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Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza dei critici
Nei giorni scorsi su “Pangea” è apparso un articolo di Gianfranco Lauretano e Salvatore Ritrovato, in cui i due critici letterari segnano i loro punti fermi intorno al poiein, cioè al “fare” poesia oggi. È un anticipazione de “L’anello critico 2025” e il loro intervento mi ha ispirato (dopo vari articoli sul tema che avevo scritto in passato proprio su “Pangea”) a cimentarmi di nuovo intorno all’argomento del fare poesia, che può apparire superfluo e invece risulta dirimente se si vuole provare a fare un po’ d’ordine valutativo nella società della poesia. Società ancora vitale, ma piena di commercianti del do-ut-des, tifosi e amichettisti (come tuonerebbe Abbate). Ma, a parte questo mio rigo moraleggiante, Lauretano e Ritrovato pongono alcune questioni – con cui mi trovo in parte in sintonia – che vale la pena analizzare. Premetto soltanto che uno dei problemi maggiori per la poesia (come invece hanno cercato di ovviare i giovani critici che, sotto l’ala di Alberto Casadei, hanno prodotto il saggio La poesia attuale) è la mancanza di critici tout court. Ma di questo parleremo più avanti. Tutto il discorso di Lauretano e Ritrovato è attraversato da una forte critica alla neo-avanguardia, come punto di cesura con le precedenti voci poetiche novecentesche, quelle importanti e di riferimento, da Montale a Sereni, da Caproni a Luzi, Da Bertolucci a Giudici. Ma c’è anche un mancato apprezzamento di certe nuove contemporanee avanguardie-avanguardie. Per parte mia non posso negare l’importanza contingente della rottura del “Gruppo 63” nella storia letteraria nazionale e tuttavia c’è differenza tra chi innova e chi rompe, come ho anche scritto nella poesia io non vorrei che nanni, edoardo…, dove si mostrano alcuni stilemi della neo-avanguardia e dove la conclusione definisce la contraddizione interna al movimento: “loro erano così impegnati/ che manco si accorsero del/ sacco di palermo, era il 1963”. Autodichiararsi neo-qualcosa prevede forti velleità, e alla fine c’è sempre qualcuno più nuovo di te, c’è sempre un gruppo più avanguardista di qualsiasi avanguardia. Mentre su questa linea io porrei piuttosto il tema abusato del “contemporaneo” come enfasi di un mondo odierno che non sa più cosa c’era prima e quindi non può inventarsi un dopo, un futuro descrivibile. Un altro elemento messo in rilievo da Lauretano e Ritrovato è la necessità per la poesia di uscire da certi limiti veicolari, dal proprio ambiente, o meglio da quella che loro chiamano (gaddianamente) ambienza, cioè l’aspetto astratto dell’ambiente. Certamente non può esserci poesia senza una partenza: serve abbandonare qualcosa per cominciare a scrivere con le emozioni che andranno a cementare il lessico profondo in un impegno nella lingua. È il viaggio che non si è ancora fatto a decretare lo stimolo più tenace. E in questo i due critici mostrano bene come i circolini e le consonanze artificiose dei gruppi di stile, delle squadre omogenee di temi, addormentano i versi nella ricorsività. Ritrovato in particolare spiega che la prima caratteristica della poesia è di essere contro i tempi. Personalmente non so se la poesia abbia necessariamente questo compito avverso, penso però che bisogna allontanarsi per capire dove siamo. In termini militari si pensa che allontanandosi dal campo di battaglia e mettendosi in una posizione alta, in rilievo, si possa vedere meglio la totalità della situazione e quindi si possa capire meglio come attaccare il nemico. Nel caso della scrittura il nemico è lo scrittore stesso che passa le giornate a scrivere e cancellare, cambiare e ripristinare ciò che ha scritto. È questo un lavorio nella lingua che il poeta opera nella società che si trova a vivere, ma da questo parola abusata del contemporaneo, da questo presente egli deve anche fuggire con uno scarto temporale. Se nella scrittura io fossi totalmente o’clock non potrei avere lo scarto di visione che mi permette di non essere qui e ora, e permette ai versi che scrivo di portare con loro un modo differente, una musica che non andrebbe a Sanremo, per dirla con una similitudine. Credo che la tensione nella poesia sia – almeno questa è la mia maniera – quella che tende al classico. Perché c’è uno stile classico che ricerco sempre, fuori dalla mondanità del regime poetico contemporaneo. Nell’articolo di Lauretano e Ritrovato si parla di un periodo attuale in cui si incrocia sempre più un approccio sciatto alla scrittura. Ma non è soltanto la scrittura, è il mondo attuale a essere sciatto. L’accumulo di informazioni annulla l’informazione stessa. Questa è pura sciatteria. Oggi, quando leggiamo una notizia non possiamo chiederci da che parte stiamo, ma se quella notizia è vera o falsa. Non solo noi non sappiamo più cosa è vero e cosa è falso, ma il flusso ininterrotto di byte offusca la nostra memoria e pure la capacità cognitiva del cervello, che non è più in grado di cimentarsi verso l’inabissamento creativo e lo scavo nella coscienza. Siamo continuamente sollecitati. Siamo nel periodo in cui il contemporaneo annulla ogni abilità metacognitiva. In un mondo del genere la meravigliosa definizione di poesia data dal poeta italo-americano Jude Luciano Mezzetta suona ormai beffarda. Lui dice che “la poesia sono le notizie che restano per sempre notizie”. E io gli credo, ma serve il cimento di un esploratore indefesso per tenere barra dritta su questo tipo di poesia. Oggi, infatti, è più semplice scrivere la poesia-facile, al posto della poesia-poesia (definizioni che ho usato in un articolo uscito su “Pangea”). Ma come si fa a tenere barra dritta sulla poesia-poesia quando, come raccontano Lauretano e Ritrovato, gli editori di poesia cercano spesso l’autore con più like sui social, per tentare di riprodurre quei like in vendita copie? Il fenomeno del passaggio repentino dai social alla carta stampata (come dai talent al concerto al Circo Massimo) esprime il nostro zeitgeist. Loro parlano di un periodo in cui siamo passati dalla “democratizzazione” della cultura alla sua “plebeizzazione”. È vero che stiamo vivendo un momento di sconfortante ignoranza (del resto pure Platone nella Repubblica scriveva che “non ci sono più i giovani di una volta”), ed è questo argomento che cambia il tema da come si fa poesia a che cosa è la poesia, cioè si passa dal poiein all’einai, dal fare all’essere. Se è vero che c’è un percorso immanente al genere letterario della poesia, cioè il genere letterario della poesia come tradizione da rigenerare ogni volta, è anche vero che esiste un percorso della poesia in confronto alla cultura presente, cioè a un universo numerico dipendente, dove quella che qualcuno di noi definisce ignoranza si basa sulle capacità di muoversi, in maniera più o meno disinvolta, sui dispositivi elettronici e digitali, più che conoscere a memoria il primo canto della Divina Commedia o L’Infinito di Leopardi, o anche soltanto capire il legame analogico che esiste tra l’Iliade, i sentimenti e le relazioni che esprimono e agiscono nella storia narrata i personaggi di quel poema e la costruzione dei sentimenti e delle relazione di un adolescente ai primi anni di un qualsiasi liceo. Ha ragione Lauretano quando dice che questo nostro sistema digitale dei social è il vero distacco dal Novecento. È anche per questo che i parametri di giudizio odierni non possono più guardare soltanto a quel sistema critico e a quelle impostazioni strutturali nel campo dell’analisi poetica. Ma certo ci sarà ancora un posto per la poesia. E se c’è questo posto non è nelle leziose antologie amicali o in un fantastico credo buono e oggettivo, ma nella capacità che si avrà, da parte di chi si occupa di poesia come studioso, di far emergere alla superficie quelle voci poetiche, quegli autori che stanno fuori da chiese e segreterie di consorterie poetiche, brillanti come cartelloni pubblicitari. Ciò che manca come l’aria oggi alla poesia sono i critici. Tutti vogliono fare i poeti e nessuno si è ancora piazzato convintamente e soltanto dalla parte della critica. Si contano sulle dita di una mano coloro che hanno deciso di fare questo lavoro e sanno farlo. Ma sono come i medici di base: meno ce ne sono più perdono il senno perché hanno troppi mutuati… La critica ha dismesso al proprio ruolo. Se ci sono stati grandi poeti è perché hanno avuto accanto interlocutori autorevoli e competenti. Parlo di personalità come quelle di Debenedetti, Blasucci, Garboli, Berardinelli, ecc. Critici che hanno provato a scegliere e consigliare, male o bene, ma almeno hanno indicato delle rotte possibili. Oggi tutti fanno tutto. E se tutti fanno tutto e nessuno osa più una scelta precisa di competenza, al di fuori delle accademie, sarà sempre più difficile fare una adeguata cernita tra il grano e il loglio, tra il buono e il meno buono nella produzione poetica. Oggi vediamo tanta poesia-facile pubblicata presso grandi editori. Nessuno nega che McDonald’s venda tanti panini, ma nessun McDonald’s è citato in una guida Michelin. Oggi che nessuno si prende più la briga di scrivere per la poesia una guida Michelin seria (e non amichettistica), chiunque approfitta di equiparare poesia-facile e poesia-poesia, come fossero la stessa cosa, come avessero la solita funzione. Non starò qui a ripetere quale funzione abbia una poesia vera. Ne abbiamo parlato con gli amici Fierro e Tomada su due riviste (“farevoci” e “Il Ponte”) nei mesi scorsi. Qui provo a difendere un lavoro in poesia che in un percorso lungo di anni (e non nel furore di un solo libro, o di una carriera sempre uguale a se stessa) sappia ordinare un discorso ininterrotto e forte con la tradizione e nel novero di una voce attuale ma separata dal continuum temporale del qui e ora. Sono meno d’accordo quando Lauretano e Ritrovato si soffermano sul fatto che dopo i grandi autori novecenteschi (Caproni, Montale, Giudici) cade l’interesse verso la poesia, perché i programmi scolastici arrivano a Pascoli e D’Annunzio, il resto viene saltato… Insomma, vedo un grande interesse per la poesia, ancora oggi. Ma è un interesse curativo, un interesse immediato, prêt-à-porter: interesse per la poesia-facile. Lauretano e Ritrovato pongono la questione di un dialogo che si è interrotto e la pongono come dialogo dei poeti di oggi con quelli del Novecento, pensando a esso come punto di arrivo e caparbio momento di crescita di fronzosi rami letterari. Per parte mia sono interessato più al dialogo con la lunga tradizione poetica italiana. Ho avuto la fortuna, da giovane, di poter avere a che fare con Giovanni Giudici, cioè di avere la faccia tosta di organizzare a Pisa alcuni incontri e seminari con lui. E tengo al suo lascito per tre cose: il rapporto creativo e appassionato con la tradizione poetica, a partire dalle origini, dai trovatori e dai Siciliani in avanti; il lavoro nella lingua, dove una parola non è soltanto ciò che significa ma significa ciò che è; i principi costruttivi del verso che ha una sua logica musicale, perché la poesia deve rispondere a una sua armonia interna che diventa musica nella lettura. E poi c’è questo “io” poetico, di cui tutti parlano. È un “io” particolare, una specie di feticcio se trattato “egoisticamente”. Ma non si deve pensare che questo “io” sia inderogabile. Intanto gli io di uno scrittore, di un’artista, non sono uno solo, sono molteplici. E poi possono dispiegarsi in altre persone. Io uso molto il “tu” come protagonista dei miei versi. Il libro Baltico, per esempio, è quasi un romanzo in versi che racconta, in seconda persona singolare, il rapporto reale e fantasmatico di un personaggio lontano da casa, col mal di schiena, che riflette di fronte a uno specchio obliquo in relazione alle guerre di ieri e di oggi. Quindi qui il mio “io” non è più soltanto io. Siamo in quella che Caproni chiamava la profondissima zona della poesia in cui un io passa subito alla pluralità, dove chi scrive diventa un noi, un individuo che parla universalmente. Anche questa è una dote che la poesia-poesia dovrà tutelare. Alessandro Agostinelli *In copertina: un’incisione di Roland Topor (1938-1997) L'articolo Cosa vuol dire fare poesia oggi? Ovvero: la poesia-facile e l’assenza dei critici proviene da Pangea.
February 5, 2026 / Pangea
“Diamo i nostri cuori a bestie moribonde”.  J. C. Squire, il critico più odiato degli anni Venti
La chiamavano Squirearchy: un nome per un sistema, ovvero un’egemonia culturale in grado di dominare l’intero panorama letterario britannico. E se a dirlo erano quelli di Bloomsbury (dando man forte all’amico T.S. Eliot) – state pur certi – il commento poteva diventare legge, per ingiusta che fosse la fama.  Dagli scribacchini delle maggiori testate giornalistiche ai poeti e critici più influenti del primo Novecento, gli “Squirearchisti” si configurano come gli eredi di un conservatorismo che potremmo definire – con le giuste misure – tipicamente “georgiano”, intriso di nostalgia per un passato nazionale spazzato via dalla Grande Guerra.  Non era quello del resto il mondo dei garden parties, abbondante di latte e miele, in cui il privilegio di classe si misurava, in primo luogo, sui campi da cricket e nei collegi più prestigiosi, dove venivano formati i figli dell’Impero destinati alle cime dell’establishment? Una sorta di età dell’oro che l’Inghilterra avrebbe provato ciecamente a rianimare durante il «lungo week-end» interbellico (descritto da Robert Graves in A Social History of Great Britain 1918-1939), nascondendo le sue ferite dietro il fascino della tradizione. Eppure, era svanito da secoli il sogno edenico di una «England’s green e pleasant land», eretta sulle colline dell’innocenza di William Blake (And did those feet in ancient time), dal futuro rigoglioso di «fresh woods and pastures new», memore della profezia di Milton (come detta la pastorale Lycidas), lontano anni luce dalla desolazione novecentesca. Al vertice di questa élite di intellettuali e scrittori controcorrente che, asserviti a un ideale comune, esercitavano ancora piena autorità nel mondo delle lettere, spicca il genio poliedrico di John Collings Squire. Poeta, giornalista e editore di base al “London Statesman” (per cui scrisse recensioni sotto lo pseudonimo di “Solomon Eagle”), all’inizio della sua carriera si distinse sulle colonne della rivista fabiana per la dote eccezionale nella parodia. Riconosciuto ben presto dalla critica come uno degli uomini più colti e versatili del suo tempo, era pure un militante tradizionalista in campo poetico, una vera e propria spina nel fianco per la controparte modernista che avrebbe cambiato una volta per tutte gli orizzonti contemporanei.    J.C. Squire (1884-1958), l’ultimo leader georgiano Fra gli studenti di spicco del St John’s College, il talento di Cambridge – laureato in storia e traduttore di Baudelaire – si era fatto strada nella capitale grazie alla serie di antologie curate da Sir Edward Marsh – cinque in tutto e dalla vita breve – sotto il titolo solenne di Georgian Poetry (1911-22). Insieme a Lascelles Abercrombie, Walter de La Mare e al capofila Rupert Brooke, figura negli ultimi tre volumi, trovando posto accanto a penne del calibro di John Masefield, Robert Nichols e John Drinkwater. Sulla scia dei compagni – i quali si consideravano a loro modo moderni e progressisti per l’epoca –, anche Squire, in quella fase, componeva versi ispirati dalla bellezza della natura, profusi d’amor patrio (per ciò additati dai posteri di non poco sentimentalismo) e devoti a un’agreste “Merry England”. Prendendo a modello i classici – dal “Green World” di Shakespeare e l’Arcadia di Sidney alle ballate romantiche –, i giovani Georgians intendevano estirpare dalla poesia inglese la densità stilistica e la carica retorica di un vittorianesimo fuori tempo, riportandola al lessico ordinario e alla purezza formale di un primo Wordsworth.  Con la ripartenza postbellica, fu proprio Squire ad assumere il ruolo di tenace oppositore delle tendenze radicali (Eliot e Pound erano già sulla scena), difendendo l’esperienza georgiana fino agli ultimi fuochi. Per queste ragioni, diede alle stampe la sua antologia di idoli poetici, Selections from Modern Poets (1921; ristampata a più riprese lungo un decennio). La silloge epocale non mancava di includere alcuni autori sfuggiti volutamente dall’indice di Marsh come dal successivo Oxford Book of Modern Verse 1892–1935 (pubblicato nel ’36 da W.B. Yeats), in specie i poeti di guerra Wilfred Owen e Charles Sorley, per non tacere l’orrore del fronte. Infatti, se non lo si può annoverare strettamente fra i poeti combattenti, il noto curatore (risparmiato dalla leva per problemi alla vista) era comunque un war poet di protesta – a dire il vero, uno dei primi, alla pari di Siegfried Sassoon – attivo sull’home front. In quanto tale, non poté trascurare le pagine più terribili e toccanti della storia umana, ora macchiate dalla descrizione di fetide trincee ora puntellate da invettive di accesa satira politica.    A interrompere quel filone poetico dalle dimensioni utopiche, il 1922 – ricordato come l’annus mirabilisdella letteratura anglofona – segnò la svolta definitiva, una cesura dirimente sfociata in un dibattito critico tra tradizione e modernità. In sostanza, lo schieramento vedeva l’autore della Waste Land e i suoi fervidi seguaci contro la coterie formata da Robert Bridges (Poeta Laureato fino al ’30) e georgiani: una lotta tra titani, non excludit alterum. Inesorabilmente, dopo gli anni del conflitto, il lavoro monumentale di quei poeti ragazzi precoci e brillanti, che si impegnarono con ardore nel progetto sostenuto dal patrocinio di Marsh – al fianco di Harold Monro che li ospitava presso il suo Poetry Bookshop –, poteva dirsi concluso e superato da istanze sperimentali ritenute più adatte a rappresentare i rapidi mutamenti spirituali, epistemici e culturali del nuovo secolo. Da qui, l’oblio – di cui purtroppo siamo testimoni tutt’oggi – della poesia d’anteguerra, destinata a cadere nel baratro dell’anacronismo perché sintomatica di quel “mondo di ieri” stravolto dalle bombe, che il pubblico di lettori volle allontanare dalla vista e dal cuore.  All’enorme interesse editoriale del tempo fece quindi seguito una sfortunata ricezione, a cui contriburono i pareri di una critica insofferente a stilemi e toni non più riproducibili nell’era moderna. Al netto delle singole esperienze poetiche pressoché eterogenee (si pensi al camaleontico Brooke e ad altri che vi entrarono di sguincio, come D.H. Lawrence), da una parte le forme metriche ormai desuete apparivano troppo ancorate alla classicità, dall’altra la vena nostalgica e il riparo bucolico entro il confine delle contee assimilavano il profilo del Georgian poet a quello di un arcade moderno. Cantore della vita semplice e abitante di una realtà rurale rimasta ai margini dello spaesamento metropolitano, il timbro imperiale era capace di prestare le proprie corde a un’armonia perduta nel caos contemporaneo, estraneo in definitiva all’apertura trasnazionale del Modernismo.   In questo complesso scenario, J.C. Squire divenne, assieme ai “suoi”, l’animatore di punta di una polemica incendiaria, arrivando a monopolizzare – fino alla saturazione, secondo l’acuto Alec Waugh – le vette delle principali riviste letterarie, dal “New Age” allo “Statesman”. Con alacrità, il portavoce del gruppo investì tutte le sue energie, come scrittore prima ancora che come editore, per tenere alto lo stendardo reale anche dopo la dispersione dei suoi membri (alcuni dei quali morirono in servizio militare nel fiore dell’età).  A tarpargli le ali, nell’immediato dopoguerra, il giudizio poco lusinghiero di Virginia Woolf, e con lei quello dissacrante di Lytton Strachey, saettava nell’opinione pubblica come una sentenza che non gli rendeva affatto giustizia come letterato. Per la regina di Bloomsbury, era solamente un tipo “volgare, […] più ripugnante di quanto si possa esprimere a parole, e perfido nei suoi malaffari”, mentre l’eminente Strachey lo definì “un lurido verme”. Molti, poi, ne riconobbero l’enome potere persuasivo, tacciandolo di orientare il parere del pubblico fino a dominare il mondo giornalistico con le sue frivolezze: “Se ce la fa, sarà difficile vedere qualcosa di buono”, affermò l’acerrimo nemico T.S. Eliot (nonché futuro direttore per i tipi Faber). Secondo Robert H. Ross (The Georgian Revolt, 1967), intorno al 1920 Squire era sulla buona strada per creare una cerchia letteraria right-wing tanto influente quanto i circoli di sinistra, in diuturna competizione con l’Athenaeum presieduto da John Middleton Murry (marito di Katherine Mansfield).  Per coloro che l’avevano conosciuto in amicizia e per contratto, invece, era un modello di dissimulazione e simpatia affettata, dalla scusa sempre pronta, ma anche un uomo generoso, infaticabile nel suo lavoro e, senza ombra di dubbio, un vero intellettuale engagé. Di casa ai ricevimenti dell’aristocratica Lady Ottoline Morrell, l’allegro personaggio mondano dalla parlantina accattivante – espertissimo di formaggio Stilton come dell’ultima uscita editoriale – adunò una larga schiera di giovani promesse (a esclusione dei rivali bloomsburiani). Nel 1927 fu perfino commentatore radiofonico nei tornei di Wimbledon e creò una propria squadra di cricket, The Invalids, composta da reduci di guerra rimasti feriti in azione, che avrebbe fatto invidia ai vecchi Allahakbarries (per intenderci, Conan Doyle, J.K. Jerome, eccetera) capeggiati da James Barrie. La scalata verso il successo lo aveva lanciato, dal 1919, negli uffici del mensile “London Mercury”, una delle prime riviste a carattere esclusivamente letterario, da lui riportata in auge con un’intensa attività di redattore (che gli valse nel 1933 il titolo di cavaliere del Re, dunque fu eletto Sir). Associato a un sostrato upper-middle class, il periodico diventò sotto la sua ala l’avamposto georgiano per antonomasia. D.H. Lawrence vi contribuì con la poesia Snake (1921) e più tardi tornò sul pezzo in Nettles:  > Quando Mercurio arrivò a Londra > Lo fecero “sistemare”. > Lo salvarono da tante associazioni indesiderate. > A questo punto tutte le ziette lo adorarono  > Perché, vedi, non è “né carne né pesce, mia cara!” I rapporti altalenanti con l’enfant terrible del romanzo inglese duravano da quando, in una recensione del 1915 a The Rainbow, Squire lo aveva sì difeso dalle accuse di indecenza ma senza nascondere il suo disappunto per lo scarso valore letterario del libro. Così un furioso Lytton Strachey rispose: “Siano dannati i suoi occhi!”.  A darne un’impietosa caricatura si precipitò anche il maestro della satira Evelyn Waugh nel romanzo d’esordio Decline and Fall (1928). In queste pagine, l’accanito georgiano incarna la figura di editor fazioso dell’immaginario “London Hercules”, Mr Jack Spire, e certi suoi tratti si nascondono dietro l’eccentrico Augustus Fagan, Esquire (Cavaliere), PhD in filosofia e rettore presso il Castello di Llanabba (sede della peggiore public school del Galles). O ancora, nel romanzo England, Their England (1933) è il bersaglio comico di A. G. Macdonell, nei panni di Mr. William Hodge, il leader sfacciato del “London Weekly”. Come i suoi alter ego letterari, quella di Squire è a tutti gli effetti una storia di trionfo e fallimento. Dal bel mondo di Londra alla consunzione fatale per alcolismo, una volta caduto in disgrazia, si ritrovò isolato dal giro dell’alta società conosciuta in gioventù. Dopo essere stato lettore per Macmillan e tornato a recensire per il settimanale “Illustrated London News”, col tempo la fiaschetta facile prese il posto della penna. Avversato dagli augusti Sitwell e assalito da violente accuse di fascismo (per aver incontrato il Duce in qualità di membro dell’esclusivo January Club) si ritirò in un remoto cottage, che andò distrutto in un incendio, e da lì in una magione del Weald. Ma il crollo finale giunse alla perdita del figlio Maurice, ucciso nella Seconda guerra mondiale.  Tra successi e dispute letterarie, il vecchio Jack scomparve nel 1958 dopo una lunga e mirabile carriera. Degli anni ruggenti che lo videro protagonista era scomparso quasi tutto, compreso l’ideale per cui aveva combattuto. Ciononostante, la sua apologia resta scritta, come una rivelazione, ne La legge del più forte (1916): “Questi erano i miei amici; Strachey, tu non li conoscevi, Perché erano uomini semplici, senza pretese […] Se solo avessero avuto il privilegio di radunarsi Ai piedi di Gamaliele, avrebbero capito Che anche l’odio e il massacro hanno il loro splendore, E che l’uomo non può vivere di solo Amore […] Davanti ai loro occhi si ergeva L’Inghilterra, crociata immemoriale, Una grande statua-sogno, assisa e serena, Che molto sangue aveva versato, e figli traditori,  Ma ancora risplendeva con mani e vesti intatte […] E Lei, pur significando un passaggio amaro e veloce, Dovevano servire, poiché Lei serviva la Libertà, Romanzo e retorica! Eppure, nutriti da tali sciocchezze, Affrontarono i cannoni, i morti, i topi e la pioggia. E tutti, in un mese, mentre l’estate svaniva, perirono; Avevano occhi limpidi, corpi forti, e anche un po’ di cervello. Strachey, questi sono morti. Che bisogno c’è di dire altro?” * Un canto I teneri petali cadono e l’albero che ondeggia lieve   Ha conosciuto molte primavere e ha visto molti petali,  Anno dopo anno, spargersi sui verdi sentieri silenziosi, Sulla statua, lo stagno e il basso muro pieno di crepe.  Sbiadito è il ricordo delle vecchie cose che furono, La pace aleggia sulle rovine di antichi banchetti; Esse giacciono e scoloriscono nel calore del sole, E un cielo azzurro-argenteo si incurva su tutte loro. Così dolcemente, teneramente, adesso il cuore si desta Con desideri lievi e informi; e, senza cercare, trovo Pensieri quieti che guizzano come martin pescatori azzurri Sul placido specchio illuminato della mente. * Sonetto C’era un indiano, rimasto sempre giovane, Che vagava sereno lungo una spiaggia assolata Raccogliendo conchiglie. D’improvviso udì uno strano Rumore confuso: alzò lo sguardo; e restò senza fiato. Perché nella baia, dove non c’era niente prima,  Avanzavano sul mare, come per magia, grandi canoe, Con le vele gonfie sugli alberi, senza neanche un remo, Le insegne colorate sventolavano e le ciurme si arrampicavano. E lui, impaurito, quell’uomo solo e senza vesti, Le mani cadute, dimentiche di tutte le conchiglie, Le labbra impallidite, si inginocchiò dietro una roccia, Fissava, vedeva, ma non comprendeva, Le caravelle di Colombo, gravide di destino, Inclinarsi verso la riva, e tutti i loro marinai pronti allo sbarco. * Paradiso perduto Quali colori possedeva la luce del sole e quant’erano ricche le ombre, Le ombre azzurre e intricate che cadevano dai rami incrostati Di meli deformi sull’erba del frutteto. Quale blu celestiale era il colore di due uova lisce e morbide  Immerse nel fango arrotondato che rivestiva il nido del tordo: E quale profondo piacere davano le macchie che le punteggiavano. E quel piccolo ruscello che correva da siepe a siepe, Ombreggiato dagli alberi e scintillante nei raggi del sole, Quant’era limpida l’acqua, i letti piatti di sabbia  Con bolle di riflessi vaghi, ciascuno un piccolo mondo dorato Ai miei occhi incantati. Allora la terra mi appariva nuova. Ma ora cammino su questa terra come fosse un ripostiglio, E a volte vivo una settimana, vedendo solo semplici erbe, Pietre e uccelli migratori: né guardo qualcosa Per abbastanza tempo da sentirne l’assalto calmo e deliberato: La sua forza, la sua parola, il suo cuore regale. L’infanzia non tornerà; ma non ho forse la volontà Di tendere la mia mente torbida, che fertilizza ogni cosa esteriore, E, aperto di nuovo a tutti i miracoli della luce, Vedere il mondo con gli occhi di un cieco che torna a vedere? * Luce stellare Ieri notte giacevo in un campo solitario E guardavo le stelle con le labbra sigillate; Nessun rumore muoveva l’aria senza vento, E guardavo le stelle con sguardo fisso. Ce n’erano alcune che scintillavano e altre che brillavano Con un bagliore morbido e uniforme, e una  Che regnava sul circolo sparso, Oscillando la schiera con tacito suono. “Calme creature,” pensai, “nella vostra caverna azzurra, Imparerò a conoscervi, a trattenervi e a dominarvi; Vi metterò al giogo e vi irriderò come posso, Perché l’orgoglio del mio cuore è l’orgoglio di un uomo.” Con l’erba sulla guancia nel campo rugiadoso, Giacevo immobile, le labbra serrate E l’orgoglio di un uomo dallo sguardo rigido Che cavalcavano come spade i sentieri del cielo. Attraverso un varco imprevedibile si insinuò L’Universo, spargendosi sulla mia anima; Veloci andarono il respiro e il cuore, E guardai le stelle a labbra socchiuse. * La morte di un cane La grossa zolla di terra cade nella fossa come un respiro tranquillo e regolare; Troppo simile al suo, per un attimo il suono mi inganna: Copre il mucchio di felci che il giardiniere ha posto sopra di lui; Il badile oscilla silenzioso: eccola la sua tomba. Una chiazza di terra fresca sul pavimento della camera fertile del bosco: Tutto intorno l’erba, il muschio e i germogli verde scuro del giacinto; E sopra gli alberi, querce già vecchie quando il suo cinquantesimo antenato era un cucciolo; E distanti, nel giardino, sento le grida dei bambini. La loro gioia è lontana come un sogno. È strano come comperiamo il nostro dolore Per toccare cose che periscono, oziosamente, con gli occhi aperti; Come diamo i nostri cuori a bestie moribonde che durano poche stagioni, Senza curarci di ciò che facciamo quando lo facciamo; né vorremmo altro. *L’introduzione, la scelta e la traduzione dei testi sono di Pierluigi Piscopo. *Per approfondire la vita e l’opera di J.C. Squire si consigliano i seguenti volumi: P. Howart, Squire. ‘Most generous of men’, Hutchinson, 1963. J. Smart, Shores of Paradise. The Life of Sir John Squire: The Last Man of Letters, Troubador, 2021. T. Rogers, a cura di, Georgian Poetry 1911-22: The Critical Heritage, Routledge, 2013. K. Hale, a cura di, A Compilation of Georgian Poetry 1911-22, Watersgreen House, 2016. In copertina: John Mansbridge, Ritratto di Sir John Collings Squire, 1933-34. L'articolo “Diamo i nostri cuori a bestie moribonde”.  J. C. Squire, il critico più odiato degli anni Venti proviene da Pangea.
August 6, 2025 / Pangea