere grezze e stridenti tramature d’orbace, variare il
fastoso panneggio di un madrigale in una erotica danza tzigana, o, come
l’improvviso broncio di un bambino, fino ad allora assonnato e tranquillo,
intonare un dissonante capriccio, un ribelle rap di giravolte e strappi.
Il vento!
> Oh, è orribile, è orribile! Mi è parso che le onde abbian parlato e mi abbian
> ripetuto il fatto; che me lo abbia fischiato il vento e che il tuono, questa
> profonda e spaventosa voce d’organo, abbia pronunciato il nome di Prospero: a
> mo’ di ritornello proclamava il mio delitto.[25]
Il vento! Il suo ruggito. Lo sentiamo assediante – Sturm und Drang – animato da
un drammatico vigore espressivo, nereggiare di graffi e bufere, d’irrequietezza
e minacce. Non c’è pietà né pena né pentimento. Tutto impazza nel suo aspro
fiato. Fra le sue umorali dita eccolo erompere una partitura densa di pastosità
e ruvidezza, timbri accenti tonalità battiti sincopati sfumature improvvisazioni
…che avanza, percuote, retrocede, abbatte, affiochisce, sciama, come… come sul
punto di morire.
Cielo e terra trattengono il fiato.
Perduto tutto? No, rieccolo, saltimbanco del mimetismo, nell’ attimo un
glissando, ricomporsi, riformarsi, ridestarsi con fresche cromie, a fare sfoggio
sbalorditivo di sé, titubante o vorticoso, intirizzito o abbagliato, dimesso o
sobillatore. A darci l’illusione di essere lui il monologante artista sotto il
graticcio delle nuvole. Un creare, uno scomparire e reinventarsi sempre inedito,
sempre più roteante e passionale, sulla piazza del mondo.
> A mano che salivo, il vento aumentava. Aveva un canto autunnale, bizzarro,
> fatto di gemiti e risa che alludevano a fantastiche passioni, di fronte alle
> quali le nostre non sarebbero che poca cosa. Mi gridava all’orecchio parole
> mai udite, primordiali come nomi di antiche divinità. […] Al mugghiare dei
> venti e allo spettacolo dei vasti paesaggi montani, la vaga oppressione e
> l’inquietudine del mio cuore si dileguarono.[26]
Ombre e chiarori, suoni e voci, rumori di perenne fluenza, di metamorfica
discontinua intensità…finché un intervallo, un sospiro di refolo, o forse un
rantolo, e dopo, quasi scivolando, un vuoto, il silenzio. Un silenzio fermo,
disanimato. Un liscio, oblioso, oltremarino silenzio, come la linea
dell’orizzonte dopo una mareggiata.
> Ma due o tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne
> silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che
> pochissimi hanno udito.[27]
Niente si muove. Un silenzio assoluto, sigillato nella conca di una afonia
d’incandescente solitudine. Come in un’infinita attesa.
> Nel repentino silenzio, frulli di spavento, spezzati svolii scuotono il
> frondame: la piccola selva trema, si raccoglie in un’ansia attenta. Mi ritiro,
> un poco più in là: a grado a grado la musica riprende in tono minore, con
> qualche pausa.[28]
Difatti nell’impenetrabile silenzio, qualcosa lambisce picchetta striscia bubola
sibila squittisce sussurra; qualcosa pispiglia e spira; persino la morte è
viscerale risolino, ansima di putrefazione, lento biascichio di possesso, – non
lo senti assiduo nelle ossa, questo smembramento leggero?… questa orchestra di
vermi nelle orecchie?[29] – ammaliante nel bruire lo spaventevole, nel neniare
l’innominabile suprema certezza, vale a dire il divorante trionfo della morte.
*
Anche un sassolino, se traversato da una lumaca o dove s’accartoccia la rugiada,
traluce onda sonora, sebbene non udibile all’orecchio umano, un antico adagio, a
cui risponde il pizzicato della filigrana tessuta dal ragno tra foglia e foglia,
il pigolio di sgomento dell’erba calpestata avidamente da una biscia, l’esile
ascesa e discesa della linfa lungo le venature – già melodiche nel pronunciarle:
xilema e floema –, il rosichio lungo impensabili gallerie e cunicoli di
indaffarate talpe, il contrappunto tra il sommuovere ansioso verso l’alto di un
seme e il tonfo di neve caduta da un ramo.
> Gli alberi e le montagne erano pietrificati sotto la polvere bianca del
> freddo. Né il fremito dei rami, né il respiro delle praterie alte: un silenzio
> minerale. Nel vasto cielo torbido ci sono forze dormienti. Lentamente il tempo
> le avvicina al risveglio. Sono già tiepide. Una falda di neve cade dall’abete.
> Il ramo si è mosso appena. È già immobile come prima. Nulla è pronto.[30]
…un nulla che, si è detto, può d’un tratto essere squarciato da una sprezzante
movenza, simile a un fendente di sciabola nella tenebrosa quiete, quale può
essere uno scatto, rabbioso o impaurito, di volpe o faina. Un niente che,
magari, può essere scosso da un batter d’ali del senso, un balbettio anche, o
una parola che resta sospesa come chiave da decifrare.[31] Riposta poesia. Un
niente che parrebbe consolare tutto il male della Terra.
> Lì si stava compiendo qualcosa di grande. Le foglie lambivano il fiume. Erano
> piene di sole, la grande luce veniva dai fiori. Stelle. Come quelle del cielo,
> più larghi di una mano, con un odore di lievito! Un odore di farina impastata,
> l’odore salato degli uomini e delle donne che fanno l’amore![32]
Il vento e il suo zingaresco trascinamento, i versi degli animali, i rondò dei
cespugli, il plic plic plic della pioggia cantante sui sassi, le pozze
fluttuanti di sole fra il fogliame, le acque dei torrenti: un insieme che porta
ebbrezza e benessere in coloro che, solitari, vi s’immergono.
> Questa nostra vita, esente dalla pubblica frequenza, trova lingua negli
> alberi, libri nei liberi ruscelli, prediche nelle pietre, e del bene in ogni
> cosa.[33]
Voci che all’unisono potrebbero evocare nostalgicamente, nel cuore di chi
ricorda, l’intonazione cara della propria amata.
> Parme d’udirla, udendo i rami et l’òre
> et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque
> mormorando fuggir per l’erba verde.
>
> Raro un silentio, un solitario horrore
> d’ombrosa selva mai tanto mi piacque:
> se non che dal mio sol troppo si perde.[34]
Piante e animali là, nel bosco, i soli attori? Eppure – chissà! – quanti altri
furtivi artefici là s’aggirano, con un sincretismo tra sonorità vocale e
strumentale, compositori e simultaneamente esecutori, musici e cantori, dei
quali ignoriamo l’esistenza.
> Uno è una somma squisita! Un uccello, una gabbia, un volo; una canzone laggiù
> nei boschi lontani, fino ad ora immaginata soltanto dalla fede.[35]
Attentamente, si ascolti! Un passato ci sta parlando. Un cosmogonico mugghio?
Una voce uterina? Qualcosa di extrasensoriale?
Ombelico pulsante di un mondo ancestrale, spazio originario, luogo rarefatto di
richiami, di un tempo mitico, di riti iniziatici e misterici. La selva.
Regno magico: affollato è il bosco, di anfratti, soffi e ignoto: esseri carsici,
spettri, demoni, numi impercepibili dagli umani, presenze dell’invisibile, là
respirano e vivono, geni protettori di fiere e verzura, che rasentano, toccano
vivificando empaticamente ogni singolo componente, ogni interstizio,
intridendolo di palpiti e di sacro.
> Quando gli spiriti del bosco dai millenari loro antri per intonare il
> ritornello emersero
> Ma nell’anima mia chiaramente udii.[36]
Stirpe abitatrice dell’occulto, creature del fato e dell’imponderabile. Già se
ne enumerava nell’antichità, la vasta mitologia classica riferendosi alle
divinità ctonie: Persefone, Demetra, Ade… e agli spiriti silvestri: il dio Pan,
i fauni, i satiri, le Driadi, lussureggianti e prodighe ninfe, le danzanti e
voluttuose Amadriadi.
> O vecchio bosco pieno d’albatrelli,
> che sai di funghi e spiri la malìa,
> cui tutto io già scampanellare udìa
> di cicale invisibili e d’uccelli:
> in te vivono i fauni ridarelli
> ch’hanno le sussurranti aure in balìa;
> vive la ninfa, e i passi lenti spia,
> bionda tra le interrotte ombre i capelli.
> Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia[37]
Allo stesso modo ampiamente ricca è la mitologia norrena, con i suoi deformi
umanoidi Troll, le seduttrici Huldra, e le gigantesse Járnviðjur.
Là, nelle foreste selvagge, presso le società tribali, si dondolano litanie
sciamaniche di passaggio o di guarigione.
> Deve esistere, di certo, una ragione, in virtù della quale gli antichi
> re-pastori ascoltavano le richieste dei sudditi, rendevano giustizia e
> proclamavano leggi all’ombra d’alberi secolari, che la fede del popolo onorava
> come sacri. Il senso eterno che dall’albero emana dava alle sentenze del
> re-uomo l’infallibilità del giudizio di Dio.[38]
Là, nel fitto degli alberi, tra elfi e folletti, fate e draghi, streghe e orchi,
là ambientano le loro favole, di insidie e incantesimi, di perdizioni e
agnizioni, Andersen e i fratelli Grimm
Ed è Buzzati a offrircene una testimonianza nel suo meraviglioso moderno
racconto, Il segreto del bosco vecchio, in cui fiabesco e sacralità silvestre si
fondono in una visione ecologista.
Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era
popolata da geni; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto
sommaria. Con l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi
imbevere dai genitori di stolte fole.
Dobbiamo aggiungere che neppur noi abbiamo dei geni del Bosco Vecchio notizie
precise. Pare, come scrisse l’abate Marioni, [il primo e ultimo naturalista che
scrisse dei geni] ch’essi potessero assumere parvenze di animali o di uomo e
uscire dai tronchi, la qual cosa sembra avvenisse in circostanze del tutto
eccezionali.
La loro forza, così risulterebbe, non poteva in alcun modo opporsi a quella
degli uomini. La loro vita era legata all’esistenza degli alberi rispettivi:
durava perciò centinaia e centinaia d’anni.
Di carattere ciarliero, se ne stavano generalmente alla sommità dei fusti a
discorrere fra loro o col vento per intere giornate; e spesso anche di notte
continuavano a conversare.
[…] Quante sere, mentre gli altri geni, sulle cime degli abeti, univano le loro
voci in coro per intonare certe loro tipiche canzoni, il Bernardi [il genio in
sembianze umane] doveva starsene a chiacchierare con il Morro, per tenerlo in
buona, di noiose questioni che non gli importavano niente, o a far dei giochi di
carte che non lo divertivano affatto, dinanzi a un bicchiere di vino che non gli
piaceva; ed entrava intanto dalla finestra, con il profumo di preziosissime
resine, la voce fonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati.[39]
Il bosco, nel suo canto d’ovatta, primigenio ed estatico, appare dunque una
comunità, un organismo di ingovernabili strumentisti, di fuggevoli sonatori
dell’ambiguità.
Entrare nel bosco è entrare nella notte. Compiere una Catabasi. Vagando, tra
alberi sterpaglie ombre, un groviglio ci attornia, quasi a essere dentro una
sonnambula vertigine: mille occhi spiano, mille aliti sfiorano, mille dita
tentacolano, mille umbratili linguaggi. Che sia gemito o chioccolio, grido
strozzato, o superbo silenzio, è vibrazione oracolare, notturno mugolio, lai
degli inferi o, al contrario, voce del destino che vorremmo radiosa, a noi
benevolmente indirizzata.
Fiato onirico.
> Una foresta lontana gemeva e parlava con parole di sogno.[40]
È notte. Lassù Cassiopea si gingilla nella sua sedia di stelle. Nel bosco è
caduta la luna. Odore di terriccio, di greve pacciame. Andare. Spingersi quindi,
discendendo laggiù, per ritrovarsi immersi in una impreveduta regione, di là da
qualsiasi concreta figurazione, in una prospettiva surreale fatta ora della
trasparenza di un cristallo, ora di un’istintiva e guizzante ombrosità che un
impavido tornire di tentennante luce potrebbe dissipare, ora di vaghe
apparizioni onomatopeiche, di vocalizzi non urlati, che hanno la consistenza
della paura e del sibillino, di un inviolabile che frange tuttavia ogni logica e
certezza, ogni materialità. Un’epifania di sconcerto e smarrimento, che giunge
in risposta a una domanda non formulata[41] e apre il sipario a un mondo orfico,
al sogno e all’immaginario.
> Non aver paura. L’isola è piena di canti, di suoni e di dolci melodie, che
> dilettano e non fanno male. Qualche volta mi ronzano nelle orecchie migliaia
> di strumenti pizzicati e qualche volta delle voci, che, se anche mi sono
> allora allora svegliato da un lungo sonno, mi fanno addormentar di nuovo.
> Allora nel sogno mi pare che le nubi si aprano e mi mostrino dei tesori pronti
> a rovesciarsi su di me, in maniera che quando mi sveglio, piango per voler
> sognare di nuovo.[42]
Perché il bosco è esuberanza vitale, ritorno adamitico alle radici, tempo e
spasmo di un passato primordiale: infanzia del mondo. Là un cuore batte, là
un’anima è racchiusa e freme.
Mormorato dalle miriadi delle sue foglie,
scendeva dall’erma vetta, alta duecento piedi,
emanava dal tronco possente e dai rami, dalla corteccia spessa un buon piede,
questo canto delle stagioni e del tempo, canto non del solo passato, canto anche
del futuro.
Tu, vita di me, non mai detta,
e tutte voi, venerabili gioie innocenti,
robusta mia vita perenne, con gioie tra piogge e soli di molte estati,
e la bianca neve e la notte e i venti selvaggi;
oh! Le grandi, pazienti gioie rudi, oh! Le robuste gioie della mia anima, non
provate dall’uomo,
(Sappiate, infatti, io posseggo l’anima che mi s’addice, anch’io posseggo una
coscienza, una personalità,
come l’hanno le rocce e le montagne, come tutta la terra,)[43]
La foresta, col suo inquietante carico di malagevoli ombre e d’incanti, è
persino locus horridus: in quanto archetipo del mistero, ci restituisce
l’immagine dell’incorporeo, della parte più inaccessibile e recondita di noi, il
nostro sottosuolo.Evoca la selva oscura: il nostro inconscio.
Cionondimeno è anche simbolo di congiunzione tra Terra e Cielo, abbraccio di
terreno e divino.
Territorio metafisico, forse?
> Il ramo si volge verso l’alto perché dall’alto è venuto[44]
Necessario allora portare nel bosco corpo e anima. Andare nella natura alla
ricerca di una dimensione cosmica e immersiva, che s’accordi panicamente e
musicalmente col proprio essere, col proprio battito cardiaco, con la propria
finitezza.
> Ora, nei miei giorni sereni, guardavo il sole e il bosco, le rocce brune e le
> argentee montagne in lontananza, con una doppia sensazione di felicità, di
> bellezza e di recettività; nelle ore buie, sentivo il mio cuore malato
> dilatarsi e ribellarsi con raddoppiato ardore; non distinguevo più godimento e
> dolore; essi erano uguali: tutti e due facevano male, e tutti e due erano
> deliziosi. E mentre dentro di me stavo bene o male, la mia forza si librava
> tranquilla al di sopra di tutto ciò, osservava il chiaro e il buio,
> riconoscendo che essi erano fraternamente uniti, e sentiva dolore e pace come
> i ritmi, energie e parti della medesima, grande musica.
>
> Non ero in grado di scrivere una tale musica, essa mi era ancora estranea e le
> sue frontiere mi erano sconosciute. Potevo però udirla e sentire il mondo
> dentro di me come perfezione. Riuscii pure a trattenerne qualcosa, una piccola
> parte, una risonanza rimpicciolita e tradotta. Per giorni e giorni pensai ad
> essa, assorbendola dentro di me; trovai che si poteva esprimere con due
> violini e cominciai la mia Sonata in tutta innocenza, come un giovane uccello
> osa il suo primo volo. Quando una mattina, nella mia camera, ne suonai con il
> violino il primo tempo, ne avvertii bene la fragilità e l’incompiutezza, ma
> ogni battuta mi penetrò nel cuore con un brivido. Non sapevo se questa musica
> fosse bella, ma sapevo che era mia, nata e vissuta dentro di me e mai udita
> prima.[45]
Musicalità e sacralità: un legame inscindibile, immenso Tutto, che trova nel
folto arboreo entità e significato.
> Questi suoni che giungono da ogni parte invitano al viaggio;
> a ogni istante uno spirito vivo parte per l’Oltrespazio![46]
Golfo mistico, abisso mistico: questa l’esatta qualità che si potrebbe
attribuire al bosco, Mystischer Abgrund, la definizione che Richard Wagner coniò
per il teatro Festspielhaus a Bayreuth da lui ideato, ovvero la buca, a forma di
conchiglia, tra il proscenio e la platea, dove gli orchestrali si collocano
durante gli spettacoli. Una specificazione che intende sottolineare come da
quella celata cassa di risonanza venga espresso e solennemente elevato un inno
alla bellezza del creato, un’armonia di spirituale natura…
> … in serenità perfetta quando si sente muovere al passo con gli astri e
> persino con lo stesso firmamento, e con il girare silenzioso della terra.[47]
Allontanarsi dal presente disincantamento, dalla blasfema cacofonia della
modernità, che ha indotto l’uomo, oramai del tutto tecnicizzato, mercificato e
assordato, a rinnegare quella sottile auscultazione del sé e della natura che da
sempre lo circonda.
Gustav Klimt, Foresta di abeti I, 1901
Allontanarsi per affidarsi al mistero, per infondersi nell’anima del bosco…
> Nel segreto del cuore prego in silenzio,
> e pare che un’eco risponda.
> Sarebbe dato, a chi è giusto e puro,
> il modo di giungere agli spiriti?
> […]
> L’animo è turbato nel profondo
> Scendo di sella, m’inchino,
> tra cipressi e pini seguo il sentiero
> al tempio dello spirito.[48]
Tempio dello spirito, tempio dell’ascolto… accedervi come in un penetrale,
devotamente e con animo di raccoglimento e accoglimento: scorgere nel buio, e
nel proprio buio, una sacrale entratura di Bene, nell’udire l’avvolgente mitezza
di una sinuosa corale, quasi fosse un salmo, una celeste lauda, un monodico
canto gregoriano, consonandolo a una tacita, franta preghiera.
Vivere il bosco come un’esperienza spirituale.
> Klara si sentiva divinamente. Avvolta in una veste da camera turchina che le
> scendeva libera lungo il corpo in ricchi drappeggi, era seduta sul balcone dal
> quale si godeva la vista sugli abeti, che quella mattina, in cui spirava un
> vento leggero, dondolavano dolcemente le loro cime. Il bosco è proprio
> meraviglioso, pensò, e appoggiandosi alla ringhiera, delicatamente lavorata,
> si piegò in avanti per avvicinarsi al suo profumo. «Come se ne sta là disteso
> il bosco, quasi già sonnecchiasse aspettando la notte. Di giorno, quando
> splende il sole, si entra in un bosco come in un mondo serale, dove i rumori
> sono più nitidi e più lievi e gli effluvi più umidi e più sensibili, dove si
> può riposare e pregare. Nel bosco si prega senza volerlo, ed è anche l’unico
> posto al mondo dove Dio è vicino; Dio sembra aver creato i boschi affinché vi
> si preghi come in templi sacri; chi prega in un modo e chi in un altro, ma
> tutti pregano. Quando si sta sdraiati sotto un abete e si legge un libro,
> allora si prega, se pregare è lo stesso che perdersi nei pensieri. Ovunque Dio
> possa mai essere, nel bosco lo si intuisce e gli si dona quel poco di fede con
> silenzioso trasporto. Dio non vuole che si creda troppo in lui, vuole che lo
> si dimentichi, è persino contento quando viene ingiuriato: perché è buono e
> grande più di quanto si possa concepire; Dio è quel che c’è di più arrendevole
> nell’universo. […] Come posso starmene seduta qui e provare gioia per il mio
> semplice esistere, stare seduta, appoggiarmi alla ringhiera! Come mi sento
> bella così. Potrei dimenticare Kaspar, dimenticare tutto. Adesso non capisco
> come io abbia mai potuto piangere per qualcosa, come qualcosa abbia mai potuto
> turbarmi. Quanto imperturbabile è il bosco, eppure così duttile, caldo, vivo e
> dolce. Che respiro viene dagli abeti, che stormire! Lo stormire degli alberi
> rende superflua qualsiasi musica. […] »[49]
Colmarsi dei suoni della foresta, valicando, in un delirante slancio, il dirupo
della nostra inane afasia, per divenire noi stessi blesi cantori d’ogni sua
bellezza.
Oh, comporre il canto più esultante!
Colmo di musica – pieno di virilità, femminilità, infanzia!
Pieno di occupazioni usuali – ricco di d’alberi e di cereali.[50]
[…] gli oratori di Beethoven, Händel, Haydin,
la Creazione mi lava in ondate di divinità.
Fate che possa contenere tutti i suoni (grido in questi miei folli tentativi,)
Riempitemi di tutte le voci dell’universo,
datemi i loro palpiti, quelli della Natura,
tempeste, acque venti, opere e cori, marce e danze,
esprimete, versate, perché io tutto vorrei contenere.[51]
Avendo tuttavia la consapevolezza che, per comporre questo canto di giubilo, si
può soltanto restando in una bolla d’innocenza, perché In verità cantare è altro
respiro./ È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento,[52] e perché solo un
cuore bambino ha il potere dell’ascolto vergine: cuore semplice di bimbo,
l’unico che, nelle sue carni e nei suoi sussulti, contiene il dono alchemico
delle fatate trasfigurazioni, in quanto dopo, nell’età adulta, tutto
desolatamente scompare: sorda e pietrificata si fa la vita.
«Perché dici “mi tocca”? Come fa un vento a morire?»
«Lascia stare, è una strana faccenda. Un giorno forse la saprai.» La voce si
faceva fioca allontanandosi nel cielo.
«No,» fece Benvenuto, «Matteo, non andare via. No, tu non devi morire. Ci sono
ancora tante cose da fare. Pensa, se tu rimani, tornerai quello di una volta, ti
verranno ancora le forze, fra tre mesi arriverà la primavera e sarà la stagione
buona, pensa, Evaristo se n’andrà, sarai di nuovo padrone della valle, farai
grandi temporali e tutti avranno paura. Ricomincerai da capo. Poi, nelle notti
buone farai musica nel bosco, la gente verrà per sentire, anche da lontanissimi
paesi. Ci saranno tra le piante i geni e io potrò cantare con te, come si faceva
una volta.»
«È inutile,» disse il vento, «devo andare sul serio. Del resto, questa forse è
la notte famosa in cui tu finirai di essere bambino. Non so se qualcuno te l’ha
detto. Di questa notte i più non si accorgono, non sospettano nemmeno che
esista, eppure è una netta barriera che si chiude d’improvviso. Capita di solito
nel sonno. Sì, può darsi che sia la tua volta. Tu domani sarai molto forte,
domani comincerà per te una nuova vita, ma non capirai più molte cose: non li
capirai più, quando parlano, gli alberi, né gli uccelli, né i fiumi, né i venti.
Anche se io rimanessi, non potresti, di quello che dico, intendere più una
parola. udresti sì la mia voce, ma ti sembrerebbe un insignificante fruscìo,
rideresti anzi di queste cose. No, forse è meglio così, che ci separiamo al
punto giusto.»[53]
Usciamo. Ché non finisca la notte.
Grazia Frisina
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[1] Walt Whitman, Canto della scure, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino,
Giulio Einaudi ed. 1993, p. 244
[2] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, Settecolori
edizioni 2025, p. 15
[3] Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto, in Alcyone
[4] Dante Alighieri, Inferno canto XIII, in Divina Commedia, vv 31-37
[5] Virgilio, Eneide, canto III, vv 39-41
[6] Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, canto III, ottava XLI
[7] Lo scienziato Stefano Mancuso, nel suo libro La Pianta del Mondo (2020),
riferendosi al pensiero espresso dal compositore Edward Elgar: «La mia idea è
che ci sia musica nell’aria, musica dappertutto intorno a noi, il mondo ne è
pieno e ne puoi prendere ogni volta tutta quella di cui hai bisogno»,
scrive: «Lo stesso accade per le piante: sono, come la musica per Elgar,
letteralmente dappertutto intorno a noi, e per scriverne non si deve far altro
che ascoltare le loro storie e raccontarle (…). Le piante costituiscono la
nervatura, la mappa (o pianta) sulla base della quale è costruito il mondo in
cui viviamo. Non vedere questa pianta, o ancor peggio ignorarla, credendo di
esserci ormai posti al di sopra della natura, è uno dei pericoli più gravi per
la sopravvivenza della nostra specie».
[8] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz,
trad. di G. S. Gargàno, Sansoni editore 1984, p. 1204
[9] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, SE edizioni,
2016, p. 90
[10] Ivi, p. 75
[11] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, Aldo
Garzanti Editore 1973, p. 255-257
[12] Denise Levertov, A tree telling of Orpheus. Dal web:
https://allpoetry.com/A-Tree-Telling-Of-Orpheus
[13] Sal. 139, 15
[14] Andrea Zanzotto, Il galateo in bosco, in Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori
editore, 2011, p. 539
[15] William Shakespeare, Sogno d’una notte d’estate, in Tutte le opere, a cura
di Mario Praz, trad. di Giulia Celenza, cit., p. 374
[16] Walt Whitman, Rulli di Tamburi, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino,
cit., p. 389
[17] Salvatore Toma, in Canzoniere della morte, a cura di Maria Corti, Einaudi
1999, p. 65
[18] Henry D. Thoreau, Walden, trad. di Piero Sanavio, A. Mondadori editore,
1970, p. 166
[19] Walt Whitman, Nostro antico fogliame, in Foglie d’erba, traduzione di Enzo
Giachino, cit., p. 218
[20] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 279
[21] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci cit., 2016, p.
91
[22] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne,
cit., p. 159-160
[23] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 150
[24] ivi, p. 213
[25] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz,
trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1205
[26] Herman Hesse, Pellegrinaggio d’autunno e altri racconti, trad. di Eva
Banchelli, Sugarco edizioni, 1979, p.65
[27] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne,
cit., p. 221
[28] Ada Negri, Il boschetto canoro, in Le strade, in Prose, Arnoldo Mondadori
editore, 1966, p. 479
[29] Salvatore Toma, in Canzoniere della morte, a cura di Maria Corti, cit., p.
32 e p.26
[30] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p.178
[31] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 82
[32] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 280-281
[33] William Shakespeare, A piacer vostro, in Tutte le opere, a cura di Mario
Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 624
[34] Francesco Petrarca, sonetto CLXXVI, vv 9-14, in Canzoniere
[35] Emily Dickinson, Lettera al dott. e alla sig.a Holland, sett. 1859,
in Lettere, a cura di B. Lanati, Einaudi, 2006, p. 54
[36] Walt Whitman, Canto della sequoia, in Foglie d’erba, trad. di Enzo
Giachino, cit., p. 266
[37] Giovanni Pascoli, Il bosco, in Myricae
[38] Ada Negri, Sinfonia d’alberi, in Di giorno in giorno, in Prose, cit., p.
697
[39] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne,
cit., p. 155-157
[40] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 93
[41] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 90
[42] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz,
trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1203
[43] Walt Whitman, Canto della sequoia, in Foglie d’erba, trad. di Enzo
Giachino, cit., p. 266
[44] Gialâl Ad-Dîn Rûmî, Spregio del mondo, in Poesie mistiche, a cura di
Alessandro Bausani, SE editore, 2018, p. 61
[45] Herman Hesse, Gertrud, in Romanzi, trad. di Paolo Paoloni, Tascabili
Newton, 1988, p. 163
[46] Gialâl Ad-Dîn Rûmî, Partenza, in Poesie mistiche, a cura di Alessandro
Bausani, cit. p. 65
[47] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 63
[48] Han Yü, Visito il tempio del Sacro Monte Heng, in Le trecento poesie T’ang,
trad. di Martin Benedikter, Mondadori ed. 1972, p. 189-190
[49] Robert Walser, I fratelli Tanner, trad. di Vittoria Rovelli Ruberi, Adelphi
edizioni, 2021, p. 86-88
[50] Walt Whitman, Un canto di gaudi, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino,
cit., p. 225
[51] Walt Whitman, Della bufera musica superba, in Foglie d’erba, trad. di Enzo
Giachino, cit., p. 506-507
[52] Rainer Maria Rilke, Dai sonetti a Orfeo I, 3, in Poesie, trad. di Giaime
Pintor, cit., p. 41
[53] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne,
cit., p. 316-317
*In copertina: Isaac Levitan, Paesaggio con luna, 1880
L'articolo Trattato di “Boscoritmia”. Ovvero: ritrovare se stessi e il proprio
canto nella foresta proviene da Pangea.
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L’introduzione è utile a capire il carisma dello scrittore – la sua catarsi
catastrofe.
Si era ritirato a Georgeham, nel Devon, con l’idea di scrivere l’epopea di una
lontra. Il Taw, che scorre per una settantina di chilometri in quella contea,
aprendosi in selvaggi meandri, donando il senso di una vita tra giungle a
ventre, a ventaglio, diventò la sua casa. Henry William Williamson era nato il
primo dicembre del 1895 in un sobborgo di Londra, è vero, ma le escursioni nel
Kent lo avevano addestrato all’amore per la natura. Neppure ventenne, si era
arruolato nel London Regiment: la Prima guerra era stata per lui l’autentica
balia. Henry imparò a lottare, a sopportare, a indignarsi. Fu sottotenente, poi
ufficiale; usava la mitraglia, si piegò a ogni impegno, chiese di essere
arruolato nella Raf – gli effetti dei gas respirati in trincea lo avevano
falciato. Odiava i politici – che chiacchierano facendo far la guerra agli altri
–, credeva nell’aristocrazia dei veterani, si scoprì pacifista. Decise di
dedicare la vita alla scrittura.
Per scrivere il suo capolavoro impiegò quattro anni. L’ultimo fu il più duro. Si
era ritirato in una baracca con il primo figlio da badare; la prima moglie – Ida
Letizia, che gli avrebbe dato altri cinque pupi – era convalescente.
> “Mentre lavoravo alla diciassettesima stesura del manoscritto, mia moglie si
> ammalò e dovetti prendermi cura del bambino… Mi mettevo al tavolo verso le
> dieci di sera, quando tutto era calmo, e continuavo per tre, quattro o anche
> cinque ore, reggendo il bambino con il braccio sinistro. Sedevo davanti al
> tavolo da stiro smaltato di bianco, l’orgoglio di Letizia – un mobiletto da
> cucina riadattato – con i pannolini che avevo lavato e steso ad asciugare su
> una corda attraverso la stanza. Una stufa a petrolio riscaldava l’ambiente”.
Aveva passato tre anni a scrivere – spesso a vanvera – e a raccogliere mappe,
documenti, leggende; aveva auscultato i segreti dei cacciatori, degli
allevatori, dei vagabondi del Taw – qualcuno si diceva erede dei druidi. Voleva
scrivere ciò che non era mai stato scritto prima. Un libro che non parlasse di
animali o che facesse parlare, da umani, gli animali – ce n’erano già
tantissimi, alcuni bellissimi, i romanzi di Rudyard Kipling su tutti. Voleva
scrivere un libro-animale, un libro animalesco, in cui la bestia occupa tutto lo
spazio, tutto lo sguardo, tutto l’orizzonte grammaticale, e l’uomo è una
creatura spaventevole e lontana, distante, ormai, dal sempiterno naturale,
dalla natura delle cose. Per farlo, non scelse un animale esotico – la tigre, il
leone, il condor – né un animale simbolico – il lupo, il cervo, l’orso – o
domestico – il coniglio, il passerotto – ma la lontra, la regina del Taw,
creatura di terra e d’acqua, scaltra, sagace, impareggiabile nell’arte di
nascondersi a famelici occhi – famelica. All’epoca, la lontra era l’estremo
oggetto del desiderio dei cacciatori inglesi: la inseguivano con flotte di cani,
ne facevano sterminio, a frotte.
Il libro uscì, in edizione privata – secondo la tipica sprezzatura editoriale
del mondo inglese – nel 1927, in cento copie, poi per G.P. Putnam’s Sons: in
copertina, un’incisione naif di Hester Sainsbury. Il titolo completo suonava
così: Tarka the Otter: His Joyful Water Life and Death in the Country of the Two
Rivers. Il libro, come si dice, ‘fece rumore’: nessuno prima di Henry Williamson
aveva scritto in quel modo dell’animale e del bosco, del fiume e della vita
ferina, delle vallate inglesi e degli enigmi che le abitano, le vivificano.
L’incipit, memorabile (“Crepuscolo sui prati e sull’acqua, la stella della sera
brilla sulla collina e Vecchio Piuolo, l’airone, grida kra-a-ark! librandosi
sulle ali scure che planano verso l’estuario. Qualcosa di bianco si è mosso sui
giunchi secchi della riva, la civetta ha spiccato il volo di sotto l’arco
centrale del ponte di pietra, che un tempo portava il canale attraverso il
fiume”), narra, dalla ghianda all’oggi, la crescita sghemba della “quercia più
vicina alla Stella del Nord”: dopo due secoli di gelo, piogge, sassate di sole,
era crollata, diventando la tana della lontra. Con velocità narrativa
spregiudicata – in picchiata –, l’autore tiene insieme il corso del fiume, il
volo dell’airone, le api che dormono e i topi che corrono; la lontra
“raggomitolata nella cavità più alta e asciutta della quercia caduta”, un
picchio, l’odore persistente dei cani da caccia, poco lomtano, e “il tempo in
cui le galere romane si spingevano fin sotto le colline”, a quel tempo ricoperte
dal mare. Che grazia – che vitalità.
Il libro vinse l’Hawthornden Prize, importante riconoscimento inglese alla
“narrativa d’immaginazione” che l’anno prima era andato a Vita Sackville-West
per The Land e che sarebbe andato, tra gli altri, a Robert Graves e a Evelyn
Waugh, a Naipaul e a Bruce Chatwin (per In Patagonia). Il premio conferì a Henry
Williamson una certa notorietà e la certezza di poter vivere come scrittore;
soprattutto, gli consegnò l’ammirazione incondizionata di Thomas Hardy e
l’amicizia di T.E. Lawrence. Era stato Edward Garnett, mitico editor di Joseph
Conrad e confidente letterario di ‘Lawrence d’Arabia’, ad avergli inviato, a
Karachi, dov’era di stanza, nei ranghi della Raf, come “338171”, il libro di
Williamson. Lawrence ne restò affascinato: in una lettera a Garnett del 20
gennaio 1928 scrive, “Tarka mi ha riempito di gioia per tre settimana. È la cosa
più bella che abbia letto finora”; chiamava “Everest” il suo autore.
Illustrazione di C.F. Tunnicliffe per Tarka la lontra, 1932
Anni dopo, Williamson avrebbe trovato un esagitato lettore in Ted Hughes: a suo
dire, Tarka era “un grande poema mitico”. Anche Hughes, per altro, amava i
meandri del Taw, che appare, per australi, primordiali frammenti,
in River (1983), una delle sue raccolte più belle.
Nel libro, in sostanza, non succede nulla. Williamson non instrada la bestia in
una trama ‘umana’: segue, con scrittura ferma, mai fiabesca, insieme lirica e
marziale, la vita di una lontra dalla nascita alla morte. Per lo più, assistiamo
a scene di caccia (dopo aver ucciso una trota, la madre di Tarka “la divorò
ingordamente, semisdraiata nell’acqua bassa, masticava, inghiottiva, emetteva un
sibilo minaccioso all’apparire di ogni ombra”, poi, con un regesto da vita vera,
da vita-vita, da enormità del creato, “Tornò a tuffarsi dopo quattro sorsate
affrettate. Catturò un’anguilla, ne mangiò una parte, poi tornò al covo. Ma
aveva ancora fame, e lasciò i cuccioli una seconda volta, corse lungo la riva e
si rizzò in direzione del vento aspirando a piene narici. Nel bosco i merli
continuavano a lanciare le loro strida ai gufi bruni fino a che questi ultimi
non strillavano in risposta”), all’esistere in purezza, senza idillio: si chiama
iniziazione. Williamson sembra squadernare su carta i più fondi misteri delle
creature – la loro origine, la loro ragione.
Alcune immagini sono meravigliose, si stagliano per perseveranza di splendore,
per vigore visionario; qui, ad esempio, parlando delle rondini:
> “Quando le prime stelle brillarono nell’acqua cominciarono a cinguettare tra
> loro perché avevano ricevuto il segnale di lasciare i verdi prati che amavano
> tanto. Parlavano con la loro voce non canora – che raramente gli uomini odono
> tanto è bassa e dolce – aggrappate ai baccelli ancora chiusi delle code di
> gatto. Parlavano di mari bianchi e grigi, di venti che spezzavano la forza
> delle ali, di terribili scoppi di tuono fra nubi illuminate dal sole, di
> piogge violente, di fame e di fatiche da sostenere prima di poter rivedere lo
> scintillio delle schiume sulle spiagge africane. Ma nessuna parlava delle
> compagne che sarebbero cadute nel mare e che si sarebbero spezzate il collo
> contro le invetriate dei fari, poiché questi uccelli estivi dalla coda forcuta
> non avevano pensieri di tali cose, né della morte. erano creature gioiose e
> pure di spirito, estranee alle angosce umane”.
È un libro in cui l’uomo è un estraneo.
Una delle grandi scene del romanzo, che descrive la lotta all’ultimo sangue tra
Tarka e Deadlock, il segugio, “con la testa nera segnata da antiche lotte”,
vale, da sola, Il richiamo della foresta di London e I cani rossi, il più bello
e il più crudo dei racconti “della giungla” di Kipling.
Come Tarka la lontra, il capolavoro di Henry Williamson – degno di stare tra i
grandi libri del secolo –, fu tempestivamente tradotto dalla Fratelli Treves nel
1930. Nel 1969, in nuova traduzione – di Fiore Genovese –, entrò ne ‘I delfini
d’acciaio’ Bompiani. Io l’ho letto nella riedizione Bompiani del 1981: era nella
biblioteca di mio figlio; ne dicevano di un libro “per ragazzi”, oggi dovrebbero
impilarvi intorno delle tesi di dottorato. In realtà, è un libro per la vita,
per impratichirsi con il mondo autentico; insegna, per altro, l’arte
dell’osservazione e della dedizione: a riconoscere nel rio sotto casa
un’Amazzonia, nella piccola cincia sul balcone una creatura divina. Ogni singolo
angolo di questo pianeta è pieno di creature che attendono il nostro sguardo – e
imparare a ridire i perduti nomi.
Va detto che dopo Tarka la vita di Henry Williamson fu in caduta libera. Si
invaghì di Hitler, “il solo vero pacifista in Europa”; nel 1935 cercò di
organizzare un incontro tra Führer e il suo amico T.E. Lawrence, non poteva
credere che inglesi e tedeschi arrivassero alle armi. Non si ricredette mai del
tutto. Per un po’, fece parte del British Union of Fascists di Oswald Mosley,
avendo sempre in spregio le macchinose strategia della politica. Nel ’36 si
ritirò in una fattoria, nel Norfolk, con l’idea di fare il contadino. Divorziò
dalla prima moglie, Letizia, dieci anni dopo; si risposò con Christine, una
giovane insegnante; non durò neppure quel legame: Henry aveva una passione per
le jeunes filles.
I suoi estremismi lo marchiarono a fuoco; pur estremamente noto, Henry
Williamson rimase un paria delle patrie lettere. Ciò non gli impedì di ideare
una delle più folli imprese letterarie del secolo: il ciclo semiautobiografico
“A Chronicle of Ancient Sunlight”, costituito da quindici romanzi pubblicati tra
il 1951 e il 1969, per un totale di oltre seimila pagine. La tortuosa storia di
Philip Maddison, alter ego dell’autore, doveva essere “il mio Guerra e pace”; fu
un fenomenale fallimento. Williamson morì poco prima di ferragosto, nel 1977,
svanito nella demenza senile; lo seppellirono nei luoghi amati, dove aveva
scritto Tarka.
In Italia uscirono altri suoi libri – Il falco d’oro e Salar il salmone – che
non eguagliarono il successo di Tarka la lontra, per altro uscita da tempo dal
paddock dei grandi editori: la pubblica, da un po’, Franco Muzzio Editore. È
forse un libro troppo difficile, toppo ispirato, troppo troppo per l’epoca delle
passioni controllate, della natura da cartolina, a scopo turistico.
In un quadro di Charles Tunnicliffe, efficace pittore inglese, Henry Williamson
è ritratto, quarantenne, con un falco al polso, accerchiato da nuvole
pachiderma. Lo sguardo, al contempo duro e mistico, incute un po’ di timore.
*In copertina: un’opera di Charles Tunnicliffe, amico di Henry Williamson e
illustratore di “Tarka la lontra”
L'articolo “Tarka la lontra”, il feroce capolavoro di Henry Williamson proviene
da Pangea.
È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo.
L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del
logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non
leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano
– non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto
del dotarsi di una pratica – il corrispondere ai desideri del proprio intestino,
l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come
l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora
di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio
dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato,
anarca nel proprio ano, anodino.
L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare
scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti,
umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli,
sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio,
in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui.
L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in
contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la
sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così,
l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice
e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona
sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna.
L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e
assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché
è verbo.
Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la
stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo
coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori
tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato
assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il
dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge
divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per
accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale,
l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie
toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla
parola-stilita. Parola che non dice ma agisce.
L’analfabeta, il mago. L’analfabeta, il perpetuo orante. Analfabeta: altro modo
di dire, vocazione. Essere chiamati; dunque: invasione di voci. Non vocalizzo,
non vocalità. Restare veritieri alla voce. Il che implica: impunità da serpe,
impurità, putridume nel dire. Allora: la vocale diventa angelo e a noi resta
l’eccomi, il sì come si assiste alla cosa sgozzata, alla cosa benedetta, alla
cosa cosmica.
Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia,
Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José
Bergamín. Eccolo:
> Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché
> analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era
> fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori
> della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che
> poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò
> loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non
> intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo
> crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere,
> collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato
> fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per
> mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo
> avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI
> letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; “dando un gran grido”, dice
> l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre
> crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare.
José Bergamín scrive La decadencia del analfabetismo nel 1933, pubblicando sulla
rivista appena fondata, “Cruz y Raya”. Si premurava di far conoscere al mondo
l’opera di Federico García Lorca, uno dei rari ‘analfabeti’; quattro anni dopo
avrebbe guidato la delegazione spagnola del “II Congreso Internacional de
Escritores para la Defensa de la Cultura” (tra i tanti, erano convenuti André
Malraux e Wystan H. Auden, Pablo Neruda e Octavio Paz). Tradotto in italiano nel
1972, da Rusconi, riprodotto da Bompiani nel 2000, Decadenza
dell’analfabetismo è un libro uscito dai ranghi del consesso editoriale come
altri testi di José Bergamín. Nel 2003, Marco Dotti usò brandelli di Decadenza
dell’analfabetismo – insieme a testi di Céline e di Artaud – come ‘manifesto’
per il “Primo festival della letteratura resistente dedicato agli scrittori
analfabeti”, in atto a Pitigliano. Si reagiva – as usual – al “nuovo regime
culturale, blindato ed escludente, intento solo a perpetuare se stesso a
discapito di ogni scampolo di novità e impulso al rinnovamento” (così Marcello
Baraghini autore della deliziosa antologia, La vita si scrive, per Stampa
Alternativa).
Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine,
sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore.
Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il
brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al
poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al
poeta impegnato si sostituisca il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio
dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che
vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si
sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole.
L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali,
sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un
fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi
un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”.
Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera
poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa;
si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane,
bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto,
quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che
quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio,
la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle
storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più
innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno
operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania
lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers… – non
si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari
e mostre di lepidotteri.
Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione
che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti
di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono
santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a
tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è
tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera,
liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano
e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello.
***
Da Decadenza dell’analfabetismo
Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero
ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la
denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere
al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei
popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo
superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario,
della cultura!
Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale.
La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né
domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha
disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie
è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico.
L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine
spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno
enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo.
Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le
parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o
idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o
poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta.
*
C’è stata una sistematica esibizione stilistica della poesia. Attraverso questi
sottili lambicchi, la poesia viene sterilizzata: sterilizzazione immaginativa
del pensiero. La poesia distillata, lambiccata, sterilizzata, non è pura poesia:
è poesia letterata, letteralizzata. La poesia diventa letterata, alfabetica,
cercando la musica in una vocalizzazione esclusivamente letterale. Esiste
un’intera letteratura lirica che ha testi e musicalità, ma è priva di poesia.
*
La poesia pura è semplicemente la più impura: poesia analfabeta. La poesia è
analfabetismo integrale perché integra spiritualmente ogni cosa. La poesia è il
campo analfabeta della gravitazione universale di tutte le costruzioni
spirituali dell’uomo.
*
Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di
analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela
all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha
perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua
opera.
*
La parola, la viva parola, non si conforma nell’ordine alfabetico: perché la
vita accade tramite la parola, non la parola tramite la vita; così come la
verità è tramite la parola e non viceversa: tramite la parola divina. (In
principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era in Dio… così attacca
Giovanni nel suo Vangelo poetico, che è il Vangelo dell’analfabetismo spirituale
più puro).
*
Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale
dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende
incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere
dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è
quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità.
Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile
soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano
Bruno, la profondità della nostra ombra.
*
Il declino dell’analfabetismo è la decadenza della cultura spirituale quando la
cultura letterale la perseguita e la distrugge. Tutti i valori spirituali si
sbriciolano quando la lettera o le morte lettere sostituiscono la parola, che si
esprime tramite vive voci. Il valore spirituale di un popolo è inversamente
proporzionale al declino del suo analfabetismo pensante e parlante. Perseguitare
l’analfabetismo significa proseguire strisciando nel retro del pensare:
perseguire le tracce luminose e poetiche della parola. Le conseguenze letterali
di questa persecuzione è la morte del pensiero.
Chiunque si allontani dal gioco poetico del pensare è perduto, irrimediabilmente
perduto, perché abbandona la verità della vita, che è l’unica vera vita – quella
della fede, della poesia – per la menzogna della morte. Prendere tutto alla
lettera, confidando in essa: ma ciò che è letterale è morto.
Il declino dell’analfabetismo è, semplicemente, il declino della poesia. È il
declino del nostro pensiero da quando abbiamo perso la fede nella poesia, da
quando siamo diventati alfabetizzati: non abbiamo fede quando siamo orfani della
vera ragione, la ragione pura, quando sradichiamo dal nostro pensare la poesia.
*
La ragione poetica del pensare dell’uomo è la fede. La poesia appartiene sempre
agli uomini di fede, mai a quelli di lettere, ai letterati. Gli apostoli, in
quanto uomini di fede e dunque analfabeti, hanno dato la più perfetta
espressione poetica alla vita di Cristo. Confrontate i loro testi, poeticamente
puri, con una qualsiasi delle innumerevoli vite letterarie o da letterati di
Gesù Cristo: quella di Renan, di Strauss, di Papini… o qualsiasi altra (tranne
le visioni analfabete ed extra-letterarie dei mistici come Anna Katharina
Emmerick). Quelle vite letterate di Cristo contengono pagine e pagine di
letteratura vaga, amena, senza una parola di verità: non una sola parola di
verità né di menzogna perché ciò che pronunciano non sono parole ma lettere; la
parola può essere pronunciata soltanto come l’hanno pronunciata gli apostoli e i
santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti sono santi, ma tutti i santi
devono essere analfabeti.
*
Per apprendere il vero timore di Dio bisogna varcare la soglia poetica
dell’analfabetismo; l’altro, il timore letterale della morte – o della vita –,
il timore alfabetico del vuoto, non è timore di Dio: è terror panico.
Terror panico, cioè panteismo letterario, cioè letteralità del divino: la
confusione di Dio con il Demonio non è, letteralmente, altro che confusione
infernale, confusione di tutti i demoni; pandemonio, come lo fu la confusione
letterale di Babele, ma senza un dono illetterato delle lingue a succedergli:
senza Pentecoste spirituale redentrice.
*
L’ordine alfabetico internazionale della cultura, nato dagli enciclopedisti –
specie di mortale anticipazione dell’Inferno – è giunto, come logica e naturale
conseguenza, a trasformare per noi la rappresentazione totale del mondo e del
cosmo in un enorme Dizionario Enciclopedico Generale, alfabeticamente
organizzato. La progressiva alfabetizzazione della cultura ha agito sulla vita
umana come una progressiva paralisi del pensiero.
*
La lettera uccide lo spirito.
L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione
alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se
parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti
dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi
spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile
libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella
del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è
ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente.
*
Se i bambini e i popoli cessano di essere analfabeti, cosa diventeranno? Se i
bambini e i popoli vengono privati dell’analfabetismo – quella vita spirituale
immaginativa del loro pensiero che chiamiamo analfabetismo – cosa resta di loro?
Un bambino e un popolo si snaturano quando vengono alfabetizzati, cominciano a
corrompersi, a cessare di essere; a cessare di essere ciò che sono: bambini,
popoli.
*
L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del
linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è
parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale,
cioè, in ultima analisi, della poesia.
José Bergamín
*Traduzione di Compiuta Donzella
In copertina: José Bergamín (1895-1983)
L'articolo Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari
dell’algoritmo proviene da Pangea.