Circostanze varie mi stanno obbligando a riaprire vecchi faldoni di lettere,
manoscritti, materiali letterari vari, così una polvere di riflessioni, più o
meno fastidiosa, si solleva. Vale la pena provare a raccoglierla sulla pagina?
Sebbene il buon senso lo preventivasse, ci si stupisce sempre di quanto si
perda, in termini di energia, di intelligenza, di affetti, di intuizioni, di
possibilità, di umori, quando le vicende letterarie diventano saggi, narrazioni
più o meno accurate, persino approfondimenti specialistici, infine retrospettive
conchiuse. Solo per i classici, passato il tempo necessario, forse si arriva a
un’analisi più capillare, ed è normale che sia così. Altre ricerche accurate,
quand’anche ce ne fossero, finiscono negli archivi delle accademie. S’impone,
per inerzia, sempre un racconto semplificatorio, con un alto grado di
mistificazione. (Ogni tanto levo lo sguardo agli scaffali sopra la scrivania,
verso i volumi della Letteratura di Marzorati, con interi tomi dedicati ai
“minori”. Oggi l’impresa sarebbe impossibile).
Non ci sono alternative alla giustizia sommaria. Si auspica che il grado di
approssimazione ai fatti sia sempre più preciso, ma si fa quel che si può, anche
perché non siamo più una civiltà di corte: la nostra è la società di massa, in
cui tutti scrivono e pochi leggono. E il “sottobosco” letterario, fertilissimo,
resta indistinto, alluso, omesso.
Prima di ammazzare con una fotografia un periodo storico, anche quello
poeticamente meno significativo, la letteratura è stata però vivissima. I suoi
protagonisti erano pimpanti, animati da passioni, attraversati da tensioni,
guidati da progetti e ideali che, per esempio, quando si riaprono gli
epistolari, si colgono vividamente. (Non sono esperto di carteggi, ma fra quelli
letti il mio preferito è Eusebio e Trabucco, fra Montale e Contini, curato da
Isella per Adelphi).
Di tanto in tanto, ce ne accorgiamo, ci sono eruzioni che testimoniano le
energie telluriche delle vicende letterarie: dibattiti, stroncature, polemiche.
Ma questi fuochi fatui rischiano di non rendere ragione del magma soggiacente,
che modella il territorio in segreto.
Pensiamo al caso delle riviste. Restiamo anzitutto a quelle cartacee, alla
situazione prima dell’esplosione del web. A fine Novecento e nel primo decennio
del Duemila erano centinaia (lo sono ancora, ma sono superate dalle offerte
online). Solo alcune verranno ricordate: anzitutto quelle legate ai maggiori
centri di potere, con sostegni economici, garanzie di visibilità, per natura
inserite nel circuito letterario maggiore. Ma come ben sappiamo le novità spesso
nascono dalle pagine più militanti, che circolano in modo carbonaro. Quale
criterio fa giungere nelle mani di uno studioso attento a queste fonti una
rivista piuttosto che un’altra? Negli anni della giovinezza, ho sentito parlare
di talune riviste come di esperienze segrete e dirompenti. Quando le ho avute
tra le mani, mi sono sembrate ben poca cosa (e spiegherò a breve perché).
La storia è scritta dai vincitori, si sa. Quindi chi ha il merito di imporsi
sulla scena dà lustro anche ai fascicoli su cui ha esordito. Eppure, mentre mi
documentavo su “Niebo” o “Scarto minimo” o “Braci”, giusto per proporre qualche
esempio, non di rado trovavo articoli più interessanti su riviste di cui oggi
nessuno si rammenta. Sia chiaro, non è mio intento sminuire l’esperienza dei
periodici citati, di cui nemmeno mi considero esperto. Testimonio i vicoli
ciechi, le vie che si perdono nel nulla, i cortocircuiti della memoria. Le
logiche della selezione, la legge cinica dell’economia. Le potenzialità che non
sono state intercettate e sviluppate.
I protagonisti di tali e di altre riviste erano animati, dicevamo, da passioni e
ideali, da tensioni e persino da insofferenze: poteva essere diversamente?
Eppure, ecco il punto che spiega la mia delusione, ben poco in quelle pagine
emergeva in modo limpido. Direi, anzi, che solo una parte minima si traduceva
nel meticoloso lavoro di cui si nutre la riflessione letteraria. Immagino che
nelle riunioni redazionali i dibattiti fossero accesi, ma spesso nelle riviste
comparivano solo testi poetici e qualche spunto teorico, magari un po’ fumoso.
Raramente, qualche lettura critica, per lo più di apprezzamento verso un
“maestro”. È la logica, comprensibile, di ogni vicenda “giovanile”. Ma tale
logica mi pare deficitaria. Perché in quelle falde non si sedimentavano in modo
palese i contrasti poetici, che sono il lievito di una cultura letteraria?
Quando si riaprono certe lettere o si ripensano a certi discorsi con determinati
autori, le correnti soffiano, i fastidi emergono, le simpatie zampillano. Poi,
però, tutto sommato, la carta non canta mai. E la letteratura, il pensiero
letterario profondo, non si fa con le battute di Ungaretti su Montale (secondo
il primo, un “poeta di merda”), non si fa con gli epigrammi di Pasolini su
Luzi. Quel poco che filtra dagli umori dei poeti vivi, quando non si limita ad
allietare i noiosi studi accademici, rischia di generare ulteriori
semplificazioni ed equivoci. Carmelo Bene che stronca in diretta televisiva
Giovanni Raboni per le sue Canzonette mortali è l’icona di un’occasione perduta.
Due giganti contrapposti, capaci comunque di riconoscere la reciproca grandezza.
Forse la battuta di Bene era anche questo, il segno di una stima, la delusione
rispetto a un percorso nuovo. E il silenzio di Raboni era il sintomo di uno
smacco oppure la riprova di una consapevolezza aristocratica? Fine del tempo
concesso alle trasmissioni: resteremo con le domande in sospeso.
Sto cercando di mettere in luce l’elemento reattivo, agonistico, che racconta di
una “società letteraria” viva, pronta a scattare in modo anche imprevisto
rispetto agli eventi e a dribblare le previsioni: quella società ideale (ma non
da idealizzare, e forse mai veramente esistita) di cui oggi ci si lamenta
sempre, quando per esempio, come è capitato recentemente a Loredana Lipperini,
si torna sull’assenza e sull’inutilità delle recensioni sempre positive (Le
recensioni letterarie in Italia stanno diventando inutili, Lucy sulla cultura,
online).
È sulla spinta di tale motore che, alla fine del secolo scorso, avevo dato vita
all’esperienza della rivista “Atelier”. Già nel 1996 si percepiva come
l’orizzonte fosse piatto, atomizzato. Sbuca, tra i miei archivi, una lettera di
Giancarlo Pontiggia, datata 27 gennaio 1998: “sono già tre numeri di ‘Atelier’
che ho ricevuto, e debbo dire non solo con piacere, ma anche con un certo senso
di stupore, di felice e progressivo stupore se così mi è permesso esprimermi,
perché la rivista sembra come uscita miracolosamente da un vuoto di anni
criticamente desolanti (per non dire altro)”. Finché l’ho diretta (dicembre
2013, n. 72), ho cercato di mantenere viva tale forza propulsiva, ma, come è
facile intuire, muoversi controcorrente non è stato agevole. Non lo è stato
anzitutto all’interno della redazione, che non si è mai identificata in una
poetica comune, in una visione univoca, ma già in sé stessa sperimentava la
tensione ideale condivisa a vantaggio della crescita di ciascuno. All’esterno,
liquidare ogni polemica senza entrare nel merito era fin troppo facile. La
prassi era consolidata da decenni: ogni voce dissonante si leva solo per
interessi personali e i bollori della giovinezza lasciano il tempo che trovano,
quindi va ignorata. Ma il punto è che, sulle pagine di “Atelier”, si è compiuto
un lavoro certosino e curato, nei limiti delle capacità.
Prendiamo ad esempio il caso De Angelis. Già all’epoca – era chiaro a tutti – si
trattava del nostro maggiore poeta. La sua grandezza non era in discussione.
Scrissi, con la stima e persino l’ammirazione che provavo nei suoi confronti, un
saggio, che tuttavia entrava nelle pieghe controverse della sua opera e
sollevava perplessità sugli ultimi esiti. Ho tentato di compiere un lavoro
filologicamente corretto. Non ho mancato di coraggio nel tirare le somme. Il
risultato? Un evidente imbarazzo da parte di molti coetanei, ammirazione da
parte di studiosi non poeti (e quindi meno impelagati nelle “buone maniere”
prescritte nei rapporti fra scrittori), un disagio generale. De Angelis mi
rispose in modo lapidario: mi scrisse che riteneva il mio studio un approccio
sbagliato alla poesia e, sul piano personale, un’offesa. Avevo peccato di lesa
maestà. Gli risposi, a quel punto, in modo altrettanto lapidario, citando due
suoi passaggi in versi: “Chi soffre non è profondo” e “La vittoria è di chi/
dedica e dimentica”. Ma perché non entrare nel merito? In che cosa il mio
approccio letterario era sbagliato in partenza? Quali argomenti andavano
falsificati, anziché rigettati autoritariamente? L’innesco per il confronto era
apparecchiato, bastava entrare nel merito, se non da parte del poeta, attraverso
l’intervento degli studiosi interessati, a cominciare da quelli in disaccordo
rispetto al giudizio espresso. Non è proprio su quella soglia che comincia il
pensiero? Non è la discussione sui testi l’atto fondativo di una società
letteraria? Ma era solo il 2000 e De Angelis era già De Angelis, mentre io non
ero ancora nemmeno Andrea Temporelli. (Il che si traduce così: se un giovanotto
si permette di criticare, lo fa solo per darsi un tono, per ansia di
identificazione. E il sottinteso è: se si vuole fare carriera, occorre stare
attenti a chi si infastidisce e lusingare piuttosto chi può risultare utile. Ma
esplicito strategie note a chiunque, anche in ambiti diversi dalla letteratura).
Ho citato solo uno degli svariati episodi che hanno generato diffidenza e
imbarazzi. Potrei raccontare come persino nella duplice direzione della rivista
i conflitti erano all’ordine del giorno. Ma se padri e figli non discutono,
significa che i padri sono narcisisti e i figli debosciati. Così “Atelier” ha
lavorato per anni alla luce di questa tensione, finché non si sono aperte
divergenze insormontabili o la vita non ha imposto altri percorsi. Anche
all’esterno del gruppo, appena mi capitava di incontrare un autore su cui avevo
sollevato dubbi, non ho mai avuto remore nel presentarmi e offrire la mano,
proprio perché l’espressione di un’opinione è un punto di partenza per un
confronto reale, non ipocrita.
Ma le logiche che si impongono sono altre, lo sappiamo. I poeti preferiscono
esprimere giudizi in camera caritatis, oppure sbottano solo quando si sentono
protetti all’interno di una consorteria già ben posizionata rispetto alle altre.
O, ancora, si attende che maturino i tempi, così da giudicare un morto o, al
più, un moribondo che non è più in grado di mettere i bastoni tra le ruote.
Se di tanto in tanto esplode, giornalisticamente, qualche polemica, se non è una
piccola bega di quartiere, resterà comunque un’eruzione estemporanea, uno spreco
di fuochi d’artificio, una valvola di sfogo che fischia mentre già si spegne il
fornello. Conta di più il costante lavorio sotterraneo, l’omertà, l’ipocrisia,
il rancore, la disillusione, l’inettitudine, la remissività, l’opportunismo,
l’autocensura, la delegittimazione dell’avversario e, per chi ha il potere,
persino la damnatio memoriae. Sono questi i valori che stanno disegnando il
paesaggio della nostra letteratura?
Degli aneddoti citati mi ero persino dimenticato. Sono lontani, non mi
riguardano più. Ma mi tornano congeniali per rendere ragione di un problema che
trovo enucleato anche nel recente volume di Matteo Marchesini, Cos’è la poesia
contemporanea in Italia. Dal Novecento a oggi (Castelvecchi). Basta la citazione
riportata in quarta di copertina: “Pasolini e Sanguineti avevano una lingua
comune in cui litigare; le generazioni successive, fino a noi, no. Di questa
condizione nessuno ha colpa; ma colpevole è fingere di non vederla”. Perché, in
effetti, stagioni di memorabili litigi ce ne sono state: ora, invece, nessuna
disputa costruttiva pare più possibile. Dove si è perso il fuoco della
controversia, che alimentava la letteratura? Non è solo questione di linguaggio,
di ideologie. La società è cambiata radicalmente. C’è un mutamento antropologico
di cui prendere atto. Siamo sempre tutti troppo soli e fragili per tenere la
schiena dritta e osare. Siamo rassegnati.
Così Marchesini:
> “L’assenza di dibattito è causa e conseguenza di un fatto che è tanto negato
> quanto palese: non esiste più un’élite attendibile di ‘addetti ai lavori’. In
> genere, oggi i cosiddetti lettori comuni sono più intelligenti dei tipi
> clericali che gravitano intorno al milieu letterario e poetico”.
E chi è stato improvvidamente consacrato dal pensiero dominante del momento si
sente legittimato a ignorare chiunque rifiuti la complicità culturale di fondo:
“ci si basa”, prosegue Marchesini, “su un finto ecumenismo di cordata, su
un’aura d’essai attribuita dal chiacchiericcio di un milieu che non sa
riconoscere il proprio conformismo di idee ricevute: così vedi cultori della
neoavanguardia sdilinquirsi per i testi più vaporosamente bigongiareschi di De
Angelis, o antisentimentalisti ai quali basta l’evocazione del QR Code per
assolvere il grezzo sentimentalismo di Magrelli, e la sua idea banalmente
giornalistica dell’attualità”.
Non concordo pienamente con le analisi di Marchesini. Tra le righe, suppongo si
riferisca anche a me quando parla di un eccessivo ecumenismo (ho da poco
licenziato un “catalogo semiserio” con centinaia di poeti, con intenti che però
non sono compresi nelle sue allusioni, posto che davvero mi riguardino. Si
leggano le pagine in cui dà per esempio spazio, e quindi elegge, ciò che
semplicemente ha raggiunto la sua cassetta delle lettere: dovrebbe funzionare
così?). Ma parto dalle sue medesime constatazioni. La caduta delle élite non va
rimpianta, sebbene dalla democratura attuale occorrerebbe risollevarsi. E come?
Rieccoci al punto. Attraverso il dibattito culturale: si avverte la necessità
della concertazione dei diversi punti di vista che permettano la scoperta, di
volta in volta, di voci autorevoli (non autoritarie), di giudizi illuminanti, di
prese di posizione gravide di prospettive. Come a dire: mentre siamo
interconnessi, ognuno in realtà è una monade, un cavernicolo postmoderno, il
produttore e insieme il consumatore di una letteratura e di un canone
prêt-à-porter, che ci si sforza di piegare a propria misura.
Nessuno rimpiange la società aristocratica di un tempo e nemmeno si vuol far
passare surrettiziamente l’idea che il dissenso rispetto al pensiero dominante
sia di per sé prova di verità. Si soffre la mancanza di volontà di costruire,
più che una lingua condivisa, una disponibilità e un’apertura mentale, un
desiderio di attrito con l’altro, affinché le controversie letterarie, anziché
elidersi a vicenda, si sostengano reciprocamente. Mancano anche i luoghi in cui
il confronto letterario possa svolgersi (la piazza del web è troppo esposta
oppure troppo personalizzata; gli editori non hanno più prestigio; gli eventi
culturali sono ben perimetrati per consolidare le “buone maniere” di cui si è
detto; e così via). Ma prima dei luoghi occorre la volontà. I luoghi si
inventano, come fu per me quando poco più che ventenne ideai “Atelier”, nel
cuore della provincia. E il fatto che la rivista raggiungesse comunque un
cospicuo numero di lettori importanti (venivano inviate cinquecento copie
gratuitamente a poeti, scrittori, critici, ecc., in tutta Italia; fu per esempio
Giovanni Giudici a dirottare verso di noi Riccardo Ielmini) dimostra che il
desiderio e l’impegno contano più del punto di partenza.
Ma se non esiste una soluzione al problema, che valore ha questa polvere di
riflessioni che si deposita sulla pagina? Si tratta dell’ennesima lamentazione?
Mi auspico di no. Preferirei parlare quantomeno di testimonianza, se non di un
tacito appello. Se non si possono innescare soluzioni strutturali (nessuno ne ha
il potere), individualmente si può decidere di assumere una postura diversa.
Sarebbe il trapianto di una cellula staminale capace forse di rigenerare almeno
in parte il tessuto della fantomatica società letteraria che non si compirà mai,
ma che portiamo dentro di noi come un’utopia che ci autorizza a tentare
l’impresa. Una cellula staminale: ecco che cosa voleva essere l’opera comune. È
forse un’ipotesi realizzabile solo negli anni della giovinezza, quando ancora le
differenze stilistiche e le vicende della vita non impongono la dedizione a un
numero ristretto di compagni di viaggio, se non una solitudine marcata.
In fondo, si tratterebbe solo di eliminare dalla mente la colonna, più o meno
segreta, in cui si annotano i “nemici” (com’era il titolo di
Giudici? L’intelligenza col nemico…). Questo sì che sarebbe un cambiamento di
stile rivoluzionario. Non un trucco sulla pagina, ma un clic che scatta prima di
piegarsi sull’opera.
A meno che esista anche una visione davvero pacificata della letteratura, questa
sì sospettosamente ecumenica, in cui tutto va bene così com’è. Ne dubito. Il
rispetto della diversità non è tolleranza passiva, non è suddivisione di spazi e
creazione di barriere. La letteratura non è un giardino artificioso. La parola è
abbraccio, fecondazione, irrobustimento dei geni attraverso la commistione: chi
si accoppia solo tra consanguinei apparecchia la propria estinzione. Non è,
questa, una legge della vita?
E allora, queste riflessioni, magari davvero fastidiose come polvere, siano
dedicate ai giovani trascinati dalle passioni fino al punto di infrangere i tabù
che hanno invece soffocato, in tanti che li hanno preceduti, l’amore che premeva
e non ha trovato modo di esprimersi. Per quel che riguarda me, preparo i faldoni
per il falò con cui benedire anche la dimenticanza.
Andrea Temporelli
*In copertina: George Wesley Bellows, Stag at Sharkey’s, 1909
L'articolo Chi soffre non è profondo. Una visione agonistica della letteratura
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Gliel’ho detto così, brutale, a bruciapelo. Il tuo libro non mi è piaciuto.
Sembrava saperlo. Sembra sapere tutto. Sembrava sollevato. Poi ho capito
qualcosa – che dirò più tardi.
Con La Repubblica italiana dei poeti – Edizioni Industria & Letteratura, 2025 –
Andrea Temporelli tenta di costruire un orizzonte per comprendere la poesia
italiana contemporanea. Lo fa consapevole del frainteso, per un bene più grande,
a mo’ di lascito. Più che la costruzione di un nuovo canone, mi pare la sua
disfatta – qualcosa di simile all’Uranometria di Johann Bayer, dove gli ammassi
stellari possono sembrare draghi, pellicani ed eroi omerici fuori tempo, oppure
meri emblemi del nostro disorientamento. In sostanza, Temporelli passa in
rassegna oltre seicento poeti. Neppure troppi, se si pensa che Pier Vincenzo
Mengaldo, nel ’78, ne ha riferiti, a rappresentare i Poeti italiani del
Novecento, una cinquantina – non tutti indimenticabili –; un numero che è
andato, con lo svolgersi dei decenni, drammaticamente levitando.
La Repubblica italiana dei poeti – io propendo ancora per la “Dittatura
dell’unico” – è costruita a contrario rispetto a una comune antologia. Dopo aver
impilato i poeti di cui occorre “leggere tutto”, “tutto o quasi”, “tutto o quel
che si può” (il che è tutto risolto a pagina 28), l’autore si impegna – per le
successive duecento e passa pagine – a dar conto degli esclusi. Questa porzione
del libro s’intitola La cura degli assenti; non è secondario ricordare – a dire
della mente simbolica dell’autore, nel senso che tiene assieme tutto – che
quello è anche il titolo di una recente poesia di Temporelli (il quale, per buon
gusto – anzi, con alta malizia –, non si auto-antologizza), apparsa su un numero
di “Poesia” (n.31, Maggio-Giugno 2025). Ne ricalco alcuni lacerti, i più belli:
> “La neve invece
> prepara il fango, l’usura del gelo, il silenzio
> ingoiato per fame, vera fame. […]
> L’osso scartato dai cani
> è la prima idea del mattino”.
Nel circuito di queste parole – la neve e la fame, l’osso, il mattino, i cani –
si trova forse la chiave per comprendere La Repubblica dei poeti.
Smetto di cianciare.
Il lavoro di Temporelli è folle: richiede la mente di Cartesio in un corpo
dionisiaco. La danza, selvaggia, pretende, perché la profezia si avveri, di
polverizzare tutto: così un figlio s’india nel padre e il padre può smettere di
essere padre, ma acqua, mano, neve.
La Repubblica italiana dei poeti, attaccavo, è un libro che non mi piace. Ovvio:
la vertigine dei nomi – legionedirebbe l’evangelista – fa svenire, fa venir
voglia di consacrarsi ad altro. Ma sarebbe sbagliato perché ogni singola vita –
insegna l’autore o la sua ombra – va benedetta. Non mi piace, dicevo, perché ho
avuto il privilegio di scorrazzare nella savana di “Atelier”, la rivista ideata
da Marco Merlin – l’altro lato di Andrea Temporelli, il suo idolo – trent’anni
fa e da lui diretta fino al 2013. A quell’epoca – di cui potete leggere tutto –,
era già tutto chiaro, con furia lungimirante, ad alto grado di ebbrezza: la fine
dei ‘maestri’, l’implosione di ogni ordine di autorevolezza (ergo: pubblicare
per ‘Lo Specchio’ Mondadori equivale a stampare per l’editore-artigiano sotto
casa), la latitanza da ogni orizzonte di gloria, il brigantaggio del linguaggio,
la critica spettrale, atta a certificare la lebbra, la morte-in-vita. Alla
letteratura, appunto – con le sue stole, le moine, i premi, il delirio
patologico dell’egotismo – preferimmo la vita. Per intenderci, così scriveva
Marco Merlin nell’editoriale di “Atelier” del marzo 2004:
> “La nostra parte ci è chiara. Quello che spetta a noi è stare, verticali,
> dentro il nostro respiro, smemorati del nostro nome, aperti a tutto, senza
> privilegio alcuno da difendere. Ma anche senza la paura di testimoniare le
> passioni che ci animano e di soffiare sull’orizzonte, per vedere se qualche
> zolla comincia a bruciare”.
Ho conosciuto Marco Merlin attorno a un editoriale dal titolo che ancora brucia,
“Militare più che militante”. Era il 2001. Quegli editoriali (dai
titoli-emblema: “Siamo poeti o giullari?”; “Fine del Novecento”; “Lo scisma
della poesia”; “La poesia è una marchetta”; “Liberarsi dalla letteratura”), che
costituiscono una delle audacie più pure e più folli della poesia recente, sono
stati poi raccolti in un libro, Smarcamenti, affondi e fughe(Giuliano Ladolfi
Editore, 2016). L’autore di quel libro risulta essere Andrea Temporelli – in
realtà è Marco Merlin. Andrea Temporelli – che ho chiamato al dialogo – ha
inglobato e divorato Marco Merlin, maestro di cui sono ormai orfano.
Ricalco alcune frasi – come sempre di miliare potenza, che istigano a un compito
– con cui Temporelli chiude La Repubblica dei poeti. “La competizione, semmai, è
crescere verticali su sé stessi per raccogliere più luce”; “Riconosciamo nel
dissenso e nella diversità di vedute l’unica opportunità sensata e interessante
per superare la palude contemporanea. Il nemico leale sarà il vero maestro, la
pietra per saggiare e rafforzare il talento”.
Ora ho capito – dicevo al principio. La ridda di nomi serve per disfarsene – per
disfarsi, soprattutto, del proprio sguardo ‘critico’, del proprio io. Un
ritornare puri dopo la puritana guerra. Sporchi, luridi – ma vivi.
Andrea Temporelli ha scelto il deserto – che lo dica bosco è lo stesso. Lo
chiamerò Ismaele. Il figlio di Abramo “abitò nel deserto e divenne un arciere”
(Gn 21, 20). Arciere in ebraico si dice qashshath, parola che viene usata
soltanto una volta in tutto il Testo, per onorare Ismaele. Il figlio sinistro ha
destrezza nell’arco, non si fa addestrare dalla trafila del Patto. Alla Terra
Promessa preferisce il Nessundove dei rettili e dei cavalli rudi, dal pelo
ispido, le dune e le tende al giardino del tempio. Mi viene in mente il bel
libro di Octavio Paz, L’arco e la lira – ma lì si parlava di Apollo. Chissà se
il dardo sibila in endecasillabi prima di avverarsi nella preda. Parole,
parole.
Immagino Temporelli, di spalle, l’arco a tracolla – ed è tutto.
Andrea Temporelli: che fine ha fatto Marco Merlin?
Finalmente si è tolto dalle scatole. Me lo sono divorato e sbocconcellato fino
all’ultimo brandello e ora, dopo una bella dieta dimagrante, posso scattare
senza ingombri oltre il suo territorio limitato. Averlo fatto fuori, mi
permetterà di scrivere, disinibito, lasciando ad altri la teoria e il lavoro
critico. Temo solo che qualcuno voglia fare pagare a me i suoi debiti. Ma, si
sappia, non ci penso nemmeno. Mi chiedo, divertito, quanto tempo gli altri ci
metteranno a capire che non c’è più.
Che rapporto c’è tra “L’opera comune” e “La Repubblica italiana dei poeti”?
Idealmente, sono due meravigliosi fallimenti concentrici. Il primo, entro il
raggio ristretto dell’amicizia; il secondo, con un raggio quasi illimitato che
rilancia in una dimensione politica la medesima utopia.
Che rapporto c’è, nel tuo ‘metodo’ poetico – dunque, esistenziale – tra il
deserto che ti sei scavato e la massa di poeti – una schiera, una falange, una
squadriglia – che hai scovato?
Non lo so. Era una domanda da porre a quell’altro, che non c’è più. Io non
possiedo il metodo, semmai ne sono posseduto e solo dall’esterno qualcuno potrà
descriverlo. Per me la massa è il deserto.
I maestri sono scimmie ammaestrate che desiderano portaborse, l’autorevolezza
editoriale è defunta da un pezzo, gli editori ‘di peso’ equivalgono ai pesi
piuma. In questo spazio – che dura da più di un ventennio – di libertà assoluta,
che senso ha rifondare un canone, perimetrare un ‘orizzonte’?
Tutta la vicenda umana consiste nell’innalzare castelli di ghiaccio nel deserto!
Lo si fa per obbedienza a un senso di bellezza, alla bellezza di un senso che ci
sfugge. Detto questo, tu lo sai bene e lo hai spiegato: si fa l’appello per lo
sterminio della vanità, per attraversare il fuoco dell’opera (nostra, altrui,
comune) che ci travalica, che diventa dono. Di maestri non ne ho più bisogno,
ormai. Ma non fraintendermi: preferirei averne ancora desiderio, significherebbe
essere ancora giovani e aperti a molteplici sviluppi. Alla mia età, però,
sarebbe patologico insistere a cercare “padri”. Quelli che si sono presentati
come tali, erano padrini incapaci di riconoscere e difendere la profezia degli
eventuali figli e, dunque, non c’è stato reciproco riconoscimento. Hanno
preferito, come indichi nella domanda, la gratificazione immediata del
rispecchiamento. Si sono bruciati da soli, in tal senso. E sono fiducioso: la
loro eredità, per fortuna, andrà perduta. La loro autoconsacrazione nel canone
non ha fondamento. Io, con questo libro, rimetto idealmente tutto in
discussione. I conti con la tradizione, vivaddio, sono sempre aperti, e lo
sguardo determinante è quello dei posteri, degli alieni che equivocheranno,
rimedieranno, rimuoveranno secondo la loro logica, non secondo quella di chi li
ha preceduti.
Lui è Andrea Temporelli o Marco Merlin?
Nella tua “Repubblica” pare che la quantità abbia soppiantato la qualità. Mentre
il secolo scorso si può riassumere entro una piramide di nomi e di dicotomie
(Pascoli/D’Annunzio; Ungaretti/Montale/Svevo; Luzi/Zanzotto/Sereni/Caproni etc.,
con singolarità satellitari – es. Campana, Sbarbaro, Rosselli, Bertolucci,
Pasolini, Pozzi…) l’oggi è l’assembramento di centinaia. Il poeta è detronizzato
dallo storicismo, dall’orizzontalità dilagante, da una analfabeta
alfabetizzazione? Cosa?
Siamo passati dall’umanesimo aristocratico, con i suoi pregi e difetti, alla
democratura dell’individualismo capitalistico. Ma la rete si sta formando: i
nodi strategici si rafforzeranno, le cricche saranno poste ai margini, la
coscienza generale lascerà emergere le nuove strutture, e anche la matassa ora
apparentemente indistricabile in cui ognuno pare avere il diritto di
autorealizzarsi (in qualsiasi pratica sociale o forma d’arte) avrà una sua
figura riconoscibile. Manca qualcuno, nel mio catalogo? Indubbiamente. Tu
aggiungeresti, mi hai detto, Ivano Fermini, io Sonia Gentili e, forse, Ugo
Magnanti e Domenico Segna; ma anche qualche decina di nomi ulteriori non
smuoverebbe la massa critica di oltre seicento autori (selezionati!). Per questo
la fotografia del panorama resta complessivamente credibile e, adesso che il
perimetro è ragionevolmente chiuso, si potrà anche eleggere i pochi che
veramente svettano – spiegando perché, rendendo ragione, insomma, di tutti gli
altri. Questo è l’intento del libro. Se poi si vorrà ammettere che non svetta
nessuno, che abbiamo tante colline e che in generale la produzione poetica è
buona (una visione ottimistica e inclusiva), sia pure. Saremo un’epoca di
produzione di massa da cui prendere, di volta in volta, esempi a capriccio. Per
quel che riguarda me, invece, arriverei a dire che i poeti che mi interessano e
che continuerò a seguire sono pochissimi. Due mani per contarli basteranno.
Che rapporto c’è, cioè, tra il singolare talento di un poeta e la ‘comunità’ dei
poeti?
Vedo che fatichi anche tu a ricordarti che Marco Merlin non c’è più. È una
domanda a cui lui avrebbe saputo rispondere. Non a caso, la Repubblica italiana
dei poeti non è un suo libro, perché non ha metodo e uniformità di sguardo
critico. È il bolo fermentante, il rigurgito con cui ho digerito ciò che lui
avrebbe voluto apparecchiare con perizia tecnica. Perdonerai l’immagine
infelice, che però coglie nel segno.
Che differenza c’è, cioè, tra generosità ed ecumenismo, tra dottrina e
indottrinamento?
Non lo so. Umanamente e intellettualmente, mi addestro alla generosità, con
risultati alterni. L’ecumenismo e l’indottrinamento spettano a chi ha qualche
idea da imporre agli altri. Magari qualche poetica. Io invece non ne ho. Non a
caso, nel libro non escludo nessuna ipotesi di poesia, nessun orientamento
specifico.
In un recente incontro, hai usato la parola ‘benedire’. Spiegami: cosa significa
nel contesto della tua ricerca?
Benedire significa dire bene. Pronunciare un nome in modo che il chiamato si
senta compreso, rispettato, amato. Significa riconoscere l’alterità. Anche
quando si convoca l’altro per una responsabilità, per chiedere di rispondere a
qualcosa che ha che fare con la relazione. Occorre benedire ogni poeta, e
benedire ogni epoca. Anche la propria, che è sempre così facile da disprezzare.
La poesia all’epoca dell’Intelligenza Artificiale: che senso ha? Che poeta
verrà?
Non lo so. Ma sono molto curioso. Penso che mi troverò a mio agio nella
strategia della continua evoluzione di pensiero e di stile. L’IA è il terreno in
cui coltivare la Maniera. L’arte sopravvivrà in forme più selvatiche. L’errore,
l’imperfezione, lo scatto qualitativo imprevisto rispetto al sistema saranno le
stimmate della verità poetica. E l’errore evolutivo, lo scarto, ogni forma di
smarcamento hanno a che fare con l’emozione, che resta supporto
dell’intelligenza umana, come ha dimostrato Damasio.
Ma chissà, staremo a vedere.
Mi pare che la poesia abbia perso premura di profezia, è così orientata al tempo
presente da perderlo di vista. Sbaglio, sono un qualunquista?
Ciò che è davvero presente, pre-sente. Ma molti poeti, hai ragione, non sono
presenti a sé stessi, perché si fissano nello specchio, anziché guardare la
scena in cui sono essi stessi inseriti. Forse, la fotografia dell’oggidì
scattata in questa Repubblica italiana dei poeti fornirà a qualcuno la scossa
per risvegliarsi dall’incantamento.
E ora… cosa scrivi?
Ho una raccolta di poesie quasi pronta; si intitola Luz. Ho in gestazione un
poema, per ora informe. Queste le sento come due opere urgenti, che vorrei
licenziare quanto prima, per determinare un punto di non ritorno. Ma sto
concependo anche un romanzo fantasy, o forse più propriamente epico, che
potrebbe anche abortire e ho un semenzaio di appunti su quaderni e diari
piuttosto vasto. Ho il presentimento di un flusso poetico che vuole emergere in
modo continuativo con una sua particolare struttura, insieme mossa e
determinata. Mi tenta, per tutte queste avventure, l’ipotesi di dedicarmici in
una condizione di libertà dalla pubblicazione. Molto di ciò che scriverò, oltre
ai prossimi due passi poetici (Luz e il poema), potrebbe restare inedito per
scelta. Non so. Non vorrei che fosse il segno di una resa, un alibi rispetto
alla “lotta” per difendere ciò in cui si crede. Ma l’idea di attendere i
fatidici nove anni prima di rileggersi ed eventualmente proporsi a un editore mi
piace, mi dà pace. O magari andare ben oltre i nove anni. Ci pensi anche tu?
Scrivere per non pubblicare, ma solo per dedicarsi all’opera. Che vertigine di
libertà!
*In copertina: Leonardo da Vinci, Studio per la testa di un guerriero, 1504 ca.
L'articolo “Benedire tutto, crescere verticali su sé stessi”. Dialogo con Andrea
Temporelli proviene da Pangea.
Se vuoi conoscere uno scrittore – uno scrittore vero – devi andare a Laveno.
Sponda lombarda del Lago Maggiore. Ho sempre frequentato l’altra, quella
piemontese: la preferivano Manzoni e Rebora, forse perché sboccia nella Val
Grande, la più grande area selvaggia d’Italia. Scrivere vuol dire dare del tu ai
lupi.
È vero: ho sempre tenuto in sospetto i lombardi di lago. Gente dai sorrisi
larghi e ingrigiti; di un’eleganza stantia, a un passo dalla città. Riccardo
Ielmini non fa eccezione. Classe 1973, elegante, educato – sorride sempre. A
Luino, poco più in là, sono nati Piero Chiara e Vittorio Sereni. Di mestiere,
Ielmini fa il dirigente scolastico di un Istituto comprensivo a Cuveglio:
tremila e passa abitanti in provincia di Varese. Non ci sono mai stato. Bisogna
sospettare sempre degli uomini di lago: dietro le apparenze da villino con
florilegio di ortensie, si cela un mostro. Anche quel gentile dirigente
scolastico nasconde, nei sotterranei del cuore, un Loch Ness.
Riccardo Ielmini, semplicemente, non ha mai sbagliato un libro. Esordì come
poeta nel nuovo millennio, nel 2000, con un libro rivoluzionario fin nel
titolo, Il privilegio della vita. A dispetto dei poeti inargentati dal dolore,
inclini al lamento, Ielmini canta la gioia, la sofferenza come prova, la
fermezza nell’amare. Alcuni versi, di per sé, segnarono una rivolta: “Arrivare a
dire sono uno fortunato”; “Stare nel privilegio della vita”; “Quanta vita ancora
chiede voce”. Ecco un poeta che ha la primavera tra le falangi, verrebbe da
dire; verrebbe da dire: ecco un poeta nel pieno della lotta, nell’urlo. In una
poesia, Ielmini scrive di Kurt Cobain (attacco memorabile: “I bambini belli la
vita li rovina/ quasi sempre, gli inficca nel cuore una lama”), un’altra
s’intitola Mio padre è uno stanco democristiano. Credo che Ielmini tifi ancora
Inter – fedeltà alla squadra come alla donna –; ha uno stuolo di figli, ho perso
il conto. A me ricorda James Stewart, il grande attore, quello di It’s a
Wonderful Life.
Riccardo Ielmini ha scritto un altro libro in versi memorabile: s’intitola –
appunto – Una stagione memorabile, lo ha pubblicato Il Ponte del Sale nel 2021,
ma non è questo il punto. Ielmini non ha sbagliato neppure un libro. Nel 2011 ha
pubblicato una folgorante raccolta di racconti, Belle speranze (stampa
Macchione), nel 2019, per le edizioni Unicopli, è uscito con Storia della mia
circoncisione. Leggetelo. Si parla di un venticinquenne, Giovanni De Ambrosis,
di un kibbutz in Lombardia, della Svizzera e di Dio.
Lui è Riccardo Ielmini
Forse Riccardo Ielmini è l’unico scrittore autenticamente “cattolico” d’Italia –
nel senso che gli scrittori cattolici, in Italia, di solito rifuggono dallo
scrivere di Dio; lui invece no, Ielmini non ha paura di lordare le sacre verità,
di dissacrare il tempio e di pronunciare invano il Nome. Quando si legge
Riccardo Ielmini accade uno strano fenomeno. Ielmini scrive in un italiano
sgargiante, ‘manzoniano’, si direbbe (di certo, marziano all’oggi); il suo è un
tono da ironia epica, eppure, pare, leggendolo, di sentire i modi di Philip
Roth, i toni di Saul Bellow e di Henry Roth, lo straordinario scrittore
di Chiamalo sonno. Ecco: Riccardo Ielmini, l’ultimo scrittore autenticamente
“cattolico” d’Italia, scrive come un ebreo-americano.
L’ultimo libro di Riccardo Ielmini – uno scrittore-cecchino, uno scrittore che
non sbaglia neanche un libro – s’intitola Spettri Diavoli Cristi Noi (Neo,
2025), ed è il libro più bello di questo autore così anomalo. Il romanzo si
svolge in un paese in riva al lago dal nome fittizio, Contea; i protagonisti
sono un gruppo di ragazzi, la Confraternita; il contesto mostra messe nere,
assassini in serie, orrori a tracannare. L’incipit è apocalittico, una specie di
John Milton all’imbarcadero:
> “In principio, nel buio, prima del sonno, è la paura, la magica
> incontrollabile paura del Diavolo che aleggia sulla giovinezza, il Diavolo
> bestemmiato dalle nostre vecchie come Anticristo, Bestia, Ciapìn,
> l’acchiappa-anime che visita i tuoi sogni, bambino, che si intrufola nel tuo
> ozio, pinìn, che perlustra gli angoli morti della tua fragile fortezza, stèla,
> e quindi sta’ lontano dal Diavolo…”
…e avanti così, in sabba, per un paio di pagine. Il romanzo è fitto di
personaggi sfacciati e fiabeschi – “Indiano Joe”, “L’Uomo Dei Boschi”, “Artù il
Muto”, “La Frida” –, alcuni dei quali – Von Arcimboldi e Frau Ingeborg Bauer –
sono tratti dai libri di Roberto Bolaño. Il romanzo inscena, soprattutto,
l’eterna lotta tra il Bene e il Male – “l’Altissimo dava retta alle giaculatorie
delle nostre vecchie e disseminava nelle boscaglie intorno alla Contea i suoi
spettri custodi” – perché il Male, quello al di là del raziocinio, esiste – “la
Bestia esiste e indossa panni di carne umana e schianta la sua fame aggredendo
altra carne, carne debole, innocua” –, ma pure il Bene, quello incredibile,
quello indicibile. Non mancano le viltà, i tradimenti e i giornalini porno:
l’orrore non è negato, ma narrato con la certezza che l’Onnipotente, prima o
poi, farà quadrare il caos. Più che a Flannery O’Connor, Ielmini guarda, in
questo romanzo, al ghigno da chassid di Isaac B. Singer. Su tutto, aleggia
un’atmosfera che mescola Twin Peaks ai Goonies; sgommano a go-go falangi di
vecchie, indimenticate bmx.
In un articolo pubblicato ricordando Simone Cattaneo – su “Atelier” n. 67, del
settembre 2012, lo trovate in rete –, Ielmini accenna a Dejan Stanković:
furoreggiava nell’Inter di allora. “Una volta mi aveva tenuto un monologo sugli
slavi: razza calcistica superiore, perfetta: bastardi con piedi buoni da
sudamericani e testa dura e cattiva, aveva detto”. Le stesse caratteristiche
tecniche di Ielmini: estro e ferocia, genio e pervicacia.
Non ha mai sbagliato un libro.
Mai trovarselo davanti. Sembra gentile, sorride sempre – è implacabile.
L'articolo Riccardo Ielmini: lo scrittore che non ha mai sbagliato un libro, con
un Loch Ness nel cuore proviene da Pangea.