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Metafisica dei lampioni d’inverno. Lettera ubriaca a Henry Miller da Villa Borghese
Abito a Villa Borghese. Comincia così Tropico del cancro. E ventuno anni fa, al margine di pagina ventuno, avevo messo un appunto: Può darsi che scriverò qualcosa anch’io. Non importa dove sia Villa Borghese… a Parigi a Roma o chissà dove. Al tempio di Antonino e Faustina Ilaria mi dice: «Non siamo che statue invernali». Ilaria non è qui ma me lo dice lo stesso.Anche io non sono qui. È importante scrivere perché scrivere riscalda. È esercizio fisico e fatica e come tale praticarlo in inverno aiuta la circolazione. È importante scrivere della circolazione delle auto a Roma e dei mammut preistorici. È importante non avere una trama e non rispondere ad alcun criterio. Io sono i vicoli bui e quelli illuminati a lampioni, sono il Medioevo urbano delle torri nel ventunesimo secolo, la faccia oscura delle ville e dei parchi, sono tutte le statue e ancor di più. Mi piace piroettarmi sulle altalene che non esistono e fare su e giù sui prati verdi invitanti di rugiada.  È molto importante rifuggire i discorsi fatti, i termosifoni, le posizioni semplici e quelle prese, le maschere stupide dell’apparenza e dell’appartenenza, le zattere e i viali. Danzare con Haring sugli scaloni del Palazzo delle Esposizioni prendere per le orecchie le statue greche abbracciare le mummie etrusche farsi tatuaggi di campi di calcio per ricordarsi l’ubicazione e arrivare pronti alla partita. Il fischio d’inizio. Quando ci si lava sputare sulla parvenza per indossare solo le maschere di carnevale, quelle originali, quelle veneziane e andare con esse oltre i tabù sociali, camminare per le calli deserte a mezzanotte e uno, essere un vaporetto e un piccione andando incontro a una sposa e al suo fantasma, al cataclisma del compianto spettro del padrone alle persone insane che mangiano minestrone la notte di Natale, ai monopattini storti che scodano sulle piste da sci orientali e incontrano gli scrittori nei locali bohémien davanti a un caffè nero e a un  whisky torbato, dar da mangiare ai gatti e incontrare le volpi. In particolare con le volpi stabilire un contatto ‒ calliditas è astuzia ‒ aprire il discorso fatto, frugare nei loro occhi sottili e il pelo elegante sotto il canto delle civette amabili responsabili del disordine esistenziale, meretrici del campo pluviometrico di geometrico sdegno e virtù. Fumanti carte geografiche sotto i lampioni, che prendono ascensori per salire sugli ippocastani e vedono cattedrali andare a fuoco nelle notti invernali. Andare a vedere le teche di civette imbalsamate nei musei di zoologia e parlare con le civette reali, che abitano la notte coi loro occhi stellati, col loro canto incantato, che viene da un altro secolo. Dal secolo delle torri medievali illuminate bene, il secolo dei cantieri del sogno, dell’entusiasmo. Ritrovare la scintilla urbana sui tapis roulant, dentro gli osceni tunnel progresso illuminati male, da luci sifilitiche e sputazzi catarrosi. Andare oltre le volte e i cortili genuflessi al falso progresso, oltre i giardinetti del capitalismo, riconoscere il colore del cielo notturno, parlare con le rane. Evitare il cinematografo perché il cinerama è il mondo reale: lo spettacolo è infinito, Carmelo lo sapeva Bene. Dovrò dire a Henry Miller che Via del Governo Vecchio è sempre la stessa, col suo muso informale, l’odore di pietra, l’affanno mancato. Dovrò dirgli che la luce dei lampioni riflette sempre l’anima, e scriverglielo così mi scalderò, mentre Piazza Navona sarà sempre paradisiaca e incastonata come una gemma spaziale. Vedrò scorrere le mele stregate, gli zuccheri filati, vedrò i contenuti di questo testo fare l’hula hoop dentro gli studi d’arte contemporanea, vedrò queste lettere come note spargersi per la città, stando attento a non incamerare umidità, che è regressiva come il dolore anche se affascina. Sentirò il poeta beat intonare mantra sui tram di Frisco e lo sciamano di Parigi voltare le carte dei tarocchi per il progresso interiore. Libererò spazi di cielo per le mie nuvole, per le mie altalene filanti, dove generoso sperpero baci alle signore e penso alla radura. Dalla Via Latina puoi vedere i Castelli Romani. Puoi far vendemmiare le tue ossa inumidite.  Da Trastevere puoi scorgere l’Aventino e respirare sigarette di ossidiana e sentire i profumi dei saponi che vendono dietro alle vetrine. Ci sono molti nuovi negozi vietnamiti e io penso a Lao Tse. Al Circo Massimo mi fermo per sorridere al roseto. Devo fare il salto fra il Tao e la statua di Mazzini. La statua è troppo grande per non farlo. L’input mi trasporta dalla Cina alla Repubblica Romana. È normale fare questo nel dialogo cittadino.  Sul Tevere mi ossigeno in una tenda e vedo il cane lupo e il capo indiano, vedo il bosco delle querce gli abeti e le fate, il sultano delle nevi legge i giornali capovolti e prende fiato. Fiato e sigarette, fiato e genitali, fiato e tute con cui correre e sudare. Traspirare se stessi fra i lampioni nelle strade buie e surreali, verso il Tempio di Diana, di Antonino e Faustina.  Giulia dice: «Ho mille tresche coi lampioni». Giulia non è qui ma me lo dice lo stesso. È solo un giorno, forse è un anno, forse sono ventuno. Abito a Villa Borghese, i cani abbaiano, le civette stridono: io sono qui e ora a correre nello spazio e nel tempo. Edoardo Piazza *Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha ricostruito l’immaginario, la poetica, sarà dedicato, in primavera, il primo volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un estro metropolitano, materico. Seguiranno dettagli. L'articolo Metafisica dei lampioni d’inverno. Lettera ubriaca a Henry Miller da Villa Borghese proviene da Pangea.
February 26, 2026 / Pangea
Il libro scandaloso di un uomo felice. “Tropico del Cancro” di Henry Miller
Tropico del Cancro è il libro di un uomo felice. È lo stesso Henry Miller a dirlo nella prima pagina del romanzo: > «Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo».  Ed è proprio così. Tropico del Cancro, pubblicato nel 1934 in Francia e vietato negli Stati Uniti fino al 1961, è un inno alla gioia di vivere, e ancora oggi è un libro scandaloso. Non per le situazioni oscene che descrive o per il linguaggio esplicito, tutte cose che ormai non scandalizzano più nessuno, quanto piuttosto per la filosofia che viene fuori dalle sue pagine. Messo di fronte a tutte le schifezze, gli orrori, le banalità dell’esistenza, Miller non batte ciglio e continua a godersi la vita. Questo è il vero scandalo! Figura leggendaria quella di Henry Miller (1891-1980). Emigrato a Parigi negli anni Trenta dove viveva di espedienti in compagnia di altri emarginati, passando dal letto di un’amante a quello di una prostituta, e scrivendo Tropico del Cancro, che rimane il suo capolavoro, in cui libera la vita da tutte le bardature e sovrastrutture per riportarla alla sua realtà primordiale rappresentata dal sesso. Il romanzo non ha una trama ben definita e racconta la vita parigina dello scrittore americano, attraverso le sue peregrinazioni e i suoi incontri. Il protagonista si limita ad accettare gli eventi così come gli capitano, senza cercare di dare loro un senso. Non è guidato da nessuna filosofia o ideale, se non il godimento immediato. Illuminante a questo proposito il ritratto di Miller fatto da George Orwell:  > «Conobbi Miller alla fine del 1936, mentre passavo da Parigi diretto in > Spagna. Ciò che più mi colpì in lui fu l’assoluta mancanza di interesse per la > guerra di Spagna. Si limitò a dirmi in termini piuttosto energici che andare > in Spagna in quel momento significava essere un idiota… le mie idee sulla > necessità di combattere il fascismo, difendere la democrazia ecc. ecc. erano > tutte fesserie. La nostra civiltà era destinata a essere spazzata via e > sostituita da qualcosa tanto differente da non sembrarci neppure umana: > prospettiva, disse, che non lo preoccupava affatto». Proprio in questa rivendicazione di irresponsabilità sta lo scandalo, e la grandezza, di Tropico del Cancro e del suo autore. Una irresponsabilità lucida, di chi vede ed è consapevole dello sfacelo e dell’orrore che ci circondano, ma trova inutile, oltre che assolutamente ridicolo, intervenire. Con tanti saluti a tutta quella vasta schiera di anime belle, in gran voga oggi come allora, che mangiano indignazione (finta) e impegno (un tanto al chilo) a colazione, a pranzo e a cena. Un atteggiamento quello di Miller molto più sincero e autentico delle chiacchiere di chi ci invita a inseguire false palingenesi della storia o ideali di panna montata regolarmente destinati al fallimento. Viene in mente Pier Paolo Pasolini, riproposto fino alla nausea e perlopiù a vanvera nello stucchevole cinquantenario della sua morte appena concluso, del quale nessuno ha ricordato una sua frase, questa sì di assoluta genialità: > «La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario». Anche se può essere duro ammetterlo, la realtà è che anche la nostra vita di tutti i giorni è molto simile a quella del protagonista di Tropico del Cancro, fatta di tanti episodi senza senso, di incontri casuali, di piccole e grandi meschinerie, da accettare così come vengono, senza illudersi che ci sia qualche fine nobile da perseguire. La cosa più sensata da fare? Cercare di prendere al volo almeno un pezzetto di felicità e sgranocchiarselo in fretta prima che svanisca. Silvano Calzini *In copertina: Henry Miller e Brenda Venus fotografati da George Hurrell nel 1980 L'articolo Il libro scandaloso di un uomo felice. “Tropico del Cancro” di Henry Miller proviene da Pangea.
January 13, 2026 / Pangea