Nel 1956 Alberto Arbasino intervistava Céline a Meudon, incontrando «un vecchio
sfinito, abbandonato dentro un maglione a pezzi, fra mobili e pavimenti che
gridano “ma non ce l’avete uno straccio per la polvere in questa casa? Piuttosto
ve lo porto io”, troppo stanco e confuso e al di là d’ogni possibile moto del
cuore perché sembrasse importargli di nulla».
Però, quest’uomo forse così sfinito non era, se diceva:
> «gli accademici e i gesuiti non hanno inteso i valori e il mistero delle
> letteratura classica, inafferrabili con strumenti ordinari, compresi soltanto
> dai mistici e dai romantici tedeschi».
Oltre l’apparente esaurimento delle forze, questo padrone di casa osava
coltivare formule e fiori per l’immortalità?
Le sue vere, disperate, prime preoccupazioni: cose molto difficili, come il
dolore, la vita, la morte, la grazia. In un mondo spesso ripugnante, la bellezza
vera dove si rifugerà? Ecco, le idee etiche ed estetiche più urgenti per Céline
sono la consistenza del trapezio (come in Verlaine) e lo stile:
> «ormai – spiega Céline ad Arbasino – i contatti umani sono così invadenti che
> l’insegnamento e l’informazione non hanno più niente in comune con la
> letteratura, e viceversa. E poi c’è troppa gente che gira in automobile, che
> vuole arrivare in fretta. Vivono tra il comunismo fittizio e le vendite a
> rate: sempre più fedeli ai dettati borghesi».
Per lui questi dettati (riassunti nella parola «fingere») sono un veleno che
irrigidisce il ritmo del cuore, sterilizza l’emozione del respiro, sacrifica
l’oralità e il corpo della frase.
È la grigia, piccola lingua senza musica degli uomini qualsiasi che tengono la
morte (e quindi la vita) a distanza, con la «sintassi perfetta» ed evitano il
rischio, mettendo in sordina la verità per restare presentabili e defunti.
«Finzione di sé» che Céline sabota col fraseggio scosso, i tre puntini come
sfiato, la radiosità intermittente (ironia della sorte, la sua insubordinazione
è diventata nuovo canone che i borghesi d’oggi fingono di desiderare e capire?).
Céline ribadisce fino alla morte la fiducia nelle sue invenzioni linguistiche,
nell’argot, nella tecnica della sua scrittura, con l’intento di proseguire la
sua vocazione estetica oltre la vita, quasi un debito morale verso sé stesso e
verso gli altri che vorrebbe diversi, migliori: «voglio continuare a fare il
vecchio clown su un trapezio, lassù, a quarantacinque metri». Ma è difficile
praticare quelle alture per la gente qualsiasi dove la vita è solo una rovina
tutta coltivata al suolo. Cosa che pure Pasolini (altro uomo del trapezio)
sapeva.
Che cos’hanno in comune due autori come Pasolini e Céline? Essere contesissimi
ostaggi per malati ideologici, fra destre e sinistre. Portati entrambi a forza
al commissariato per certificare adesioni totalizzanti e precise mai
avvenute. Tutti e due molto «amati», cioè svenduti, per incarnare la scrittura
schierata a esprimere un’impossibile e indesiderabile «letteratura politica». In
particolare c’è sempre molta attenta, ossessiva, filologia riguardo
inequivocabili intenzioni di Céline in materia di razzismi, nazismi, fanatismi.
Ma nessun amatore d’arte letteraria dovrebbe occuparsi di questi folklori,
figurarsi la critica. Non ci sono troppi dubbi: l’attuale ricezione di Céline è
storpia, distratta, patologica, impronta una telenovela. Per miracolo, a
proporre il farmaco a questa malattia insopportabile è già lo stesso
Céline in Céline, talentuoso patologo. Una comprensione ardita, ossia rovesciata
e paradossale della sua opera. Forse i lettori di Céline sono anche suoi
‘pazienti’? Se sì, lui è un medico severo. Riga dopo riga, chiede: “sei
stupido?”, “sei vivo”?, “quanta merda inghiotti?”.
Louis-Ferdinand Céline (1894-1961)
Fra le mentite spoglie del finto cameratismo, i libri di Céline negano ai
curiosi il diritto a mentire sulla loro eventuale condizione deprimente di
cadaveri. Non cercano nel lettore un complice ma un colpevole di morte in vita.
È il tranello perfetto di un medico-poeta del romanzo.
Travestito da guascone disilluso, chiede per tutto il tempo della sua
letteratura, serissimo: che cosa hai fatto della tua coscienza? Della tua vita?
Del tuo tempo storico? Sei il famigerato morto che cammina? Questo scrittore,
questo sciamano, cerca un colpevole che ha compiuto una specie di vilipendio di
verità e di desiderio. Involontario ospite dello sguardo filosofico di Cristo
sul mondo, pare Céline abbia osservato fino all’ultimo quella legge biblica che
già «Ferdinand» bambino aveva trascritta «nella carne del cuore»: la vita non ha
bisogno di essere redenta ma pronunciata, e per intero, senza esitazione o
pietà. Il «fico secco» è condannato.
Però, come si blinda una così alta idea dell’esistenza (e quindi anche della
morte) da sguaiate effrazioni dei superficialini e dei fans?
Infatti, Louis-Ferdinand Céline (un nome, un brand, un trend?), coincide
amaramente con tentativi multipli di sintesi maledettiste, perfette per
cacciatori di titoli e scandalini: “dissacrante”, “proibito”,
“ingovernabile”, “mostruoso”, “geniale”, “dissacrante”, “sconcertante”,
“realista, “osceno”, “pessimista”, “scorrettissimo”, “grottesco”, “visionario”,
“illeggibile”, “delirante”, “disturbante”, “innovativo”, “maledetto”,
“impopolare”, “innominabile”, “vietato”, “morboso”, “angosciante”, “crudo”,
“irascibile”, “collerico”, “arrabbiato”, “narratore dell’orrore di questo mondo”
(per tacere la targhetta “Nichilista”, e Disincanto&Cinismo, quasi in una sete
di naming). Tutto vero o tutto falso?
Forse solo banale, dunque osceno, qualunquistico.
Molestia alla sua intima irriducibilità. Etichette che suonano puerili, in
accumulo compulsivo di aggettivi, prova indiretta dell’incapacità critica nel
sostenere il passo della parola céliniana. Perché la sua scrittura, più che da
fotografare con termini veloci, è da guardare come vita che pulsa oltre il mito
mediatico del cantore della dissoluzione. Una vita piena, sovrabbondante,
eruttiva, verticale. Rigore mascherato da tenebroso caos, che invece è un sole e
una guida abbagliante?
In molte tradizioni filosofiche ciò che è più vivo non è evidente, ma nascosto.
L’Ātman indiano, quella «tenebra sovrabbondante» di luce inaccessibile alla
ragione discorsiva, coincide con quella dimensione che i greci chiamavano zoé,
il più di vita, la vita che rende viva la vita, e non è semplice sopravvivenza,
ma intensificazione irriducibile dell’esperienza. Céline conosce questa
dimensione intimamente. L’ha sperimentata nel solo modo possibile, con
l’attraversamento della morte, con la carne, il dolore, la rinascita. Da vero
artista, ha osato, manganellianamente, «abitare la soglia», fino a scoprire che
l’energia vitale, se mossa dal vero desiderio, sa crescere quando più viene
messa in pericolo dai tradimenti mortiferi che la vita rischia di infiggerle:
seppellire la propria verità la rivolterà contro il suo carnefice. Il pensiero
di Céline è un anatema a Thanatos, quasi un «chi conserva la propria vita la
perderà».
Da questo punto di vista, la sua opera somiglia a un’insolita epifania bardica
più che all’accessibile bestemmia moderna. «Io sono celtico, prima di tutto»,
confessava in lettera a Milton Hindus, «sognatore bardico… la mia musica è la
leggenda». Questa è la via per il forziere di Ferdinand/Céline? La leggenda come
patria dell’anima, custode dell’Essere? (altro che “anti-eroe”!). Quali elementi
Céline ci autorizza a bruciare come incensi e quali, invece, a «buttare nel
cesso»? Cosa fa, quando scrive? La sua scrittura non è nemmeno nel segno del
«realismo. C’è, in apparenza, seppure in forma di piccolo strumento, piegato
come un prigioniero alla vendetta contro la crudeltà del mondo; ma sotto la
superficie di una forsennata tendenza al «racconto» e al «fatto», come un
segreto canto di fondo vibra qualcosa di enorme: avranno le orecchie per
danzarlo, tutti questi veloci lettori céliniani?
Marina Alberghini annoda – nel suo saggio Céline magico – il segno metafisico a
questo vibrare. Céline si circonda di «Fiori dell’Essere» (mémoire des
fleurs)[1], mondo marittimo e celeste, d’altrove e d’oltre, extrasensoriale,
abitato da figure simboliche, nobili archetipi, forze mitiche, Onde, da cui
diceva gli arrivasse la voce che lo rendeva romanziere. Eppure a fiumi lo
chiamano nichilista.
L’idea che Céline sia notista letterario della morte è facile ma povera.
Il suo cruccio è lontano dal beatificare la fine, e sembra invece punire,
confinare, in ogni sua mossa (che sia letteraria, o di opinione critica, lungo
risposte inesorabili durante interviste), la morte e i suoi effetti, in un
carcere di massima sicurezza, e farla incapace di pronunciare l’ultima parola.
Questo carcere è quel tipo di opzione che una parte degli esseri umani sceglie
di attraversare nel modo più scemo possibile: suicidandosi da vivi. Céline
quindi non «celebra la morte», ma la comicità che vede nella scelta
maggioritaria di farne una ridicola, grottesca edificazione a stile e postura
nel vissuto (travestimento ipocrita, o alibi, della sopravvivenza).
Come i veri poeti, non conosceva il vuoto: l’assenza di pienezza è la vita non
poetica, non generativa, non trascendentale. Sapeva che l’unica «vittoria»
possibile è contro sé stessi – contro le miserie dell’ego rapace e materiale –,
è intensificare la vita fino a percepirla più forte della sua negazione (se il
dolore, come il bello, va udito e poi coltivato con l’anima, non estetizzato).
Leggere Céline, che insegue, minacciandolo, il suo lettore, puntandogli un
coltello alla schiena, richiede esperienza del profondo, o almeno il desiderio
di farne una, e non si può parlare della sua visione dell’Essere senza aver
misurato la propria, nelle scelte, nella rinascita vigorosa quotidiana di sé.
Chi scriverà su Céline senza essersi bruciato il cuore, senza aver accettato di
vedersi e da altri essere visto, di portare la ferita alla luce, resta un suo
grigio commentatore, esterno, inservibile. Va indossato, senza esitazione, il
piglio del bardo e dello sciamano, travestiti da uomini qualsiasi.
Morte a credito lo dimostra, con una grinta intellettiva che non ha bisogno di
interpretazioni astratte. Il libro scorre come sangue freschissimo, irruento, in
dono al lettore anemico. Céline incita, pagina dopo pagina, a uscire allo
scoperto, a correre il rischio di essere riconosciuti. Nascondersi significa
morire per gradi, vivere significa aprirsi al suono più vero dell’anima propria,
costi quel che costi. E Ferdinand, bambino-funambolo tra miseria, frustrazione e
pressioni familiari, fatte di malumori e ricatti morali, lo sa. Gli schiaffi del
padre, la durezza della madre, le aspettative schiaccianti della “Coccinella”,
il grigiore del Passage non producono in lui vittimismo ma visione. E Courtial
De Pereires, brillante imbroglione, non è solo un personaggio, è l’allegoria
esplosiva del sogno che insiste anche quando tutto lo contraddice. L’unico
credito che non si riscuote mai è quello che vale davvero?
Così pare dica il nostro Dottor Ferdinand.
Céline non permette alla realtà di diventare palude. Non negozia la vita al
ribasso, e anche quando odia, odia per amore della vita.
Il Passage des Bérésinas è tutto: geografia, teatro del mondo, destino. Céline
lo dipinge con un tocco pienissimo di realtà che mai risuona cinico. La miseria
per lui non è retorica impressionista, è dato compositivo con cui la scrittura
fa nascere una musica nuova. Pagine graveolenti, piene di gas, urine, catarri e
sputi, e di meraviglia divertita, come un film delle comiche girato dentro la
pellicola della tragedia.
Grandezza infante dell’occhio di Ferdinand, amorevolmente lì a tradurre e
sublimare la farsa in rivelazione e il dolore in beffa: la verità dei malnati è
tutta nel silenzio che segue il rospo quotidiano inghiottito senza batter
ciglio, e la violenza nasce esattamente e sempre là dove la parola è assente,
quando parlano solo i corpi con le loro acri smorfie di malessere. Il mondo dei
subalterni, e dei morti viventi, può parlare solo con una lingua ibrida,
spezzata, piena di ripetizioni, ricca di lessico basso. Il francese elegante non
rappresenta chi non ha le parole, chi non parla mai veramente, o non è nato
mai.
E infatti l’argot è la tattica designata a ritrarre e livellare «tutto quello
che fa schifo secondo Céline», i borghesi e i mascalzoni da strada funzionano,
nel mondo, allo stesso modo, sono malati dello stessa malattia. Argot che
viaggia sulla petite musique, canzone che è traduzione del parlato e del battito
sulla pagina, così come del pensato, del vissuto.
Possiamo dire su Céline solo quanto ci ha indicato di ereditare. Detesta la
felicità superficiale, quella che si ostenta per non sentire il dolore della
vita. Gli interessa la gioia vera, che nasce solo dal combattimento con la
realtà, ed è questo forse una prospettiva di Céline che oggi pochi critici hanno
curiosità di osservare, quella trascendentale. Non religiosa – in senso
tradizionale – ma radicata nella convinzione che esista una sfera dell’Essere
conosciuta solo da mistici, sensitivi, artisti.
Di certo, lui la abitava, per questo chi lo inquadra nel nichilismo è sordo al
bersaglio. Certo che si potrebbe accusare Céline di nichilismo. E sarebbe
corretto, se non fosse che il suo però è un nichilismo pieno, attivo, non
contemplativo. Non prolifera nel dire «niente ha senso!» ma nell’esporre
l’abominio dei meccanismi che triturano gli individui, e nonostante questo
continuano a «funzionare», indipendentemente dalle idee, dalle cadute in basso e
dalle speranze.
Il suo sguardo è quello del medico, che non può curare la malattia e deve però
descriverla con precisione, la sua etica è l’onestà nel referto.
Da qui la potenza rifrattiva della sua scrittura, Céline non consola,
diagnostica.
Ma la critica letteraria non serve per assolvere o condannare.
È compito del lettore adulto, non del pedagogo, confrontarsi con ciò che Céline
ha edificato, un monumento alla parte buia, un’opera che costringe a guardarci
senza abbellimenti.
La diagnosi poco accurata che gli viene rifilata — “nichilista”, “disincantato”
— nasce forse, nei più ingenui, cioè nei lettori sentimentali, dallo shock della
sua messa a nudo che da una reale pulsione a cancellare il mondo: il nichilista
prosciuga i significati, Céline invece comprime la vita per farne esplodere la
densità.
Questa lettura pànica di Céline (poco conforme alla moda attuale che lo vuole un
po’ instancabile becchino e un po’ distruttore sadico), trova appoggio nelle
ricerche che hanno indagato l’origine della sua voce letteraria: una “musica”
interna — la petite musique — e una fedeltà a immagini e archetipi (la leggenda,
la danza, le “Onde”) che sono lontani da un vuoto ontologico e vicini a una
esperienza trascendente della vita trasformativa. La stessa struttura testuale
di Céline – la sintassi schiacciata, la ripetizione ossessiva, l’oralità
scorticata – non è indizio di un desiderio di annientare senso. Persino le
interpretazioni, abbastanza retoriche, che collegano la prosa ai soliti dogmi
“trauma & memoria” (in particolare le analisi post-belliche e quelle sulla
ferita della Grande Guerra) non possono mentire più di tanto; la frammentazione
narrativa è spesso letta come modalità di rappresentare una vitalità scissa e
riportata alla pagina per resistere alla morte.
Il frammento, il balbettìo, la punteggiatura come sparatoria, sono il volto
della messa in forma dell’esclamazione vitalistica: quanto a chi ignora tale
profondità e preferisce leggere Céline come folklore di «torbidume e infimità»,
si può soltanto constatare un fatto elementare: certi lettori, davanti a un
immaginario che pretende coraggio scelgono la comodità del loro piccolo
orizzonte, e lo scambiano per giudizio. Ma non c’è nulla da spiegare a chi è
fiero della propria cecità – Céline avrebbe detto che per loro la letteratura è
già troppo lunga alla prima riga.
Secondo Marina Alberghini, ridurre Céline a semplice «catalogatore disperato»
della miseria indica ignorare l’intero impianto metafisico che attraversa la sua
opera. Alberghini insiste su un punto decisivo, ossia che il «delirio» di Céline
non è distrazione esoterica, né rifugio evasivo, una pratica semmai di
ostinazione contro la decomposizione del reale. La féerie – quella “realtà
fatata” che egli inseguiva – opera per scarti, folgorazioni, come un’antica
controfigura del mondo che permette allo scrittore di abitare con rigore il caos
senza farsene inghiottire.
Non c’è dunque fuga nel mito, ma una forma di vita nel mito.
Questa è la «perla metafisica» custodita dentro la sua scrittura e la sua
geografia, dove agiscono simboli anteriori alla storia, quelle Onde che
avvertiva come correnti arcaiche, autentiche pressioni del mito sul presente.
Céline ha generato questi incantevoli crateri a partire da una scia ricchissima
e lontana, ha iniziato una ricerca nuova dentro quella «tradizione illustre» che
si tenderebbe a ignorare, ma di cui lui era amante e studioso
consapevole. Una ricerca, quella celiniana, fiorita lungo esempi lontani,
letterari e pittorici: le lugubri ballate di Villon e del romanzo «carnevalesco»
e polifonico di Rabelais. Omaggi a El Greco, Goya, e a quelli che lo stesso
Céline indica come i suoi pittori prediletti, Bruegel e Bosch.
Attitudini letterarie di Céline che alcuni, insultandolo, leggono come
«rivoluzionarie» (ossia sradicate), sono parte della tradizione francese fino
all’Ottocento (la miglior letteratura francese!), dai racconti fantastici di
Gautier ai romanzi d’avventure di Verne, agli impianti immaginativi e alle
figure simboliche di Hugo, al gusto decadente di Baudelaire, agli itinerari
spirituali di Verlaine, Mallarmé, Rimbaud.
Rubina Mendola
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[1] In un’intervista, poco prima di morire, disse: «Je ne suis pas un artiste,
mais j’ai la mémoire des fleurs». È una frase che ci lascia nel dubbio: la
«memoria dei fiori» è ricordare i fiori, ma forse Céline vuole dirci che
possiede la memoria peculiare e misteriosa, inaccessibile, che può avere un
fiore?
L'articolo “Voglio continuare a fare il vecchio clown”. Perché è impossibile
ingabbiare Céline in didascalie museruole proviene da Pangea.
Tag - Rubina Mendola
Idola theatri distrutti, metafisica abbattuta, morale «ritrovata» (che non si
muta né in stoica, né in cinica), grazie a un’accurata scepsi danzante, antidoto
al veleno di un pensare a livello del suolo: «a morte tutto ciò che non è vita»,
è il suono della lama del boia propagato pagina dopo pagina fra gli scritti di
Nietzsche, lettore di Ermerson: righe pensate per essere remote, inavvicinabili
come il sole, da guardare a distanza e con filtri potenti. Nulla ha resistito al
zoroastriano assassinio del falso teoretico, etico ed estetico («sono un genio
della verità»), e dell’insufficiente: neppure il dettato pessimistico dell’amato
maestro Schopenhauer, incendiato e ripopolato dalla gaia saggezza, superato
dalla più assoluta affermazione tragica. Si deve a Nietzsche persino la
liberatoria dichiarazione di guerra «all’arcigno e squallido paganesimo
germanico», così lontano da quello ricco e nobile antico.
Persino chi osserva rapidamente sa che esistono perlomeno tre Nietzsche: quello
che è, quello che si vorrebbe che fosse, quello che è diventato. L’opera sua è
la tipica immagine del banco di prova per intemerati adepti, a favore di troppi
giochi e manie di scoperta. Questo fatto rende ogni «pronuncia» su Nietzsche
(sommo divagatore e dispersore di tracce che voleva essere «sentito», come il
vento, e non capito, eternamente a caccia dei suoi consanguinei) a rischio
crollo. Se si prova a dire qualcosa bisogna fare i conti con montagne di
ostacoli tutti collegati all’inespugnabilità cui aspirava e al dolore
ghiacciato, colmo di generatività, che voleva infliggere al suo lettore.
Quali sono questi tremendi ostacoli? Non solo, per esempio, l’irreperibilità
avanguardista del metodo, ma la fatica di braccare la volontà originaria della
sua opera, una stanchezza moltiplicata da tutto il bagaglio di scontri,
contraddizioni, clamori aneddotici, e ovviamente con le dovute necessità
filologiche che nel suo caso vanno osservate con una sensibilità
maggiore. Perché Nietzsche è, infatti, soprattutto un «caso», sia per la
naturale inclinazione a disgregarsi incessantemente sia per la manipolazione
fluviale che ha subìto. La morte di Elisabeth Nietzsche è stata una liberazione
per gli studi, fatto epocale che ha consentito di osservare il materiale inedito
con occhio meno partigiano, e finalmente si è potuto trattarlo con metodo
critico-filologico invece che sindacale o elettorale. In questa attività si è
distinto Karl Schlechta, il primo a indicare e dimostrare le manomissioni della
sorella di Nietzsche, nel 1956. Schlechta ha chiarito definitivamente che non è
mai esistita, neppure in nuce, un’opera sistematica dell’ultimo Nietzsche, e che
la Volontà di potenza non è che una ovvia compilazione di frammenti tratti dai
quaderni di appunti, approntata con scelte arbitrarie da mani che non erano
quelle di Friedrich.
La messa a disposizione dell’intero lascito nietzscheano in versione
filologicamente accettabile, depurato da tutti i gravi teppismi successivi, si
deve a Montinari e Colli negli anni Sessanta, quindi davvero ‘tardi’: la loro
edizione del pensiero di Nietzsche è il riferimento d’elezione per tutti gli
studiosi che cercavano quel «Nietzsche dentro Nietzsche» a lungo nascosto. In
generale, la letteratura su Nietzsche è sterminata, spesso di poco valore, e
rappresenta più che altro una pubblicistica popolare affranta dal generalismo o
sovraeccitata da equivoci e fanatismi. Nietzsche era in competizione aperta con
la Storia, meritandosi la sua maledizione. E in alcuni momenti la Storia
permette che affiori la propria ironia rendendosi manifesta a tutti: Wilde
moribondo fra la più brutta carta da parati all’hotel Hôtel d’Alsace, Pascal
sepolto in Rue Descartes e Nietzsche, ricoverato in clinica psichiatrica a
Basilea, con la scheda anamnestica in cui si scrive che «è completamente
pazzo».
Tanti aneddoti e almanacchi su Nietzsche, e alambicchi grotteschi per «capirlo»
o estrarne temibili «contenuti». Tutti hanno avuto la sventura di avere lettori
abusivi e commentatori della domenica, nessuno si è salvato, ma Nietzsche in
particolare ha attirato la mancanza di pudore di tante «mosche del mercato»,
proprio lui che ha sempre volutamente «abitato le cime». Il paradosso della
popolarità è beffa ma non danno: forse è vantaggioso che sia finita così, se
mette in risalto «l’hypocrite lecteur». Chi, pur non avendo né arte né parte, si
è negato la vanità e l’esaltazione di vanagloriarsi su Genealogia della
morale, Zarathustra, Umano troppo umano? Come sempre, questo rimane un argomento
di poca importanza, se è vero che la grandezza di un autore è incorrotta dai
saccheggi. Ma fino allo stremo, va ribadito che Nietzsche, errante ed errato, è
più indisponibile di altri a farsi sgretolare, a farsi «lavorare». Errante entro
la sua stessa opera, ricercatore della Ricerca, un confine vivente e permanente
fra eremita e viandante, immagine mitica della carta numero nove dei tarocchi
marsigliesi. Errato per le confetture, per le rilegature, per farne attracco di
tutti, ma specialmente errato par excellence perché non può essere «giusto» fino
in fondo per nessuno, perché mai darà il risultato sperato. Non ci deve nulla,
eccetto la libertà di dimenticarlo e farne memorandum per il pensiero e la vita,
ma senza nostalgia e idolatria.
Che cos’è Nietzsche? Uno che ha lasciato le chiavi per tutti i malanni della
medietà troppo umana, per proteggersi dall’assedio nichilista e da ogni
intellettualità didattica. Una via per tutte le vie, la via dello spirito
libero. Via che non può percorrersi, che deve essere superata già nell’atto di
visualizzarla. Ma anche educatore senza pedagogia, maestro senza parole e
«perverso polimorfo», per usare un freudismo. Esperto cacciatore della qualità
dei sentimenti morali, spregiatore del moralismo quale scheda preordinata per
attraversare la vita e i suoi dilemmi. Incluso il dilemma della Storia, che lui
dissolve attraverso un antistoricismo elettrificato: si può essere contro la
concezione hegeliana della Storia come il divenire di un’Idea, un moto continuo
rettilineo uniforme, con una perenne sintesi dialettica degli opposti,
cospirante a un fine ultimo.
Per capire Nietzsche, o meglio per vederlo, occorre probabilmente un esercizio
maturo e flessibile del «confine», perché ogni suo intento e ogni suo pensiero,
ogni sua scrittura – anche quando «a razzi», o furiosamente aforistica – sono
una lunga meditazione che ha intrecciato la sua origine a quella di ogni
possibile confine. Le linee divisorie sono il suo cruccio e diletto, è lì che
può esistere ogni vera intuizione sulla realtà e sulla coscienza. Confine
nietzscheano, che distingue esterno ed interno, ma consente uno scambio.
Delimita e consente il transito fra identità e differenza. La virtù del confine
è la porosità, è tale solo se è poroso: la sua capacità di rendere possibile
transizione e scambio. Nietzsche metta in guardia sul pericolo che esso possa
«ammalarsi», indurirsi, ingessarsi, diventare luogo di presidio militare, mutare
in cancerosa sclerosi: patologia del confine è perdita di porosità, che apre al
fantasma schizoide della contaminazione estranea. Ma se «ognuno è a sé stesso il
più lontano», dunque il primo estraneo che incontra, questi rischia la vita in
tale fraintendimento. Estraneo è in primo luogo il soggetto a sé medesimo se è
sordo al vero che lo abita, ipoacusia letale alla sua individuazione. Fare
massacro con l’ombra di sé, per conoscerla e superarla, rimanendo però fra gli
abissi: per essere finalmente non più arcaici, ma Antichi. Attrito sanguinario,
ma inevitabile ai passaggi ulteriori di liberazione, sensuale «maturazione»
(Nietzsche parla di «succosità, dolcezza, sapore pieno» di sé»), definizione. Si
descriveva così: «sono un vento del Settentrione per fichi maturi…». Un invito
ad abbandonare la «nave», inventandosi da zero e a spese proprie un mezzo di
navigazione inedito. Spacciato di certo chi non lo farà, «in nome di una
nobilitazione dell’obbedienza alla giustificazione dell’intera quotidianità, per
avere in cambio una pace del cuore rozza»: ecco gli «uomini del mercato» e il
loro ghigno, gonfaloni «dell’intera bassezza, dell’intera semibestiale miseria
della loro anima».
Forse inesistente un modo per comprendere Nietzsche se non quello di esserne
prescelti tramite divertita, misteriosa, congiuntura oltre lo spazio e il tempo.
Un indizio su «come fare», potrebbe averlo regalato quando ha nascosto il suo
ritratto nella frase «un sì, un no, una linea retta, una meta…».
Rubina Mendola
***
Zarathustra 25 | SULLE ISOLE FELICI
I fichi cadono dall’albero; essi sono buoni e dolci; e mentre cadono la lor
buccia rosea si fende. Io sono un vento del nord per i fichi maturi. Così, come
fichi, a voi giungano le mie dottrine, amici: ora gustatene il succo e la polpa
soave! È autunno d’intorno, e puro il cielo, e pomeriggio. Guardate quanta
abbondanza ne circonda! E in mezzo all’abbondanza è bello spingere lo sguardo
verso mari lontani. Ma le migliori parabole devono parlare del tempo e del
divenire: essere una lode e una giustificazione di tutto ciò che perisce! Creare
– ecco la grande redenzione dai dolori e il conforto della vita. Ma perché
esista il creatore occorrono molte sofferenze e molte trasformazioni. Sì, molto
amaro morire ci deve essere nella vita vostra, o creatori! Sareste così gli
assertori e i giustificatori di tutto ciò ch’è caduco […] In verità, feci la mia
strada attraverso cento anime e cento culle e cento dolori del parto. Mi son
congedato molte volte, e conosco le ultime ore che spezzano il cuore. Ma così
impone la mia volontà creatrice, la mia sorte. Oppure, perché più franco vi
parli: appunto questo destino vuole la mia volontà. Tutti i miei sentimenti
soffrono in me e son prigionieri: ma il mio volere giunge sempre liberatore e
messaggero di gioia. Il volere redime: ecco la vera dottrina della volontà e
della libertà – è così che Zarathustra v’insegna.
*In copertina: Max Klinger, Il filosofo, 1898-1910
L'articolo Dimenticare Nietzsche. Ovvero: sulla maledizione dei lettori abusivi
proviene da Pangea.