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Trattato di “Boscoritmia”. Ovvero: ritrovare se stessi e il proprio canto nella foresta
> La densa foresta emana fluide risonanze.[1] Così canta il verso dell’entusiasta bardo della prateria e dei monti, delle città e dei paesi, delle genti e della vita intera: Walt Whitman – la cui voce qui, di tanto in tanto, si udrà.  La stessa fluida risonanza l’ho incontrata leggendo Il canto del mondo di Jean Giono, in cui si narra l’odissea di due personaggi, Antonio e Marinaio, alla ricerca del figlio di questi, il gemello. Soventi sono i passaggi in cui i fatti e le azioni s’inquadrano in uno scenario naturale, dove proprio il bosco, con tutta la sua aurorale vitalità, è una rimarchevole presenza, tanto da supporre che, nel susseguirsi delle pagine, sia proprio lui il vero agente, il deus ex machina del romanzo, il protagonista delle vicende che si dipanano in un crescendo di incontri, di colpi di scena e sensazioni. Non si può non rimanere incantati dinanzi alle sequenze descrittive di misurata e icastica espressività. Il canto del mondo: subito il titolo, al di là della narrazione, induce a pensare a una musicalità che proviene dalla terra, dalla natura, da tutti gli esseri, viventi e non. > Era un lungo soffio sordo, un brontolio di gola, profondo, un lungo canto > monotono in una bocca aperta. Si estendeva per tutta l’ampiezza delle colline > coperte di alberi. Era in cielo e sulla terra come pioggia, arrivava da tutte > le parti al tempo stesso e lentamente fluttuava come una pesante onda > mormorando nel corridoio tra i valloni. In sottofondo a quel rumore, lievi > fruscii di foglie zampettavano come topi. Cominciavano, scrosciano da un lato, > poi scivolavano sulle scale dei rami e si sentiva rimbalzare un leggero > schiocco, fievole come una goccia d’acqua attraverso un albero. Da terra si > levavano dei gemiti che salivano pesantemente nella linfa dei tronchi fino > alla biforcazione dei rami più grandi.[2] Durante la lettura, con un moto spontaneo di connessioni sinaptiche, sul medesimo argomento, altri richiami letterari sopraggiungevano, in primis la tanto studiata La pioggia nel pineto di Gabriele d’Annunzio, con quell’imperioso invito, già nel verso d’apertura, a un incondizionato tacere, per porsi in un attento e stupefatto ascolto di inusitate parole musicate dal disuguale ticchettio della pioggia su ogni elemento della pineta. > Taci. Su le soglie > del bosco non odo > parole che dici > umane; ma odo > parole più nuove > che parlano gocciole e foglie > lontane. > Ascolta.[3] E mi s’affaccia ora alla mente il bosco di color fosco del settimo cerchio nel girone infernale dei suicidi, dove Dante crede di udire voci quasi umane traboccare dai cespugli spinosi là intricati finché, con grande turbamento del poeta, l’incredibile rivelazione: un urlo e un sanguinamento. Allor porsi la mano un poco avante e colsi un ramicel da un gran pruno; e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. Da che fatto fu poi di sangue bruno, ricominciò a dir: “Perché mi scerpi? non hai tu spirto di pietade alcuno?  Uomini fummo, e or siam fatti sterpi…”[4] È il pietoso incontro con Pier delle Vigne. Così come Virgilio, guida e fonte ispiratrice di Dante, narra del pianto, dischiuso in accorate parole, provenienti da un rametto spezzato da Enea: è il corpo martoriato di Polidoro trasformato in mirto: – gemitus lacrimabilis imo auditur tumulo, et vox reddita fertur ad auris: ‘quid miserum, Aenea, laceras? iam parce sepulto… [5]– Tre secoli dopo l’Alighieri, anche Torquato Tasso ripropone un analogo episodio: Tancredi che, in uno slargo della stregata selva di Saron, con la spada ferisce la corteccia di un eccelso cipresso, da cui Allor, quasi di tomba, uscir ne sente/ un indistinto gemito dolente.[6] È il pianto di Clorinda, la guerriera pagana, di cui il paladino cristiano è innamorato, ma da lui stesso inconsapevolmente uccisa. Antonín Slavíček, Nel bosco, 1897 Talché, di rimando in rimando, mi è nato il proposito di riprendere in mano alcune di quelle passate letture, per riportarne qui lacerti e brani: più che un florilegio, un camminamento fra autori italiani e stranieri, come facessero da bussola grazie alla quale orientarsi, sostando qua e là in qualche loro pregevole pagina. Un’imaginifica passeggiata fra i libri che, senza pretesa di esaustività, darà solamente una parziale dimostrazione di come la malìa delle foreste, in particolare in ambito acustico, abbia attratto scrittori di tutti i tempi. I loro scritti offrono ancora, al nostro piacere di lettori, squarci di vita, col suo carico di effimera felicità, sofferenze, illusioni e morte, la cui limpida forma ancora riverbera in noi.  In letteratura vari sono gli esempi in cui l’ambientazione silvestre è un topos ricorrente che in sé concentra, tra segni, simboli e allegorie, molteplici significati e valenze. Non rare le volte in cui la sua sonorità non è soverchio abbellimento, non fa da semplice cornice, da sfondo o colonna sonora a una narrazione, è bensì assoluta protagonista, parte rilevante della storia che imprescindibilmente s’intreccia alle vicende raccontate, ai personaggi, ai loro stati d’animo, al loro intimo mondo.  * La botanica, con le sue ricerche, lo ha verificato – e qui non se ne dubita la validità –: nell’aria, nel bosco c’è un volteggiare continuo di particelle, di molecole chimiche trasmesse dalla vegetazione: la prova, a detta degli esperti, che le piante, organismi senzienti, ricevono, emettono e scambiano segnali,[7] con cui parlano e comunicano informazioni, messaggi volatili, che non sappiamo decodificare. Così filosofi, narratori e poeti, ciascuno nel proprio campo e col proprio congeniale stile e animo, hanno dato foggia, nelle loro opere, a questo singolare fenomeno, lasciandoci pagine di rarità e fascinazione.  > Non finisco di meravigliarmi di simili apparizioni, di simili gesti e di > simili suoni che esprimono, nonostante che quelli non abbiano l’uso della > parola, una specie di eccellente discorso muto.[8] È pomeriggio, raggi d’un esausto sole, intessuti a voli di storni, vagolano sopra collina. Ci s’incammini in un sentiero verso il bosco. Presto i nostri sensi ci permettono una minuta conoscenza, innanzitutto la vista, se ben affinata, ce lo conferma: arbusti e piante bisbigliano, gli alberi fra loro dialogano. Basti guardare come protendono acrobaticamente i tronchi, le loro chiome, gli intrighi nodosi dei rami che, superando ogni ardita posa artistica, s’inerpicano verso una direzione o un’altra, sulle vie dell’infinito, sempre avidi di cielo, scossi e scolpiti da bufere o brezze. Dicono qualcosa, danza e canto, al di là di ciò che comunicano?[9] O basterebbe chinarsi un poco a sbirciare tra il tenebrore del sottobosco, muschi licheni rovi formiche, così saturo di fruscii e d’insonne fermento; là sotto osservare i riflessi, l’ombreggiatura tra foglia e foglia,  il silenzioso dialogo della luce con l’oscurità in cui desidera germinare.[10] Sembra che insieme si adoperino a comporre un annuncio, un fraseggio per anni pazientemente trattenuto, a inscenare una mimica cantata, o piuttosto a sciogliere un ingroppato ciangottio per avvertire di un incombente pericolo, di una presenza minacciosa, come le bianche farfallette divoratrici del Bosco vecchio. > «È da agosto che tutte le notti il bosco si lamenta. Nessuno dei miei compagni > sa dire perché. Ma tutti sentono qualcosa che va male. Anch’io, anch’io lo > sento. È come una minaccia. Tutte le notti è così, anche il mio albero chiama. > Posso dire d’intendermi di abeti», e qui fece un triste risetto, «ma non > capisco cosa stia per capitare. Come se una malattia covasse dentro di noi; e > noi non la conosciamo.» […] Per l’intero Bosco Vecchio oscillavano queste > silenziose altalene. Dovunque era un rodere, un masticare, un volteggiare > nell’aria, uno scambiarsi di richiami, un ignobile ridacchiare di compiacenza. > Fosse sole o pioggia, i bruchi acrobati continuavano a rimpinzarsi.[11] Ma ecco – attenzione! – strane parole giungono: è un albero che sta per raccontare un incontro, l’approssimarsi di un uomo, un corpo quasi simile al suo. È un musico-poeta; ha con sé uno strumento la cui seducente musica lentamente opera una magia: un mirabile mutamento nell’albero parlante e in tutti i suoi fratelli.  Albert Bierstadt, Nella Sierra Nevada, 1867 Quel semidio incantatore – lo conosciamo – è Orfeo, prima che egli compia il suo prodigioso e, nel contempo, tragico viaggio nell’aldilà. […] Fui il primo a vederlo, perché crescevo sul pendio del pascolo, oltre la foresta. Era un uomo, pareva: i due steli in movimento, il tronco corto, i due rami-braccia, flessibili, ciascuno con cinque ramoscelli senza foglie alle estremità, e la testa incoronata d’erba bruna o dorata, che portava un volto non come il volto beccuto di un uccello, ma più simile a quello di un fiore.     Portava un peso fatto di un ramo tagliato e piegato quand’era verde, con fili di una liana tesi sopra di esso. Da questo, quando lo toccava, e dalla sua voce — che a differenza di quella del vento non aveva bisogno delle nostre foglie e dei nostri rami per compiere il suono –      veniva l’increspatura. Ma ormai non era più un’increspatura (si era avvicinato e si era fermato nella mia prima ombra): era un’onda che mi bagnava come se la pioggia salisse dal basso e tutt’intorno a me invece di cadere. E ciò che sentii non era più un formicolio secco: mi pareva di cantare mentre lui cantava, […]   Si avvicinò ancora, si appoggiò al mio tronco:   la corteccia fremette come una foglia ancora ripiegata. Musica! non c’era ramoscello di me che non     tremasse di gioia e di paura. […]   Ero di nuovo seme.     Ero felce nella palude       Ero carbone. E nel cuore del mio legno (così vicino ero a diventare uomo o dio) c’era una sorta di silenzio, una sorta di malattia, […] il suolo che si sollevava e si spaccava, il muschio che si lacerava — e dietro di me gli altri: i miei fratelli dimenticati dall’alba. Nella foresta anch’essi avevano udito […]   Ma la musica!     La musica ci raggiungeva. Goffamente, inciampando nelle nostre stesse radici,   frusciando le foglie     in risposta, ci muovevamo, seguivamo. Tutto il giorno seguimmo, in salita e in discesa.   Imparammo a danzare[12] Sta passando il giorno. Una luce appena indorata si dispiega più lontana sulle strade. Ora, proprio come Orfeo, si provi a varcare la soglia dell’Erebo, ad affondare un immaginario passo nel profondo, tra le radici – non una sepoltura, non un torpore: laggiù è l’arbitrio – celato a tutte le nostre percezioni, a raffigurarsi quei sotterranei miceli e radichette che serpeggiano, con strambi contorcimenti s’allungano, e non per insignificante casualità, s’allungano fino ad intrecciarsi ai loro consimili in un arcano, sincronico sodalizio. Con un’attenta postura rabdomantica allora sì potremmo captare il loro foltissimo, assorto confabulare, nel fango, nel buio, assieme al brulicante popolo di funghi topi larve lombrichi e millepiedi: un pulsare di vita sommersa. S’insapora un’eco, ricamata nel profondo della terra.[13] Un’ipogea, oscura, mutante corale che mai cessa. Cresci come incerta vocazione, o selva… Cedi come adeguato sonno sommo…                                               Somme voci sommesse                                                Somme di voci sommesse                                                Somme di dei panta-hrei.[14] Nulla s’arresta. Tutto scorre. Andare!  Andare fuori dall’abituale contesto. Dunque, rallentando il passo, ci s’inoltri all’interno del bosco, o si sosti sul limitare di esso: necessario fare notte negli occhi, vuotare l’orecchio stipato di ostinati fragori, schiudere le porte della coclea, del nostro interiore labirinto, in cui ospitare e custodire il paesaggio sonoro portato dall’aria. > La tenebrosa notte il guardo oscura, > ma acuto fa l’orecchio oltre misura; > onde, per quanto ne soffra la vista, > doppio vantaggio l’udito ne acquista. > Non gli occhi miei, Lisandro, t’hanno trovato; > gli orecchi, lor mercé, qui m’han guidato.[15] Deporre ogni ingombro e ogni gravezza, scarnirsi da ogni resistenza, da ogni appetire di volontà e bisogni; essere nello spossesso, senza attendere, senza alcuna intenzione. Fare silenzio in sé – siamo nel cuore del bosco, nella sua ritmia, il mondo è distante. – Respirare la propria nudità, per una contemplazione solamente uditiva: c’è un universo da ascoltare, da esplorare intimamente. Allora si potrà udire, oltre il musico crosciare delle foglie calpestate dai miei piedi,[16] un allargato e teso vocio, ora fioco e palpitante, ora fremente e doloroso. – Che cos’è? – Un’acustica folata che sfiora la pelle, che pare voglia risvegliare il corpo, le vene, scuotere le assopite linfe, gli inabissati sentimenti.  – Da dove proviene? verso quale direzione va? – Un galleggiare libero e spirante, senza orizzonti, né confini, un incedere cangiante che è meraviglia! – Un incanto che induce a frugare quel vocalizzo fuori dal tempo, fuori dall’esperienza umana. Un incanto che tenta. Ecco, provare idealmente a volgerci là dove la smorzata, indefinibile musica crediamo provenga e accorgersi presto di non riuscire a seguirla come fosse una chimera o l’effimera favilla di una cometa che dilegua nel nulla. Una deriva malinconica che si vorrebbe raggiungere, afferrare solitaria nella sua intangibile interezza, che apra un varco nella mente o nel cuore, che s’infiltri, nenia o semplice fonema, nel punto più ferito del nostro battito, che interpreti, più che il nostro pensiero, il nostro essere, inconcluso e frammentato. Sentirla struggentemente collimare col nostro tempo soggettivo. Ascoltarla, nell’abbandono, vissuta in noi, piccola oscillazione nel didentro, affinché fra essa e il nostro sangue sgorga un’assonanza, un’insolita, seppure debole e manchevole, eufonia. Sentirla sbucare dal profondo come germoglio di pianto che non sapeva uscire. O piuttosto semplicemente stare, inermi e di noi stessi dimentichi. Nella privazione. Spoglia cavità. Pura ricettività. Arrestandosi senza cercare, né voler distinguere i contorni delle singole cose, né volerne scandagliare lo spettro delle frequenze ultrasoniche, la sostanza dei suoni, né capirne l’origine, la causa, ma permettere che sia quella stessa perduta sinfonica suggestione liberamente a tornare inaspettata e intrisa del respiro dell’humus, di ignoti echi muscosi, – ecco l’essenza, la grazia! – a rivestirci di una nuova pelle, purificati frugali anche noi/ come voli alberi erbe fruscii,[17] a sbigottire l’anima.  Di domenica, se il vento era favorevole, udivo talvolta le campane di Lincon, Acton, Betford e Concord – una melodia lieve, dolce e, per dir così, naturale, degna d’esser lasciata penetrare nella solitudine boschiva. Quando vibra al di sopra dei boschi, a sufficiente distanza, questo suono acquista un certo ronzio vibratorio, come se gli aghi dei pini, all’orizzonte, fossero le corde pizzicate di un’arpa. Ogni suono udito alla maggiore distanza possibile produce un unico e identico effetto, fa vibrare la lira dell’universo, esattamente come l’atmosfera che è frapposta rende più interessante ai nostri occhi una cresta di monti lontani, per l’azzurro colore che le imparte. In questo caso, io venivo raggiunto da una melodia filtrata attraverso l’aria e che aveva conservato con ogni foglia e ogni ago del bosco; quella parte del suono che gli elementi avevano raccolto, modulato e ripetuto di valle in valle. Fino a un certo punto, l’eco è un suono originale, e in ciò risiedono il suo fascino e la sua magia. Non è solo la ripetizione di ciò che valeva la pena fosse ripetuto nella campana, ma, in parte, è la voce stessa del bosco, le identiche e comuni parole e note cantate da una ninfa di quei luoghi.[18] Note cantate, rumori e suoni: centinaia e centinaia le lingue, le bocche, gli interpreti, i nascosti suonatori: la voce del bosco > nei boschi primitivi risuonano rumori, l’ululato del lupo, il ruggito della > pantera, il roco bramito dell’alce[19] e poi la corsa di bestie selvatiche all’inseguimento di prede in fuga, il maschio della cincia nel canto amoroso, il ritmato e ripetitivo assolo del picchio che batte veloce sul tronco del faggio, l’incontenibile rumorio dei mosconi intorno a una drupa marcita, il gorgoglio del ruscello, il brusire del leccio, lo sgusciare tra il timido e lo spavaldo di una lucertola, la fitta pioggia persuasa a cantare su e con ogni elemento o la nebbia nel suo sordo materno avvolgere, pacificando o risvegliando, ogni cosa.  > Banchi di foschia aleggiavano sul fiume e tra le montagne piene di un mistero > d’argento. Il mondo iniziava a cantare sommessamente sotto gli alberi.[20] Un andamento dialogico, febbrile e pausato, spiroidale dall’alto al basso, dal basso all’alto, verticale e orizzontale, tangibile e trasparente, zoppo e risoluto, vicino e remoto. Rotante: un’alata musicale giostra di libertà, quella che può andarsene e nascondersi, quella che non dà mai la sicurezza di fermarsi, quella che procede volando.[21] Una danza. Tra minuti e disadorni movimenti, elementari cadenze, placide e ariose, in sordina, diradati acuti, tenaci gocciolii capaci infine di prorompere in modulazione impervia, tuttavia tenera di verde e di sorpresa, bassi ronzanti sul punto di esplodere dal proprio fondo, in un turbinio di note d’euforico turgore, quasi a imbellire la cupezza là insediata, o a cancellare figure di mostri grifagni modellate dalle ombre.   Caspar David Friedrich, Paesaggio montano con arcobaleno, 1809 Tutto allo stesso tempo: ridondante ed essenziale, stasi e rivolgimento, simmetria e discordanza. Tutto è unione, affiliazione, boscosa polifonia in cui addentrarsi e abbandonarsi. Irripetibile rituale, ritmo in cui incarnare un gesto di stupefazione. In quelle notti di bonaccia infatti [il vento] Matteo scopriva un’altra sua grandissima qualità; si rivelava musicista sommo. Soffiando in mezzo ai boschi, qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto ad inni sacri. Quelle sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limite del bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che cantava. L’organista del Duomo era geloso e diceva ch’erano sciocchezze; ma una notte lo scoprirono anche lui nascosto ai piedi di un tronco. E lui non s’accorse neppure d’esser visto, tanto era incantato da quella musica.[22] Sì, il vento naturalmente!  Alimento è lui stesso, nel bosco, sua creativa fucina, forza motrice e demiurgo che, zigzagando e rimbalzando di albero in albero, sfregando e insinuandosi tra rami e foglie, inventa e moltiplica il gioco sonoro delle fronde, delle crespute alberature, facendo di esse migliaia e migliaia di corde, tasti, legni, percussioni, con i quali sa deflagrare una funerea cantilena in un caotico e rombante trapestio. La foresta di larici crepitava come se una mandria fosse in transito fra i suoi rami gelati,[23] spegnendo il gesto poetico dell’erba. Tradurre un fosco lagno in una festosa trovata, in una squillante istantanea pennellata di colore. > Il cielo intero, frusciando nei fremiti di un vento un po’ pesante, faceva > cantare con l’ondeggiamento della pioggia i cupi valloni della montagna e > l’acre lira dei boschi spogli. Quel giorno il fiume si gonfiò di una selvaggia > felicità.[24] Tensione prometeica. Voce polimorfa, lui stesso. Come un disinvolto ed eccentrico solista, un primo violino o un pazzo pittore, eccolo con la sua rapsodica tavolozza dipingere grezze e stridenti tramature d’orbace, variare il fastoso panneggio di un madrigale in una erotica danza tzigana, o, come l’improvviso broncio di un bambino, fino ad allora assonnato e tranquillo, intonare un dissonante capriccio, un ribelle rap di giravolte e strappi. Il vento! > Oh, è orribile, è orribile! Mi è parso che le onde abbian parlato e mi abbian > ripetuto il fatto; che me lo abbia fischiato il vento e che il tuono, questa > profonda e spaventosa voce d’organo, abbia pronunciato il nome di Prospero: a > mo’ di ritornello proclamava il mio delitto.[25] Il vento! Il suo ruggito. Lo sentiamo assediante – Sturm und Drang – animato da un drammatico vigore espressivo, nereggiare di graffi e bufere, d’irrequietezza e minacce. Non c’è pietà né pena né pentimento. Tutto impazza nel suo aspro fiato. Fra le sue umorali dita eccolo erompere una partitura densa di pastosità e ruvidezza, timbri accenti tonalità battiti sincopati sfumature improvvisazioni …che avanza, percuote, retrocede, abbatte, affiochisce, sciama, come… come sul punto di morire.  Cielo e terra trattengono il fiato. Perduto tutto? No, rieccolo, saltimbanco del mimetismo, nell’ attimo un glissando, ricomporsi, riformarsi, ridestarsi con fresche cromie, a fare sfoggio sbalorditivo di sé, titubante o vorticoso, intirizzito o abbagliato, dimesso o sobillatore. A darci l’illusione di essere lui il monologante artista sotto il graticcio delle nuvole. Un creare, uno scomparire e reinventarsi sempre inedito, sempre più roteante e passionale, sulla piazza del mondo.  > A mano che salivo, il vento aumentava. Aveva un canto autunnale, bizzarro, > fatto di gemiti e risa che alludevano a fantastiche passioni, di fronte alle > quali le nostre non sarebbero che poca cosa. Mi gridava all’orecchio parole > mai udite, primordiali come nomi di antiche divinità. […] Al mugghiare dei > venti e allo spettacolo dei vasti paesaggi montani, la vaga oppressione e > l’inquietudine del mio cuore si dileguarono.[26] Ombre e chiarori, suoni e voci, rumori di perenne fluenza, di metamorfica discontinua intensità…finché un intervallo, un sospiro di refolo, o forse un rantolo, e dopo, quasi scivolando, un vuoto, il silenzio. Un silenzio fermo, disanimato. Un liscio, oblioso, oltremarino silenzio, come la linea dell’orizzonte dopo una mareggiata.  > Ma due o tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne > silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che > pochissimi hanno udito.[27] Niente si muove. Un silenzio assoluto, sigillato nella conca di una afonia d’incandescente solitudine. Come in un’infinita attesa. > Nel repentino silenzio, frulli di spavento, spezzati svolii scuotono il > frondame: la piccola selva trema, si raccoglie in un’ansia attenta. Mi ritiro, > un poco più in là: a grado a grado la musica riprende in tono minore, con > qualche pausa.[28] Difatti nell’impenetrabile silenzio, qualcosa lambisce picchetta striscia bubola sibila squittisce sussurra; qualcosa pispiglia e spira; persino la morte è viscerale risolino, ansima di putrefazione, lento biascichio di possesso, – non lo senti assiduo nelle ossa, questo smembramento leggero?… questa orchestra di vermi nelle orecchie?[29] – ammaliante nel bruire lo spaventevole, nel neniare l’innominabile suprema certezza, vale a dire il divorante trionfo della morte. * Anche un sassolino, se traversato da una lumaca o dove s’accartoccia la rugiada, traluce onda sonora, sebbene non udibile all’orecchio umano, un antico adagio, a cui risponde il pizzicato della filigrana tessuta dal ragno tra foglia e foglia, il pigolio di sgomento dell’erba calpestata avidamente da una biscia, l’esile ascesa e discesa della linfa lungo le venature – già melodiche nel pronunciarle: xilema e floema –, il rosichio lungo impensabili gallerie e cunicoli di indaffarate talpe, il contrappunto tra il sommuovere ansioso verso l’alto di un seme e il tonfo di neve caduta da un ramo. > Gli alberi e le montagne erano pietrificati sotto la polvere bianca del > freddo. Né il fremito dei rami, né il respiro delle praterie alte: un silenzio > minerale. Nel vasto cielo torbido ci sono forze dormienti. Lentamente il tempo > le avvicina al risveglio. Sono già tiepide. Una falda di neve cade dall’abete. > Il ramo si è mosso appena. È già immobile come prima. Nulla è pronto.[30] …un nulla che, si è detto, può d’un tratto essere squarciato da una sprezzante movenza, simile a un fendente di sciabola nella tenebrosa quiete, quale può essere uno scatto, rabbioso o impaurito, di volpe o faina. Un niente che, magari, può essere scosso da un batter d’ali del senso, un balbettio anche, o una parola che resta sospesa come chiave da decifrare.[31] Riposta poesia. Un niente che parrebbe consolare tutto il male della Terra. > Lì si stava compiendo qualcosa di grande. Le foglie lambivano il fiume. Erano > piene di sole, la grande luce veniva dai fiori. Stelle. Come quelle del cielo, > più larghi di una mano, con un odore di lievito! Un odore di farina impastata, > l’odore salato degli uomini e delle donne che fanno l’amore![32] Il vento e il suo zingaresco trascinamento, i versi degli animali, i rondò dei cespugli, il plic plic plic della pioggia cantante sui sassi, le pozze fluttuanti di sole fra il fogliame, le acque dei torrenti: un insieme che porta ebbrezza e benessere in coloro che, solitari, vi s’immergono. > Questa nostra vita, esente dalla pubblica frequenza, trova lingua negli > alberi, libri nei liberi ruscelli, prediche nelle pietre, e del bene in ogni > cosa.[33] Voci che all’unisono potrebbero evocare nostalgicamente, nel cuore di chi ricorda, l’intonazione cara della propria amata.  > Parme d’udirla, udendo i rami et l’òre > et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque > mormorando fuggir per l’erba verde. > > Raro un silentio, un solitario horrore > d’ombrosa selva mai tanto mi piacque: > se non che dal mio sol troppo si perde.[34] Piante e animali là, nel bosco, i soli attori? Eppure – chissà! – quanti altri furtivi artefici là s’aggirano, con un sincretismo tra sonorità vocale e strumentale, compositori e simultaneamente esecutori, musici e cantori, dei quali ignoriamo l’esistenza. > Uno è una somma squisita! Un uccello, una gabbia, un volo; una canzone laggiù > nei boschi lontani, fino ad ora immaginata soltanto dalla fede.[35] Attentamente, si ascolti! Un passato ci sta parlando. Un cosmogonico mugghio? Una voce uterina? Qualcosa di extrasensoriale? Ombelico pulsante di un mondo ancestrale, spazio originario, luogo rarefatto di richiami, di un tempo mitico, di riti iniziatici e misterici. La selva. Regno magico: affollato è il bosco, di anfratti, soffi e ignoto: esseri carsici, spettri, demoni, numi impercepibili dagli umani, presenze dell’invisibile, là respirano e vivono, geni protettori di fiere e verzura, che rasentano, toccano vivificando empaticamente ogni singolo componente, ogni interstizio, intridendolo di palpiti e di sacro. > Quando gli spiriti del bosco dai millenari loro antri per intonare il > ritornello emersero > Ma nell’anima mia chiaramente udii.[36] Stirpe abitatrice dell’occulto, creature del fato e dell’imponderabile. Già se ne enumerava nell’antichità, la vasta mitologia classica riferendosi alle divinità ctonie: Persefone, Demetra, Ade… e agli spiriti silvestri: il dio Pan, i fauni, i satiri, le Driadi, lussureggianti e prodighe ninfe, le danzanti e voluttuose Amadriadi. > O vecchio bosco pieno d’albatrelli, > che sai di funghi e spiri la malìa, > cui tutto io già scampanellare udìa > di cicale invisibili e d’uccelli: > in te vivono i fauni ridarelli > ch’hanno le sussurranti aure in balìa; > vive la ninfa, e i passi lenti spia, > bionda tra le interrotte ombre i capelli. > Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia[37] Allo stesso modo ampiamente ricca è la mitologia norrena, con i suoi deformi umanoidi Troll, le seduttrici Huldra, e le gigantesse Járnviðjur. Là, nelle foreste selvagge, presso le società tribali, si dondolano litanie sciamaniche di passaggio o di guarigione. > Deve esistere, di certo, una ragione, in virtù della quale gli antichi > re-pastori ascoltavano le richieste dei sudditi, rendevano giustizia e > proclamavano leggi all’ombra d’alberi secolari, che la fede del popolo onorava > come sacri. Il senso eterno che dall’albero emana dava alle sentenze del > re-uomo l’infallibilità del giudizio di Dio.[38] Là, nel fitto degli alberi, tra elfi e folletti, fate e draghi, streghe e orchi, là ambientano le loro favole, di insidie e incantesimi, di perdizioni e agnizioni, Andersen e i fratelli Grimm Ed è Buzzati a offrircene una testimonianza nel suo meraviglioso moderno racconto, Il segreto del bosco vecchio, in cui fiabesco e sacralità silvestre si fondono in una visione ecologista. Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era popolata da geni; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto sommaria. Con l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi imbevere dai genitori di stolte fole. Dobbiamo aggiungere che neppur noi abbiamo dei geni del Bosco Vecchio notizie precise. Pare, come scrisse l’abate Marioni, [il primo e ultimo naturalista che scrisse dei geni] ch’essi potessero assumere parvenze di animali o di uomo e uscire dai tronchi, la qual cosa sembra avvenisse in circostanze del tutto eccezionali. La loro forza, così risulterebbe, non poteva in alcun modo opporsi a quella degli uomini. La loro vita era legata all’esistenza degli alberi rispettivi: durava perciò centinaia e centinaia d’anni. Di carattere ciarliero, se ne stavano generalmente alla sommità dei fusti a discorrere fra loro o col vento per intere giornate; e spesso anche di notte continuavano a conversare. […] Quante sere, mentre gli altri geni, sulle cime degli abeti, univano le loro voci in coro per intonare certe loro tipiche canzoni, il Bernardi [il genio in sembianze umane] doveva starsene a chiacchierare con il Morro, per tenerlo in buona, di noiose questioni che non gli importavano niente, o a far dei giochi di carte che non lo divertivano affatto, dinanzi a un bicchiere di vino che non gli piaceva; ed entrava intanto dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce fonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati.[39] Il bosco, nel suo canto d’ovatta, primigenio ed estatico, appare dunque una comunità, un organismo di ingovernabili strumentisti, di fuggevoli sonatori dell’ambiguità. Entrare nel bosco è entrare nella notte. Compiere una Catabasi. Vagando, tra alberi sterpaglie ombre, un groviglio ci attornia, quasi a essere dentro una sonnambula vertigine: mille occhi spiano, mille aliti sfiorano, mille dita tentacolano, mille umbratili linguaggi. Che sia gemito o chioccolio, grido strozzato, o superbo silenzio, è vibrazione oracolare, notturno mugolio, lai degli inferi o, al contrario, voce del destino che vorremmo radiosa, a noi benevolmente indirizzata. Fiato onirico.  > Una foresta lontana gemeva e parlava con parole di sogno.[40] È notte. Lassù Cassiopea si gingilla nella sua sedia di stelle. Nel bosco è caduta la luna. Odore di terriccio, di greve pacciame. Andare. Spingersi quindi, discendendo laggiù, per ritrovarsi immersi in una impreveduta regione, di là da qualsiasi concreta figurazione, in una prospettiva surreale fatta ora della trasparenza di un cristallo, ora di un’istintiva e guizzante ombrosità che un impavido tornire di tentennante luce potrebbe dissipare, ora di vaghe apparizioni onomatopeiche, di vocalizzi non urlati, che hanno la consistenza della paura e del sibillino, di un inviolabile che frange tuttavia ogni logica e certezza, ogni materialità. Un’epifania di sconcerto e smarrimento, che giunge in risposta a una domanda non formulata[41] e apre il sipario a un mondo orfico, al sogno e all’immaginario. > Non aver paura. L’isola è piena di canti, di suoni e di dolci melodie, che > dilettano e non fanno male. Qualche volta mi ronzano nelle orecchie migliaia > di strumenti pizzicati e qualche volta delle voci, che, se anche mi sono > allora allora svegliato da un lungo sonno, mi fanno addormentar di nuovo. > Allora nel sogno mi pare che le nubi si aprano e mi mostrino dei tesori pronti > a rovesciarsi su di me, in maniera che quando mi sveglio, piango per voler > sognare di nuovo.[42] Perché il bosco è esuberanza vitale, ritorno adamitico alle radici, tempo e spasmo di un passato primordiale: infanzia del mondo. Là un cuore batte, là un’anima è racchiusa e freme.  Mormorato dalle miriadi delle sue foglie, scendeva dall’erma vetta, alta duecento piedi, emanava dal tronco possente e dai rami, dalla corteccia spessa un buon piede,  questo canto delle stagioni e del tempo, canto non del solo passato, canto anche del futuro. Tu, vita di me, non mai detta, e tutte voi, venerabili gioie innocenti, robusta mia vita perenne, con gioie tra piogge e soli di molte estati, e la bianca neve e la notte e i venti selvaggi; oh! Le grandi, pazienti gioie rudi, oh! Le robuste gioie della mia anima, non provate dall’uomo, (Sappiate, infatti, io posseggo l’anima che mi s’addice, anch’io posseggo una coscienza, una personalità, come l’hanno le rocce e le montagne, come tutta la terra,)[43] La foresta, col suo inquietante carico di malagevoli ombre e d’incanti, è persino locus horridus: in quanto archetipo del mistero, ci restituisce l’immagine dell’incorporeo, della parte più inaccessibile e recondita di noi, il nostro sottosuolo.Evoca la selva oscura: il nostro inconscio. Cionondimeno è anche simbolo di congiunzione tra Terra e Cielo, abbraccio di terreno e divino.  Territorio metafisico, forse? > Il ramo si volge verso l’alto perché dall’alto è venuto[44] Necessario allora portare nel bosco corpo e anima. Andare nella natura alla ricerca di una dimensione cosmica e immersiva, che s’accordi panicamente e musicalmente col proprio essere, col proprio battito cardiaco, con la propria finitezza.  > Ora, nei miei giorni sereni, guardavo il sole e il bosco, le rocce brune e le > argentee montagne in lontananza, con una doppia sensazione di felicità, di > bellezza e di recettività; nelle ore buie, sentivo il mio cuore malato > dilatarsi e ribellarsi con raddoppiato ardore; non distinguevo più godimento e > dolore; essi erano uguali: tutti e due facevano male, e tutti e due erano > deliziosi. E mentre dentro di me stavo bene o male, la mia forza si librava > tranquilla al di sopra di tutto ciò, osservava il chiaro e il buio, > riconoscendo che essi erano fraternamente uniti, e sentiva dolore e pace come > i ritmi, energie e parti della medesima, grande musica. > > Non ero in grado di scrivere una tale musica, essa mi era ancora estranea e le > sue frontiere mi erano sconosciute. Potevo però udirla e sentire il mondo > dentro di me come perfezione. Riuscii pure a trattenerne qualcosa, una piccola > parte, una risonanza rimpicciolita e tradotta. Per giorni e giorni pensai ad > essa, assorbendola dentro di me; trovai che si poteva esprimere con due > violini e cominciai la mia Sonata in tutta innocenza, come un giovane uccello > osa il suo primo volo. Quando una mattina, nella mia camera, ne suonai con il > violino il primo tempo, ne avvertii bene la fragilità e l’incompiutezza, ma > ogni battuta mi penetrò nel cuore con un brivido. Non sapevo se questa musica > fosse bella, ma sapevo che era mia, nata e vissuta dentro di me e mai udita > prima.[45] Musicalità e sacralità: un legame inscindibile, immenso Tutto, che trova nel folto arboreo entità e significato.  > Questi suoni che giungono da ogni parte invitano al viaggio; > a ogni istante uno spirito vivo parte per l’Oltrespazio![46] Golfo mistico, abisso mistico: questa l’esatta qualità che si potrebbe attribuire al bosco, Mystischer Abgrund, la definizione che Richard Wagner coniò per il teatro Festspielhaus a Bayreuth da lui ideato, ovvero la buca, a forma di conchiglia, tra il proscenio e la platea, dove gli orchestrali si collocano durante gli spettacoli. Una specificazione che intende sottolineare come da quella celata cassa di risonanza venga espresso e solennemente elevato un inno alla bellezza del creato, un’armonia di spirituale natura…  > … in serenità perfetta quando si sente muovere al passo con gli astri e > persino con lo stesso firmamento, e con il girare silenzioso della terra.[47] Allontanarsi dal presente disincantamento, dalla blasfema cacofonia della modernità, che ha indotto l’uomo, oramai del tutto tecnicizzato, mercificato e assordato, a rinnegare quella sottile auscultazione del sé e della natura che da sempre lo circonda.  Gustav Klimt, Foresta di abeti I, 1901 Allontanarsi per affidarsi al mistero, per infondersi nell’anima del bosco… > Nel segreto del cuore prego in silenzio, > e pare che un’eco risponda. > Sarebbe dato, a chi è giusto e puro, > il modo di giungere agli spiriti? > […] > L’animo è turbato nel profondo > Scendo di sella, m’inchino, > tra cipressi e pini seguo il sentiero > al tempio dello spirito.[48] Tempio dello spirito, tempio dell’ascolto… accedervi come in un penetrale, devotamente e con animo di raccoglimento e accoglimento: scorgere nel buio, e nel proprio buio, una sacrale entratura di Bene, nell’udire l’avvolgente mitezza di una sinuosa corale, quasi fosse un salmo, una celeste lauda, un monodico canto gregoriano, consonandolo a una tacita, franta preghiera.  Vivere il bosco come un’esperienza spirituale. > Klara si sentiva divinamente. Avvolta in una veste da camera turchina che le > scendeva libera lungo il corpo in ricchi drappeggi, era seduta sul balcone dal > quale si godeva la vista sugli abeti, che quella mattina, in cui spirava un > vento leggero, dondolavano dolcemente le loro cime. Il bosco è proprio > meraviglioso, pensò, e appoggiandosi alla ringhiera, delicatamente lavorata, > si piegò in avanti per avvicinarsi al suo profumo. «Come se ne sta là disteso > il bosco, quasi già sonnecchiasse aspettando la notte. Di giorno, quando > splende il sole, si entra in un bosco come in un mondo serale, dove i rumori > sono più nitidi e più lievi e gli effluvi più umidi e più sensibili, dove si > può riposare e pregare. Nel bosco si prega senza volerlo, ed è anche l’unico > posto al mondo dove Dio è vicino; Dio sembra aver creato i boschi affinché vi > si preghi come in templi sacri; chi prega in un modo e chi in un altro, ma > tutti pregano. Quando si sta sdraiati sotto un abete e si legge un libro, > allora si prega, se pregare è lo stesso che perdersi nei pensieri. Ovunque Dio > possa mai essere, nel bosco lo si intuisce e gli si dona quel poco di fede con > silenzioso trasporto. Dio non vuole che si creda troppo in lui, vuole che lo > si dimentichi, è persino contento quando viene ingiuriato: perché è buono e > grande più di quanto si possa concepire; Dio è quel che c’è di più arrendevole > nell’universo. […] Come posso starmene seduta qui e provare gioia per il mio > semplice esistere, stare seduta, appoggiarmi alla ringhiera! Come mi sento > bella così. Potrei dimenticare Kaspar, dimenticare tutto. Adesso non capisco > come io abbia mai potuto piangere per qualcosa, come qualcosa abbia mai potuto > turbarmi. Quanto imperturbabile è il bosco, eppure così duttile, caldo, vivo e > dolce. Che respiro viene dagli abeti, che stormire! Lo stormire degli alberi > rende superflua qualsiasi musica. […] »[49] Colmarsi dei suoni della foresta, valicando, in un delirante slancio, il dirupo della nostra inane afasia, per divenire noi stessi blesi cantori d’ogni sua bellezza. Oh, comporre il canto più esultante! Colmo di musica – pieno di virilità, femminilità, infanzia! Pieno di occupazioni usuali – ricco di d’alberi e di cereali.[50] […]  gli oratori di Beethoven, Händel, Haydin, la Creazione mi lava in ondate di divinità. Fate che possa contenere tutti i suoni (grido in questi miei folli tentativi,) Riempitemi di tutte le voci dell’universo, datemi i loro palpiti, quelli della Natura, tempeste, acque venti, opere e cori, marce e danze, esprimete, versate, perché io tutto vorrei contenere.[51]   Avendo tuttavia la consapevolezza che, per comporre questo canto di giubilo, si può soltanto restando in una bolla d’innocenza, perché In verità cantare è altro respiro./ È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento,[52] e perché solo un cuore bambino ha il potere dell’ascolto vergine: cuore semplice di bimbo, l’unico che, nelle sue carni e nei suoi sussulti, contiene il dono alchemico delle fatate trasfigurazioni, in quanto dopo, nell’età adulta, tutto desolatamente scompare: sorda e pietrificata si fa la vita. «Perché dici “mi tocca”? Come fa un vento a morire?»  «Lascia stare, è una strana faccenda. Un giorno forse la saprai.» La voce si faceva fioca allontanandosi nel cielo. «No,» fece Benvenuto, «Matteo, non andare via. No, tu non devi morire. Ci sono ancora tante cose da fare. Pensa, se tu rimani, tornerai quello di una volta, ti verranno ancora le forze, fra tre mesi arriverà la primavera e sarà la stagione buona, pensa, Evaristo se n’andrà, sarai di nuovo padrone della valle, farai grandi temporali e tutti avranno paura. Ricomincerai da capo. Poi, nelle notti buone farai musica nel bosco, la gente verrà per sentire, anche da lontanissimi paesi. Ci saranno tra le piante i geni e io potrò cantare con te, come si faceva una volta.»  «È inutile,» disse il vento, «devo andare sul serio. Del resto, questa forse è la notte famosa in cui tu finirai di essere bambino. Non so se qualcuno te l’ha detto. Di questa notte i più non si accorgono, non sospettano nemmeno che esista, eppure è una netta barriera che si chiude d’improvviso. Capita di solito nel sonno. Sì, può darsi che sia la tua volta. Tu domani sarai molto forte, domani comincerà per te una nuova vita, ma non capirai più molte cose: non li capirai più, quando parlano, gli alberi, né gli uccelli, né i fiumi, né i venti. Anche se io rimanessi, non potresti, di quello che dico, intendere più una parola. udresti sì la mia voce, ma ti sembrerebbe un insignificante fruscìo, rideresti anzi di queste cose. No, forse è meglio così, che ci separiamo al punto giusto.»[53] Usciamo. Ché non finisca la notte. Grazia Frisina -------------------------------------------------------------------------------- [1] Walt Whitman, Canto della scure, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, Giulio Einaudi ed. 1993, p. 244 [2] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, Settecolori edizioni 2025, p. 15 [3] Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto, in Alcyone [4] Dante Alighieri, Inferno canto XIII, in Divina Commedia, vv 31-37 [5] Virgilio, Eneide, canto III, vv 39-41 [6] Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, canto III, ottava XLI [7] Lo scienziato Stefano Mancuso, nel suo libro La Pianta del Mondo (2020), riferendosi al pensiero espresso dal compositore Edward Elgar: «La mia idea è che ci sia musica nell’aria, musica dappertutto intorno a noi, il mondo ne è pieno e ne puoi prendere ogni volta tutta quella di cui hai bisogno», scrive: «Lo stesso accade per le piante: sono, come la musica per Elgar, letteralmente dappertutto intorno a noi, e per scriverne non si deve far altro che ascoltare le loro storie e raccontarle (…).  Le piante costituiscono la nervatura, la mappa (o pianta) sulla base della quale è costruito il mondo in cui viviamo. Non vedere questa pianta, o ancor peggio ignorarla, credendo di esserci ormai posti al di sopra della natura, è uno dei pericoli più gravi per la sopravvivenza della nostra specie». [8] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, Sansoni editore 1984, p. 1204  [9] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, SE edizioni, 2016, p. 90 [10] Ivi, p. 75 [11] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, Aldo Garzanti Editore 1973, p. 255-257 [12] Denise Levertov, A tree telling of Orpheus. Dal web: https://allpoetry.com/A-Tree-Telling-Of-Orpheus [13] Sal. 139, 15 [14] Andrea Zanzotto, Il galateo in bosco, in Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori editore, 2011, p. 539  [15] William Shakespeare, Sogno d’una notte d’estate, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di Giulia Celenza, cit., p. 374  [16] Walt Whitman, Rulli di Tamburi, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 389 [17] Salvatore Toma, in Canzoniere della morte, a cura di Maria Corti, Einaudi 1999, p. 65 [18] Henry D. Thoreau, Walden, trad. di Piero Sanavio, A. Mondadori editore, 1970, p. 166 [19] Walt Whitman, Nostro antico fogliame, in Foglie d’erba, traduzione di Enzo Giachino, cit., p. 218 [20] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 279 [21] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci cit., 2016, p. 91 [22] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, cit., p. 159-160 [23] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 150 [24] ivi, p. 213 [25] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1205 [26] Herman Hesse, Pellegrinaggio d’autunno e altri racconti, trad. di Eva Banchelli, Sugarco edizioni, 1979, p.65 [27] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, cit., p. 221 [28] Ada Negri, Il boschetto canoro, in Le strade, in Prose, Arnoldo Mondadori editore, 1966, p. 479 [29] Salvatore Toma, in Canzoniere della morte, a cura di Maria Corti, cit., p. 32 e p.26 [30] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p.178 [31] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 82 [32] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 280-281 [33] William Shakespeare, A piacer vostro, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 624 [34] Francesco Petrarca, sonetto CLXXVI, vv 9-14, in Canzoniere [35] Emily Dickinson, Lettera al dott. e alla sig.a Holland, sett. 1859, in Lettere, a cura di B. Lanati, Einaudi, 2006, p. 54 [36] Walt Whitman, Canto della sequoia, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 266 [37] Giovanni Pascoli, Il bosco, in Myricae [38] Ada Negri, Sinfonia d’alberi, in Di giorno in giorno, in Prose, cit., p. 697 [39] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, cit., p. 155-157 [40] Jean Giono, Il canto del mondo, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 93 [41] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 90 [42] William Shakespeare, La Tempesta, in Tutte le opere, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1203 [43] Walt Whitman, Canto della sequoia, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 266 [44] Gialâl Ad-Dîn Rûmî, Spregio del mondo, in Poesie mistiche, a cura di Alessandro Bausani, SE editore, 2018, p. 61 [45] Herman Hesse, Gertrud, in Romanzi, trad. di Paolo Paoloni, Tascabili Newton, 1988, p. 163 [46] Gialâl Ad-Dîn Rûmî, Partenza, in Poesie mistiche, a cura di Alessandro Bausani, cit. p. 65 [47] María Zambrano, Chiari del bosco, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 63 [48] Han Yü, Visito il tempio del Sacro Monte Heng, in Le trecento poesie T’ang, trad. di Martin Benedikter, Mondadori ed. 1972, p. 189-190 [49] Robert Walser, I fratelli Tanner, trad. di Vittoria Rovelli Ruberi, Adelphi edizioni, 2021, p. 86-88 [50] Walt Whitman, Un canto di gaudi, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 225 [51] Walt Whitman, Della bufera musica superba, in Foglie d’erba, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 506-507 [52] Rainer Maria Rilke, Dai sonetti a Orfeo I, 3, in Poesie, trad. di Giaime Pintor, cit., p. 41 [53] Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio, in Bàrnabo delle montagne, cit., p. 316-317 *In copertina: Isaac Levitan, Paesaggio con luna, 1880 L'articolo Trattato di “Boscoritmia”. Ovvero: ritrovare se stessi e il proprio canto nella foresta proviene da Pangea.
February 27, 2026 / Pangea
“Tarka la lontra”, il feroce capolavoro di Henry Williamson
L’introduzione è utile a capire il carisma dello scrittore – la sua catarsi catastrofe.  Si era ritirato a Georgeham, nel Devon, con l’idea di scrivere l’epopea di una lontra. Il Taw, che scorre per una settantina di chilometri in quella contea, aprendosi in selvaggi meandri, donando il senso di una vita tra giungle a ventre, a ventaglio, diventò la sua casa. Henry William Williamson era nato il primo dicembre del 1895 in un sobborgo di Londra, è vero, ma le escursioni nel Kent lo avevano addestrato all’amore per la natura. Neppure ventenne, si era arruolato nel London Regiment: la Prima guerra era stata per lui l’autentica balia. Henry imparò a lottare, a sopportare, a indignarsi. Fu sottotenente, poi ufficiale; usava la mitraglia, si piegò a ogni impegno, chiese di essere arruolato nella Raf – gli effetti dei gas respirati in trincea lo avevano falciato. Odiava i politici – che chiacchierano facendo far la guerra agli altri –, credeva nell’aristocrazia dei veterani, si scoprì pacifista. Decise di dedicare la vita alla scrittura. Per scrivere il suo capolavoro impiegò quattro anni. L’ultimo fu il più duro. Si era ritirato in una baracca con il primo figlio da badare; la prima moglie – Ida Letizia, che gli avrebbe dato altri cinque pupi – era convalescente. > “Mentre lavoravo alla diciassettesima stesura del manoscritto, mia moglie si > ammalò e dovetti prendermi cura del bambino… Mi mettevo al tavolo verso le > dieci di sera, quando tutto era calmo, e continuavo per tre, quattro o anche > cinque ore, reggendo il bambino con il braccio sinistro. Sedevo davanti al > tavolo da stiro smaltato di bianco, l’orgoglio di Letizia – un mobiletto da > cucina riadattato – con i pannolini che avevo lavato e steso ad asciugare su > una corda attraverso la stanza. Una stufa a petrolio riscaldava l’ambiente”.  Aveva passato tre anni a scrivere – spesso a vanvera – e a raccogliere mappe, documenti, leggende; aveva auscultato i segreti dei cacciatori, degli allevatori, dei vagabondi del Taw – qualcuno si diceva erede dei druidi. Voleva scrivere ciò che non era mai stato scritto prima. Un libro che non parlasse di animali o che facesse parlare, da umani, gli animali – ce n’erano già tantissimi, alcuni bellissimi, i romanzi di Rudyard Kipling su tutti. Voleva scrivere un libro-animale, un libro animalesco, in cui la bestia occupa tutto lo spazio, tutto lo sguardo, tutto l’orizzonte grammaticale, e l’uomo è una creatura spaventevole e lontana, distante, ormai, dal sempiterno naturale, dalla natura delle cose. Per farlo, non scelse un animale esotico – la tigre, il leone, il condor – né un animale simbolico – il lupo, il cervo, l’orso – o domestico – il coniglio, il passerotto – ma la lontra, la regina del Taw, creatura di terra e d’acqua, scaltra, sagace, impareggiabile nell’arte di nascondersi a famelici occhi – famelica. All’epoca, la lontra era l’estremo oggetto del desiderio dei cacciatori inglesi: la inseguivano con flotte di cani, ne facevano sterminio, a frotte.  Il libro uscì, in edizione privata – secondo la tipica sprezzatura editoriale del mondo inglese – nel 1927, in cento copie, poi per G.P. Putnam’s Sons: in copertina, un’incisione naif di Hester Sainsbury. Il titolo completo suonava così: Tarka the Otter: His Joyful Water Life and Death in the Country of the Two Rivers. Il libro, come si dice, ‘fece rumore’: nessuno prima di Henry Williamson aveva scritto in quel modo dell’animale e del bosco, del fiume e della vita ferina, delle vallate inglesi e degli enigmi che le abitano, le vivificano. L’incipit, memorabile (“Crepuscolo sui prati e sull’acqua, la stella della sera brilla sulla collina e Vecchio Piuolo, l’airone, grida kra-a-ark! librandosi sulle ali scure che planano verso l’estuario. Qualcosa di bianco si è mosso sui giunchi secchi della riva, la civetta ha spiccato il volo di sotto l’arco centrale del ponte di pietra, che un tempo portava il canale attraverso il fiume”), narra, dalla ghianda all’oggi, la crescita sghemba della “quercia più vicina alla Stella del Nord”: dopo due secoli di gelo, piogge, sassate di sole, era crollata, diventando la tana della lontra. Con velocità narrativa spregiudicata – in picchiata –, l’autore tiene insieme il corso del fiume, il volo dell’airone, le api che dormono e i topi che corrono; la lontra “raggomitolata nella cavità più alta e asciutta della quercia caduta”, un picchio, l’odore persistente dei cani da caccia, poco lomtano, e “il tempo in cui le galere romane si spingevano fin sotto le colline”, a quel tempo ricoperte dal mare. Che grazia – che vitalità.  Il libro vinse l’Hawthornden Prize, importante riconoscimento inglese alla “narrativa d’immaginazione” che l’anno prima era andato a Vita Sackville-West per The Land e che sarebbe andato, tra gli altri, a Robert Graves e a Evelyn Waugh, a Naipaul e a Bruce Chatwin (per In Patagonia). Il premio conferì a Henry Williamson una certa notorietà e la certezza di poter vivere come scrittore; soprattutto, gli consegnò l’ammirazione incondizionata di Thomas Hardy e l’amicizia di T.E. Lawrence. Era stato Edward Garnett, mitico editor di Joseph Conrad e confidente letterario di ‘Lawrence d’Arabia’, ad avergli inviato, a Karachi, dov’era di stanza, nei ranghi della Raf, come “338171”, il libro di Williamson. Lawrence ne restò affascinato: in una lettera a Garnett del 20 gennaio 1928 scrive, “Tarka mi ha riempito di gioia per tre settimana. È la cosa più bella che abbia letto finora”; chiamava “Everest” il suo autore. Illustrazione di C.F. Tunnicliffe per Tarka la lontra, 1932 Anni dopo, Williamson avrebbe trovato un esagitato lettore in Ted Hughes: a suo dire, Tarka era “un grande poema mitico”. Anche Hughes, per altro, amava i meandri del Taw, che appare, per australi, primordiali frammenti, in River (1983), una delle sue raccolte più belle.  Nel libro, in sostanza, non succede nulla. Williamson non instrada la bestia in una trama ‘umana’: segue, con scrittura ferma, mai fiabesca, insieme lirica e marziale, la vita di una lontra dalla nascita alla morte. Per lo più, assistiamo a scene di caccia (dopo aver ucciso una trota, la madre di Tarka “la divorò ingordamente, semisdraiata nell’acqua bassa, masticava, inghiottiva, emetteva un sibilo minaccioso all’apparire di ogni ombra”, poi, con un regesto da vita vera, da vita-vita, da enormità del creato, “Tornò a tuffarsi dopo quattro sorsate affrettate. Catturò un’anguilla, ne mangiò una parte, poi tornò al covo. Ma aveva ancora fame, e lasciò i cuccioli una seconda volta, corse lungo la riva e si rizzò in direzione del vento aspirando a piene narici. Nel bosco i merli continuavano a lanciare le loro strida ai gufi bruni fino a che questi ultimi non strillavano in risposta”), all’esistere in purezza, senza idillio: si chiama iniziazione. Williamson sembra squadernare su carta i più fondi misteri delle creature – la loro origine, la loro ragione.  Alcune immagini sono meravigliose, si stagliano per perseveranza di splendore, per vigore visionario; qui, ad esempio, parlando delle rondini: > “Quando le prime stelle brillarono nell’acqua cominciarono a cinguettare tra > loro perché avevano ricevuto il segnale di lasciare i verdi prati che amavano > tanto. Parlavano con la loro voce non canora – che raramente gli uomini odono > tanto è bassa e dolce – aggrappate ai baccelli ancora chiusi delle code di > gatto. Parlavano di mari bianchi e grigi, di venti che spezzavano la forza > delle ali, di terribili scoppi di tuono fra nubi illuminate dal sole, di > piogge violente, di fame e di fatiche da sostenere prima di poter rivedere lo > scintillio delle schiume sulle spiagge africane. Ma nessuna parlava delle > compagne che sarebbero cadute nel mare e che si sarebbero spezzate il collo > contro le invetriate dei fari, poiché questi uccelli estivi dalla coda forcuta > non avevano pensieri di tali cose, né della morte. erano creature gioiose e > pure di spirito, estranee alle angosce umane”.  È un libro in cui l’uomo è un estraneo.  Una delle grandi scene del romanzo, che descrive la lotta all’ultimo sangue tra Tarka e Deadlock, il segugio, “con la testa nera segnata da antiche lotte”, vale, da sola, Il richiamo della foresta di London e I cani rossi, il più bello e il più crudo dei racconti “della giungla” di Kipling.  Come Tarka la lontra, il capolavoro di Henry Williamson – degno di stare tra i grandi libri del secolo –, fu tempestivamente tradotto dalla Fratelli Treves nel 1930. Nel 1969, in nuova traduzione – di Fiore Genovese –, entrò ne ‘I delfini d’acciaio’ Bompiani. Io l’ho letto nella riedizione Bompiani del 1981: era nella biblioteca di mio figlio; ne dicevano di un libro “per ragazzi”, oggi dovrebbero impilarvi intorno delle tesi di dottorato. In realtà, è un libro per la vita, per impratichirsi con il mondo autentico; insegna, per altro, l’arte dell’osservazione e della dedizione: a riconoscere nel rio sotto casa un’Amazzonia, nella piccola cincia sul balcone una creatura divina. Ogni singolo angolo di questo pianeta è pieno di creature che attendono il nostro sguardo – e imparare a ridire i perduti nomi.  Va detto che dopo Tarka la vita di Henry Williamson fu in caduta libera. Si invaghì di Hitler, “il solo vero pacifista in Europa”; nel 1935 cercò di organizzare un incontro tra Führer e il suo amico T.E. Lawrence, non poteva credere che inglesi e tedeschi arrivassero alle armi. Non si ricredette mai del tutto. Per un po’, fece parte del British Union of Fascists di Oswald Mosley, avendo sempre in spregio le macchinose strategia della politica. Nel ’36 si ritirò in una fattoria, nel Norfolk, con l’idea di fare il contadino. Divorziò dalla prima moglie, Letizia, dieci anni dopo; si risposò con Christine, una giovane insegnante; non durò neppure quel legame: Henry aveva una passione per le jeunes filles.  I suoi estremismi lo marchiarono a fuoco; pur estremamente noto, Henry Williamson rimase un paria delle patrie lettere. Ciò non gli impedì di ideare una delle più folli imprese letterarie del secolo: il ciclo semiautobiografico “A Chronicle of Ancient Sunlight”, costituito da quindici romanzi pubblicati tra il 1951 e il 1969, per un totale di oltre seimila pagine. La tortuosa storia di Philip Maddison, alter ego dell’autore, doveva essere “il mio Guerra e pace”; fu un fenomenale fallimento. Williamson morì poco prima di ferragosto, nel 1977, svanito nella demenza senile; lo seppellirono nei luoghi amati, dove aveva scritto Tarka.  In Italia uscirono altri suoi libri – Il falco d’oro e Salar il salmone – che non eguagliarono il successo di Tarka la lontra, per altro uscita da tempo dal paddock dei grandi editori: la pubblica, da un po’, Franco Muzzio Editore. È forse un libro troppo difficile, toppo ispirato, troppo troppo per l’epoca delle passioni controllate, della natura da cartolina, a scopo turistico.  In un quadro di Charles Tunnicliffe, efficace pittore inglese, Henry Williamson è ritratto, quarantenne, con un falco al polso, accerchiato da nuvole pachiderma. Lo sguardo, al contempo duro e mistico, incute un po’ di timore.  *In copertina: un’opera di Charles Tunnicliffe, amico di Henry Williamson e illustratore di “Tarka la lontra” L'articolo “Tarka la lontra”, il feroce capolavoro di Henry Williamson proviene da Pangea.
January 21, 2026 / Pangea
Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari dell’algoritmo
È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo. L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano – non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto del dotarsi di una pratica – il corrispondere ai desideri del proprio intestino, l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato, anarca nel proprio ano, anodino.  L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti, umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli, sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio, in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui.  L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così, l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna.  L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché è verbo.  Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale, l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla parola-stilita. Parola che non dice ma agisce.  L’analfabeta, il mago. L’analfabeta, il perpetuo orante. Analfabeta: altro modo di dire, vocazione. Essere chiamati; dunque: invasione di voci. Non vocalizzo, non vocalità. Restare veritieri alla voce. Il che implica: impunità da serpe, impurità, putridume nel dire. Allora: la vocale diventa angelo e a noi resta l’eccomi, il sì come si assiste alla cosa sgozzata, alla cosa benedetta, alla cosa cosmica.  Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia, Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José Bergamín. Eccolo:  > Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché > analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era > fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori > della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che > poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò > loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non > intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo > crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere, > collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato > fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per > mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo > avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI > letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; “dando un gran grido”, dice > l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre > crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare. José Bergamín scrive La decadencia del analfabetismo nel 1933, pubblicando sulla rivista appena fondata, “Cruz y Raya”. Si premurava di far conoscere al mondo l’opera di Federico García Lorca, uno dei rari ‘analfabeti’; quattro anni dopo avrebbe guidato la delegazione spagnola del “II Congreso Internacional de Escritores para la Defensa de la Cultura” (tra i tanti, erano convenuti André Malraux e Wystan H. Auden, Pablo Neruda e Octavio Paz). Tradotto in italiano nel 1972, da Rusconi, riprodotto da Bompiani nel 2000, Decadenza dell’analfabetismo è un libro uscito dai ranghi del consesso editoriale come altri testi di José Bergamín. Nel 2003, Marco Dotti usò brandelli di Decadenza dell’analfabetismo – insieme a testi di Céline e di Artaud – come ‘manifesto’ per il “Primo festival della letteratura resistente dedicato agli scrittori analfabeti”, in atto a Pitigliano. Si reagiva – as usual – al “nuovo regime culturale, blindato ed escludente, intento solo a perpetuare se stesso a discapito di ogni scampolo di novità e impulso al rinnovamento” (così Marcello Baraghini autore della deliziosa antologia, La vita si scrive, per Stampa Alternativa).  Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine, sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore. Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al poeta impegnato si sostituisca il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole.  L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali, sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”. Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa; si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio, la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers… – non si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari e mostre di lepidotteri.  Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera, liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello. *** Da Decadenza dell’analfabetismo Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario, della cultura! Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale. La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico. L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo.  Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta. * C’è stata una sistematica esibizione stilistica della poesia. Attraverso questi sottili lambicchi, la poesia viene sterilizzata: sterilizzazione immaginativa del pensiero. La poesia distillata, lambiccata, sterilizzata, non è pura poesia: è poesia letterata, letteralizzata. La poesia diventa letterata, alfabetica, cercando la musica in una vocalizzazione esclusivamente letterale. Esiste un’intera letteratura lirica che ha testi e musicalità, ma è priva di poesia.  * La poesia pura è semplicemente la più impura: poesia analfabeta. La poesia è analfabetismo integrale perché integra spiritualmente ogni cosa. La poesia è il campo analfabeta della gravitazione universale di tutte le costruzioni spirituali dell’uomo.  * Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua opera.  * La parola, la viva parola, non si conforma nell’ordine alfabetico: perché la vita accade tramite la parola, non la parola tramite la vita; così come la verità è tramite la parola e non viceversa: tramite la parola divina. (In principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era in Dio… così attacca Giovanni nel suo Vangelo poetico, che è il Vangelo dell’analfabetismo spirituale più puro).  * Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità. Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano Bruno, la profondità della nostra ombra. * Il declino dell’analfabetismo è la decadenza della cultura spirituale quando la cultura letterale la perseguita e la distrugge. Tutti i valori spirituali si sbriciolano quando la lettera o le morte lettere sostituiscono la parola, che si esprime tramite vive voci. Il valore spirituale di un popolo è inversamente proporzionale al declino del suo analfabetismo pensante e parlante. Perseguitare l’analfabetismo significa proseguire strisciando nel retro del pensare: perseguire le tracce luminose e poetiche della parola. Le conseguenze letterali di questa persecuzione è la morte del pensiero.  Chiunque si allontani dal gioco poetico del pensare è perduto, irrimediabilmente perduto, perché abbandona la verità della vita, che è l’unica vera vita – quella della fede, della poesia – per la menzogna della morte. Prendere tutto alla lettera, confidando in essa: ma ciò che è letterale è morto.  Il declino dell’analfabetismo è, semplicemente, il declino della poesia. È il declino del nostro pensiero da quando abbiamo perso la fede nella poesia, da quando siamo diventati alfabetizzati: non abbiamo fede quando siamo orfani della vera ragione, la ragione pura, quando sradichiamo dal nostro pensare la poesia.  * La ragione poetica del pensare dell’uomo è la fede. La poesia appartiene sempre agli uomini di fede, mai a quelli di lettere, ai letterati. Gli apostoli, in quanto uomini di fede e dunque analfabeti, hanno dato la più perfetta espressione poetica alla vita di Cristo. Confrontate i loro testi, poeticamente puri, con una qualsiasi delle innumerevoli vite letterarie o da letterati di Gesù Cristo: quella di Renan, di Strauss, di Papini… o qualsiasi altra (tranne le visioni analfabete ed extra-letterarie dei mistici come Anna Katharina Emmerick). Quelle vite letterate di Cristo contengono pagine e pagine di letteratura vaga, amena, senza una parola di verità: non una sola parola di verità né di menzogna perché ciò che pronunciano non sono parole ma lettere; la parola può essere pronunciata soltanto come l’hanno pronunciata gli apostoli e i santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti sono santi, ma tutti i santi devono essere analfabeti.  * Per apprendere il vero timore di Dio bisogna varcare la soglia poetica dell’analfabetismo; l’altro, il timore letterale della morte – o della vita –, il timore alfabetico del vuoto, non è timore di Dio: è terror panico.  Terror panico, cioè panteismo letterario, cioè letteralità del divino: la confusione di Dio con il Demonio non è, letteralmente, altro che confusione infernale, confusione di tutti i demoni; pandemonio, come lo fu la confusione letterale di Babele, ma senza un dono illetterato delle lingue a succedergli: senza Pentecoste spirituale redentrice.  * L’ordine alfabetico internazionale della cultura, nato dagli enciclopedisti – specie di mortale anticipazione dell’Inferno – è giunto, come logica e naturale conseguenza, a trasformare per noi la rappresentazione totale del mondo e del cosmo in un enorme Dizionario Enciclopedico Generale, alfabeticamente organizzato. La progressiva alfabetizzazione della cultura ha agito sulla vita umana come una progressiva paralisi del pensiero.  * La lettera uccide lo spirito.  L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente. * Se i bambini e i popoli cessano di essere analfabeti, cosa diventeranno? Se i bambini e i popoli vengono privati dell’analfabetismo – quella vita spirituale immaginativa del loro pensiero che chiamiamo analfabetismo – cosa resta di loro? Un bambino e un popolo si snaturano quando vengono alfabetizzati, cominciano a corrompersi, a cessare di essere; a cessare di essere ciò che sono: bambini, popoli.  * L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale, cioè, in ultima analisi, della poesia.  José Bergamín *Traduzione di Compiuta Donzella In copertina: José Bergamín (1895-1983) L'articolo Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari dell’algoritmo proviene da Pangea.
October 18, 2025 / Pangea