Secondo Paola Tonussi, è il pettirosso l’uccello-emblema di Emily Dickinson.
Ogni poeta – se è vero che la poesia ‘spicca il volo’, che eccelle in
verticalità –, in fondo, sa tramutarsi in una creatura alata. Montale giocava a
fare l’upupa; Ted Hughes è passato dal falco nella pioggia al corvo; Keats era
un Nightingale; Hölderlin si installò tra “i figli delle Alpi”, le aquile: se
non altro, precipitò meravigliosamente. Shelley preferiva l’allodola. Secondo
Leopardi, il passero solitario, “la natura degli uccelli, se noi la consideriamo
in certi modi, avanza di perfezione quelle degli altri animali”. Io ho sempre
pensato alla Dickinson come a un gheppio: figura scricciola che cela la natura
rapace, feroce. Benché esista, effettivamente, un gheppio “di Dickinson” (Falco
dickinsoni) – il nome si deve al missionario inglese John Dickinson, che scoprì
la specie a metà Ottocento – tale falconide non esiste negli Stati Uniti: dimora
in Africa, in edenico aldilà da Emily.
Lirismo ornitologico: Emily Dickinson mi è sempre parsa una
poetessa pericolosa – i suoi versi, rapaci, appunto, spiazzano, colpiscono
d’improvviso, ad artigliate. Sono versi carnivori. A differenza dei suoi
‘colleghi’ alati, tuttavia, Emily Dickinson è difficilmente classificabile in
generi: a che specie appartiene un poeta tanto speciale? La Dickinson non è
stata ‘afferrata’ dal proprio tempo; ancora oggi, affermata tra i poeti più
tradotti e venduti del pianeta, è di fatto un mistero: ogni didascalia – la
reclusa; la dama bianca; la spregiudicata; la figlia-l’amica-l’amata – non fa
che limitare, imitare un’altra Emily, quella che fa la recita sul nostro
comodino e negli scaffali librari. La pronta al mito – come chi, prontamente, ne
rifugge, sbugiardandolo per eccesso di sé.
Dell’indicibile Emily, tenta di dire qualcosa – dall’alto di una bibliografia
‘andina’, inarginabile (la scrittura ‘su’ Emily Dickinson, come quella ‘su’
Arthur Rimbaud, è ormai un genere letterario a parte) proprio Paola Tonussi, in
un libro biografico di provvidenziale bellezza, Emily Dickinson. Gemma
oscura (Edizioni Ares, 2026). La Tonussi riesce ad adempiere il compito di
sterzare dall’ovvio facendo parlare i documenti, con genio narrativo
‘anglosassone’ – bello stile, servizio autentico al lettore – e – direi –
medianico. Il libro ausculta l’anima della Dickinson, rifilandone la vita (“Era
così, allora, morire? Un assalto allo spirito frantumato, un cammino interrotto?
O piuttosto un assedio perpetuo all’anima? Forse sono un lento, desiderato,
tramonto”). Così, precipitiamo nell’abisso di un’esistenza inusuale, non certo
da vestale della poesia, ma da donna che con lirica rapacità ha anatomizzato
volti, visioni, eventi. Così, entriamo nella prima casa dei Dickinson, “il
Palazzo”, “la Homestead in Main Street… costruita dal nonno paterno non in legno
bensì in mattoni”; vediamo il giardino, la scuola, un libro di Emerson e la
figurina di Emily Brontë, una quasi gemella della Dickinson, che sta nella sua
tasca come un ramo d’erica. Vediamo “la Ragazza in nero” – Catherine Scott –, il
“travolgente” Mr. Bowles, Mabel Loomis, la “donna-arcobaleno”, Helen Hunt
Jackson, scrittrice, antica compagna di scuola di Emily, “l’unica a riconoscere
pienamente la sua grandezza di poetessa”. Queste, insieme ad altre più note
icone – il giudice Lord, Thomas Higginson –, costituiscono gli elementi del
grande Romanzo-Dickinson, distribuito in forma di erbario. Da ogni corpo, Emily
trasse un libro, incarnò un’opera. Così che leggere diventa una forma del
sacrificio.
Un capitolo – “Carlo e gli altri” – è dedicato al cane di Emily, “un terranova
dal fitto pelo color tabacco, grande quasi quanto lei”. L’aveva chiamato Carlo
perché così si chiamava “il cane di St. John Rivers in Jane Eyre, e quello di
Paul nelle Reveries of a Bachelor di Ik Marvel”. Lei lo amava, lui “fu la sua
ombra”.
La scrittura della Tonussi – senza concedersi estetismi – è sempre felice, si
legge in ebbrezza. Alcuni passi, poi, introducono a una poetica, a un
addestramento:
> “La letteratura ufficiale non la voleva? Avrebbe continuato a scrivere poesia
> ‘misteriosa’, ad affinare tecniche e ritmi per inventare un nuovo cosmo, a
> gettare sulla pagina versi dritti come guglie gotiche. Un ordine assoluto di
> verità. La società reclamava che si uniformasse a un modello? Contro
> pregiudizi e opinioni condivise lei si sarebbe chiusa da sovversiva in una
> casa diversa, quella della poesia e, dandosi leggi e un ordine alternativi,
> avrebbe compreso nella propria mente umani e fiori, animali e piante, stelle e
> mortali.”
A questo punto, ho reclamato la Tonussi al dialogo.
Insomma: cosa c’è ancora da dire su Emily Dickinson?
Su Emily Dickinson è stato detto moltissimo, forse quasi tutto. Quel che però
non sarà mai detto una volta per sempre è il senso, la profondità della sua
poesia, ciò che di lei non abbiamo ancora imparato ad ascoltare. Per questo i
classici non si esauriscono mai, continuano a sottrarsi alle definizioni,
sfuggono alle nostre interpretazioni: ogni generazione scopre un volto diverso
di Shakespeare, di Dante, di Emily Brontë. E di Emily Dickinson. Scrivendo di
lei, mi è sembrato che dietro l’immagine ormai canonica della poetessa reclusa,
anticipatrice del moderno o sacerdotessa dell’interiorità, esista una zona in
parte inesplorata, un nucleo di versi e di vita in cui convivono luce e tenebra,
aspirazioni e dubbio, desiderio d’eternità e attrazione per l’abisso. Non credo
si possa pretendere di dire l’ultima parola su Emily Dickinson, ma possiamo
cercare di porle domande nuove, di leggerla con mente “fresca”, forse anche
lasciando momentaneamente in sottofondo letture e lezioni precedenti – il che
vale per tutti i classici. E ogni volta che le sue poesie ci restituiscono una
risposta inattesa, la scopriamo nostra contemporanea. Con Gemma oscura non ho
cercato di aggiungere un’interpretazione tra le tante – ben altri e più grandi
studiosi l’hanno fatto –, piuttosto di seguire una vena nascosta nei o tra i
suoi versi, in cui luce e ombra si confondono e la meraviglia è compagna del
mistero. Emily continua a parlarci perché continua a sfuggirci.
Cosa ha scoperto di Emily, studiando e scrivendo, di spiazzante? Qual è a suo
dire l’elemento determinate nella vita di Emily, la figura determinante?
A sorprendermi sempre, a ogni lettura, è la sua forza e insieme la sua
verticalità. Che vanno ben oltre l’icona della figura fragile, «piccola come lo
scricciolo» come lei stessa si definiva, reclusa nella propria stanza, quasi
consumata e benedetta dall’isolamento. In realtà, Emily non fugge il mondo: lo
affronta da una posizione diversa. Le poesie e le lettere danno il ritratto di
una donna che non accetta consolazioni (e soluzioni) facili, rifiuta le formule
religiose se non le corrispondono, pretende la verità con immediatezza assoluta,
anche se conduce al dubbio, alla perdita o all’oscurità. O all’«obliquo», sua
parola chiave.
C’è più di una figura importante nella sua vita: un rapporto fondamentale è
stato quello con Austin e Lavinia, soprattutto nella seconda parte della vita
con la sorella – e forse senza di lei oggi non avremmo l’opera di Emily. Poi il
legame di poetica amicizia con la cognata Susan, «noi due, gli unici poeti».
Infine l’affetto-affinità con il nipote Gilbert morto bambino, che corre sul
prato «come una cometa», di cui Emily ama l’istintiva visione infantile.
Sul piano della formazione spirituale decisivo direi Charles Wadsworth: non
tanto per ragioni sentimentali – su cui sappiamo meno di quanto spesso si
affermi o si favoleggi – piuttosto perché «il pastore delle nuvole» rappresenta
per lei l’incontro con un’intelligenza affine, capace di comprendere la
profondità del suo cammino interiore.
Considerando poi gli animali non umani, di sicuro Carlo, il suo cane, un
terranova grande quasi quanto lei, regalo del padre: compagno fidato nei
vagabondaggi in giardino e fuori, mentre legge o inforna un dolce, o siede nella
veranda con Vinnie a guardare il tramonto. La morte di Carlo, «il logico più
lucido», è stata per lei una paurosa eclissi. L’elemento davvero determinante
nella vita di Emily non mi pare comunque una persona, quanto piuttosto
un’esperienza: la scoperta precoce che tra l’anima e l’assoluto, o l’eterno,
esiste una distanza che nessuna certezza umana riesce del tutto a colmare. Tutta
la sua poesia nasce da un dialogo incessante con quella distanza. Così va letta,
credo, anche la scelta di diventare «donna in bianco»: uno sposalizio mistico
con la poesia, espresso anche in un colore.
Quanto il mito Emily – la bianca divinità reclusa, appunto – corrisponde alla
Dickinson in carne e ossa?
Come ogni mito, anche quello della «bianca divinità reclusa» nasce da un indizio
di verità, ma finisce per semplificare una personalità molto più complessa.
Emily Dickinson vive, sì, una vita sempre più ritirata, veste di bianco e limita
progressivamente ogni contatto sociale e con l’esterno. Ma la figura eterea e
quasi incorporea tramandata dalla leggenda rischia di farci dimenticare la donna
reale. Emily è spiritosa, ironica, a volte persino impertinente. Segue con
attenzione la vita politica e culturale del suo tempo, legge moltissimo,
intrattiene rapporti epistolari energici, fa il pane e cucina; da ultimo affida
«la sua lettera al mondo» alla domestica irlandese Maggie e al suo patrimonio
mitico. Non separata dal mondo, Emily ha scelto un punto di osservazione in
disparte da cui guardarlo. Il suo ritrarsi non nasce cioè da una rinuncia alla
vita, ma da un’esigenza d’intensità. Emily non vive meno degli altri, vive
diversamente. Dai suoi versi affiorano passioni, desideri, paura, gioia, dolore,
senso dell’umorismo, ribellione, interrogazioni religiose: la loro fisicità e
forza emotiva mal si accordano con l’immagine di un’immobile vittoriana
impalpabile
Forse il paradosso è proprio questo: il mito della reclusa ha contribuito alla
sua fama, ma ne ha anche nascosto la vera natura. Dietro la “donna in bianco”
non c’è una figura evanescente, ma una delle coscienze più ardite, lucide e
appassionate della letteratura moderna.
Qual è la poesia di Emily che ama particolarmente, che ritiene più significativa
per carpirla?
Non è una risposta semplice: ogni poesia di Emily illumina una sfaccettatura
diversa della sua personalità, che è molteplice come un diamante. Sento molto
vicina e credo dica qualcosa di essenziale di lei la serie di poesie sui
pettirossi. Forse è una scelta inconsueta. Quando si parla della Dickinson si
pensa subito ai grandi testi sulla morte o sull’eternità. Ma i pettirossi – così
come gli altri animali del suo folto bestiario – ci mostrano una Emily più
intima: la donna che osserva la natura con attenzione minuta per cogliervi un
mistero che non chiede di essere tradotto in dottrina.
Il pettirosso è per lei un «Gabriele più modesto di rango», che fa dunque
comparire spesso come dramatic persona nei suoi versi. Mi commuove quando
racconta di offrire a lui e agli altri uccellini briciole di pane,
> «il Pettirosso alla Briciola
> Non replica una sillaba
> Ma eterno ricorda il nome della Dama
> In cronache d’argento».
Proietta il pensiero per loro anche dopo la propria morte:
> «Se non fossi più viva
> Quando verranno i Pettirossi,
> Date a quello con la Cravatta Rossa
> Una briciola per ricordo».
Come lei i pettirossi le sembrano poeti innamorati delle proprie note,
«argomenti di Perla», e con loro spartisce il canto, l’inquietudine e le rime,
il rosso sul loro petto corrisponde in lei al dono poetico:
> «Continuerò a cantare!…
> con l’ansia del Pettirosso in cuore –
> Io – con il mio Petto rosso
> E le mie Rime».
I suoi pettirossi sono creature di soglia, messaggeri tra il mondo umano e
quello naturale, tra visibile e invisibile. Emily li guarda con la stessa
intensità con cui guarda la morte o Dio. Riconosce in loro libertà e una
naturalezza dell’essere che l’uomo ha in parte smarrito. Il loro canto non è
“ragionato”, esiste semplicemente, e perciò ha in sé una verità che lei può
amare. Così riesce a trasformare un uccellino in giardino in una presenza quasi
sacrale. È uno dei suoi grandi insegnamenti: l’infinito non viene solo nelle
grandi visioni, ma può rivelarsi nel lampo rosso di un pettirosso su un ramo, in
un canto all’alba, in una creatura tanto familiare da farsi quasi invisibile.
Emily si sente affine ai suoi pettirossi – minuta, appartata, domestica – ma
capace, con una semplicità solo apparente, di annunciare mondi che la maggior
parte di noi nemmeno riesce a intravedere.
Forse non esiste una poesia che permetta di “carpire” Emily Dickinson: la sua
grandezza sta proprio nel fatto che ciascuna apre una porta diversa e nessuna
conduce alla casa intera. Emily è una costellazione più che un volto o una
personalità e probabilmente è per questo che, dopo più di un secolo, continuiamo
a tornare da lei.
La casa, Amherst: è più Itaca o Troia, più gabbia o cosmo?
Per lei la Homestead e Amherst sono insieme Itaca e cosmo, meno Troia o gabbia
di quanto spesso si creda. Un equivoco persistente è immaginare la sua casa come
una prigione da cui non è riuscita a liberarsi. In realtà, per Emily la casa è
stata soprattutto un osservatorio: da quelle stanze apparentemente comuni,
borghesi, pacificate, lei è riuscita a costruire uno dei mondi poetici più vasti
e inquietanti della letteratura occidentale. Certo, Amherst è anche un luogo di
conflitto. È una comunità puritana che risente ancora di un impianto
ottocentesco, la famiglia la protegge ma talvolta la limita, il teatro delle
rinunce e delle separazioni le scorre davanti agli occhi quasi accelerato. In
questo senso può avere qualcosa di Troia: una città assediata da domande di
assoluto, sul desiderio, sulla morte. Ma non è un luogo di rinuncia o abbandono.
Tra queste immagini, Amherst mi pare soprattutto la sua Itaca. Non perché
rappresenti – solo – un rifugio rassicurante, ma in quanto punto da cui parte e
a cui continuamente fa ritorno il suo viaggio interiore. Emily compie infatti
esplorazioni vertiginose senza quasi muoversi nello spazio: attraversa il cielo,
l’eternità, l’amore, il nulla, Dio e la morte restando nella sua stanza. Forse,
la vera alternativa non è tra gabbia e cosmo. La sua straordinaria originalità
ha trasformato una casa in un cosmo. Dove altri avrebbero visto un confine, lei
ha scoperto un orizzonte, e Amherst non è stato il limite della sua
immaginazione, bensì il centro di gravità.
Cosa avvicina Emily all’altra Emily, la Brontë? Cosa, inequivocabilmente, le
distingue?
Emily Dickinson ed Emily Brontë sono due delle figure più enigmatiche e radicali
dell’Ottocento. Le avvicina anzitutto la loro totale, rivoluzionaria
indipendenza spirituale: entrambe non scrivono per conformarsi alle aspettative
del proprio tempo, al contrario lo anticipano o vi si oppongono, lo ignorano o
lo sfidano. Entrambe rispondono a una propria legge interiore più forte di ogni
convenzione sociale, letteraria e persino religiosa. Entrambe vivono una
tensione verso l’assoluto, un rapporto diretto e non mediato con il mistero, una
capacità rara di guardare senza illusioni alla morte, alla solitudine e al
dolore. Le accomuna anche un particolare, appassionato amore per la natura e le
sue creature. Per loro la natura è essere vivo, forza che parla un linguaggio
più antico e più profondo di quello degli uomini. In entrambe esiste una forma
di eroismo interiore: i loro personaggi e le loro voci poetiche affrontano
l’abisso senza cercare riparo o conforto. Entrambe amano gli animali forse più
degli uomini – almeno per la Brontë è spesso così –, la loro purezza e
semplicità, l’affetto non viziato dal pensiero, l’adesione agli impulsi primari
dell’esistenza sulla terra
Ma tra loro c’è anche una differenza fondamentale. Emily Brontë è poetessa e
narratrice dell’energia cosmica, della passione che travolge i confini dell’io,
dall’immaginario fatto di vento, brughiera, tempesta, forze elementari che
s’incarnano in protagonisti come Catherine e Heathcliff, che di quelle forze
cosmiche sono fatti. La Dickinson compie il movimento opposto: concentra
l’infinito in uno spazio minimo. Là dove la Brontë spalanca paesaggi e
drammatizza il conflitto, lei quel conflitto lo interiorizza, apre fenditure
nella coscienza. Emily Brontë scruta l’assoluto dalla cima della brughiera,
esposta al vento e alla tempesta fuori Wuthering Heights, la fattoria alta sulle
brughiere da cui ha preso il titolo del suo unico e terribile romanzo. Emily
Dickinson l’assoluto lo indaga dalla soglia della propria stanza. Entrambe
sfiorano lo stesso mistero, l’una rasentando l’orizzonte, l’altra dal punto
infinitesimale che contiene l’universo.
Quale idea di poesia e di scrittura, di ricerca artistica ci consegna la
Dickinson?
Un’idea di poesia risolutamente diversa da quella dominante nel suo tempo e,
forse, anche nel nostro. Per lei la poesia è estasi e strumento di conoscenza –
nemmeno mera espressione di sé –; Emily scrive per vedere ciò che ancora non
riesce a vedere, per dar forma a ciò che sfugge al linguaggio collettivo. Non
cerca mai la bellezza come fine, cerca la verità, anche se scomoda, inquietante
o dolorosa, «obliqua», appunto – e in questo senso la sua scrittura, anche nelle
lettere – che vanno lette in parallelo ai versi – è un esercizio di coraggio.
Ogni poesia emerge quasi come un esperimento estremo della coscienza: cosa
accade quando l’amore viene meno, quando la morte entra nella stanza, quando
l’io incontra qualcosa di più grande di sé. La poesia diventa il luogo in cui
queste domande possono essere abitate senza necessariamente trovare una
risoluzione.
Emily Dickinson ci mostra che la ricerca poetica non dipende dall’ampiezza delle
esperienze esteriori, ma dall’intensità dello sguardo. Da una casa di provincia,
un giardino, una lettera, da un’ape o un filo d’erba riesce a toccare
l’eternità. È una lezione di concentrazione e di profondità: non occorre
possedere il mondo per comprenderlo. Forse è proprio questa la sua eredità più
preziosa: Emily ci insegna che la poesia non serve a chiudere il mistero in una
formula, ma a mantenerlo vivo. Il poeta non possiede risposte, ma sa formulare
domande essenziali in modo da renderle inesauribili.
Noto, come sempre – ma con più forza in questo libro –, la sua visione
‘narrativa’ nell’ambito del genere biografico. Studia le ‘scene’ come un
regista, fa percepire odori e colori, antepone, a tratti, le ragioni della
sensibilità, l’accuratezza dei sensi all’accortezza filologica, l’arte della
scrittura al contributo ‘scientifico’. Voglio chiederle, cioè, come si è
districata tra le reti, tentacolari, della foltissima bibliografia di Emily.
Secondo la lezione anglosassone – penso a biografi magistrali come Peter
Aykroyd, Richard Holmes, Lyndall Gordon, Hermione Lee, Stevie Davies – filologia
e immaginazione non sono sempre nemiche. Anzi, più il terreno documentario è
solido, più il biografo può permettersi di restituire la vita che si nasconde
dietro i documenti. Il mio scopo non è mai stato romanzare Emily Dickinson, ma
avvicinarmi – il più possibile – alla sua esperienza umana e poetica senza
tradire i fatti. Nella sterminata bibliografia dickinsoniana, il rischio può
essere di smarrirsi nelle interpretazioni. Quindi, vagliata una messe di
biografie e documenti, lettere e commenti ho seguito, come sempre faccio, il
suggerimento di Croce: leggere l’opera «di per sé». Dopo aver messo a raffronto
le varie fonti, torno comunque all’origine: alle poesie, alle lettere, alle
testimonianze dirette di chi l’ha conosciuta, ai luoghi in cui lei si è mossa.
Guardo ai grandi studiosi come interlocutori, non come totem intoccabili: alcuni
mi hanno aperto strade preziose, altri mi hanno convinta della necessità di
percorrerne di diverse.
La dimensione narrativa nasce dall’esempio dei biografi che amo e dalla
convinzione che la vita, anche dei più grandi, non accada sotto forma di note a
piè di pagina. Accade in stanze, giardini, corridoi, silenzi, incontri, attese.
Emily Dickinson non è solo un corpus di testi, ma è stata una bambina, una
ragazza e infine una donna che ha visto la luce del tramonto sulle colline di
Amherst, che ha coltivato fiori, impastato il pane, amato, sofferto, suonato il
pianoforte e inviato valentini con il batticuore di ogni adolescente; da adulta
ha amato e perduto gli esseri amati, ha scritto lettere e atteso risposte che a
volte non arrivavano. Ha accarezzato con la piccola mano bianca il pelo folto di
Carlo, ha vagato con lui fino allo stagno e aperto la finestra, un pomeriggio
d’inverno, per dare qualche briciola a un uccellino affamato e insieme scorgere
in cielo presagi d’immortalità. Restituire questa concretezza sensibile è stato
il mio modo per avvicinarmi a lei.
Forse il compito del biografo è proprio questo: attraversare la foresta della
bibliografia senza dimenticare che, al centro del vortice di pagine, c’è sempre
una creatura viva. Anche quando, come nel caso di Emily Dickinson, quella
creatura fa di tutto per non lasciare dietro a sé che tracce labili: «una
biografia ci convince, anzitutto, della fuga di chi ne è protagonista». Questo
l’ha scritto lei. Inseguendone i passi tra la Homestead, il giardino e la sua
stanza, mi sono sforzata di non perdere mai di vista la sua misteriosa e
irriducibile presenza.
L'articolo Emily Dickinson o dell’attrazione per l’abisso. Dialogo con Paola
Tonussi proviene da Pangea.
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La poesia nasce in vetta – svettare è il metodo degli ispirati; è un modo di
voltare il collo, di rendere lo sguardo alle nevi.
…e il linguaggio torni ciò che è: neve, ululato di nubi, nebbie in gregge; il
fischio del rapace; i rami in amore marziale. Complica il linguaggio chi è
complice di questo infame semplificare. La parola non lega – scioglie,
sprigiona, libera.
Slega nodi – sega cordami. Ogni parola: giaguaro delle nevi.
In altura si inspira – a valle si espira, ci si esprime. L’altezza, a povertà
d’aria, non permette scrittura – si scrive soltanto a umana quota, da uomo a
uomo, di cose imparate e impari, di ciò che lassù si è visto.
*
La poesia giunge da Elicona, le “santissime vette”, i “vertici sommi”, in
Beozia, dove dimorano le Muse. Vetta di 1748 metri, montagna cucciola: la vera
altezza si misura in profondità.
Sull’Oreb – o Sinai che sia – Mosè incontra Dio. L’Oreb è “il monte di Dio”
(har-el helohim): poco più di un colle – l’attuale Har Karkom, misura 847 metri
–; Dio appare in forma di roveto che arde. La misura di Dio è diversa da quella
adottata dai geografi, agiografi delle rocce.
Mosè pascola capre e pecore; secoli dopo l’agnus dei, Cristo, accompagnerà i
discepoli – Pietro, Giacomo e Giovanni “suo fratello” – “su un alto monte” per
trasfigurarsi. Secondo la tradizione, il monte della trasfigurazione è il Tabor,
una collina che si eleva di cinquecento metri sul livello del mare. Ancora una
volta, altezza che si misura in profondità.
Grazie alla parola ottenuta da Dio sul monte, Mosè apre le acque.
Grazie alle parole scambiate con il Padre, il Figlio apre i cieli.
Grazie al logos succhiato dalle Muse, Orfeo scende negli inferi.
*
Il Ventoux asceso da Petrarca nel 1336 si trova a Vaucluse, in Provenza, misura
1910 metri. È un’ascesa laica, quella del poeta: eppure, ‘purgatoriale’. Giunto
in quota insieme al fratello, Petrarca apre a caso le Confessioni di Agostino, a
confinare il fato in provvidenza:
> “Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva
> capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che
> attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo
> chiamo con Dio e testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: «E
> vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le
> ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e
> trascurano se stessi». Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che
> desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me
> stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da
> tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da
> ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di
> grande”.
Il monte non è Paradiso, ma Purgatorio: agisce come un battesimo, come acqua
battente. Suprema spoliazione – della mente, in scarsità di ossigeno; del corpo,
in ristrettezze d’energie – per gettarsi nel superiore.
Il monte: smontarsi di ogni aggettivo, lasciarsi sollevare.
Gettarsi, cioè: precipitare – spogliarsi, cioè: spezzarsi.
Il corpo va spezzato, l’opera va spezzata – così, per briciole, si cibano i
divezzi lettori.
*
Il canto di Orfeo dischiude gli Inferi: pur spalancati come un frutto, al poeta
non è permesso riportare in vita l’amata, Euridice. La vetta di Orfeo è il
canto: volgersi verso il monte Pangeo, per ammirare il sorgere di Apollo, lo
porta a morte. Dioniso, geloso, gli scaglia le sfreccianti Baccanti, le furiose,
che spezzano il corpo di Orfeo gettandolo nell’Evros. Il fiume, endecasillabo
del monte, suo azzurro poema. Soltanto fatta a pezzi la poesia s’invola, si
alza.
*
Non esiste poesia che non comporti ascesi: Rilke – il poeta orfico per
antonomasia – conclude la propria ascesi nel castelletto di Muzot, presso
Veyras, nel Canton Vallese, a poco più di 600 metri di altitudine. Dino Campana,
l’autore dei Canti Orfici, vagabondava per i monti, “giurando noi fede
all’azzurro” (così nella sezione che apre Immagini del viaggio e della
montagna):
> “Pare la donna che siede pallida giovine ancora
> Sopra dell’erta ultima presso la casa antica:
> Avanti a lei incerte si snodano le valli
> Verso le solitudini alte de gli orizzonti:
> La gentile canuta il cuculo sente a cantare.
> E il semplice cuore provato negli anni
> A le melodie della terra
> Ascolta quieto: le note
> Giungon, continue ambigue come in un velo di seta.
> Da selve oscure il torrente
> Sorte ed in torpidi gorghi la chiostra di rocce
> Lambe ed involge aereo cilestrino…
> E il cuculo cola più lento due note velate
> Nel silenzio azzurrino”.
*
Montagna: luoghi di monaci e di briganti, di rifugi, di transfughi, di divinità
di confine – di eresiarchi e di anarchici. Imperiale è l’impervio. Così i poeti,
eletti al brigantaggio del linguaggio, al bracconaggio del verbo, a parola che
cede in gravità – che ha misura nel sovrumano silenzio.
Gli sciamani costruivano il proprio tamburo, a orientarsi nel viaggio celeste,
con pelli di bestie d’alta quota, esseri capaci d’involarsi nell’abisso – quasi
angeli.
Così, ogni scalata è santa, ogni parola è stilita, sospesa tra terra e cielo, a
capofitto.
Ci si eleva per abbassarsi, ci si innalza per scoprire la propria altissima
debolezza. Il fuoco è verticale perché divora le cose del mondo, perché
incenerisce – così l’uomo consuma per involarsi: ma la sua è cenere infeconda,
l’effimera del frutto.
Dunque: farsi parola per espiazione – per esplosione.
Anselm Kiefer, Voglio vedere le mie montagne – für Giovanni Segantini
*
Secondo l’astronomo francese Jean Jacques Dortous de Mairan, vissuto nel XVIII
secolo, dall’Olimpo, il mitico monte degli dèi, si ammirava, all’epoca dei Greci
antichi, l’aurora boreale, il poema celeste. Epopea di guerre stellari.
Lo stesso astronomo ha scritto un importante studio sui ghiacci, il luogo in cui
si sublima la montagna. I ghiacciai: lente fenici dei monti.
Il libro: ghiacciaio che si scioglie sotto gli occhi del lettore, per riformarsi
altrove, in altre conche, in altre calotte. La montagna non va vinta, ma
invitata – chi scala sa che esiste l’attimo in cui le gambe danzano.
Cosce da arciere, cosce da rapace.
*
C’è chi cammina come avesse endecasillabi nei polpacci, con un ritmo di
singolare eleganza. E chi marcia in novenari – oppure uniformando il proprio
andare all’oceanico verso di Walt Whitman, il gran vagabondo.
Altra fermezza: camminare restando fermi, come sulla tolda di una barca. Il
rifugio, ben più che una casa, è un cielo, come i cieli nel Paradiso di Dante.
Sempre, chi va, va masticando un voto – “Bisogna cristallizzarsi, costringersi
nel ritmo giusto… Bisogna entrare in un voto, indossare un voto”, scrive
Scipione nel 1932, ricoverato ad Arco di Trento, rivelato a se stesso dal male,
letale.
> “Tutto è stato mantenuto, ma io non posso godere dell’adempimento: ho fatto
> del tutto perché questo non avvenisse. Mi sono adoperato per precipitare”.
Si sale a precipizio – si ascende per precipitare.
*
La vertigine è cosa diversa dalla vetta: la poesia di Georg Trakl scritta a
Grodek, in Galizia, è vertiginosa.
> “A sera risuonano i boschi autunnali
> di mortali armi, e le pianure d’oro
> e i laghi azzurri dove sprofonda
> un cupo sole; la notte abbraccia
> guerrieri agonizzanti, il pianto selvaggio
> di bocche fracassate”.
Per i Greci il punto di vertigine è il mare in cui Ulisse vaga in sapienziale
pellegrinaggio; è Delfi, seicento metri sul mare, ai piedi del Parnaso, dove la
Pizia ulula – Apollo-Lupo – e sibila – Pizia-Pitone – parole inaudite,
d’incomprensibile vello; per i cristiani è la Croce, conficcata sul “monte
Calvario”, il Golgota, fuori le mura di Gerusalemme: è quella la vera ‘salita’,
la ‘scalata’. Il cristiano, per fede, smuove le montagne.
*
In Estremo Oriente il monaco-poeta si spinge tra baratri e barbarie, in desolati
luoghi: non ha meta, il suo monito è perdersi. Spopolarsi, questo è il carisma
della poesia di tali erranti monaci. Nessuna cima li alletta, nessun record,
nessun Polo: chi perde in profondità, compensa in statistiche, accumula cifre e
vette, come se la montagna fosse una bestia da macello.
Del più noto di questi poeti, Hanshan, “Montagna fredda”, vissuto, forse, nel
VII secolo, non sappiamo nulla. Anonimato, anemia del sé, annientarsi è ciò che
tenta il vagabondo nel suo nottivago andare: essere il fiore sul ciglio,
abbagliare per riservatezza – e a tratti, ridere di se stessi.
> “Contento della via semplice che ho scelto,
> tra nebbie e rampicanti e grotte nella roccia,
> senso di libertà nella natura selvaggia,
> le nuvole bianche in ozio per compagne,
> c’è la strada ma non raggiunge il mondo,
> solo chi ha assopito i pensieri può arrivare qui,
> siedo a notte da solo sul letto di pietra,
> la luna piena sulla Montagna Fredda”.
Gli eremiti conficcati nelle grotte del Ladakh, al di là del linguaggio, fanno
dell’Himalaya la loro grande arpa:
> “Non aver paura di meditare da solo in una grotta.
> Non aver paura di meditare da solo in una grotta, con pochissimo cibo, né di
> ammalarti.
> Non aver paura di meditare da solo in una grotta né di morire lì.
> Non aver paura di meditare da solo in una grotta, né di morire lì senza che
> nessuno conosca neppure il tuo nome”.
*
René Daumal scrive il suo trattato di mistica dell’alpinismo, Il Monte Analogo,
per “il principiante”. L’esperto ha già esperito: ma a noi preme inoltrarci nel
principio, nostro premio – principiare il principio.
Di fronte alla montagna si è sempre al principio; ascendere: rientrare nel
ventre. Ascendere: sfigurare dio.
“Ognuno faceva il suo inventario, e di giorno in giorno ognuno si sentiva più
povero, non vedendo niente intorno o dentro di sé che gli appartenesse
realmente”. La pratica comincia dalla povertà.
Alla massa preferire la comunità degli affini; al lavoro meccanico la creatività
individuale; all’ambizione la dedizione; alla delazione la devozione; allo
sciaguattare dell’io, lo scempio dell’io; alla classifica il fuori legge; al
rancore e all’invidia – eccitazioni metropolitane – l’ira, energia dinamica;
all’ego l’epos, all’ethos l’eros; al poetico, la poesia.
*
Emily Dickinson amava i vulcani; nel giardino di Amherst, 88 metri sul livello
del mare, scorgeva un Everest.
“…Ritrosa Montagna!
Porpore di Ere – sostano per te –
Il Tramonto – passa in rassegna il suo Reggimento di Zaffiro –
Il Giorno – fa cadere su di te il suo Rosso Addio!
Immobile – Ricoperta dalla tua Maglia di ghiacci –
Coscia di Granito – e muscolo – d’Acciaio –
Incurante – in egual misura – di pompa – o commiato”.
A misura dell’altezza d’amare, Emily – poesia 452 del suo intrepido canzoniere –
indossa il Chimborazo, titanica vetta dell’Ecuador, scalata qualche decennio
prima da Alexander von Humboldt, “il punto più distante dal centro della Terra”,
i cancelli del cielo.
> “Amore – tu sei alto –
> Non posso scalarti –
> Ma, si fosse in Due –
> Chissà che noi –
> Alternandoci – al Chimborazo –
> Ducali – alla fine – non si arrivi a starti accanto –”
*
A simile altitudine è educato chi va per deserti, ancestrali montagne
sbriciolate, fatte sabbia. Duna, demonio del vento, mio indovino, indovinami.
Sahara, che un tempo fosti Everest…
*
In montagna: code di umani come al supermercato. Se la montagna
diventa accessibile, che ne è delle forze che la abitano, dell’eco che sconfigge
ogni tentativo di io, di mio?
“Ho la sensazione di aver conosciuto un miracolo, e forse non avrei potuto
vederlo questo miracolo se la sua scomparsa non ne facesse parte”, ha scritto il
poeta svizzero Maurice Chappaz. Ai suoi occhi, il Vallese era apparentato al
Tibet, “Si entra nell’Eternità senza accorgersene”. Ai suoi occhi, i morti “e il
loro infimo lampo azzurro”, sgattaiolavano dai ghiacciai: “i loro passi come
singhiozzi”.
Di questo attracco all’altro mondo, ora, cosa resta?
Via i morti, architravi del ghiacciaio, e tutto si smonta in palude.
*
Voglio vedere le mie montagne, sussurrava Segantini, morendo – le montagne, con
dote di dieci ali, già lo stavano sollevando. Altezza, in questo caso, è un modo
di accarezzare.
Svettare, cioè: abbassarsi per caricare in spalla chi ha libellule gambe.
*In copertina: Leonardo Roda, Il Cervino, parete Nord
L'articolo Svettare: per una poetica della montagna proviene da Pangea.
Ancora Emily Dickinson? Questo ho pensato – devo ammettere – quando mi sono
ritrovata davanti un altro libro della più famosa poetessa statunitense. “Più
famosa” oggi, si intende. Negli ultimi anni abbiamo infatti assistito a una
proliferazione di testi su o della “reclusa di Amherst” che in vita pubblicò
pochissimo, e non fu quasi mai compresa – basti pensare che la prima edizione
critica delle sue 1.775 poesie, a cura di Thomas H. Johnson, risale al 1955,
sessantanove anni dopo la sua morte.
Tutti pazzi per Emily, dunque: nuove traduzioni, nuove biografie, romanzi che la
vedono protagonista, diversi film, fino ad arrivare a una (terribile) serie
televisiva. Brucia un grande fuoco attorno alla sua figura. In tale contesto,
c’è chi potrebbe domandarsi, con malinconia, se tutta questa attenzione avrebbe
fatto piacere alla scrittrice solitaria, che si “auto-isolava” dal mondo
esterno. Qualcun altro, invece, con ferina curiosità, si chiede perché proprio
Dickinson sembra essere stata eretta a diventare il santino della poesia
femminile – se non addirittura femminista.
Sono domande a cui non so rispondere – non è compito mio –, ma posso dire che
questo libro (Emily Dickinson, Cinquantacinque poesie, Crocetti Editore,
2025) mette in risalto alcune caratteristiche della poetessa che sono passate in
secondo piano rispetto ad altre più decantate dalla critica. Prima di tutto, è
interessante il progetto che si cela dietro al libro: i componimenti sono stati
scelti da Jorie Graham, una delle voci poetiche più importanti e significative
dei nostri giorni. Nata a New York nel 1951, è cresciuta in Italia, a Roma.
Vincitrice del Premio Pulitzer per la poesia nel 1996, dal ’99 insegna scrittura
creativa all’Università di Harvard – ricoprendo il ruolo che fu del poeta
irlandese (e Premio Nobel) Seamus Heaney. Con i suoi versi traccia una lotta
contro la decadenza del mondo, il caos e lo smarrimento. Si è confrontata con le
poesie di Dickinson. Quelle qui raccolte rappresentano un campionario esemplare
dei motivi più rilevanti e degli aspetti stilistici principali della sua
produzione.
La cura del volume è affidata a Maria Borio, come la traduzione – affrontata
insieme a Jacob Blakesley. L’obiettivo principale: quello di “presentare una
versione quanto più autentica della scrittura poetica di Dickinson e del suo
carattere di autrice […]. Lo stile e la lingua di questa poesia testimoniano,
infatti, che D. si confrontava acutamente con le questioni intellettuali e
sociali più rilevanti della sua epoca, anzi che era all‘avanguardia, anticipando
fenomeni artistici e di pensiero del Novecento”.
Maria Borio è poeta e saggista. Dottore di ricerca in letteratura italiana
contemporanea, cura la sezione poesia di «Nuovi Argomenti». La sua ultima
silloge, Trasparenza (collana “Lyra giovani” a cura di Franco Buffoni,
Interlinea 2019) è stata tradotta negli USA. Ha scritto le monografie Satura. Da
Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La
poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).
Ha gli occhi profondi e la voce gentile. Alla presentazione del libro di
Crocetti, a Milano – in dialogo con Benedetta Centovalli e Tommaso Di Dio –, ha
affascinato gli uditori parlando della “luce oscura” di Emily, della percezione
fisica nelle sue poesie, della rivoluzione che ha creato a partire dal suo
limite. Mi sono avvicinata, mi ha permesso di porle qualche domanda.
Cinquantacinque poesie, scritte da Emily Dickinson, selezionate da Jorie Graham,
tradotte da Maria Borio e Jacob Blakesley. Credi che la poetessa statunitense
contemporanea abbia fatto da “mediatore”, attraverso la sua sensibilità, nella
selezione dei testi che più rappresentano Emily? Ritieni che la cooperazione tra
diversi attori (e tra più poeti) abbia arricchito queste traduzioni, offrendo
nuove prospettive rispetto alle versioni precedenti?
Jorie Graham ha offerto un campione di poesie che restituisce una fisionomia
autentica della poetica di Emily Dickinson, a lungo miscompresa. Non si tratta
di una poetessa vagamente misticheggiante, vergine sacrificale confinata
nella Homestead, ma di una scrittrice e intellettuale al passo con il proprio
tempo, fine osservatrice delle questioni politiche, filosofiche, teologiche e
letterarie del Rinascimento Americano, cioè quel giro di decenni in cui emergono
le voci di Emerson con Self-Reliance e Thoreau con Walden, fino a Leaves of
grass di Whitman. Lo sguardo di Emily si innerva anche di scienza, dalla
botanica alla geologia; non dimentichiamo che condivideva le teorie di Darwin e
leggeva l’«Atlantic Monthly». La sua poesia realizza una rivoluzione percettiva,
esistenziale ed ontologica. La cooperazione che è alla base della raccolta cerca
di restituire il carattere acuto e polivalente di questa rivoluzione.
Tu stessa hai sottolineato la grande attenzione che si è posta nella resa del
ritmo e nel rispetto della punteggiatura di Emily. Com’è stato adattarsi al suo
“andamento meditativo anticonvenzionale”, e all’impossibilità di riportare
sempre la rima?
La metrica degli originali reinterpreta soprattutto la tradizione dei versetti
cantati nella liturgia protestante, estranea alla poesia italiana. Ma perdere le
corrispondenze della rima non comporta la rinuncia a quelle delle assonanze e
delle consonanze e delle allitterazioni: non impedisce, cioè, di ricomporre una
specie di tessuto ritmico sinottico parallelo a quello delle versioni inglesi.
La punteggiatura, soprattutto i trattini, è il punto d’unione tra l’inglese di
Dickinson e l’italiano, grazie a cui è stato ricucito il ritmo sincopato nelle
traduzioni. Questa poesia si snoda come un discorso della coscienza, in anticipo
rispetto allo stream of consciousness del Novecento, con avanzamenti e
indietreggiamenti, in presa diretta, nel suo farsi. È il ritmo, prima che ogni
altro aspetto stilistico, che rende questi testi come fotografie di una mente in
movimento, nel suo tempo storico contingente, eppure percepita vicina,
contemporanea, anche da chi legge oggi. Il ritmo dà a questa poesia una
tangibile universalità.
Quali sono, secondo te, gli aspetti linguistici di Dickinson più difficili da
rendere in italiano?
Le espressioni ironiche. Due esempi: l’uso di “Gentlemen”, quando Emily si
rivolge a un ipotetico consesso di filosofi e scienziati che cercano di
stabilire che cosa sia la fede, e che è stato tradotto con “Lor Signori”
in “Faith” is a fine invention…; oppure, in I’m Nobody! Who are you?…,
l’espressione “the livelong June”, tradotto “tutto il santo Giugno”, che
descrive il tempo stagionale dell’assordante gracidare delle rane.
Qual è la forza di Emily Dickinson, la sua modernità? Ciò che le permette di
essere nel tempo, di resistere, anche quando i suoi versi non vengono compresi –
addirittura rovinati, storpiati?
Il ritmo, come dicevo prima, di una mente inquieta e totalmente vera – per
questo è Brain, reale e pulsante, e non l’astratta Mind –, che non scrive
soltanto per esprimere se stessa, ma per cercare di capire il mondo. La poesia
come forma di intelligenza.
L’ironia che accompagna la lirica di Emily Dickinson potrebbe essere intesa come
elemento di innovazione rispetto alla tradizione poetica a lei contemporanea?
C’è un componimento in particolare dove questi due elementi sono inseparabili, a
tuo parere?
L’ironia di Dickinson non è un espediente comico o una semplice tecnica di
straniamento. Si tratta di un modo per inclinare e affinare la visione:
un’angolatura diversa, che ci raggiunge all’improvviso, un’inversione di marcia
rispetto all’abitudine e all’ipocrisia, un’intensificazione dell’intelligenza
che cerca il fondo autentico dell’esperienza umana. Tell all the Truth, but tell
it slant…, cioè “Dì tutta la Verità, ma dilla obliqua”: non esiste un’unità di
senso, logica o scientifica, che fornisce soluzioni o regola le nostre vite in
schemi e leggi; la verità è fatta di possibilità e di domande, e spesso sta
proprio in quest’ultime, non nelle risposte. L’ironia serve a Dickinson per
interrogare.
“Sgretolarsi non è l’Atto di un istante/ […] Scivolare – è la legge del Signor
Crollo –”. Commenteresti questi versi?
Uno dei temi su cui Dickinson ritorna in modo ossessivo è la morte, il
decadimento della materia, lo sgretolarsi del qui e ora. Il pungolo
dell’esistenza che si scompone è controbilanciato da quello per l’eternità. Se
la condizione delle creature mortali è transeunte, qual è quella opposta?
L’eternità è plausibile, o è solo un’illusione che consola, come le promesse
della fede possono essere un palliativo alle ingiustizie reali? Banalmente,
Emily aveva una consuetudine quotidiana con la morte: la sua casa era vicina a
un camposanto, come in moltissime cittadine americane dell’epoca, e i lutti si
verificavano non di rado! Il tendere inevitabile della vita verso la morte, con
l’ipoteca dell’eternità che attende al varco, la attira e la snerva: abituata a
interrogare qualsiasi fenomeno, lo sgretolamento fisiologico e processuale (“non
è l’Atto di un istante”) del corpo coincide, per lei, con la terribile
dissoluzione della capacità di pensare, di avere una coscienza, che spera invece
possa perpetuarsi. Il nostro decadimento è irreversibile, perciò è una “legge”,
ma Dickinson sa affrontarlo con ironia e, infatti, “Crashe’s law” è stato
tradotto con “legge del Signor Crollo”. Anche il tremendo decadimento è posto al
vaglio di un’interrogazione.
Possiamo dire che la poesia, per Emily Dickinson, è lo strumento che occorre per
interrogare i rapporti tra le cose – e se stessa. Da poeta, tu condividi questa
visione?
Sì. La poesia è una forma di pensiero che, interrogando, esprime una creazione e
decreazione continua di rapporti.
Ti sei occupata, tra i tuoi studi, di Eugenio Montale. Nell’Introduzione al
volume di Crocetti scrivi che “se Montale avesse dato meno peso alla religione
nell’opera di Dickinson, forse si sarebbe accorto che alcuni aspetti della
propria poetica lo accomunavano a quest’autrice”. Dove hai individuato
maggiormente questi aspetti?
Montale aveva una visione del mondo atea ed esistenzialista. Ma la sua poesia è
anche una poesia di pensiero, come quella di Valéry. Spesso ha un tono
filosofico. Non chiederci la parola…, negli Ossi di seppia, termina in questo
modo: “questo solo possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”,
cioè condensa in una chiusa quasi epigrammatica una dichiarazione sull’esistenza
umana, una dichiarazione che è metafisica, asserisce una verità. La prospettiva
metafisica non è, però, astratta, incorporea, ma radicata nelle dinamiche
complesse della coscienza. Per il legame viscerale e sensuoso tra coscienza e
metafisica, Montale è vicino a Dickinson.
Credo che tradurre un poeta comporti il fatto di passarci insieme molto tempo.
“Abitare” il suo linguaggio – verbo a Emily tanto caro. Posso chiederti quali
sensazioni o emozioni sono sorte in te durante, o dopo, questa esperienza? Emily
Dickinson ha in qualche misura influenzato anche il tuo modo di guardare alla
realtà?
Ho imparato qualcosa di paradossale: l’arte di non prendersi sul serio. Non si
tratta di irresponsabilità o superficialità, anzi, proprio l’opposto. Fino a
quando ci ostiniamo a prendere estremamente sul serio quello che facciamo, con
caparbietà, per quanto genuina, restiamo confinati in noi stessi, chiusi
nell’ego. Allentando la tensione, con una curvatura ironica e un’accettazione
del perdono, anche scegliendo di affrontare le cose con un impeto tragico, forse
potremo riuscire a vederci come ci può vedere un altro, ad abitare lo spazio
dell’altro, ad essere più autentici. Il tuo peggior nemico è te stesso.
Anna Taravella
**
657
Io abito nella Possibilità –
Una Casa più bella della Prosa –
Più abbondante di Finestre –
Più ricca di Porte –
Di Camere come Cedri –
Inespugnabili dall’Occhio –
E come Tetto Eterno
Le volte del Cielo –
Di Visitatori – i più belli –
Per il Lavorìo – Questo –
Dispiegare ampio delle mie strette Mani
A raccogliere il Paradiso –
*
1129
Di’ tutta la Verità ma dilla obliqua –
Il successo sta in un Circuito
Troppo brillante per la nostra debole Delizia
La sorpresa stupenda della Verità
Come il Fulmine che per i Bambini si attenua
Con spiegazioni soavi
La Verità deve abbagliare gradualmente
O tutti sarebbero ciechi –
*
599
C’è un dolore – così totale –
Che ingoia l’Essere –
Poi copre l’Abisso con lo Stordimento –
Così la Memoria può passarci
Intorno – Attraverso – Sopra –
Come chi in un Delirio –
Vada sicuro – un occhio aperto –
Lo farebbe cadere – Osso dopo Osso –
*
997
Sgretolarsi non è l’Atto di un istante
Una pausa fondamentale,
I processi di Disgregazione
Sono Decadimenti organizzati –
Prima c’è una Ragnatela sull’Anima
Una Pellicina di Polvere
Un Tarlo nell’Asse
Una Ruggine Primaria –
La Rovina è accurata – il lavorio del Diavolo
Consequenziale e lento –
Perdersi in un istante, nessun uomo l’ha fatto
Scivolare – è la legge del Signor Crollo –
*
258
C’è un certo Taglio di luce,
Pomeriggi d’Inverno –
Che opprime, come la Gravità
Delle Melodie da Cattedrali –
Una Ferita celeste, ci procura –
Noi non troviamo la cicatrice,
Ma un’intima differenza,
Dove è ciò che conta –
Nessuno può insegnarla – Nessuno –
È il Sigillo della Disperazione –
Un’afflizione imperiale
Mandata a noi dall’Aria –
Quando arriva, il Paesaggio ascolta –
Le Ombre – trattengono il respiro –
Quando se ne va, è come la Distanza
Negli occhi della Morte –
*
642
Bandire – Me da Me stessa –
Ne avessi l’Arte –
La mia Fortezza invincibile
Da Ogni Cuore –
Ma poiché Io stessa – Mi assalto –
Come potrei aver pace
Se non soggiogando
La Coscienza?
E poiché Noi due siamo Re l’una per l’altra
Come potrebbe essere
Se non Abdicando –
Me – da Me?
Da Emily Dickinson, Cinquantacinque poesie, tr. it. di Maria Borio e Jacob
Blakesley, Crocetti, 2025
L'articolo “Bandire – Me da Me stessa”. In onore di Emily Dickinson. Dialogo con
Maria Borio proviene da Pangea.