Abito a Villa Borghese. Comincia così Tropico del cancro. E ventuno anni fa, al
margine di pagina ventuno, avevo messo un appunto: Può darsi che scriverò
qualcosa anch’io.
Non importa dove sia Villa Borghese… a Parigi a Roma o chissà dove. Al tempio di
Antonino e Faustina Ilaria mi dice: «Non siamo che statue invernali». Ilaria non
è qui ma me lo dice lo stesso.Anche io non sono qui.
È importante scrivere perché scrivere riscalda. È esercizio fisico e fatica e
come tale praticarlo in inverno aiuta la circolazione. È importante scrivere
della circolazione delle auto a Roma e dei mammut preistorici. È importante non
avere una trama e non rispondere ad alcun criterio. Io sono i vicoli bui e
quelli illuminati a lampioni, sono il Medioevo urbano delle torri nel
ventunesimo secolo, la faccia oscura delle ville e dei parchi, sono tutte le
statue e ancor di più. Mi piace piroettarmi sulle altalene che non esistono e
fare su e giù sui prati verdi invitanti di rugiada.
È molto importante rifuggire i discorsi fatti, i termosifoni, le posizioni
semplici e quelle prese, le maschere stupide dell’apparenza e dell’appartenenza,
le zattere e i viali. Danzare con Haring sugli scaloni del Palazzo delle
Esposizioni prendere per le orecchie le statue greche abbracciare le mummie
etrusche farsi tatuaggi di campi di calcio per ricordarsi l’ubicazione e
arrivare pronti alla partita. Il fischio d’inizio.
Quando ci si lava sputare sulla parvenza per indossare solo le maschere di
carnevale, quelle originali, quelle veneziane e andare con esse oltre i tabù
sociali, camminare per le calli deserte a mezzanotte e uno, essere un vaporetto
e un piccione andando incontro a una sposa e al suo fantasma, al cataclisma del
compianto spettro del padrone alle persone insane che mangiano minestrone la
notte di Natale, ai monopattini storti che scodano sulle piste da sci orientali
e incontrano gli scrittori nei locali bohémien davanti a un caffè nero e a
un whisky torbato, dar da mangiare ai gatti e incontrare le volpi. In
particolare con le volpi stabilire un contatto ‒ calliditas è astuzia ‒ aprire
il discorso fatto, frugare nei loro occhi sottili e il pelo elegante sotto il
canto delle civette amabili responsabili del disordine esistenziale, meretrici
del campo pluviometrico di geometrico sdegno e virtù. Fumanti carte geografiche
sotto i lampioni, che prendono ascensori per salire sugli ippocastani e vedono
cattedrali andare a fuoco nelle notti invernali.
Andare a vedere le teche di civette imbalsamate nei musei di zoologia e parlare
con le civette reali, che abitano la notte coi loro occhi stellati, col loro
canto incantato, che viene da un altro secolo. Dal secolo delle torri medievali
illuminate bene, il secolo dei cantieri del sogno, dell’entusiasmo. Ritrovare la
scintilla urbana sui tapis roulant, dentro gli osceni tunnel progresso
illuminati male, da luci sifilitiche e sputazzi catarrosi. Andare oltre le volte
e i cortili genuflessi al falso progresso, oltre i giardinetti del capitalismo,
riconoscere il colore del cielo notturno, parlare con le rane.
Evitare il cinematografo perché il cinerama è il mondo reale: lo spettacolo è
infinito, Carmelo lo sapeva Bene. Dovrò dire a Henry Miller che Via del Governo
Vecchio è sempre la stessa, col suo muso informale, l’odore di pietra, l’affanno
mancato. Dovrò dirgli che la luce dei lampioni riflette sempre l’anima, e
scriverglielo così mi scalderò, mentre Piazza Navona sarà sempre paradisiaca e
incastonata come una gemma spaziale. Vedrò scorrere le mele stregate, gli
zuccheri filati, vedrò i contenuti di questo testo fare l’hula hoop dentro gli
studi d’arte contemporanea, vedrò queste lettere come note spargersi per la
città, stando attento a non incamerare umidità, che è regressiva come il dolore
anche se affascina. Sentirò il poeta beat intonare mantra sui tram di Frisco e
lo sciamano di Parigi voltare le carte dei tarocchi per il progresso
interiore. Libererò spazi di cielo per le mie nuvole, per le mie altalene
filanti, dove generoso sperpero baci alle signore e penso alla radura. Dalla Via
Latina puoi vedere i Castelli Romani. Puoi far vendemmiare le tue ossa
inumidite.
Da Trastevere puoi scorgere l’Aventino e respirare sigarette di ossidiana e
sentire i profumi dei saponi che vendono dietro alle vetrine. Ci sono molti
nuovi negozi vietnamiti e io penso a Lao Tse. Al Circo Massimo mi fermo per
sorridere al roseto. Devo fare il salto fra il Tao e la statua di Mazzini. La
statua è troppo grande per non farlo. L’input mi trasporta dalla Cina alla
Repubblica Romana. È normale fare questo nel dialogo cittadino.
Sul Tevere mi ossigeno in una tenda e vedo il cane lupo e il capo indiano, vedo
il bosco delle querce gli abeti e le fate, il sultano delle nevi legge i
giornali capovolti e prende fiato. Fiato e sigarette, fiato e genitali, fiato e
tute con cui correre e sudare. Traspirare se stessi fra i lampioni nelle strade
buie e surreali, verso il Tempio di Diana, di Antonino e Faustina.
Giulia dice: «Ho mille tresche coi lampioni». Giulia non è qui ma me lo dice lo
stesso. È solo un giorno, forse è un anno, forse sono ventuno. Abito a Villa
Borghese, i cani abbaiano, le civette stridono: io sono qui e ora a correre
nello spazio e nel tempo.
Edoardo Piazza
*Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha ricostruito
l’immaginario, la poetica, sarà dedicato, in primavera, il primo volume della
collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia di poeti
difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un estro
metropolitano, materico. Seguiranno dettagli.
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Villa Borghese proviene da Pangea.
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Tropico del Cancro è il libro di un uomo felice. È lo stesso Henry Miller a
dirlo nella prima pagina del romanzo:
> «Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo».
Ed è proprio così. Tropico del Cancro, pubblicato nel 1934 in Francia e vietato
negli Stati Uniti fino al 1961, è un inno alla gioia di vivere, e ancora oggi è
un libro scandaloso. Non per le situazioni oscene che descrive o per il
linguaggio esplicito, tutte cose che ormai non scandalizzano più nessuno, quanto
piuttosto per la filosofia che viene fuori dalle sue pagine. Messo di fronte a
tutte le schifezze, gli orrori, le banalità dell’esistenza, Miller non batte
ciglio e continua a godersi la vita. Questo è il vero scandalo!
Figura leggendaria quella di Henry Miller (1891-1980). Emigrato a Parigi negli
anni Trenta dove viveva di espedienti in compagnia di altri emarginati, passando
dal letto di un’amante a quello di una prostituta, e scrivendo Tropico del
Cancro, che rimane il suo capolavoro, in cui libera la vita da tutte le
bardature e sovrastrutture per riportarla alla sua realtà primordiale
rappresentata dal sesso.
Il romanzo non ha una trama ben definita e racconta la vita parigina dello
scrittore americano, attraverso le sue peregrinazioni e i suoi incontri. Il
protagonista si limita ad accettare gli eventi così come gli capitano, senza
cercare di dare loro un senso. Non è guidato da nessuna filosofia o ideale, se
non il godimento immediato. Illuminante a questo proposito il ritratto di Miller
fatto da George Orwell:
> «Conobbi Miller alla fine del 1936, mentre passavo da Parigi diretto in
> Spagna. Ciò che più mi colpì in lui fu l’assoluta mancanza di interesse per la
> guerra di Spagna. Si limitò a dirmi in termini piuttosto energici che andare
> in Spagna in quel momento significava essere un idiota… le mie idee sulla
> necessità di combattere il fascismo, difendere la democrazia ecc. ecc. erano
> tutte fesserie. La nostra civiltà era destinata a essere spazzata via e
> sostituita da qualcosa tanto differente da non sembrarci neppure umana:
> prospettiva, disse, che non lo preoccupava affatto».
Proprio in questa rivendicazione di irresponsabilità sta lo scandalo, e la
grandezza, di Tropico del Cancro e del suo autore. Una irresponsabilità lucida,
di chi vede ed è consapevole dello sfacelo e dell’orrore che ci circondano, ma
trova inutile, oltre che assolutamente ridicolo, intervenire. Con tanti saluti a
tutta quella vasta schiera di anime belle, in gran voga oggi come allora, che
mangiano indignazione (finta) e impegno (un tanto al chilo) a colazione, a
pranzo e a cena.
Un atteggiamento quello di Miller molto più sincero e autentico delle
chiacchiere di chi ci invita a inseguire false palingenesi della storia o ideali
di panna montata regolarmente destinati al fallimento. Viene in mente Pier Paolo
Pasolini, riproposto fino alla nausea e perlopiù a vanvera nello stucchevole
cinquantenario della sua morte appena concluso, del quale nessuno ha ricordato
una sua frase, questa sì di assoluta genialità:
> «La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario».
Anche se può essere duro ammetterlo, la realtà è che anche la nostra vita di
tutti i giorni è molto simile a quella del protagonista di Tropico del Cancro,
fatta di tanti episodi senza senso, di incontri casuali, di piccole e grandi
meschinerie, da accettare così come vengono, senza illudersi che ci sia qualche
fine nobile da perseguire. La cosa più sensata da fare? Cercare di prendere al
volo almeno un pezzetto di felicità e sgranocchiarselo in fretta prima che
svanisca.
Silvano Calzini
*In copertina: Henry Miller e Brenda Venus fotografati da George Hurrell nel
1980
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