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Sull’editing del testo come forma preventiva di omicidio
Da mesi mi tormenta una domanda: come sarebbe la letteratura oggi senza gli editor? Ignoro la struttura delle altre professioni, ma sospetto che ogni lavoro abbia un nume tutelare, una nicchia in cui sgranare il cruciverba dei propri peccati. Nel campo dell’editoria l’angelo custode, il santo protettore a cui votarsi è l’editor. L’editor spariglia i testi, prevede le collane, progetta e organizza le parole. Alla figura dello scrittore, che fino a poco fa potevamo immaginare come un’essenza irripetibile distillata in solitudine, se non in una secentesca torre d’avorio quantomeno nella cerchia ristretta dei confidenti e degli affetti, oggi dobbiamo associare sempre, apertamente o subdolamente, scopertamente o surrettiziamente, una protesi umana, una longa manus che si protende dalla penna e ci fissa occhiuta da ogni pagina, quella dell’editor. A questa anamorfosi si aggiunge quella del lettore, che se prima vedeva nello srotolarsi della pagina un’unica volontà creatrice, ora deve fare i conti con un mio/tuo che rende strabica la lettura.  La lenta erosione degli spazi e dei ruoli da parte degli editor ha due conseguenze che mi sembrano interessanti: la prima, che nella critica e nell’apprezzamento del pubblico questa editorializzazione del gusto ha trasformato ragioni di gusto in capricci di gusto: se prima si discuteva delle motivazioni che avevano portato uno scrittore a pubblicare un libro, o delle idee che in esso erano espresse e di cui il libro costituiva il precipitato sofferto, oggi si salta a piè pari questo passaggio per impuntarsi subito su quello che, secondo noi, l’autore avrebbe potuto fare a meno di scrivere in un capitolo o in una specifica pagina. Provate ad avvicinare, nei club di lettura, nelle librerie, negli appartamenti, nelle famiglie, le discussioni letterarie che vi si svolgono, e ditemi se non è vero che la forbice dell’editor va trasmutandosi geneticamente in ognuno di noi, soppiantando con uno strappo quelle radici di gusto e di sentimento che stanno alla base di ogni buon libro e di ogni buona lettura.  La seconda conseguenza è più strutturale e può essere esemplificata in un movimento: se prima era lo scrittore a dirigersi dall’editore per sottoporgli un libro, con l’idea già foderata di parole pronta a macchiarsi per il mondo, oggi il tragitto è esattamente contrario. È l’editor, nelle vesti di editore in senso largo, che rincorre l’autore con proposte di libri futuri che fiaccano la tenuta già vacillante di ogni sputa-parole. Anche qui, val la pena d’avvicinarsi alla scena: non c’è fiera editoriale, o incontro letterario a cui abbia assistito, grande o piccolo che sia, che non contenga una di quelle scene patetiche per cui, allo spegnimento del microfono, mentre gli altri cominciano a rivestirsi, un nugolo di mosche inizia a girare attorno all’autore con un ronzio capace di far desistere il più coriaceo dei sognatori. Si insegue l’autore per complimentarsi dell’intervento, certo, ma l’importante è rinnovargli quel fiato sul collo che presagisce l’alito cattivo del prossimo libro, certamente non promettente nella misura in cui nasce sotto così infausti presagi. In breve, la tavola della legge che gli editor hanno ricevuto dal Monte Siae ha due comandamenti: marcare stretto l’autore e ostacolare chi tenta di opporvisi.  Ora, perché tanto clamore in così poca veste? Perché tanto brusio, proprio dove le parole dovrebbero pesare di più sulla bilancia? La mia impressione è che gli editor, che ad onta di tanti vituperi sono persone ragionevoli e attente, si rendano conto di uno scenario che andrebbe posto sotto attenta osservazione: la produzione di scrittura nel panorama odierno è inversamente proporzionale alla sua qualità. È come se ogni libro pubblicato fosse un nodo che stringe il cappio intorno al quale stiamo appesi tutti e da cui pende e dipende l’operato di ogni editor che si rispetti. In ogni libro giuriamo tacitamente che il successivo non potrà essere peggiore di questo, salvo poi scoprire che il patto è sistematicamente disatteso dalla prossima cattiva lettura.  Il circolo, come si vede, è vizioso: gli autori già affermati accondiscendono, per non abdicare la posizione di rilievo che hanno maturato negli anni, alle richieste degli editor, mentre quelli esordienti hanno due strade: o accodarsi alle richieste di questo genere e produrre qualcosa di tematicamente simile, in attesa che sia notato dalle tante scuole di scrittura che invogliano, col loro stesso operare, questo genere di prodotti; o condannarsi a un vox clamantis in deserto sperando che l’eco della propria solitudine arrivi faticosamente nella cittadella distante dall’oasi. Di questo passo, anche la narrativa si va editorializzando, nel senso che non nasce più da una esigenza fisica di espressione, ma da un desiderio prodotto e suggerito proprio da coloro che dovrebbero salvaguardare la massima diversità in fatto di espressione e di narrazione. È da leggere in questo senso la spaventosa rassomiglianza tra scuole di scrittura e di sceneggiatura, tra cinema e letteratura, tra serie-tv e racconti: sembra che le parole, prima ancora di atterrare sullo schermo, siano già pensate sotto forma di battuta e non di ritmo. Così il libro, da porto definitivo di espressione, si trasforma in un veicolo che semplifica la trasposizione da un prodotto all’altro. A questa breve disamina si accompagna il sospetto più indiscreto e probabilmente più malevolo: davvero nessun testo ha l’autonomia di passare le maglie dei censori? Non sarà, questa dogana editoriale ai confini della realtà del testo, l’estremo tentativo di normalizzare un prodotto che deve essere il più affine possibile alle coordinate già tracciate dal gusto, pena la sua esclusione nell’isola di confino dell’impubblicabilità? Queste righe non vogliono cavalcare l’onda sicura del libello, ma seminare un’ombra di dubbio nella mente di quanti, come il sottoscritto, amano troppo a fondo la letteratura per non chiedersi come sarebbe oggi senza gli editor. Andrea Muratore *In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth a “L’isola del tesoro” L'articolo Sull’editing del testo come forma preventiva di omicidio proviene da Pangea.
January 9, 2026 / Pangea
“Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di culto diventato di moda
Di Emil Cioran non si butta via nulla. Cioran è il vitello d’oro dell’editoria odierna, un tempio diventato macello. Qualsiasi cosa abbia scritto – comprese le cartoline, le epistole in sottofondo, i taccuini mutilati – è degno di stampa. Merito di una scrittura lapidaria, veneficamente benefica, suprema per chi confida nel genio della crudeltà. Le frasi di Cioran – indipendentemente da ciò che significano – sono sempre ‘ad effetto’, mai affettate, perfette per il proprio personale diario notturno, per la citazione sui social e per galvanizzare una cena; ottime da tatuare in pieno corpo.  L’autore intransigente è diventato un’esigenza civica: Dio del Niente dacci oggi il nostro Cioran quotidiano, in pillole concettuali, in supposte verbali, in supposizioni postprandiali per il cattivo maestro in andropausa. A differenza di quelli di Nietzsche – suo autentico padre-padrone, insieme a Pascal: altro che lo stuolo di miseri moralisti del Settecento francese con cui ha scelto, maliziosamente, di far gara – gli apoftegmi di Cioran sono, infine, tenui: Cioran maneggia l’ascia del boia vestito da damigella di corte; oppure, al contrario, volteggia a corte travestito da boia. Cioran non vuole ‘incidere’ nella storia del pensiero occidentale: preferisce far sfoggio di sé, dare spettacolo, essere rivoltante per il gusto, senza cedere alle mode del tempo. In questo, è un autentico trickster, il sommo impostore che spernacchia l’ordine gerarchico, che sputtana il potere e ruba il Graal per farne il proprio pitale. In questo, è autenticamente geniale. Basta non prenderlo sul serio: Cioran potrebbe parlare di qualsiasi cosa – lo ha fatto: di Susana Soca come di Saint-John Perse, della Russia e della Francia, di Teresa d’Avila e del misconosciuto Mircea Vulcănescu (“il suo sapere prodigioso si sposava a una purezza come non ne ho mai incontrata di simile”, scrive, nel gennaio del 1968) – perché qualsiasi cosa, tra le sue mani, splende come l’oggetto più raro, il primo-e-unico, il mai prima d’ora, il primevo, adorabile adoratore del Caos.  Nel groviglio dell’opera di Cioran, Esercizi negativi (Adelphi, 2025, a cura di Ingrid Astier), in parte anticipati, tempo fa, su questo foglio, raduna le frattaglie, gli scritti marginali abbozzati sul greto di Sommario di decomposizione, libro-zenit uscito nel 1949, il primo in lingua francese. I fogli – custoditi presso il Fondo Cioran alla Bibliothèque littéraire Jacques Doucet, Parigi – sono noti ai cioraniani: Gallimard ha pubblicato Exercices négatifs esattamente vent’anni fa. Chissà che effetto farebbe a Cioran vedere quegli scarti – questo scaltro addestramento nella palestra del linguaggio – minutamente annotati, chiosati, con tanto di “Varianti definitive”, stesure più o meno rifinite, pre- e postfazioni, e la bordata di 339 note… Cioran, il micidiale antiaccademico ridotto a cadavere anatomizzato dagli studiosi, su cui compiere esperimenti di mesmerismo intellettuale. Detto questo, il libro, in sé, è ovviamente straordinario. Risuonano tutti i temi di Cioran; il ritmo imposto ai paragrafi ha qualcosa di selvatico, da domatore di iene. Le frasi, come sempre, sono risolute, marziali, con adatta quota d’abisso. Esempi sparsi.  > “Cos’è ciò che chiamiamo società, partito, ordine, religione se non un > brulichio elevato a sistema in nome di una vaga e pericolosa divinità?”;  > “Ogni convinzione incrollabile deriva da un disturbo della mente. Così un uomo > che abbia delle convinzioni è sempre un maniaco”;  > “In fondo, si vive solamente perché non vi è alcun motivo per vivere. La morte > è troppo esatta, ha tutte le ragioni dalla sua”;  > “Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all’istante il suo terribile > fascino”.  Concetti superficiali che sembrano supremi, pronunciati con barbarica assolutezza. Cioran, in fondo, accontenta tutti; siamo sempre d’accordo con lui perché ha il guizzo della battuta brillante, che spiazza senza mai ferire.  > “Solo Dio – e il verme – hanno una posizione chiara: Uno crea – e l’altro > rosicchia la Creazione”. Che frase meravigliosa – mi pare di averla già letta, in forma lirica, leggendo Dylan Thomas. Ecco, i brandelli di Cioran – che, non a caso, eccelle nella forma breve – danno l’idea di qualcosa di già letto & orecchiato altrove: in lui, però, anche l’ovvietà diventa oro, si veste a festa (o a lutto, è uguale), con l’abito impeccabile. È il talento del ladro, di un pensiero come razzia. Leggere Cioran è pericoloso: ci fa credere di essere più intelligenti, di avere l’uomo e il cosmo in pugno – purtroppo, restiamo la raganella verbosa che siamo. Tra le frasi-menhir che ho sottolineato, preferisco questa:  > “Il mistico che ha rinunciato alla parola ha rinunciato a tutto: non è più > creatura, è la fine di una razza. Svanita l’articolazione, è l’uomo totalmente > solo”.  Cioran era ossessionato dai mistici; uno dei suoi libri più potenti, Lacrime e santi, andrebbe riprodotto nell’originaria versione rumena, quasi il doppio rispetto a quella edita in Francia (da cui dipende la versione Adelphi, stampata nel 1990). Piuttosto, la lettura di Esercizi negativi impone un avvertimento. Avvertiamo, cioè, che il Cioran “francese” ha sacrificato qualcosa di sé, del suo sé rumeno. Per diventare Cioran, Cioran ha dovuto tradirsi: il parigino Emil, esteta esperto in idoli e catacombe, ha ucciso Mihai, il rumeno selvaggio, il pensatore transilvano. Si percepisce – per morsi, per singolari fratture – una contrazione, una contraddizione: l’acrobata che ha scelto di farsi cecchino – così, la burla, la cupa vigliaccata, quello stare tra terror panico e pavone, virato in grigio, in un linguaggio a denti stretti, si è fatto tragedia da comodino. In attesa di perfezionare il ragionamento, un consiglio. Affiancate a Cioran altri pensatori “pericolosi”, che hanno messo in scacco le sorti progressive della filosofia occidentale. Lev Šestov, Benjamin Fondane – che di Cioran è stato intimo – e Malcolm de Chazal, l’aforista visionario che Wystan H. Auden riteneva pari se non superiore a Cioran. Nessuno di questi fa breccia nel mercato editoriale italiano: meno ‘facili’ di Cioran, restano autori autarchici, esoterici, per pochissimi – mettono in crisi il sistema delle nostre convinzioni, dei nostri convenzionali convenevoli.    In un brano di particolare bellezza, L’impossibile rinuncia – riprodotto in quattro stesure… – Cioran scocca un motto dei suoi, da tenere sulla lingua come una pallottola di zucchero:  > “Ho voluto essere un saggio come non ve ne furono mai, e sono soltanto un > folle tra i folli”.  Magari fosse così, verrebbe da dire. “La follia è la matrice della sapienza”, scriveva Giorgio Colli. Cioran non è riuscito a diventare folle – è rimasto un saggio. Per questo, lo leggiamo con voluttuoso piacere – senza trasporto. L'articolo “Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di culto diventato di moda proviene da Pangea.
January 5, 2026 / Pangea
Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio consiglio? Smettere di leggere
In questo Paese in cui non legge quasi nessuno e che si avvia vieppiù al nessuno in assoluto mi sono ficcato in una bollicina social in cui leggono tutti e tutti hanno le letture preferite dell’anno ormai trascorso, e a me un po’ punge voglia di chiedere cosa ricordano intanto delle loro letture preferite dell’anno prima, se ancora se le ricordano, ma non per quel bisogno così contemporaneo di eccepire con acribia sui comportamenti social altrui, per invidia piuttosto.* Io faccio fatica persino a ricordami quanto mi sia piaciuto e perché mi sia piaciuto l’ultimo libro letto e piaciutomi, anche se lo ho appena letto. Sono mesi che cerco di spiegarmi a parole mie perché mi sia piaciuto Le ore di Dolores Prato, letto in edizione Adelphi, scritto con tale esattezza e con parole tutte sue, sue della Prato. Un buon indizio per capire se un libro m’è piaciuto per davvero è che dopo anni-e-anni ancora ci penso e mi punge voglia di leggerlo un’altra prima volta. Chissà quanti anni mi ci vorranno per capire perché Le ore m’è piaciuto così tanto. L’epoca poi è tale che diffido di qualunque consiglio perché inevitabilmente ne diventa uno sugli acquisti. Il libro, quello che è stato fatto del libro e che in buona parte è sempre stato, non è esente dal sospetto che si merita qualsiasi altro prodotto messo in vendita per fare di sicuro il favore del venditore e solo secondariamente quello dell’acquirente. Il bene dell’acquirente è un effetto secondario, collaterale quasi, involontario. Nel mercato nelle armi lo si nota con più evidenza, ma il principio comune è lo stesso: finché i venditori non maturano la consapevolezza che è il bene degli acquirenti che garantisce anche il loro andrà male per tutti, ma ai venditori può bastare che agli acquirenti vada male prima che a loro. Si contentano di essere gli ultimi della stessa specie autocannibalica.  Dovrebbe essersi fatta pure l’ora di aver capito che il libro migliore per te è proprio quello che non fa affatto né per te né per nessun altro, poiché qualunque esperienza estetica, per cui significativa, o avviene nell’imbattersi in ciò che è diverso da ciò che si crede di essere o non è ed è al più uno dei tanti succedanei, ormai non soltanto di tipologia commerciale dichiaratamente religiosa, che uno si somministra per evadere a buon prezzo dalla paura della vita più diffusamente conosciuta come paura della morte ben più che legittima e comprensibile, nonostante la differenza tra le due sia lampante: uno che ha paura della morte si impegna quanto può per viversi il tempo che ha secondo il suo ideale del meglio-non-si-può, mentre chi ha paura della vita vuole solo non si noti troppo quanto stia a suo agio nella morte che fa per lui e che gli piacerebbe si reiterasse eternamente così com’è.  Volendo essere banale a tutta forza: chi proprio vuole consigliare un libro, che lo sconsigli almeno.  Considerato quello che si legge di recente e a gratis sull’argomento, da Giulio Mozzi scrittore e editor (il link sul social, per chi ci va, è questo) a Francesco Quatraro, editore e direttore editoriale (qui il link all’articolo), l’editoria è un gioco di prestigio contabile, dalla piccola – che è già fallita o che fallirà prima che questo articolo giunga alla sua sciatta conclusione – alla grande che si sente too-big-to-fail, passando dalle media che o diventa grande appena può o le toccherà la stessa sorte della piccola.  Siamo (noi chi?) alle prese con una compagnia di giro fondata sull’io-so-che-tu-sai-che-lui, sull’evidenza e sulla convenienza del non-detto, sull’autodenuncia a patto che tutti gli autodenunciati continuino a agire come non si fosse mai autodenunciato nessuno. Siamo (i noi di prima?) al fine autopromozionale dell’autodenuncia va’, secondo l’eredità politica degli ultimi trent’anni all’insegna del “Preferisco un furbo di tre cotte che non finge di non esserlo a uno che ci infinocchia a crudo fingendo di esserlo a sua insaputa!”.  Al cospetto di una editoria che deve sentire i brividini della morte se solo sente il nome di Sigfrido Ranucci e dei giornalisti d’inchiesta con cui lavora, fondata sul contrario di una qualunque letteratura che possa aver senso sia scritta e letta, su un dire che convalida il fare come non si sia mai detto nulla, è per dovere morale che sconsiglio di leggere alcunché se per leggerlo occorre continuare a sostenerne economicamente la fuffa truffaldina, così come sconsiglio di scrivere in cambio di qualunque contratto aleatoriamente retribuito, tanto più che nella stragrande maggioranza si tratta di compensi palliativi se non del tutto irrisori e esornativi e quindi a rinunciarci non cambia granché, e qualche volta si risparmia pure, anche solo le rotture di palle reciproche tra editori che credono di aver speso cifre faraoniche, quando poi con quel che versano non ci compri neanche secchiello e paletta per giocarci in spiaggia e scrittori indigeribili, convinti di aver scodellato il masterpiece  e non l’ennesimo polpettone da smaltire grazie a qualche operina sturante che-si-legge-tutta-di-un-sorso.  Ora che s’è capito come l’editoria sia tutta a pagamento anche quando a primo colpo d’occhio può sembrare sia lei a star investendo del suo, laddove sta sempre speculando del tuo, il mio consiglio è di smettere di leggere a pagamento e di smettere di scrivere dietro pagamento. Cioè di continuare a fare come già si sta facendo dal belpo’. Come quando cambiano gli equilibri geopolitici: se ormai anche chi non è mai andato oltre il tiggì in prima serata dei canali governativi ha cominciato a sentire gli scricchiolii significa che tutto è crollato e che ora le persone hanno soltanto bisogno del tempo per realizzare di essersi ritrovate in macerie. Per questo miglior consiglio del continuare a fare quel che si sta già facendo e che si farà sempre di più e che così si fa fin da prima ti ci mettessi a consigliarlo tu o anche tu proprio non c’è. *(in un post recente all’interno della bollicina dei leggenti, di chi fosse non lo ricordo, ho letto sia eccitante chi usa il piuttosto in modo appropriato; lo sarà per i sapiosessuali immagino, sapiosessuali che sono da includere nello stringone LGBTQIAP+; avrò tirato fuori codesto piuttosto, mi sa, per l’inconscio e universale bisogno di risultare eccitanti, a prescindere da chi ti ci trovi; non che sia poi così certo di averlo utilizzato appropriatamente il piuttosto) antonio coda *In copertina: Man Ray, André Breton, 1930 ca. L'articolo Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio consiglio? Smettere di leggere proviene da Pangea.
December 27, 2025 / Pangea
La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per costruirsi una reputazione letteraria
Per quanto mi riguarda questo è l’ultimo capitolo della triade divinatoria de “La Vita Agrissima”, cioè un attraversamento ironico, un po’ crudele e un po’ veritiero sui comportamenti degli scrittori. E – si badi bene – di tutte le tipologie di scrittori: scriventi, poeti, poetastri, critici, narratori, cantastorie, ecc. Insomma, tutti coloro che tentano di salire sulla barca che affonda dell’editoria tradizionale, dove ormai non più soltanto le persone serie, ma anche “i nani e le ballerine” degli anni Ottanta spadroneggiano di qua e di là dalla scrivania. Questo ultimo round riguarda un aspetto importante nella vita bibliografica di ogni autore: come si creano le reputazioni letterarie? Si creano nei fasti del palcoscenico, o nelle ombre del retropalco? Siamo in un momento storico in cui gli attori letterari si mescolano più che in anni passati, trattenendo in loro più mestieri e ruoli, soprattutto i critici fanno gli scrittori, gli accademici fanno i poeti, i giornalisti fanno i narratori, i magistrati fanno i giallisti e gli acrobati insegnano nelle scuole di scrittura creativa. Siamo tutti noi, sconsiderati esercitatori di ego, che viviamo una vita agrissima a resistere in un mondo sempre più a caccia di una specie in via di estinzione: la lettrice e il lettore. Ma torniamo alla domanda sulla reputazione di questa terza puntata de “La Vita Agrissima”. La reputazione è un valore positivo che parla di qualcuno per come gli altri lo vedono, quindi un vero e proprio giudizio esterno che può determinare in positivo una carriera e custodirla post mortem. E anche nella storia di un autore vale forse un buon inizio, come a scuola, per cui la reputazione procederà secondo il primo giudizio rilevato. Ma non è sempre così. E comunque: come si creano le reputazioni letterarie? Ecco un elenco di modalità, divise per cinque tipologie. La prima sono i modi canonici. Intendo, per esempio, il potere – non proprio il potere politico o economico, ma piuttosto il potere relazionale, la capacità di porsi favorevolmente di fronte agli altri. In questo caso è sempre utile una presentazione autorevole di qualcuno che conta qualcosa, o ne ha l’aria. Oppure i soldi possono aiutare nel breve periodo a una degna pubblicità, che però ha le gambe corte. Su questa falsa riga si può citare pure il sesso, come veicolo attrattivo di attenzione e considerazione. Infine l’esercizio della pietà: saperla usare in maniera efficace ponendosi in una condizione di minorità può suscitare forti emozioni nell’interlocutore o nei giovani critici che si addentrano nella selva oscura letteraria e hanno il futuro a disposizione per tenere un autore a galla, oppure ignorarlo. La seconda sono i modi impersonali. Vale a dire il caso: una serie di situazioni fortunate inanellate dietro una serie di presentazioni eccellenti. Oppure il caos, come quando uno accompagna l’amico a presentare un romanzo a un editore e l’editore sceglie l’accompagnatore… Un altro elemento è la fortuna che, come da tradizione, è cieca. La terza tipologia sono i modi fantasiosi. Cioè il vero talento, oppure l’inganno, o l’uso di un nome falso che richiama qualcosa di grande. L’inganno è quello che mi affascina più di altri, perché richiede astuzia e mente criminale in chi lo esercita. È l’unico tipo per cui porto un esempio: Max Aub quando inventò la biografia di un pittore che non era mai esistito e la critica d’arte cadde nell’inganno, fino a pretendere una mostra dei suoi quadri che Max Aub organizzò: al vernissage dichiarò la falsità dei suoi propositi. Il nome falso è interessante: con uno pseudonimo si può ovviare a pregiudizi incancreniti sul proprio nome – serve sangue freddo, alla Mr. Ripley. Il talento sta nei modi fantasiosi perché è una condizione cui credo poco, o almeno la metto in posizione condizionata dalla fortuna e dall’impegno, e ritengo possa essere anche la maniera del soggetto di presentarsi. Il talento esiste, ma non è direttamente proporzionale alla reputazione. Si può avere un gran talento sprecato. La quarta tipologia sono i modi borghesi. Per esempio la costruzione del merito, la parrocchia e la bandina. La costruzione del merito pare quasi una reputazione composta con pedissequa costanza ingegneristica, attenti a nominare sempre le persone giuste, ringraziare a dovere chi si deve, ossequiare grandemente e financo idolatrare chi bisogna, insomma darsi da fare per darsi un’aria di merito. La parrocchia e la bandina potrebbero stare insieme. Tuttavia la parrocchia nasce su un precetto morale, o su un manifesto ideologico: si fa parte della solita parrocchia se costruiamo un cerchio tribale dentro cui gli adepti sono famiglia e gli esterni rimangono inconsapevoli e incolti, gentaglia che non può capire la profondità dei militanti. La parrocchia aiuta a mantenere una degna reputazione anche una volta scomparsi, perché ci sarà sempre un discepolo disposto a tramandare la carriera di chi lo ha preceduto nel posto dove nessuno vorrebbe mai andare. La bandina invece, potrebbe essere un’alleanza momentanea per un fine temporaneo, che serve comunque a far crescere la reputazione dei soci della bandina, ma non ha vincoli morali, piuttosto è contraddistinta da un mero utilitarismo. Infine ci sono i modi strani. Insomma, un po’ il My Way sinatriano, cioè faccio a modo mio. E di modi “a modo mio” se ne possono trovare moltissimi, per questo sono difficilmente catalogabili, e al momento mi sfuggono… Alessandro Agostinelli  *In copertina: una litografia di Roland Topor del 1968 L'articolo La vita agrissima 3. Inganno, soldi, caos. Ovvero: sui metodi per costruirsi una reputazione letteraria proviene da Pangea.
November 27, 2025 / Pangea
Aspirare al miracolo. Un articolo per “pazzi, immorali, condannati e irrimediabilmente perduti”
Nel 1991, per Adelphi, esce un libro sconvolgente. Un libro-boato, un libro-baratro. S’intitola Sulla bilancia di Giobbe, l’autore si chiama Lev Šestov. In pochi conoscevano Lev Šestov: in Italia, alcuni suoi testi erano stati pubblicati negli anni Quaranta da Bocca, grazie ad Augusto Del Noce, un pioniere. Anche oggi il nome di Lev Šestov – a dispetto di pensatori meno radicali come Husserl e Heidegger, su cui impalcano cattedre accademiche, per non dire di altri, i filosofi proni all’attualità, pronti all’uso, prêt-à-porter – è susurrato nei sottoscala; se lo nomini ti tacciano di eresia, ti tacitano con un dito a cucire le labbra. Perché? Perché Lev Šestov denuncia le subdole manovre della filosofia, le menzogne della ragione, il disastro scientista, sporgendosi sulla soglia dell’assoluto. Perché Šestov scommette sul mistero, smantellando il calcolo. Dopo aver devastato sistematicamente ogni idolo e ogni “sistema”, Šestov ci getta tra le fauci del Dio vivente – col rischio che non esista altro che il Suo latrato, il deserto, il mirabile miraggio.  Insomma: Šestov non si può addomesticare. Intorno all’assurdo e all’esistenzialismo hanno edificato università, cattedrali catafalchi del niente; perfino Emil Cioran è diventato di moda, lo pubblicano a spron battuto come se i suoi spietati aforismi fossero le veline dei Baci Perugina. Lev Šestov no, rimane insondabile, inattingibile, reca il marchio del maniaco, del pazzo. Così, viene stampato alla macchia, qua e là: appena Bompiani lo ha introdotto, di diritto, nella nobile collana del “Pensiero occidentale”, con alcuni dei suoi libri più importanti – Atene e Gerusalemme, Speculazione e rivelazione, Potestas Clavium –, quasi subito è stato espulso. Il suo, in effetti, è un pensiero dell’inappartenenza e della latitanza. Lev Šestov, nato a Kiev l’ultimo giorno di gennaio del 1866, non ha affinità con i filosofi: è della stirpe degli Isaia e dei Geremia, porta la parola fiammante di San Paolo, alterna anatema e grazia. Fa coincidere gli opposti e parteggia per gli impossibili, si schiera contro gli araldi del bene comune e i retori del nichilismo d’accatto; Lev Šestov è l’autentico nemico del “progresso”, è l’avversario dell’oggi. Come considerare uno che dichiara a chiare lettere che “non vi è nulla in comune fra la scienza e la filosofia: non solo non si aiutano né si completano a vicenda, come si è soliti pensare, ma lottano sempre fra loro”? Come trattare questo infallibile terrorista del pensiero, ostile all’acquiescenza, al benessere, alle glorie della tecnica, quando scrive che “una esistenza pacifica, gradevole, equilibrata sopprime l’umano nell’uomo, lo riduce a pura vita vegetativa, lo immerge di nuovo nel grembo di quel nulla da cui una forza enigmatica lo ha estratto”?  Proprio ora, più che allora – Lev Šestov muore nel 1938, nell’esilio parigino, circondato da un generico timore reverenziale – questo pensatore integerrimo va silenziato: è il solo a mettere in scacco il “mondo delle evidenze”, a disintegrare i falsi dèi della scienza, della morale corrente, delle istituzioni vigenti, dei “principi” ipocriti necessari a sancire la nostra beata sottomissione. Nella sua strenua Lotta contro le evidenze – così il titolo di uno dei testi più clamorosi, del 1922 – Lev Šestov, tramite una cruenta catabasi nell’opera di Dostoevskij, marginalizza “la ragione, che uccide il mistero e la verità”, insegna che “Dio non è dimostrabile. Non si può cercare Dio nella storia. Egli è il ‘capriccio’ incarnato, che respinge ogni garanzia” e che  > “le verità sono per natura inutili: ogni tentativo di renderle utili, buone a > tutti per sempre, ossia universali e necessarie, le trasforma immediatamente > in errori”.  Già, ma come è possibile vivere senza appigli, nella protervia dell’urlo, autenticamente liberi, cioè scevri dalla “conoscenza, l’autorità incontestabile, infallibile, ai cui piedi tutti insieme possiamo prosternarci”? Come vivere consapevoli che “verità e conoscenza scientifica sono inconciliabili”? Verità vuol dire sapere che “Dio esige sempre l’impossibile”, vuol dire “vivere ore, giorni, anni in un’atmosfera di evidenze contraddittorie che si escludono a vicenda”, compiere gesti che al prossimo appaiono irrazionali e apocrifi, proprio come fanno gli uomini del sottosuolo raccontati da Dostoevskij, riconoscere  > “che quaggiù tutto comincia ma nulla finisce; che il capriccio ha diritto a > garanzie, che il fantastico è più reale del naturale; che la vita è la morte e > la morte è la vita”.  Figlio di un commerciante di tessuti dal piglio autoritario, Šestov studiò Diritto a Mosca; scoprì tardi la vocazione al pensiero randagio, dedicando i primi lavori a Shakespeare e a Tolstoj. Vide nella letteratura lo spiraglio alle angustie della filosofia sistematica. Fece di tutto per sobillare se stesso, per spogliarsi di ogni attributo intellettuale. Da bambino, era stato rapito per sei mesi da un gruppo di anarchici; di stirpe ebraica, sposò clandestinamente una giovane ortodossa: per anni, tennero nascosta la loro relazione, vagando di città in città. Intruppato nella flotta dell’Armata rossa, perse il figlio, Sergej, al fronte; nel 1921, disgustato dagli esiti della Rivoluzione, Šestov approdò a Parigi, in un minuscolo appartamento. I suoi soli discepoli, pensatori dalla singolarità disarmante, morirono entrambi in circostanze terribili: Benjamin Fondane ad Auschwitz, nel ’44, nelle camere a gas; Rachel Bespaloff per scelta, con il gas, nell’esilio americano, a South Hadley, Massachusetts.  A Genova, nel 1900, Lev Šestov mise a punto la sua Filosofia della tragedia, dopo un geniale attraversamento nell’opera di Nietzsche e di Dostoevskij (edito nel 1903, il libro è edito, per la cura di Luca Orlandini, dall’editore De Piante). Cronachista della notte oscura dell’anima, temerario nel sondare il lato oscuro di ogni idea, Šestov si appoggia ai soli, disperati autori che hanno osato scarcerarci dai canoni del pensare comune, dichiarando che ciò che per tutti è vero è menzogna, che l’idea del bene è altro dal Bene, che la giustizia terrena è una truffa.  > “Dostoevskij e Nietzsche non tengono più conto dei bisogni dei buoni e dei > giusti (Mill e Kant). Poiché hanno capito che il futuro dell’umanità, ammesso > che l’umanità abbia ancora un futuro, non è nelle mani di coloro che oggi > trionfano nella convinzione di possedere il bene e la giustizia, ma, al > contrario, è nelle mani di coloro che, non conoscendo sonno, riposo o gioie, > lottano e cercano e, abbandonando i vecchi ideali, vanno incontro a una nuova > realtà, per quanto terribile e ripugnante possa sembrare loro”. Questa “nuova realtà” passa dalla violenza dell’individuo sovrano – che non accetta di farsi gregge, al trogolo del “buon senso”, e volta le spalle al proprio tempo – alla voracità insaziabile del Dio vivente, il terribile, non quello di cui si fa mercimonio nelle cattedrali, di cui si avverte l’eco da ambigui amboni.  Šestov sapeva che lui e i suoi lettori sarebbero stati additati come “pazzi, immorali, condannati e irrimediabilmente perduti”. Si sentiva in sintonia con Pascal e con Spinoza, amava Plotino, quello che insegna che “la verità ultima… ci viene dall’esterno, all’improvviso, grazie a un’illuminazione istantanea”, che occorre “aspirare al miracolo”.  Albert Camus scrisse di lui nel Mito di Sisifo: quel pensatore che “esalta la rivolta dell’uomo contro l’irrimediabile” lo aveva superato. Assiso sulla sua poltrona, Šestov, uomo di scarsa ironia, dallo sguardo triste come l’eroe di un poema di Puškin e dalla barbetta a machete, aveva sferrato l’attacco più prodigioso mai tentato contro il nostro tempo.  *In copertina: una immagine da “Stalker”, il film di Andrej Tarkovskij del 1979 L'articolo Aspirare al miracolo. Un articolo per “pazzi, immorali, condannati e irrimediabilmente perduti” proviene da Pangea.
November 17, 2025 / Pangea
Siamo posteri di noi stessi, poster di ectoplasmi. L’Accademia, la Casta, la Nicchia, ovvero: vivere di scrittura in Italia
Abitiamo festosamente le macerie del Novecento, scimmiottando la società letteraria ricca di vizi ma anche di virtù, che adesso non c’è più. Cucù. Anche i suoi presunti ultimi rappresentanti sono giunti al capolinea e, per carità, resistano finché possono, i poeti nati fra il ’45 e la fine degli anni Cinquanta, quelli che hanno potuto esordire in Feltrinelli, Mondadori, Guanda, Garzanti, Einaudi e giù di lì, poco più che ventenni, con illustri e lungimiranti padrini come garanti. Resistano, per carità, perché dopo di loro c’è il vuoto – o almeno così sembra. O la definitiva anarchia. Del resto, oggi le case editrici (anche le summenzionate) sono diventate bazar dove più del valore della merce conta il marchio. Il marchio, a sua volta, è sempre meno quello dell’editore, sostituito dal nome dell’influencer di turno (maître à penser, per i nostalgici), che di scrivere un libro manco ci pensava (e talvolta al posto suo ci ha pensato, in effetti, qualche ghostwriter in affitto a prezzi stracciati, giacché l’IA incombe, e ciao ciao ben presto anche a questi servizi). Le riviste, i giornali? E chi li considera ancora? Giorni fa, sui social, Jonathan Bazzi (autore Mondadori, con titoli che sono stati sulla cresta dell’onda e pluripremiati, mica l’ultimo arrivato), pubblicava l’impietoso resoconto mensile del proprio conto corrente, sollevando l’annosa questione del precariato intellettuale. Vivere di scrittura, in Italia, è come mendicare, e poco vale addizionare recensioni, valanghe di traduzioni, anticipi su libri ancora da cominciare e chissà che altro: se rientri delle spese è un miracolo. Figurati se ti tocca vivere a Milano (gli scrittori di provincia? Suvvia. Altro tema del Novecento, rifiutato persino dal rigattiere, malgrado l’Italia resti, in sé stessa, una sterminata provincia). Però, su Radio3, incalzato dal conduttore di Fahrenheit, Bazzi stesso non sapeva come rispondere al dato, mercantile e impietoso: se a uno scrittore non va bene la paghetta, c’è una fila che aspetta. Rieccoci al problema della quantità: tutti scrivono e son pronti a tirare la cinghia, pur di mettere la firma dove ancora sbrilluccica l’aureola (un po’ infangata, vabbè, ma basta passarci su la manica e fa ancora la sua porca figura). Abitiamo festosamente macerie. Siamo zombie tra lapidi. Siamo naufraghi su qualche scoglio del web, da fare bello come un atollo delle Maldive. Ah, mica tutti, però. Perché se di scrittura c’è chi muore, di scrittura c’è anche chi vive. Dove? Intanto, c’è un palazzo signorile, benché decadente, che resiste: l’Accademia. Solitamente è abitato da persone un po’ snob, che magari di letteratura ci capiscono fino a un certo punto. Per arrivare lì, del resto, hanno camminato con la testa all’indietro. Esperti di qualsiasi epoca, fino suppergiù al 1961. Lì si assediano i Novissimi, sigla che basta a certificare competenze aggiornate. Questi centri di ricerca dovrebbero sfornare anche narrazioni del contemporaneo, interpretazioni del presente, guide per districarsi nella produzione ipertrofica di presunti talenti. Macché. Terreno instabile, l’oggidì. Questi signori non investirebbero mai in talenti (peggio delle criptovalute): vogliono rendite sicure, perciò si occupano unicamente di patrimoni solidi, firmano quando il mucchietto di contanti è al sicuro sotto il materasso, si insediano nei latifondi in cui persiste una visione feudale e rassicurante del potere. Un giovane ricercatore, per esempio, mi ha spiegato qualche mese fa che la sua proposta di occuparsi di Simone Cattaneo è stata rifiutata. Avesse proposto un approfondimento su Nino Costa si sarebbe garantito il dottorato. C’è aria frusta, in questi palazzi. Il vantaggio di poter propinare qualsiasi revisione del passato ai propri studenti, e quindi di vendere persino (udite udite) libri di saggistica letteraria (esiste merce più indigesta al mercato?), impone polmoni assuefatti. In ogni caso, a un certo punto ci si accorgerà di avere il fiato corto, se si sono mantenute velleità di scrittori. Nei propri versi l’aria frusta si sentirà eccome. Ma la riverenza ai nobili che circolano in carrozza è ancora dovuta. Chiarissimi dottori, né più né meno. I titoli sono depositati in borsa, conquistati con la fatica della fronte dopo anni di addestramento alla pazienza, di devozione ai maestri, di sopportazione dei colleghi a cui si sono fatte le scarpe con scaltrezza, al momento opportuno.  L’ideale, però, per chi ambisce a vivere di scrittura, sarebbe calcare i palchi dei festivals, recitare la parte della star nei vernissage, okkupare le poltroncine rimaste disponibili in tivvù. Ecco l’ambiente migliore: la casta. Il problema è accedervi. E le vie per raggiungere la Casta sono infinite e misteriose. L’unica prova provata è che l’ultimo dei problemi è la qualità dell’opera letteraria. Potrei fare nomi e cognomi e spulciare pagine e pagine per dimostrare quanto spesso siano stati promossi al rango di eletti scrittori mediocri. E sia chiaro fin da subito che non c’è livore, non c’è invidia, nella constatazione. Senza spoilerarvi il finale di queste paginette, si sappia che non accetterei di sottoscrivere l’opera dei colleghi che ho visto partire dalle retrovie e che adesso sono celebrità, se ciò mi garantisse di prendere il loro posto. Anzi, diciamola fino in fondo: so bene che dietro alla loro brillante carriera si cela spesso l’ombra di una vita sacrificata sull’altare del successo.  La casta si riconosce perché non considera mai chi non appartiene alla casta stessa. Il filo spinato che la protegge è stato nominato: amichettismo. Cartelli graziosi per infiocchettare il putridume. E si capisce: i privilegi vanno protetti. Le vie di accesso nascoste. Non si può rischiare di subire l’assalto degli affamati di gloria che impestano la città. L’arte, si sa, non è per nulla democratica. Talvolta tra la casta e l’accademia esistono stanze in comune cui si accede attraverso corridoi esclusivi. Ma normalmente i nobili diffidano dei parvenus. Le star non hanno mica il sangue blu. (O caro Marx, ci manchi tu). Ma se i piani alti non risultano accessibili, si possono trovare gradevoli appartamenti da condividere. Ci sono nicchie comode, magari non sempre con vista sul mare, ma affacciate su qualche piazza vivace, di nuova ideazione oppure con un illustre passato. I servizi non mancano e l’unione fa la forza. Pare di stare nella pubblicità di Del Piero e dei suoi condòmini: ognuno si sente a turno un fenomeno, in mezzo a gente simpatica. Niente amichettismo: qui si respira aria pulita di amicizia vera. La fibra regge, le novità arrivano, le assemblee sono festose e produttive. Non si confondano perciò queste nicchie letterarie con le case popolari dedite a pratiche folcloristiche (tipo la scrittura in metrica) o, peggio ancora, le sterminate periferie degradate, così liriche, maledette e lamentose. E i social, come si inseriscono nel contesto? Direi che si tratta, semplicemente, delle finestre su questi palazzi: ci restituiscono l’immagine che noi vi proiettiamo. In effetti, le vetrine dell’Accademia sono oscurate, per lo più. Meglio non disturbare certi ambienti ancora vagamente sacri. Le finestre della casta, invece, sono costantemente illuminate e ci si affaccia solo ben vestiti e in posa. Sono palcoscenici di una recita. Quelle delle nicchie letterarie invece sono per lo più grandi occasioni di chiacchiera, se non di dibattito o addirittura di impegno civile. Qualche screzio potrà capitare, ma al più basterà cambiare lato e scegliere la finestra che si affaccia sul cortile opposto, in modo da restare in compagnia di gente simpatica, tutti amici con cui sparlare del resto del mondo. Abitiamo festosamente le macerie del Novecento. Siamo alla crisi della crisi. Nutriamo la decadenza della decadenza. Scriviamo storie dopo la fine della storia. Animiamo i sussulti post mortem del cadavere occidentale. Ci consideriamo postmoderni, post-postmoderni, postpoeti. Siamo posteri di noi stessi, poster di ectoplasmi. Ed è uno scenario bellissimo, tremendamente propizio. A parte le luminose eccezioni di persone e scrittori pazzeschi che si trovano ovunque (nell’accademia, nella casta radical chic, nelle nicchie iperletterarie, nei quartieri popolari e nelle periferie) e che attendono, come pepite dormienti nel fango, di essere trovati (basterebbe uno sguardo capace di discernere e una mente intenta a dimostrare), viviamo un’epoca così terminale da essere già pervasa, in qualche oscuro vicolo misconosciuto, dalla luce di un nuovo inizio. Basterebbe, forse, vivere di vita, e non pretendere di vivere di scrittura. Scrivete al cinque per cento, allora. Non aumentate la dose. Andrea Temporelli *In copertina e nel testo: disegni di Giandomenico Tiepolo (1727-1804) L'articolo Siamo posteri di noi stessi, poster di ectoplasmi. L’Accademia, la Casta, la Nicchia, ovvero: vivere di scrittura in Italia proviene da Pangea.
November 15, 2025 / Pangea
La vita agrissima. Sette modi per diventare scrittori
Ricorsivamente ci poniamo le solite domande. Come si diventa scrittori? C’è una formula segreta? C’è una chiave che bisogna portarsi appresso? Si deve conoscere qualcuno che conta? Ecco le domande che spesso sento fare a qualche aitante e giovane erudito. Mentre da parte mia, a questo punto della storia, la domanda è piuttosto un’altra: perché sto passando la mia vita a scrivere? Ma questa è un’altra storia. * Editoria in crisi, proposte in rialzo Le vendite dei libri sono in calo; il numero degli scrittori aumenta. È difficile spiegare come possa reggersi in piedi un sistema del genere. Il settore editoriale è forse l’unico in cui mentre la barca affonda tutti vogliono salirci sopra. La categoria che prendo in esame è nell’accezione più larga possibile. Quindi per scrittori intendo scriventi, poeti, poetastri, narratori, prosivendoli, saggisti, ghost writer, ecc. Questo perché tanto, nella migliore delle ipotesi, il 99% di noi scomparirà dall’orizzonte letterario nazionale nel giro di qualche decennio dalla propria dipartita da questa terra. Alcuni resteranno per aver invaso le pagine dei giornali dei loro tempi, altri perché saranno precipitati nei manuali scolastici e altri perché qualche erede compiacente (che avrà gusto o necessità di ricevere ancora i diritti sulle opere) si darà un sacco da fare per mantenere viva l’attenzione sullo scalpo del proprio familiare – ed è una delle cose migliori che possano capitare a un autore. Ma forse questo è una maniera arcaica di vedere la cosa. * Social e AI Potrebbe essere che qualcuno resterà sui social, con la sua pagina che sarà riempita di contenuti pure dopo la sua morte, dalla moglie che conosceva la password, da un amico, da una figlia, da un parente, da un’associazione di fans sfegatati. Resteranno solo tre frasi espunte da un romanzo e per quelle tre frasi resterà il nome dello sventurato. Una vita passata a scrivere centinaia di pagine, quando bastava aver scritto tre trite frasi a effetto et voilà, era bell’e fatto! Oppure, qualcuno scopre online dei testi di un bravo scrittore, non assurto alla fama modesta del mondo letterario, indica una traccia romanzesca e inserisce in un programma di AI generativa grandi brani di quello scrittore, creando una nuova opera. Insomma, chissà come andrà a finire? E solitamente è proprio questo che interessa tutti: come andrà a finire. Ma per sapere come andrà a finire, c’è da vedere prima come si può cominciare, cioè qualche maniera di diventare scrittori. Ecco allora sette modi per pubblicare, in cui qualcuno di voi potrebbe riconoscersi. Con sorpresa finale (non andate a leggere subito la fine). * Censo Sei ricco, hai beni e risorse da spendere: puoi ottenere, più o meno, ciò che desideri. Quindi anche una pubblicazione presso un editore, più o meno noto. Se poi il tuo testo non ha qualcosa di buono da utilizzare per un libro, pace. Resta il fatto che se le doti letterarie non bastano, con i soldi potrai pagare un ghost writer e il gioco è fatto. Amicizia Se conosci l’editor di un grande editore e ce l’hai in pugno sei a buon punto. Sei proprio amico, puoi chiedergli di pubblicare il tuo libro. Questa modalità resta la più sanguigna e improbabile perché – sia detto senza remore – gli editor non hanno amici, non tengono famiglia e sono tutelati nella privacy più delle spie di Sua Maestà britannica… Meglio conoscere il proprietario della casa editrice. A lui oggi raramente dicono di no (ti accontenterai di un “fuori collana”). Sesso Sei giovane. Uomo o donna non fa differenza. Sei giovane e vuoi diventare scritt*. Qua conta un po’ la bellezza, ma soprattutto le armi classiche della seduzione, che sono sempre un incrocio tra santità e puttanaio. Aprire le porte dell’editoria col sesso è un modo banale di entrarci. Tenacia Puoi occupare l’atrio della casa editrice. Piazzarti per giorni, settimane, mesi accampato là dentro, con sottobraccio i fogli del tuo romanzo che tu ritieni indispensabile all’umanità. Soprattutto deve essere questo il tuo convincimento, non di meno: un libro indispensabile. Forse, stremato dalla tua costanza, ci sarà qualche impiegato che trova la maniera di portarti di fronte al giudice supremo della casa editrice. Fortuna Ci sono vari livelli di fortuna. C’è chi vince un concorso solo perché, un po’ come l’allineamento positivo dei pianeti in astrologia, la giuria ha letto quel testo in un momento favorevole per ciascun giurato. Della serie: questo testo non è un capolavoro, ma è quello che mi ha meno disturbato, o più divertito, o meno addormentato, o più interrogato, o… ad libitum. C’è chi ha inviato un dattiloscritto per posta e ora quel testo staziona da mesi in una busta sotto una pila di altre buste, accanto a pile di altre buste, sulle scrivanie addossate al muro di un ufficio editoriale. L’editore incontra il suo consigliere alla pubblicazione, alza una pila, toglie delle buste e ne prende una a caso, la tua. Ecco, al lettore il testo piace. Si va in stampa. Bravura Sei bravo. Lo sai. Te lo hanno detto scrittori affermati e agenti letterari svogliati. Prendi il libro e lo porti alla casa editrice della tua città che lo pubblica. L’editore è piccolo, il mondo editoriale non si accorge di nulla. Sei bravo. Te l’hanno detto. Pubblichi, non si sa come, con un editore importante, il libro non è spinto sulla stampa, il mondo editoriale non si accorge di nulla. Sei bravo. Pubblichi con un editore conosciuto che segue il libro e lo pubblicizza. Vendi poco più di mille copie, il mondo editoriale non si accorge di nulla. Circostanze Un agente letterario accetta di curare i tuoi interessi editoriali. Proponi due libri. Il primo non se lo fila nessuno e tu ritenevi fosse il migliore. Quello che invece avevi scritto controvoglia viene pubblicato perché – dice l’agente – era proprio l’argomento che l’editore stava cercando… * Post Scriptum Questi modi di pubblicare corrispondono a storie vere di alcuni scrittori in carne e ossa, di cui qui non menzionerò nemmeno il soprannome. Alessandro Agostinelli *In copertina: Ernest Hemingway, uno scrittore L'articolo La vita agrissima. Sette modi per diventare scrittori proviene da Pangea.
October 10, 2025 / Pangea
Vita tragica di Yambo Ouologuem, il “Rimbaud negro”. Siamo pronti a ripubblicarlo?
Un grande libro scomparso dalle nostre librerie tormenta il mio famelico cuore di lettore. È un romanzo maledetto, scritto da un maliano in lingua francese, Le devoir de violence, Dovere di violenza, di Yambo Ouologuem. Fu pubblicato nel 1968 dall’editore Seuil e tradotto in italiano due anni dopo da il Saggiatore, ma da noi non è mai più stato ristampato.  Non se ne trova una copia nemmeno nei meandri della Rete, a nessun prezzo: in Italia Il dovere di violenza è un libro che sembra non essere mai esistito. Per leggerlo mi sono dovuto procurare la nuova edizione francese, del 2018, sempre dell’editore Seuil. C’è inoltre una bella versione inglese, Bound to violence, pubblicata da uno dei maggiori editori europei, Penguin Books. Eppure in Italia nessuno ha ancora pensato di ripubblicare Il dovere di violenza. Yambo Ouologuem, nato nel 1940 e morto – completamente dimenticato – nel 2017, è riassurto ai dubbi onori delle cronache letterarie francesi dopo la pubblicazione e la consacrazione di un altro grande romanzo di un autore africano, La più recondita memoria degli uomini, di Mohamed Mbougar Sarr, libro vincitore del premio Goncourt nel 2021, edito in Italia da e/o. Il libro di Sarr è dedicato proprio a Yambo Ouologuem, che di fatto è anche un personaggio del romanzo, il misterioso T. C. Elimane, da alcuni chiamato il “Rimbaud négre”, sul quale Diégane Latyr Faye, il protagonista del libro di Sarr, investiga.  Elimane ha scritto un libro ingiustamente (o giustamente?) accusato di plagio, Il labirinto del disumano, che semina morti e misteri intorno a sé. La vicenda ricalca la vita di Yambo Ouologuem, che ebbe un grande successo e vinse addirittura il prix Renaudot ma che poi – tre anni dopo quel clamoroso esordio – fu accusato di plagio e boicottato dai suoi stessi editori. Il suo unico romanzo, fino ad allora considerato un capolavoro, fu mandato al macero. Si insinuava che Ouologuem avesse copiato da André Schwarz-Bart, da Graham Greene e da Maupassant: era un plagiario. Spaventati dal clamore dello scandalo, gli stessi critici che lo avevano osannato ritrattarono i loro articoli e dissero di essere stati imbrogliati. Yambo Ouologuem smise di scrivere. Solo, amareggiato, tornò in Africa e nessuno seppe più niente di lui. Anche per questo T. C. Elimane, il suo alter ego romanzesco inventato da Mohamed Mbougar Sarr, è chiamato il “Rimbaud negro”: perché è scomparso in Africa.  Ci voleva un altro grande romanzo per far risorgere Le devoir de violence dall’oblio. Quando Sarr vinse il premio Goncourt con un libro dedicato a Ouologuem, in molti – me compreso – si chiesero chi fosse questo tale, Yambo Ouologuem. A poco a poco si ricominciò a parlare di lui e così il suo libro conquistò dei nuovi accoliti. Adesso in Francia Le devoir de violence è finalmente considerato uno dei grandi romanzi africani del Novecento, una storia complessa, non sempre scorrevole, che si dipana attraverso i secoli e tratta di amore e di crudeltà, cioè dei grandi temi di sempre, quelli che smuovono la mente e il cuore, fra dinastie di re fratricidi e amori e disillusioni. Yambo Ouologuem è il grande cantore di un continente che la Storia ha sempre maltrattato, eppure nelle sue pagine non c’è traccia di autocompatimento. Ouologuem non piagnucola, racconta.  Ci sarebbe molto da dire su come i critici parigini del dopoguerra rendessero le cose difficili agli autori per loro non del tutto francesi, gli “impuri”, i “bastardi”. Si pensi a Romain Gary, che fu accusato da molti di scrivere in modo assurdo, talmente abborracciato da non poter essere considerato neanche “francese”, sostenevano, almeno finché il grande Gary non si prese la sua vendetta (postuma) pubblicando diversi libri con lo pseudonimo di Émile Ajar e rivincendo persino il prix Goncourt, premio che notoriamente si può ottenere solo una volta nella vita. Gli stessi critici che per anni avevano stroncato Gary ora si sdilinquivano per Ajar, cioè per Gary sotto false vesti.  Il caso di Yambo Ouologuem è meno felice, visto che quando un autore isolato arriva al successo – e Ouologuem era un outsider ed ebbe successo – non manca mai chi si arma di malizia e di infamia e lo accusa di barare. Yambo Ouologuem era un imbroglione. Aveva turlupinato tutti. Tale era l’opinione corrente, che condannò il suo libro al macero e lui stesso all’oblio. Forse per questa ragione in Italia non si trovano più copie di Il dovere di violenza: perché sono state date alle fiamme. Yambo Ouologuem era un plagiario. Non bisognava parlarne, ricordarne l’opera. Doveva essere dimenticato, e con lui il suo libro.  Yambo Ouologuem era uno scrittore. Quando Diégane Latyr Faye, il protagonista di Mohamed Mbougar Sarr, legge Il labirinto del disumano, che nella finzione romanzesca altro non è che il capolavoro di Yambo Ouologuem, Le devoir de violence, scrive (nella traduzione di Alberto Bracci Testasecca):  > “Caro diario, ti scrivo solo per dirti quanto Il Labirinto del disumano mi > abbia impoverito. I grandi libri impoveriscono e devono sempre impoverire. > Rimuovono da noi il superfluo. Dalla loro lettura usciamo sempre privati di > molte cose: arricchiti, ma arricchiti per sottrazione”  Sarr sta evidentemente parlando di Le devoir de violence, libro che lo ha sconvolto.   Ancora: più avanti Diégane aggiunge una nota di un critico del Mercure de France, tale Léon Bercoff, che fa così:  > “Leggendo certi commenti sul Labirinto del disumano non abbiamo più dubbi: a > dare fastidio è il colore dello scrittore. È la sua razza a fare scandalo. Il > signor Elimane è comparso troppo presto in un’epoca che non è ancora pronta a > vedere i neri eccellere in tutti i campi, compreso quello dell’arte. Forse un > giorno quel tempo arriverà, chi lo sa. Per il momento Elimane dev’essere un > precursore coraggioso, un esempio. Deve farsi vedere, parlare e dimostrare a > tutti i razzisti che un negro può essere un grande scrittore.”  Un nero può essere un grande scrittore. Yambo Ouologuem preferì invece lo sdegno e l’oblio. “Forse la risposta di Elimane fu il silenzio” chiosa Sarr. “Ma cos’è uno scrittore che tace?” Ouologuem se ne era andato e taceva. Era uno scrittore ed era nero e aveva avuto successo, cosa che nessuno era disposto a perdonargli. Sarr ha ribadito più volte che il suo T. C. Elimane è lui, Ouologuem, e che Il labirinto del disumano è Le devoir de violence, Il dovere di violenza, il grande libro dimenticato di un grande autore scomparso.  Forse sarebbe ora di riportare Yambo Ouologuem anche nelle librerie italiane. O non siamo ancora pronti?  Edoardo Pisani L'articolo Vita tragica di Yambo Ouologuem, il “Rimbaud negro”. Siamo pronti a ripubblicarlo? proviene da Pangea.
September 26, 2025 / Pangea
La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni
Qualche giorno fa, il 5 agosto, sul “Corriere della Sera”, Luciano Canfora, lo storico, ha firmato un lungo pezzo, s’intitola: “Il senso della storia, dono divino”. Pretesto dell’articolo, la pubblicazione, per la “piccola e vivace casa editrice lucchese Le Vele”, di Qoelet, il formidabile, corrosivo testo biblico. Si tratta del libro che inaugura “una grande opera dissodatrice” (copy Canfora): la pubblicazione, tomo per tomo, della Bibbia, per fini culturali (consentire la lettura della Bibbia ai più) più che ecumenici. Non è esattamente una novità: già Einaudi, a cavallo del millennio, aveva tentato un’operazione simile. I Salmi, “ragguardevoli non solo sul piano religioso ma anche su quello letterario” (dida di infantile inutilità) erano introdotti da Bono; il Vangelo secondo Marco da Nick Cave; il Qohèlet da Doris Lessing. La traduzione d’uso, allora, era di quella di Filippo Nardoni; l’iniziativa, eguale a quella proposta da Le Vele (“La Bibbia pensata non come testo di fede per fedeli, ma come testo di lettura per lettori”), durò poco, una manciata di anni. La collana inaugurata dall’editore Le Vele – che s’intitola, va da sé, come quella Einaudi, “I libri della Bibbia” – è curata da Sergio Valzania, giornalista, autore radiofonico Rai, scrittore: tra l’altro, ha scritto “una nota” a un antico libro di Canfora, 1914 (Sellerio, 2006).  L’articolo del “Corriere” – à la Canfora: vigoroso, ruvido, ma anche un po’ superficiale nelle sintesi – mi è stato mostrato da un amico, uno di quelli sempre pronti a salvarti dal baratro, con un certo sconcerto. Negli stessi mesi, infatti, per De Piante è uscita una versione di Qoelet, culmine di un progetto editoriale di pubblicazione, libro per libro, del canone biblico. Il progetto, inaugurato nel 2022 con Genesi, non riproduce il Testo secondo la versione Cei che tutti hanno sul comodino (“accogliendone purtroppo anche i difetti”, così Canfora): l’idea, titanica, è quella di affidare “i singoli libri della Bibbia a narratori, poeti, pensatori di oggi”. In particolare, Genesi e Isaia sono stati tradotti dall’artista e scrittore polimorfico Gian Ruggero Manzoni e Apocalisse dal poeta e fine grecista Giancarlo Pontiggia. L’idea di Qoelet – uscito dai torchi nel marzo del ’25 –, testo magnetico come pochi altri, è più complessa. Il testo è tradotto, secondo una nuova ipotesi sul ritmo e sul suono, da Stefano Arduini, linguista, teorico della traduzione (tra gli ultimi libri: Traduzioni in cerca di originale. La Bibbia e i suoi traduttori, Jaca Book, 2021), traduttore, tra l’altro, di Giovanni della Croce (per Città Nuova). A questa versione, si affianca la mia – a dire della lotta tra i botri e i dogi del linguaggio – e quella, storica, di Massimo Bontempelli. Quest’ultima, ha un’importanza storica peculiare perché testimonia una sotterranea ma pur robusta ‘tradizione’ della traduzione biblica da parte degli scrittori italiani: pensiamo ai Vangeli tradotti da Diego Valeri, Corrado Alvaro, Nicola Lisi e Bontempelli, alla Lettera ai Corinzi secondo Giovanni Testori, alle versioni di Ceronetti e ai tentativi di Emilio Villa, all’innario di David Maria Turoldo, fino ai reperti di Erri De Luca. Su questa scia, Roberta Rocelli, nella scorsa edizione del “Festival Biblico”, ha ideato il Salterio dei Poeti, il primo germe della traduzione dei Salmi ad opera dei poeti di oggi: tra gli altri, hanno partecipato Mariangela Gualtieri e Andrea Ponso, Giuseppe Conte e Federico Italiano, Francesca Serragnoli, Alessandro Rivali, Susan Stewart e John Kinsella. Ne abbiamo scritto a lungo.  Insomma, è da tempo che si opera nel ring del testo biblico. Per chiudere con i dati: nel 2010 proprio Stefano Arduini, insieme all’editore Walter Raffaelli, hanno fondato la collana “La Bibbia” con gli stessi intenti – la pubblicazione, libro per libro, del canone, in nuova traduzione. Erano libri deliziosi, in formato minino, da tenere in una mano: ferine falene di carta. Sono usciti, in quel contesto, il Cantico dei Cantici secondo Andrea Temporelli, l’Esodo secondo Gian Ruggero Manzoni, Il libro di Giona secondo Giovanni Tuzet. Uno scrittore-cantautore come Leonardo Bonetti avrebbe ‘musicato’ il libro di Daniele; tra i protagonisti del progetto – di cui qualche giornale ha detto – figurava il poeta Pier Luigi Cappello – io ho tradotto le Lamentazioni. Ma queste sono minuzie.  Bisognerebbe, piuttosto, domandarsi se tradurre un libro biblico sia come tradurne qualsiasi altro: se, per dire, tradurre Geremia o le lettere di Giovanni sia come tradurre Emily Dickinson o Rimbaud. Come scriveva Edgard Wind in Arte e anarchia, l’uso ha un suo peso: una Crocefissione appesa da secoli in una cattedrale, che ha accolto le preghiere di migliaia di fedeli (divorandone le intenzioni e il cuore), è diversa da una Crocefissione esposta in un museo, sotto gli occhi di attenti – o disattenti – ‘fruitori’ d’arte. insomma: la Bibbia ha un ‘peso’ diverso, la traduzione – come postula San Paolo – è un carisma. Non si può tradurre senza precipitare. Il rischio di abbellimento retorico – sempre presente nel lavorio degli artisti – è sacrilegio, è idolatria: tradurre vuol dire scotennare, levare l’ultimo velo al Volto. Che se ne torni inceneriti è norma.  Ma qui vado per erbe avvelenate.  Torniamo a noi. È evidente che esistano alcuni eventi culturali, alcune avventure dello spirito, non marginali, tuttavia per sempre ignote alle ‘grandi firme’, ostili ai ‘grandi palchi’. Sono invisibili. Rimangono paria. Frotte di lebbrosi. Perché Luciano Canfora, parlando di una nuova, meritoria edizione di Qoelet non ha fatto riferimento al Qoelet edito da De Piante negli stessi mesi, rintracciabile in ogni repertorio digitale? Escludendo la malafede, resta l’ignoranza. Se è così, è grave: è come se uno storico, organizzando i fatti, non conoscesse una fonte autorevole.  Per il resto, basta Qoelet, cioè la beatitudine della vanità. “Non arrabbiarti: l’ira/ alberga nel petto del vile”, dice il sapiente. *In copertina: Memento mori, studio di cranio, XVII secolo L'articolo La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni proviene da Pangea.
August 7, 2025 / Pangea