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“Tarka la lontra”, il feroce capolavoro di Henry Williamson
L’introduzione è utile a capire il carisma dello scrittore – la sua catarsi catastrofe.  Si era ritirato a Georgeham, nel Devon, con l’idea di scrivere l’epopea di una lontra. Il Taw, che scorre per una settantina di chilometri in quella contea, aprendosi in selvaggi meandri, donando il senso di una vita tra giungle a ventre, a ventaglio, diventò la sua casa. Henry William Williamson era nato il primo dicembre del 1895 in un sobborgo di Londra, è vero, ma le escursioni nel Kent lo avevano addestrato all’amore per la natura. Neppure ventenne, si era arruolato nel London Regiment: la Prima guerra era stata per lui l’autentica balia. Henry imparò a lottare, a sopportare, a indignarsi. Fu sottotenente, poi ufficiale; usava la mitraglia, si piegò a ogni impegno, chiese di essere arruolato nella Raf – gli effetti dei gas respirati in trincea lo avevano falciato. Odiava i politici – che chiacchierano facendo far la guerra agli altri –, credeva nell’aristocrazia dei veterani, si scoprì pacifista. Decise di dedicare la vita alla scrittura. Per scrivere il suo capolavoro impiegò quattro anni. L’ultimo fu il più duro. Si era ritirato in una baracca con il primo figlio da badare; la prima moglie – Ida Letizia, che gli avrebbe dato altri cinque pupi – era convalescente. > “Mentre lavoravo alla diciassettesima stesura del manoscritto, mia moglie si > ammalò e dovetti prendermi cura del bambino… Mi mettevo al tavolo verso le > dieci di sera, quando tutto era calmo, e continuavo per tre, quattro o anche > cinque ore, reggendo il bambino con il braccio sinistro. Sedevo davanti al > tavolo da stiro smaltato di bianco, l’orgoglio di Letizia – un mobiletto da > cucina riadattato – con i pannolini che avevo lavato e steso ad asciugare su > una corda attraverso la stanza. Una stufa a petrolio riscaldava l’ambiente”.  Aveva passato tre anni a scrivere – spesso a vanvera – e a raccogliere mappe, documenti, leggende; aveva auscultato i segreti dei cacciatori, degli allevatori, dei vagabondi del Taw – qualcuno si diceva erede dei druidi. Voleva scrivere ciò che non era mai stato scritto prima. Un libro che non parlasse di animali o che facesse parlare, da umani, gli animali – ce n’erano già tantissimi, alcuni bellissimi, i romanzi di Rudyard Kipling su tutti. Voleva scrivere un libro-animale, un libro animalesco, in cui la bestia occupa tutto lo spazio, tutto lo sguardo, tutto l’orizzonte grammaticale, e l’uomo è una creatura spaventevole e lontana, distante, ormai, dal sempiterno naturale, dalla natura delle cose. Per farlo, non scelse un animale esotico – la tigre, il leone, il condor – né un animale simbolico – il lupo, il cervo, l’orso – o domestico – il coniglio, il passerotto – ma la lontra, la regina del Taw, creatura di terra e d’acqua, scaltra, sagace, impareggiabile nell’arte di nascondersi a famelici occhi – famelica. All’epoca, la lontra era l’estremo oggetto del desiderio dei cacciatori inglesi: la inseguivano con flotte di cani, ne facevano sterminio, a frotte.  Il libro uscì, in edizione privata – secondo la tipica sprezzatura editoriale del mondo inglese – nel 1927, in cento copie, poi per G.P. Putnam’s Sons: in copertina, un’incisione naif di Hester Sainsbury. Il titolo completo suonava così: Tarka the Otter: His Joyful Water Life and Death in the Country of the Two Rivers. Il libro, come si dice, ‘fece rumore’: nessuno prima di Henry Williamson aveva scritto in quel modo dell’animale e del bosco, del fiume e della vita ferina, delle vallate inglesi e degli enigmi che le abitano, le vivificano. L’incipit, memorabile (“Crepuscolo sui prati e sull’acqua, la stella della sera brilla sulla collina e Vecchio Piuolo, l’airone, grida kra-a-ark! librandosi sulle ali scure che planano verso l’estuario. Qualcosa di bianco si è mosso sui giunchi secchi della riva, la civetta ha spiccato il volo di sotto l’arco centrale del ponte di pietra, che un tempo portava il canale attraverso il fiume”), narra, dalla ghianda all’oggi, la crescita sghemba della “quercia più vicina alla Stella del Nord”: dopo due secoli di gelo, piogge, sassate di sole, era crollata, diventando la tana della lontra. Con velocità narrativa spregiudicata – in picchiata –, l’autore tiene insieme il corso del fiume, il volo dell’airone, le api che dormono e i topi che corrono; la lontra “raggomitolata nella cavità più alta e asciutta della quercia caduta”, un picchio, l’odore persistente dei cani da caccia, poco lomtano, e “il tempo in cui le galere romane si spingevano fin sotto le colline”, a quel tempo ricoperte dal mare. Che grazia – che vitalità.  Il libro vinse l’Hawthornden Prize, importante riconoscimento inglese alla “narrativa d’immaginazione” che l’anno prima era andato a Vita Sackville-West per The Land e che sarebbe andato, tra gli altri, a Robert Graves e a Evelyn Waugh, a Naipaul e a Bruce Chatwin (per In Patagonia). Il premio conferì a Henry Williamson una certa notorietà e la certezza di poter vivere come scrittore; soprattutto, gli consegnò l’ammirazione incondizionata di Thomas Hardy e l’amicizia di T.E. Lawrence. Era stato Edward Garnett, mitico editor di Joseph Conrad e confidente letterario di ‘Lawrence d’Arabia’, ad avergli inviato, a Karachi, dov’era di stanza, nei ranghi della Raf, come “338171”, il libro di Williamson. Lawrence ne restò affascinato: in una lettera a Garnett del 20 gennaio 1928 scrive, “Tarka mi ha riempito di gioia per tre settimana. È la cosa più bella che abbia letto finora”; chiamava “Everest” il suo autore. Illustrazione di C.F. Tunnicliffe per Tarka la lontra, 1932 Anni dopo, Williamson avrebbe trovato un esagitato lettore in Ted Hughes: a suo dire, Tarka era “un grande poema mitico”. Anche Hughes, per altro, amava i meandri del Taw, che appare, per australi, primordiali frammenti, in River (1983), una delle sue raccolte più belle.  Nel libro, in sostanza, non succede nulla. Williamson non instrada la bestia in una trama ‘umana’: segue, con scrittura ferma, mai fiabesca, insieme lirica e marziale, la vita di una lontra dalla nascita alla morte. Per lo più, assistiamo a scene di caccia (dopo aver ucciso una trota, la madre di Tarka “la divorò ingordamente, semisdraiata nell’acqua bassa, masticava, inghiottiva, emetteva un sibilo minaccioso all’apparire di ogni ombra”, poi, con un regesto da vita vera, da vita-vita, da enormità del creato, “Tornò a tuffarsi dopo quattro sorsate affrettate. Catturò un’anguilla, ne mangiò una parte, poi tornò al covo. Ma aveva ancora fame, e lasciò i cuccioli una seconda volta, corse lungo la riva e si rizzò in direzione del vento aspirando a piene narici. Nel bosco i merli continuavano a lanciare le loro strida ai gufi bruni fino a che questi ultimi non strillavano in risposta”), all’esistere in purezza, senza idillio: si chiama iniziazione. Williamson sembra squadernare su carta i più fondi misteri delle creature – la loro origine, la loro ragione.  Alcune immagini sono meravigliose, si stagliano per perseveranza di splendore, per vigore visionario; qui, ad esempio, parlando delle rondini: > “Quando le prime stelle brillarono nell’acqua cominciarono a cinguettare tra > loro perché avevano ricevuto il segnale di lasciare i verdi prati che amavano > tanto. Parlavano con la loro voce non canora – che raramente gli uomini odono > tanto è bassa e dolce – aggrappate ai baccelli ancora chiusi delle code di > gatto. Parlavano di mari bianchi e grigi, di venti che spezzavano la forza > delle ali, di terribili scoppi di tuono fra nubi illuminate dal sole, di > piogge violente, di fame e di fatiche da sostenere prima di poter rivedere lo > scintillio delle schiume sulle spiagge africane. Ma nessuna parlava delle > compagne che sarebbero cadute nel mare e che si sarebbero spezzate il collo > contro le invetriate dei fari, poiché questi uccelli estivi dalla coda forcuta > non avevano pensieri di tali cose, né della morte. erano creature gioiose e > pure di spirito, estranee alle angosce umane”.  È un libro in cui l’uomo è un estraneo.  Una delle grandi scene del romanzo, che descrive la lotta all’ultimo sangue tra Tarka e Deadlock, il segugio, “con la testa nera segnata da antiche lotte”, vale, da sola, Il richiamo della foresta di London e I cani rossi, il più bello e il più crudo dei racconti “della giungla” di Kipling.  Come Tarka la lontra, il capolavoro di Henry Williamson – degno di stare tra i grandi libri del secolo –, fu tempestivamente tradotto dalla Fratelli Treves nel 1930. Nel 1969, in nuova traduzione – di Fiore Genovese –, entrò ne ‘I delfini d’acciaio’ Bompiani. Io l’ho letto nella riedizione Bompiani del 1981: era nella biblioteca di mio figlio; ne dicevano di un libro “per ragazzi”, oggi dovrebbero impilarvi intorno delle tesi di dottorato. In realtà, è un libro per la vita, per impratichirsi con il mondo autentico; insegna, per altro, l’arte dell’osservazione e della dedizione: a riconoscere nel rio sotto casa un’Amazzonia, nella piccola cincia sul balcone una creatura divina. Ogni singolo angolo di questo pianeta è pieno di creature che attendono il nostro sguardo – e imparare a ridire i perduti nomi.  Va detto che dopo Tarka la vita di Henry Williamson fu in caduta libera. Si invaghì di Hitler, “il solo vero pacifista in Europa”; nel 1935 cercò di organizzare un incontro tra Führer e il suo amico T.E. Lawrence, non poteva credere che inglesi e tedeschi arrivassero alle armi. Non si ricredette mai del tutto. Per un po’, fece parte del British Union of Fascists di Oswald Mosley, avendo sempre in spregio le macchinose strategia della politica. Nel ’36 si ritirò in una fattoria, nel Norfolk, con l’idea di fare il contadino. Divorziò dalla prima moglie, Letizia, dieci anni dopo; si risposò con Christine, una giovane insegnante; non durò neppure quel legame: Henry aveva una passione per le jeunes filles.  I suoi estremismi lo marchiarono a fuoco; pur estremamente noto, Henry Williamson rimase un paria delle patrie lettere. Ciò non gli impedì di ideare una delle più folli imprese letterarie del secolo: il ciclo semiautobiografico “A Chronicle of Ancient Sunlight”, costituito da quindici romanzi pubblicati tra il 1951 e il 1969, per un totale di oltre seimila pagine. La tortuosa storia di Philip Maddison, alter ego dell’autore, doveva essere “il mio Guerra e pace”; fu un fenomenale fallimento. Williamson morì poco prima di ferragosto, nel 1977, svanito nella demenza senile; lo seppellirono nei luoghi amati, dove aveva scritto Tarka.  In Italia uscirono altri suoi libri – Il falco d’oro e Salar il salmone – che non eguagliarono il successo di Tarka la lontra, per altro uscita da tempo dal paddock dei grandi editori: la pubblica, da un po’, Franco Muzzio Editore. È forse un libro troppo difficile, toppo ispirato, troppo troppo per l’epoca delle passioni controllate, della natura da cartolina, a scopo turistico.  In un quadro di Charles Tunnicliffe, efficace pittore inglese, Henry Williamson è ritratto, quarantenne, con un falco al polso, accerchiato da nuvole pachiderma. Lo sguardo, al contempo duro e mistico, incute un po’ di timore.  *In copertina: un’opera di Charles Tunnicliffe, amico di Henry Williamson e illustratore di “Tarka la lontra” L'articolo “Tarka la lontra”, il feroce capolavoro di Henry Williamson proviene da Pangea.
January 21, 2026 / Pangea
Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari dell’algoritmo
È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo. L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano – non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto del dotarsi di una pratica – il corrispondere ai desideri del proprio intestino, l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato, anarca nel proprio ano, anodino.  L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti, umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli, sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio, in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui.  L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così, l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna.  L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché è verbo.  Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale, l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla parola-stilita. Parola che non dice ma agisce.  L’analfabeta, il mago. L’analfabeta, il perpetuo orante. Analfabeta: altro modo di dire, vocazione. Essere chiamati; dunque: invasione di voci. Non vocalizzo, non vocalità. Restare veritieri alla voce. Il che implica: impunità da serpe, impurità, putridume nel dire. Allora: la vocale diventa angelo e a noi resta l’eccomi, il sì come si assiste alla cosa sgozzata, alla cosa benedetta, alla cosa cosmica.  Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia, Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José Bergamín. Eccolo:  > Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché > analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era > fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori > della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che > poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò > loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non > intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo > crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere, > collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato > fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per > mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo > avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI > letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; “dando un gran grido”, dice > l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre > crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare. José Bergamín scrive La decadencia del analfabetismo nel 1933, pubblicando sulla rivista appena fondata, “Cruz y Raya”. Si premurava di far conoscere al mondo l’opera di Federico García Lorca, uno dei rari ‘analfabeti’; quattro anni dopo avrebbe guidato la delegazione spagnola del “II Congreso Internacional de Escritores para la Defensa de la Cultura” (tra i tanti, erano convenuti André Malraux e Wystan H. Auden, Pablo Neruda e Octavio Paz). Tradotto in italiano nel 1972, da Rusconi, riprodotto da Bompiani nel 2000, Decadenza dell’analfabetismo è un libro uscito dai ranghi del consesso editoriale come altri testi di José Bergamín. Nel 2003, Marco Dotti usò brandelli di Decadenza dell’analfabetismo – insieme a testi di Céline e di Artaud – come ‘manifesto’ per il “Primo festival della letteratura resistente dedicato agli scrittori analfabeti”, in atto a Pitigliano. Si reagiva – as usual – al “nuovo regime culturale, blindato ed escludente, intento solo a perpetuare se stesso a discapito di ogni scampolo di novità e impulso al rinnovamento” (così Marcello Baraghini autore della deliziosa antologia, La vita si scrive, per Stampa Alternativa).  Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine, sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore. Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al poeta impegnato si sostituisca il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole.  L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali, sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”. Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa; si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio, la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers… – non si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari e mostre di lepidotteri.  Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera, liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello. *** Da Decadenza dell’analfabetismo Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario, della cultura! Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale. La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico. L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo.  Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta. * C’è stata una sistematica esibizione stilistica della poesia. Attraverso questi sottili lambicchi, la poesia viene sterilizzata: sterilizzazione immaginativa del pensiero. La poesia distillata, lambiccata, sterilizzata, non è pura poesia: è poesia letterata, letteralizzata. La poesia diventa letterata, alfabetica, cercando la musica in una vocalizzazione esclusivamente letterale. Esiste un’intera letteratura lirica che ha testi e musicalità, ma è priva di poesia.  * La poesia pura è semplicemente la più impura: poesia analfabeta. La poesia è analfabetismo integrale perché integra spiritualmente ogni cosa. La poesia è il campo analfabeta della gravitazione universale di tutte le costruzioni spirituali dell’uomo.  * Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua opera.  * La parola, la viva parola, non si conforma nell’ordine alfabetico: perché la vita accade tramite la parola, non la parola tramite la vita; così come la verità è tramite la parola e non viceversa: tramite la parola divina. (In principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era in Dio… così attacca Giovanni nel suo Vangelo poetico, che è il Vangelo dell’analfabetismo spirituale più puro).  * Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità. Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano Bruno, la profondità della nostra ombra. * Il declino dell’analfabetismo è la decadenza della cultura spirituale quando la cultura letterale la perseguita e la distrugge. Tutti i valori spirituali si sbriciolano quando la lettera o le morte lettere sostituiscono la parola, che si esprime tramite vive voci. Il valore spirituale di un popolo è inversamente proporzionale al declino del suo analfabetismo pensante e parlante. Perseguitare l’analfabetismo significa proseguire strisciando nel retro del pensare: perseguire le tracce luminose e poetiche della parola. Le conseguenze letterali di questa persecuzione è la morte del pensiero.  Chiunque si allontani dal gioco poetico del pensare è perduto, irrimediabilmente perduto, perché abbandona la verità della vita, che è l’unica vera vita – quella della fede, della poesia – per la menzogna della morte. Prendere tutto alla lettera, confidando in essa: ma ciò che è letterale è morto.  Il declino dell’analfabetismo è, semplicemente, il declino della poesia. È il declino del nostro pensiero da quando abbiamo perso la fede nella poesia, da quando siamo diventati alfabetizzati: non abbiamo fede quando siamo orfani della vera ragione, la ragione pura, quando sradichiamo dal nostro pensare la poesia.  * La ragione poetica del pensare dell’uomo è la fede. La poesia appartiene sempre agli uomini di fede, mai a quelli di lettere, ai letterati. Gli apostoli, in quanto uomini di fede e dunque analfabeti, hanno dato la più perfetta espressione poetica alla vita di Cristo. Confrontate i loro testi, poeticamente puri, con una qualsiasi delle innumerevoli vite letterarie o da letterati di Gesù Cristo: quella di Renan, di Strauss, di Papini… o qualsiasi altra (tranne le visioni analfabete ed extra-letterarie dei mistici come Anna Katharina Emmerick). Quelle vite letterate di Cristo contengono pagine e pagine di letteratura vaga, amena, senza una parola di verità: non una sola parola di verità né di menzogna perché ciò che pronunciano non sono parole ma lettere; la parola può essere pronunciata soltanto come l’hanno pronunciata gli apostoli e i santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti sono santi, ma tutti i santi devono essere analfabeti.  * Per apprendere il vero timore di Dio bisogna varcare la soglia poetica dell’analfabetismo; l’altro, il timore letterale della morte – o della vita –, il timore alfabetico del vuoto, non è timore di Dio: è terror panico.  Terror panico, cioè panteismo letterario, cioè letteralità del divino: la confusione di Dio con il Demonio non è, letteralmente, altro che confusione infernale, confusione di tutti i demoni; pandemonio, come lo fu la confusione letterale di Babele, ma senza un dono illetterato delle lingue a succedergli: senza Pentecoste spirituale redentrice.  * L’ordine alfabetico internazionale della cultura, nato dagli enciclopedisti – specie di mortale anticipazione dell’Inferno – è giunto, come logica e naturale conseguenza, a trasformare per noi la rappresentazione totale del mondo e del cosmo in un enorme Dizionario Enciclopedico Generale, alfabeticamente organizzato. La progressiva alfabetizzazione della cultura ha agito sulla vita umana come una progressiva paralisi del pensiero.  * La lettera uccide lo spirito.  L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente. * Se i bambini e i popoli cessano di essere analfabeti, cosa diventeranno? Se i bambini e i popoli vengono privati dell’analfabetismo – quella vita spirituale immaginativa del loro pensiero che chiamiamo analfabetismo – cosa resta di loro? Un bambino e un popolo si snaturano quando vengono alfabetizzati, cominciano a corrompersi, a cessare di essere; a cessare di essere ciò che sono: bambini, popoli.  * L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale, cioè, in ultima analisi, della poesia.  José Bergamín *Traduzione di Compiuta Donzella In copertina: José Bergamín (1895-1983) L'articolo Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari dell’algoritmo proviene da Pangea.
October 18, 2025 / Pangea