Figura enigmatica, la regina di Saba “sentita la fama di Salomone… venne per
metterlo alla prova con enigmi”. I doni preparati per il re sapiente – “cammelli
carichi di aromi, d’oro in quantità e di pietre preziose” –, analoghi a quelli
offerti dai Magi al Bimbo, simboleggiano i diversi attributi della sapienza.
Figura disarcionata dalla leggenda, la regina di Saba sembra un po’ Sfinge e un
po’ Pizia, un po’ Antiope, regina delle Amazzoni, un po’ Sekhmet, la divinità
egizia con il volto da leonessa. L’episodio che lega la regina di Saba a
Salomone è tanto importante che viene raccontato, pressoché con le stesse
parole, nel Primo libro dei re (10, 1-13) e nel Secondo libro delle cronache (9,
1-12). Nel Primo libro dei re – di cui le cronache sono, di norma, un rapido
resoconto, un riassunto – l’episodio della regina di Saba è seguito dal “peccato
di Salomone”: la brama di conoscenza devia il re dalle leggi di Dio. Attorniato
da un harem – “amò molte donne straniere”: impetuosità nel conoscere ereditata
dal padre, Davide – Salomone edifica statue ad altri dèi, Astarte, Milcom,
Camos, Moloc; studia i riti degli Ammoniti e “di quelli di Sidone”, si interessa
della cosmologia dei Moabiti.
Qui, però, ci importa altro. Con quali enigmi la regina di Saba importuna
Salomone? In ebraico enigma si dice chidah, appare diciassette volte nel Testo;
la prima volta in Numeri (12, 6 ss.). Questo episodio è determinante per
comprendere l’epica del profetismo e della chiamata. Dio appare “in una colonna
di nube”, parla ad Aronne e a Maria, sua sorella – emblema del profetismo
femminile. Dio dice che a “un vostro profeta/ mi rivelerò in visione/ gli
parlerò nel sogno”, mentre a Mosè, “l’uomo di fiducia in tutta la mia casa”,
> “Bocca nella bocca a lui parlo
> in visione e non per enigmi
> ed egli contempla la figura del Signore”.
In sostanza: l’enigma è la formula linguistica con cui Dio parla al profeta. A
parte Mosè, che accede a un al di là del linguaggio, ai chiamati Dio appare per
sogni ed enigmi. Dio non usa il linguaggio umano – un linguaggio fatto in fondo
per soggiogare, per impossessarsi del creato –: l’enigma, infatti, chiede di
essere sciolto. L’enigma non è un gioco, è l’ombra del vero; è l’elitra del
vero. L’enigma non confonde, al contrario: rischiara. L’enigma è la rivelazione;
se non riusciamo a intenderlo è nostro il difetto di vista.
In Eden il linguaggio era nudo – eccomi; sì sì, no no –; da Babele è un
rivestimento. Dall’incontro con il serpente – il loquace; colui che presiede le
arti divinatorie – il linguaggio è un modo per velare, per nascondere. Dire per
non dire. Con il Nazareno: dire l’indicibile.
Rembrandt, Festino di Baldassarre, 1636
In effetti, anche l’episodio che riguarda la regina di Saba mostra l’importanza
miliare dell’enigma. È scritto infatti che la regina “Si presentò a Salomone e
gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. Salomone le chiarì tutto
quanto ella le diceva” (1 Re 10, 2-3). Ecco che l’enigma, lungi dall’essere un
gioco della mente, ha a che fare con il cuore e i suoi abissi. Il cuore
– lebab – che nel Primo Testamento significa “la totalità della vita interiore”;
il luogo della prova, dello smarrimento, della scelta. Porre un enigma: mostrare
il cuore. Parlare per enigmi: chiedere di scatenare il cuore. Chi non lo sa
pesare, chi non lo scioglie, ne è divorato.
Anche il mondo greco ha come fulcro l’enigma. “L’enigma è la manifestazione
nella parola di ciò che è divino, nascosto, un’interiorità indicibile”, scrive
Giorgio Colli (in, La nascita della filosofia, Adelphi, 1975). Secondo Colli, il
tramonto dell’enigma come formula divina, come orbita del sapiente, porta,
appunto, alla nascita della filosofia (l’arte dialettica, agonistica), al
linguaggio non più come materia sacra ma come gioco – infine: come giogo. La
retorica è proprio questo: persuadere – sedurre – vincere. Obbligarti a
riconoscere che ho detto la verità – ma la verità non può dirsi, è
indicibile…
> “L’enigma è l’intrusione dell’attività ostile del dio nella sfera umana, la
> sua sfida, allo stesso modo che la domanda iniziale dell’interrogante è
> l’apertura della sfida dialettica, la provocazione alla gara”.
>
> Giorgio Colli
L’enigma è tale, nel mondo greco, perché comporta il rischio di morire se non lo
si interpreta correttamente. Enigma è parola che si rivolta contro la creatura
che crede di detenere il linguaggio, che ha scordato il potere detonante del
linguaggio. La soluzione dell’enigma: il silenzio. L’enigma taccia – fa tacere.
Secondo Eraclito, Omero muore “per lo scoramento”: non è stato in grado di
risolvere un enigma posto da alcuni pescatori. Il grande aedo viene sconfitto da
un manipolo di illetterati. D’altra parte, Edipo, in grado di piegare la Sfinge
dopo aver risolto il suo mortale enigma, non è capace di allontanare da sé la
tragedia. Anzi: la risoluzione dell’enigma è l’incipit della sua tragedia
personale. Comunque, è sempre l’enigma ad avvincere, ad avvolgerci nelle sue
spire assassine.
Nel primo volume dedicato alla Sapienza greca (Adelphi, 1977), Giorgio Colli
raduna i frammenti che testimoniano la personificazione di Enigma. La
conclusione è marziale:
> “Chi non risolve l’enigma è ingannato: il sapiente è colui che non si lascia
> ingannare. L’azione dell’enigma è di ingannare e di uccidere mediante
> l’inganno: su ciò ci ammaestra Eraclito. In fondo il sapiente è un guerriero
> che sa difendersi”.
Se la sapienza si pronuncia per enigmi è per rivelare; la retorica, al
contrario, allude all’enigma, si riveste di parole enigmatiche per nascondere i
suoi veri intenti – al di là della verità. Da una parte l’enigma vela il dio;
dall’altra, l’enigmatico è mero effetto scenico, teso come una trappola per
illudere: vince chi convince.
L’enigma – indovinello da divinare – riguarda ogni tradizione. Ha a che fare,
infine, con l’energia del linguaggio, un’energia, oggi, defraudata dal sacro:
appartiene all’ambito dell’utile, piuttosto, il linguaggio odierno, della
descrizione scientifica, della prolusione pubblicitaria, della provocazione
narcisistica, quando non della manipolazione di massa. In alcuni tra i capitoli
più affascinanti de La Dea Bianca – “L’indovinello di Gwion” e “La soluzione
dell’indovinello di Gwion” – Robert Graves spiega come il potere sapienziale
dell’enigma sia eredità dei bardi e dei poeti. Il poeta non usa similitudini,
immagini verbose, oniriche allusioni come ornamento; se sovverte il linguaggio
comune è per mostrare, in emblemi e spiragli, per quel poco che intuisce, lo
“sbaglio di natura/ il punto morto del mondo/… che finalmente ci metta/ nel
mezzo di una verità”. Il poeta non sa, è per tutti l’assoluto insipiente: il
poeta – se tale è – non è lo scopo, ma il mezzo; il poeta è trafitto, non sa
mettere a profitto il linguaggio: lo offre, scopertamente.
Secondo Roland Meynet – Professore emerito di teologia biblica alla ‘Gregoriana’
– “L’enigma biblico – tutta la sapienza della Bibbia, di cui l’enigma è una
caratteristica – è sostanzialmente diverso dai nostri enigmi o dai nostri
indovinelli. Questi sono giochi. Quando proponiamo un indovinello, speriamo che
l’interlocutore – se pure si può chiamare così – non trovi la risposta… Nella
Bibbia è tutto il contrario. Quando viene proposto un enigma, non viene data la
soluzione; quando si pone una domanda, non viene data la risposta. Soluzione e
risposta sono lasciate alla responsabilità del lettore”.
Fernand Khnopff, Carezza con Sfinge, 1896
Nel Nuovo Testamento la parola enigma, alla greca, appare soltanto una volta. La
usa Paolo, nello straordinario capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi: “Ora
vediamo come in uno specchio, per enigmi; allora vedremo faccia a faccia. Ora so
per frammenti, allora saprò pienamente, come pienamente sono conosciuto”.
L’amore ha spezzato ogni enigma; il linguaggio è involucro vuoto: il Figlio ha
sciolto il grande enigma del mondo – “Non c’è nulla di nascosto che non sarà
svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”: Lc 12, 2 –, da ora siamo tutti
come Mosè, bocca-nella-bocca di Dio. Ancora una volta: l’enigma ha a che fare
con il cuore, con la conoscenza di sé, con l’essere pienamente conosciuto.
Eppure, l’enigma esiste per sconfiggere il criptico, il nascosto, il segreto
(kruptos); anche Gesù parla per enigmi, cioè per parabole.
> “Più volte Gesù parlò in modo allusivo ed enigmatico, «non apertamente»,
> attraverso il velo delle similitudini: egli diceva e non diceva, svelava e
> nascondeva, manifestava e occultava. Questo è precisamente il punto che ci
> interessa: perché Gesù usava un simile linguaggio? […] La parabola di Gesù
> mantiene tutta la sua carica di enigmaticità, lascia all’ascoltatore il
> compito di comprenderla, lo interpella e lo costringe a interrogarsi, lo
> coinvolge in prima persona e lo impegna alla ricerca del senso”.
>
> Carlo Maria Martini
Gesù: Logos che viene a rifondare il logos. Lasciata all’uomo, la parola fomenta
fraintesi, soprusi, è manifestazione del male (il diavolo avvince con il
linguaggio, convince, è esperto in dialettica). Il mondo non è soltanto ciò che
sta, irreggimentato, nei ranghi descrittivi umani. È il tutt’altro, è il
sovrappiù, è quella sovrabbondanza che ci pare – ad analitico dire – inutile,
inefficace, inerte. Le parabole di Gesù, in effetti, non attendono soluzione, la
risposta a un rebus: esistono come totalità. È tutto un mondo – il granello e la
pietra, gli uccelli del cielo, il nido, il seminatore e la vigna, il padrone e i
talenti – che risorge, in quel dire: ciò che è stato, è e sarà. Le funzioni
della retorica – le finzioni – non funzionano; quella è parola vivente. Anche la
parola poetica – ombra dell’ombra dell’ombra, lavorio di coltellino e di
cerbottana – ha senso, insensatamente, soltanto se non simula una qualche verità
– ermetismo da oscurantisti letterati – ma se è parola efficace, parola che dà
vita.
Abilità a benedire, diremmo.
La retorica, quando è vera, serve ad abolire tutte le maschere.
Certo, nessuno scioglie le parabole – i discepoli non capiscono neanche le
spiegazioni che a loro misura offre Gesù. È Gesù stesso, il suo corpo-mistero,
l’enigma. Un enigma che neppure il chiodo e il legno e la pietra sanno
discernere. Per questo, occorre insinuarsi nell’enigma e stare nella sua
energia, acquattati, migrando nella letargia dei giusti. Dismettere il verbo per
penetrare nella dismisura – quel balbettio che chiamiamo sole.
*In copertina: Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864
L'articolo Sull’enigma, ovvero: l’arte di sovvertire il linguaggio proviene da
Pangea.
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L’idea di un’etica intesa come “progetto etico” (Kitcher 2011; Keane
2016) imbricato nella praxis rimane fortemente intrecciata alla ragion d’essere
dell’antropologia accademica, votata a restituire le sfere di valore individuali
e collettive che sottendono gli obiettivi, le motivazioni e le strategie
attraverso l’interpretazione delle pratiche sociali. Il filosofo Philip Kitcher,
ad esempio, considera il progetto etico una necessità dell’organizzazione
sociale fin dal Paleolitico, prima di tutto per la distribuzione egualitaria
delle risorse, poi per attribuire norme di valore di fronte alla crescente
complessità della collettività (Kitcher 2011). Lo stesso vale per l’estetica,
ereditata da Dewey, Habermas e Putnam, di Jennifer McMahon: se l’appartenenza a
una comunità, considerata come condizione preliminare per lo sviluppo della
coscienza morale, implica la condivisione di un linguaggio, si può
ragionevolmente ipotizzare che, da un punto di vista ontologico, l’appartenenza
preceda la coscienza morale e che l’interrogativo sull’individualità derivi
dalle risposte alla vita in società (McMahon 2014).
In questa prospettiva di presenza a carattere sociale, la ricerca etnografica
propria all’antropologia costituirebbe uno strumento che consentirebbe di
rilevare gli “eccessi esperienziali” (Dyring, Mattingly e Louw 2017, 30),
l’irriducibile inafferrabilità ontologica della condizione umana nell’azione in
un contesto relazionale. È il caso di una seduta di divinazione kuranko (Sierra
Leone), descritta dall’antropologo Michael Jackson, in cui il consultante
esternalizza il proprio malessere interiore e lo canalizza attraverso l’azione
del divino per essere presente alla propria situazione, passando da uno stato di
inerzia a una reattività innescata dal rituale che permette di esternare
l’inafferrabilità intrinseca all’essere umano (Jackson 2012).
Tuttavia, anche nel caso dell’approccio esistenzialista di Jackson, l’azione
rimane un perno imprescindibile di questa ontologia della “destabilizzazione”.
Un’azione fondamentalmente transitiva, che deriva dalla capacità dell’individuo
di evolversi a partire da un’esperienza di incorporazione (embodiment) in cui le
emozioni e l’ “irrazionale” sarebbero parte integrante del percorso di
consapevolezza etica individuale all’interno di una logica sociale relazionale.
Nel ricco percorso del concetto di incorporazione in antropologia
(Scheper-Hugues e Lock 1987; Csordas 1990), il corpo è considerato come un
“fenomeno culturale” (Csordas 1994, 4), “a mode of presence and engagement in
the world” (Ivi, 12) legato a un’agentività, a una transitività. In questi
termini, l’incorporazione è l’esperienza di essere al mondo, con le implicazioni
etiche derivanti dalle pratiche sociali che ciò comporta.
Rispetto a questa posizione relazionale, è possibile immaginare, al contrario,
un’etica intransitiva, passiva, non relazionale, senza prove evidenti,
impronunciabile, riconducibile all’affezione dell’esistenza di per sé?
Ispirandomi al concetto di “auto-affezione” del filosofo Michel Henry propongo
un’etica fondamentalmente antropologica non dell’incorporazione ma della carne
come stato di vita non comunicabile che precede le strategie relazionali
regolate dal linguaggio verbale. Per “auto-donazione”, Henry intende
l’esperienza incarnata e “affettata” della vita al di là delle rappresentazioni
oggettivanti (Henry 2004). Questa sensibilità carnale, quindi antropologica,
“patetica”, che si manifesta a se stessa, sarebbe, attraverso l’auto-affezione
del corpo vivente, “estranea al mondo”, quindi opposta all’“essere nel mondo”,
atemporale e intransitiva. In una prospettiva cristiana, questa visione fa eco
al “sacrificio come orizzonte dell’essere” del filosofo Felix Ravaisson: la
ragion d’essere ultima dell’essere umano, specchio del sacrificio dell’uomo
Gesù.
Nel solco di Ravaisson, in Incarnation Michel Henry affronta il tema
dell’auto-donazione attraverso una domanda cruciale del filosofo Maine de Biran:
“Come può un organo mobile essere costantemente guidato senza essere
conosciuto?” (de Biran in Henry 2000, 202). La mano, scrive Henry, è in grado di
“sentire” non come organo oggettivo ma come potere di toccare, e quest’ultimo
sarebbe possibile solo attraverso “l’auto-donazione patetica della Vita”. Il
“muoversi” è immanente alla vita stessa; è un movimento che non si separa mai da
se stesso e non lascia alcuna parte di sé all’esteriorità del mondo (Henry
2000). Henry trova così la relazione tra affettività e potere in nome di uno
stato di passione permanente non intenzionale. Se il potere si realizza solo
nell’auto-donazione patetica del Sé alla vita, ciò significa che non è affettivo
per effetto di circostanze esterne alla sua stessa essenza, ma a causa di
un’affezione “trascendentale”, cioè in quanto potere dell’affezione “di donarsi
a sé stessa e quindi di donare a sé stessa tutto ciò che si dona a sé stessa
solo in essa” (Henry 2000, 204).
*
Di conseguenza, la corporeità originaria non troverebbe la sua “realtà nella
verifica dei suoi contorni solidi attraverso il tatto di un corpo esterno, ma
attraverso l’auto-donazione che, essendo patetica, rivela nella carne,
all’unisono, tutti i poteri della corporeità”. “È così che agisco:
nell’immanenza patetica della mia carne” (Henry 2000, 206, trad. dell’autrice).
Questa auto-rivelazione del “Primo Sé vivente” sarebbe invisibile a causa della
natura fondamentalmente passiva della nostra esperienza affettiva. Tale
passività non sarebbe, tuttavia, “privativa” ma attiva proprio per la sua
intrinseca potenza di auto-rivelazione, al di là dell’oggetto dell’azione e del
suo scopo (Henry 2000). Se si condivide questo principio di affezione
centripeta, la sfida etica del corpo incarnato non risiederebbe nella volontà o
nella capacità di elaborare scelte per una buona causa, né nel sentirsi in
empatia con il Cosmo, essendo la rivelazione del Sé acosmica. Essa si
manifesterebbe attraverso lo stato intrinseco della vita stessa, nella donazione
della vita mentre essa si consuma nel proprio potere di sentire, a prescindere
da una finalità o da una qualsiasi causalità. Nel corpo “patetico”, la
ripetizione del gesto che sottende l’abitudine non si spiega con un processo di
imitazione necessario alla relazione, ma piuttosto con il lavoro di usura
intrinseco dell’individuo aderente alla propria consunzione. In questi termini
parlo di corpo etico. Questo “in sé” non sarebbe quindi equivalente al kata
auton di Hans-Georg Gadamer in quanto “determinazione del volere”, né si
esaurirebbe nell’“in sé”, indicatore di una differenza ontologica tra un essere
per essenza e un essere soggetto al cambiamento (Gadamer 1996).
*
Alla luce di queste considerazioni, mi sembra che il rapporto tra etica e
auto-rivelazione attraverso l’usura comporti per l’antropologia una rimessa in
discussione non solo, come afferma l’antropologo esistenzialista Albert Piette,
della priorità teorica e metodologica del principio di causa-effetto:
interazione e reciprocità (Piette 2017), ma più fondamentalmente della presunta
priorità della scelta, dell’approccio discriminante di selezione del bene e del
buono che è alla base di un’accezione pragmatista dell’etica. L’usura non
sarebbe l’attrito conseguente allo sviluppo delle “tecniche del corpo” (Mauss
1936) “in relazione al mondo che esso costituisce” (Warnier 2009, trad.
dell’autrice) ma piuttosto un attrito introverso che diventa segno e
significante in se stesso, il processo di uscita e di ritorno a se stessi,
ovvero un Dasein per il quale, dopo l’estasi, l’abbandono al di fuori di sé, il
Sé ritorna inevitabilmente all’in-stasi, all’aderenza al proprio lavorìo di
consunzione (Henry 2000). L’uscita da sé si rivela soprattutto come un’emergenza
totale che provoca e determina l’azione ma che deriva dal conatus necessario per
avviare ed esaurire la vita stessa nel suo stato continuo di costruzione e
distruzione.
Questa alternanza consustanziale dell’essere umano tra instasi ed estasi
comporta un’“immersione” (Rapport 2015, 257), che io chiamo aderenza, allo stato
presente, cioè nella carne, dell’individuo. Tuttavia, come già detto, la
condizione di stasi che sottende l’esistenza nell’usura non implica una
passività di carenza, in virtù del suo potere ‘patetico’. Laddove si afferma che
la condizione umana richiede l’obbligo di essere liberi nella misura in cui
l’essere umano non avrebbe altra scelta che fare delle scelte per significare il
mondo, e che sarebbe in questo approccio obbligatorio che risiederebbe la sua
natura fondamentalmente etica (Evens 2008, 261), si potrebbe rispondere che
l’essere umano è etico in potenza soprattutto a causa della sua condizione
logorante e ‘passiva’ di non scelta, di dono permanente del corpo. Inoltre, il
principio del potere non risponderebbe a dinamiche di causa-effetto, ma
troverebbe la sua ragion d’essere preliminare nel corpo di carne intro-verso sul
suo processo di consunzione. Potere significa quindi potersi consumare e
realizzare nella sensazione. Per questo motivo l’immanenza di Michel Henry non
si riferisce all’empatia sociale teorizzata da alcuni antropologi (Lambek 2010;
Das 2015), ma all’adesione dell’individuo al proprio stato di senzienza. Sono
partita dalla constatazione che l’antropologia declina la questione etica
dell’essere umano entro i parametri delle dinamiche di causa-effetto delle
pratiche , riducendo il dono della vita al tempo delle circostanze, alla logica
esperienziale di un progetto etico che risponde alla volontà e si modella sulle
azioni e sul linguaggio (Lambek 2014, 112).
Ho proposto uno sguardo alternativo che concepisce un’etica intransitiva e
tuttavia fondamentalmente antropologica legata alla finitudine attraverso il
processo umano di consunzione. Una condizione intransitiva dell’etica
intrecciata nella realizzazione della necessità dell’individuo ‘patetico’
piuttosto che all’interno di un progetto etico basato su una logica volontaria,
induttiva e relazionale. Parlare di “incantesimi” come fanno gli antropologi
Sidnell, Meudec e Lambek (Sidnell, Meudec e Lambek 2019, 9), significherebbe
considerare l’intrinseco come una dimensione debitrice di un discorso
“incoerente”, cioè privo di prove empiriche e quindi senza alcuna utilità
scientifica reale, uno stato che gli autori attribuiscono, tra l’altro, alla
filosofia. Al contrario, ho privilegiato una visione della coerenza come
aderenza al Sé, affermando che l’individuo fedele al proprio stato di usura non
sarebbe incoerente, e quindi incoerente rispetto alle sue interazioni sociali.
La sua consistenza non deriva dal compimento di un ragionamento o di un’azione
consequenziale ma si collega piuttosto al suo significato primario di “trovarsi
con”, rivelando una verità segnata dall’adesione dell’individuo alla sua
condizione patetica quotidiana. L’“eccesso esperienziale” provato dagli esseri
umani non deriva quindi dall’impegno investito nella risoluzione di un problema
ma da un senso di vuoto rispetto all’intuizione di questa silenziosa usura, da
una consapevolezza del divario tra potere d’azione e finitudine che l’azione non
può colmare. Al di là di ogni volontà di pianificare e spiegare le nostre scelte
attraverso molteplici scale di valori, questa usura ‘passiva’ del passaggio
esistenziale incarnato nella propria precarietà patetica rappresenta forse la
vera manifestazione di coerenza, profondamente antropologica, della condizione
umana. Un approccio antropologico all’essere umano incarnato come donazione non
teleologica consentirebbe di superare la condizione preliminare di
interrelazione nell’antropologia accademica.
Questa visione della carne come pura senzienza è il principio fondante della
poesia, tensione intrinseca tra l’anelito compatto che avvolge il gesto di
scrittura e l’ineffabilità dell’essenza poetica: creatura satura, amorfa e
cangiante sul bilico di una perenne imminenza di caduta che già di per sé è un
atto carnale di usura. Così, attraverso l’inevitabile filtro della consunzione
del corpo, la questione etica non rimanda solo all’atteggiamento empatico e
connettivo dell’hic et nuncdella quotidianità, ma anche a un’“eco
dell’immemorabile” (Chédin 2016, trad. dell’autrice), a un movimento di estasi
che ogni giorno ribolle nell’ombra e si traduce solo in parte in azioni
socialmente riconosciute. Un senso sacrificale della presenza del vivente sulla
terra, di una coscienza notturna, uterina, di cui quella diurna, votata
all’azione di causa-effetto, non ha più memoria. Il filosofo Jean-Louis Marion
chiama “saturazione” l’impossibilità di descrivere un fenomeno in tutti i suoi
aspetti (Marion 1997), un rigurgito di senso. In quest’ottica, l’incombente
fallimento della parola poetica è un atto saturo, ossia improferibile. Il
principio di saturazione di Marion può essere applicato anche a un altro
elemento costituivo della poesia, la sorpresa. In un interessante articolo sul
rapporto tra saturazione e sorpresa, Claudia Serban ricorda, sulla scorta di
Marion, che il primo elemento determinante dell’”adonato” (adonné), ossia il
destinatario del fenomeno saturo, è la chiamata, insieme alla convocazione,
all’interlocuzione e alla fatticità (Serban 2016). La chiamata agisce di
sorpresa sull’ “adonato”, che rimane pertanto “interdetto” (interloqué), basito
dalla chiamata: “la sorpresa si impadronisce dell’interdetto a partire da un
luogo e da un evento assolutamente estraneo, in modo da annullare ogni pretesa
di un soggetto dato di costituire, ricostituire o decidere ciò che lo sorprende”
(Marion 1989, trad. dell’autrice). Essere davvero sorpreso, scrive Serban, è non
comprendere, non sapere. Eppure, un’esperienza avviene: “Senza sapere né da chi
né perché, mi sento dall’origine già interdetto” (Marion, Ivi). La chiamata, la
rivendicazione e la convocazione agiscono quindi per sorpresa, “questa presa
oscura e subìta” (cette emprise obscure et subie).
*
C’è una carne ubbidiente a sé,
la sua libertà è se stessa.
Ma la libertà è la carne del servo.
La carne ubbidisce a un corpo
ma è dentro il corpo come un cancro.
Tra la carne e il corpo fluisce l’evanescenza
dei limiti della carne e del corpo
ma che vi sia palude e mondo
tra il sangue e l’arteria.
Brotós, l’uomo nella lingua omerica, colui che è mortale. Brótos, lo sgorgo di
sangue, il sangue della ferita. D’altra parte, nel termine ánthropos è presente
la radice di anér, vi è il richiamo alla forza, e a drôptein, l’osservare,
l’esaminare. Alla forza valutativa e immaginativa è unita, nelle differenze
nominative dell’uomo, la finitudine originaria della nuda carne. Ogni pensiero,
ogni rete analitica gettata sulla realtà, ogni uncino ficcato nei sensi a
ordinarne i limiti, a tracciarne le forme, ogni volontà di organizzare in corpo,
di sviluppare in organi la radura nera di carne da cui strappare il gesto, tutta
l’incorporazione del desiderio nel predisporre i mezzi per la sua realizzazione:
tutto ciò trova nella Città la sua dimora infondata. Infondata perché
memorabile, scandita nella successione dei presenti, nel gesso della durata.
L’ethos, la dimora, è la carne, la carne senza corpo, oppure, come in Artaud,
il corpo senza organi. I coltelli ricordano una carne senza corpo, ignorano la
madre, l’estensione del volto. Si è una carne che non ha un corpo, non ha madre,
non ha finalizzazione originaria. Solo i coltelli lo ricordano. Le lame oscure
che bruciano il tempo intorno all’istante del ricordo, il ricordo che tutto è
dimenticanza, presente svuotato di sequenza e incarnato dalla solitudine sulla
pira del proprio vibrare senza progressione. La spezzatura della successione è
ciò che definisco come sacro, come osceno, la parola immersa nella sua
improferibilità nel momento stesso di pronunciarla. Théein, movimento estatico
instatico, perduto. Dei̯wós, una luce accecante. Il sangue fiottante dalla
dimora carnale è la parola poetica. È brótos, il sangue corrotto, sparso al
suolo memorioso-dimenticante del dio-assenza, presente. Cervus fugitivus, la
parola poetica ha a che fare con il tremare della carne, col fluente, il non
ancora fissato dal corpo nella Città, ha a che fare col Mercurio della
tradizione alchemica, definito anche come servus fugitivus. È interessante
notare come, nella civiltà latina, sul servus fugitivus (lo schiavo fuggiasco),
che è un simbolo di libertà, il possesso viene esercitato anche solo con
l’animus possidendi, cioè lo schiavo fuggiasco restava in possesso del
proprietario anche se questi ne aveva perduto la materiale disponibilità. Questa
coppia minima, cervus e servus – queste due parole dal minimo scarto fonico –,
costituisce l’immagine della contraddizione della parola poetica, che vive in
ciò che è diveniente, massimamente instabile, e lo fissa in una forma e quindi
muore nello stesso momento in cui vive: il cervus fugge libero e allo stesso
tempo è servus, asservito dall’animus possidendi della forma. La parola poetica
è il sussulto provocato dal ricordo immemorabile dell’abisso originario di tutto
ciò che è manifesto, l’originario circolo di nulla in cui tutta la Storia, la
Città, è inscritta. Tuttavia questo abisso sta fuori della parola poetica (fuori
dai racconti di Orfeo), in essa rimane implicito, non può essere detto perché è
detto: è, per usare un’espressione del filosofo Carlo Sini, l’altro del detto
nel detto. È la vita che svanisce nella forma, il fluido contraddetto dalla
fissità.
Sarx logos egeneto. La carne, che non è forma ma vacillazione, non è composta da
atomi e particelle ma di brividi di sofferenza e piacere, e informa il
Logos. La carne è il limo da cui proviene il Logos, che non è semplicemente un
principio di ordinamento dell’esperienza, ma una forza di contraddizione
permanente. Come la carne informa il Logos, così il Logos, in un
contromovimento, le corrisponde, si carnalizza. Rovesciando la prospettiva di
Giovanni Evangelista, è la carne che muove da sé la propria forza usurandosi in
un dio sempre mancante ed eccedente, manifesto e invisibile al tempo stesso, il
Logos, la Parola. Sulla divinità della forma pesa l’ombra della madre carne.
Chi, il crocifisso? C’è una meta, ma non un cammino. Ciò che chiamiamo cammino,
è la vacillazione? Kafka. La vacillazione è l’occhio che non vede, il
disorganarsi dell’occhio nella carne. Fino all’imbecillità dell’organo e della
carne. La parola imbecille, nell’etimo in baculum, indica chi è senza bastone,
chi non trova appoggio, chi espone la propria vulnerabilità.
L’ohnmächtig, l’indifeso, il senz’arma, da Adorno a Dostoevskij.
L’inutile. Bellum cano perenne between usura and a man who wants to do a good
job. La miseria civile chiude ogni spazio all’inutilizzabile, quindi a Dio che,
in quanto Assenza, è l’inutile eccellente. Eppure per Paolo di Tarso nel momento
in cui sono debole (sono inutile) è lì che sono forte. Vi è un’imbecillità della
carne, di cui è ben informata la Parola, che la libera, le libera, carne e
Parola, non senza sforzo e sofferenza, dal mondo, dalla Città, dal finalismo.
Via dalla Patria. In die Fremde der Heimat, scriveva Celan.
Mutter, ich bin dumm. Madre, sono uno stupido. Sono queste le ultime
parole pronunciate da Nietzsche, abbracciando il cavallo frustato da un
cocchiere a Torino, prima di rinchiudersi per anni, fino alla morte, nella
demenza. Vi è un’altra coppia minima di parole scritta nel movimento e
contromovimento della carne e del Logos. Stupor-stupro. La stupefazione come
ragione interdetta, passività attiva nell’apertura della vulnerabilità, nella
violenza – la cui origine è sconosciuta e incomprensibile – della consunzione
della carne senziente il proprio negarsi al concetto, esperiente il varco tra sé
e il Significato. La negative capability in cui dimora la poesia, la sua
interdizione alla sequenza logica, la sua potenza nell’abitare il nero, nel
disertare il giorno, è l’abbraccio a un cavallo frustato. L’iterazione e la
reiterazione del gesto carnale fallendo sulla carne della parola è
l’eschileo infinito sorriso delle onde del mare. L’intelligenza della
stupidità.
> Ora di già nel rosso del fanale
> Era già l’ombra faticosamente
> Bianca…
> Bianca quando nel rosso del fanale
> Bianca lontana faticosamente
> L’eco attonita rise un irreale
> Riso: e che l’eco faticosamente
> E bianca e lieve e attonita salì…
Vi è in Campana un’intelligenza carnale stupefatta che si muove in una
estro-introversione, nella connessione e nella disconnessione simultanee delle
figurazioni, il campo sensoriale è costruito simbolicamente e al tempo stesso
diabolizzato, fratturato. Nel suo libro Glas, Derrida fa uso di molti vocaboli
francesi caratterizzati dal fonema gl. È il suono che emette un uomo che viene
strangolato, il suono di un uomo a cui è tolta la voce. Per Derrida, affinché
scriva. La carnalità della voce si metamorfizza nella sua consumazione segnica.
Alle Porte Scee del segno, sulla croce del Golgota, Cristo genera Dio, il suo
volto usurato e muto. Bereshit, così inizia la Genesi. La prima lettera è la
seconda lettera dell’alfabeto. L’inizio è già iniziato. Il Logos è in ritardo
sulla sarx.
Sentire è negare. Negare la propria finitezza, negare il proprio infinito, voler
dire ciò che non si può dire, poter dire ciò che non si vuol dire. Volere non
volere. Non volere non volere. Nada, nada, nada, y en el Monte nada. La
condizione irrelata della carne, dentro il mondo ma non del mondo, l’irrelazione
in cui è spezzato il continuum temporale dell’etica come religio civilis e in
cui sorge il movimento dell’autodonazione. La chiamata a se stessa della
singolarità. La carne straniera alla terra come l’anima di Trakl, sola anima e
solo spirito, di fronte sempre al radicalmente-altro da sé che è la propria
significazione, e parlando cose che ‘l tacere è bello.
Cristiana Panella e Ianus Pravo
Nota. Le opere a olio digitale, “Senza titolo”, “Eye” e “The Burning Eel”, sono
dell’artista Silvia Pepe; il disegno, “La projection du véritable corps”, di
Antonin Artaud.
*
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L'articolo Etica e Carne. Tra antropologia radicale e poesia. Un dialogo tra
Cristiana Panella e Ianus Pravo proviene da Pangea.
Origine e confine: Aurore d’autunno
In Aurore d’autunno Wallace Stevens porta la sua meditazione sul senso della
poesia a risultati estremi.
Le ambientazioni inserite nei testi, ad esempio, a partire dal poemetto omonimo,
sono una strategia che il poeta usa per rimodulare di continuo la contaminazione
tra alto stilistico e basso (il registro ironico) dei contenuti, in una tensione
panica che accoglie il reale nel corpo della poesia. Questo bisogno di
inclusività fluisce verso un confine poroso che mette in comunicazione gli
ambienti concreti di cui si diceva con l’incorporeo, come nella figura che apre
il testo, il serpente/aurora, fino all’apparizione estrema dell’angelo tra i
contadini, quasi un’epifania dell’idea nella realtà ma anche, nella sua
conseguente sparizione, dell’impossibilità della permanenza. Aurore d’autunno,
dunque, è la raccolta più “spirituale” di Stevens, un manifesto eretico, il
quale rivelando la realtà nel suo essere umile e cruda ne intuisce, attraverso
l’immaginazione, il potenziale dinamico e trasfigurativo.
Il soffio dell’invisibile è sempre annunciato da oggetti materiali, si diceva, e
penso alla capanna bianca che avvia il secondo movimento del poemetto iniziale o
alle campane senza “setta” di Le vecchie campane luterane di casa o ancora alla
“versione semplice dell’occhio” come “cosa a parte” e “vulgata dell’esperienza”
di Una serata ordinaria a New Haven. Il confine, allora, appare come un luogo di
attraversamento artificiale e reale insieme, in continuo divenire, necessario
perché vero e vero perché necessario. Ed ecco l’eresia: la poesia è “l’occhio
angelico” che “definisce”, ponendo il limite all’arbitrio ma spalancando il
senso proprio attraverso la nominazione, “assume le grandi velocità dello
spazio” attraverso l’immaginazione che è la potenzialità di sublimare il reale
riconoscendone l’inconsistenza e la fragilità. Anche la brutalità è traccia di
altro, di ciò che è già sfuggito alla nostra comprensione lasciandoci liberi
persino di recitare il nostro nome, anche se “non c’è copione” se non il nostro
mero “essere qui”. Ma è proprio questo essere de-finiti da una soglia a
modificarci come la “nuvola trasformata/ in nuvola di nuovo trasformata” fino
alla “distruzione” della parola stessa che può caricarsi, così, del fardello
della ferocia umana. “Cabala mistica” è questa immaginazione che cambia “da
destino a capriccio leggero”, che cammina nella sua disfatta fino a sfumare in
una ben più semplice “comunicazione beffarda sotto la luna”.
Eresia, si diceva, perché l’innocenza nega ogni accomodamento, attraversa la
soglia pur riconoscendola come inevitabile limite, perché la poesia è questa
scelta innocente che è già “oltre l’abitudine del senso”, una “forma anarchica/
infuocata”.
*
Pellegrinaggio e sublimazione in Pasolini: l’oltreconfine
Un’altra esperienza liminare, che parte da altezze diverse ed è connotata da
scelte di poetica apparentemente lontanissime, è quella di Pasolini. Nella sua
opera multiforme, la poesia è in circolo come esperienza corporea e sensoriale,
come necessità di attraversamento di limiti fisici e psichici. La scena del
corpo colpito, del dolore che si trasforma in narrazione, assume una funzione
simbolica centrale: il confine tra il soggetto e il mondo è anche il luogo in
cui si sperimenta la vulnerabilità e la trascendenza.
Pasolini esplicita che il limite non è un confine invalicabile, ma un modo di
re-imparare a sentire le proprie ferite e di riconoscere l’altro nel dolore,
nell’ultima speranza di “trasumanare” attraverso un pellegrinaggio di ricerca
assidua e instancabile che, però, ha compreso l’impossibilità di una nuova
ascesi.
> Jo i soj na viola e un aunàr,
> il neri e il rosa ta la ciar.
>
> (da Dansa di Narcìs II, in La meglio gioventù)
Pasolini/Narciso è tutto perché è dentro l’umiltà del mondo, perché “il corpo
resta povero” come urla il poeta in Trasumanar e organizzar a vent’anni di
distanza dalla serie dei narcisi, perché la necessità panica che lo investe e lo
accompagna esprime la ferita dell’unità perduta e accentua in ogni scelta
ambivalenze, ambiguità, contraddizioni. Ma è l’aspetto trans-formativo la sua
ossessione, giusta come l’osservazione spietata e costante del corpo individuale
e sociale martoriato. La riflessione sulla mutazione antropologica è il
risultato di un pensiero liminare tra conservazione e progresso che resta tale
nonostante i tentativi di ibridazione dell’ultima fase della sua opera, anzi
anche grazie a essi.
“Non c’è alcuna ragione/ di scrivere in calce a questi versi la parola// FINE”
come per il “discreditato corpo” non c’è alcuna ragione per non rimpiangere la
“purezza originaria” e aspirare sempre alla redenzione nella catastrofe.
Sineciosi, secondo l’individuazione retorica di Fortini, è scegliere tutta la
realtà che vive nelle sue contraddizioni, e l’eresia pasoliniana è proprio la
scelta mistica di non scegliere, unica possibilità di accogliere il mondo in
potenza, senza abusarne, senza assuefarsi alle logiche di potere, alla
predazione. Questa dialettica lacerata disperde ogni possibilità di stabilizzare
l’esistenza, fino a portare persino il corpo, sia reale che simbolico (corpo
linguistico), alla diaspora, alla disseminazione e, quindi, alla distruzione.
Eppure è questa fine che germina qualcosa di ancora illeggibile a non
accontentare nessuno perché si fa carico di altro, cioè dell’insoddisfazione e
dell’assenza di confine:
> “i poeti, destinati a intravedere nel contrario
> di ciò che fanno, la libertà, sono poeti del bene comune,
> e, senza complicità, sarebbero incomprensibili.
> Essi non vogliono avere diritti –
> nello scherzo o nella superbia essi non fanno altro
> che chiedere pietà a chi, se proprio vogliono, gliela concede;
> ma essi non si accontenteranno mai”.
Per il poeta è impossibile la resa, nonostante la scomparsa di un mondo – quello
contadino e di un apparato linguistico fatto di pulsione, accensioni e cadute
legate al non ragionevole della pura sopravvivenza – di una “terra promessa” che
è rappresentazione di un centro ancora illusoriamente umanistico ma già
de-caduto a banale artificio. La carne, un tempo presente fino allo scandalo, è
ormai merce di scambio dell’omologazione e quindi corpo “fantasmizzato”,
obbediente all’unica legge di “essere un bravo americano”, un corpo-uniforme
“cheap”, un altro numero che si consuma.
Il poeta “non cadrà per terra” ma opporrà la sua “innocenza” alle “notizie false
che la radio dirama” (il medium/potere), continuando a vivere a oltranza, “fino
alla fine”, mentre quelle stesse notizie – il che vale sempre – “mostrano il
dolore/ che è nella schiena della bestia che fugge”. Il dolore, cioè il disagio
sanguinante del “corpo separato” che invoca l’Altro colpevolizzandolo per
l’assenza macroscopica di “vie altre” che possano aprire alla pienezza della
relazione, contrastando il “vuoto nel cosmo” che mette in scena simbolicamente
l’incompletezza della realtà. Per Pasolini, la realtà è linguaggio come in ogni
vero poeta, cioè tradizione che si ripete e rinnova, perpetuando la dimensione
liminare, sistole e diastole di un versamento del verbale nel reale e viceversa,
profondo fino al rigetto.
Il poeta può abdicare ma solo per sposare l’eresia, cioè la scelta di ritornare
“alla purezza perduta”, anche se questo ritorno è decisamente compiuto da un
“pellegrino” che non crede alla “nuova” fede della società dei consumi ma che va
comunque avanti guidato da “una strana speranza” di recupero.
Così, nonostante “la vita sia [ormai] un mucchio di insignificanti e ironiche
rovine” perché il potere consumistico ha “colonizzato l’inconscio”, non può
esserci resa:
Plantànd chista seconda planta
chel che pì i bramavi, a era
ch’a fos identica a la prima;
e chel che pì a mi scrussiava
a era ch’a essi diviersa a no podeva.
(da Variante, in La nuova gioventù)
L’atto di abbracciare il reale, anche quello più sconvolgente, era stato un
tentativo di riappropriazione, il desiderio ultimo che potesse realizzarsi il
contatto con un’autenticità originaria. La poetica di Pasolini, è risaputo, ha
sempre invitato a non eludere il limite, ma a viverlo come un modo di aprirsi
all’infinito nascosto nel quotidiano. E la poesia è sempre stata il luogo dove
si chiarisce un’identità che si può riconoscersi solo nel desiderio sconfinato,
tra innocenza primitiva e complessità della storia. L’esperienza poetica, in
conclusione, è un attraversamento continuo, nella tensione a un rinnovamento di
senso che si nutre di memoria e dolore e quindi di incanto e disincanto. La
passione per l’origine in Pasolini, senza dogmatismi, viene rivolta a un’umanità
che si riconosce imperfetta e per questo infinita, sempre in cammino tra limiti
e possibilità.
*
La discesa dell’Airone grigio di Alessandro Ceni, uno spazio tra mondi
Airone grigio
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
«Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –
e il sapido risalire della prediletta nelle sue mutande sporche
o il lungo piscio dell’estate all’estuario deforme
delle sue gambe, ora prese in prestito dal morto che,
con ostinato lento passo di mulo, detto no a cronaca e storia,
smarrisce l’unica via di fuga e con disperata calma con
forza enigmatica di acrobata torna, entra, ed ascolta
i suoi due figli – estranei incomprensibili ma ospiti fissi
al banchetto – e la sua ancor giovane moglie – la smarrita –
che udendolo rincasare gli tendono l’imboscata di un sogno
armando un vascello di specchi ed allodole nel tranello dell’atrio,
dove la carne della sua carne, il sangue del suo sangue e la sua
con-sorte e metà, credendolo annegato in pensieri – l’identificazione,
ad esempio, di un solo granello di felicità per chilometri litoranei
arenili – gli pongono in grembo la prova della loro profonda,
autentica, incommensurabile gratitudine: perpetrare l’inganno.
Entra, come farebbe un bambino nel mattatoio, cioè muggendo,
con fiamme implicite e il grave tinnito dei corvi disteso
sopra il paesaggio come una fiaba, dove, nella fredda
temperatura, nell’impianto disattivato, nel focolare estinto
vive ancora, colpo dopo colpo e anni su anni di combattimenti
e perdite, un eroe, la morte su una spalla – il frinìo della nube
che si posa a indicarlo come una leggenda imperitura –
l’amante sull’altra, le entrambe vecchie dal gomitolo turchino o
fucsia della permanente sull’occipite arso, la lunga e ritorta
pelliccia della passera spiumata, il foro di fumo, il foro d’acqua,
l’unghia incarnita del piede giallo, col quale – ascolta –
assunte sembianze di ricordo, il racconto della fiaba
– astuto come un capo comanche, furtivo come un guerriero
apache – discese per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera
blindata della mente, e lì, invecchiato soltanto nel volto,
mangiò peyotl, fumò, bevve e danzò l’intera notte – la
cintura ridente di innumerevoli scalpi, il lastrico del sepolcro
diffuso d’ignoti cadaveri, i suoi altri ricordi dispersi in
missione: e tutti erano allegri e fiduciosi nella sorte».
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
Cosa ci cade addosso nel paradosso della soglia? L’entrata ambigua nel regno e
il paradosso dell’esistenza, un racconto di lontananza e carne, di freddi
boreali che si consolidano nella mente del soggetto e appiccano un sogno che
aspira alla realtà e vi rinuncia, che si sposta, cade e si allontana dal mondo.
Il linguaggio entra nella dimensione liminare tra sogno e veglia e in quella
crepa allarga il suo racconto, un altro μῦϑος. L’affabulazione è a doppia
entrata, prima il freddo del pensiero astratto (la Lapponia della mente
corrisponde all’Islanda del cuore), poi l’accesso all’immaginazione profonda
dove ogni figura incendia la referenza, incenerisce la sua stessa simbologia.
Come l’immagine del bambino nel mattatoio sembra suggerire, accedere significa
trasformarsi nel luogo in cui siamo immersi, “muggiamo” perché solo in quel
modo, e solo nel perpetuo rinnovamento dell’infanzia, possiamo aderire e far
sopravvivere “l’eroe”, il sempre nativo, l’allucinato (come i riferimenti ai
guerrieri americani e l’utilizzo del peyotl sembrano suggerire). L’airone grigio
ci racconta una favola da invasati, ci investe con ciò che di più reale abbiamo:
ci avvicina cantando e nel suo fluire ci abbraccia per raccontarci
un’apparizione scenica, quella di un sempre possibile sogno. La “trama
invernale” dell’airone, per quanto tenue e nebulosa, è l’unica possibilità per
attraversare il reale, per essere condotti “all’esaltazione e al regno, alla
caduta e all’esilio”, allo spazio tra mondi che la scrittura può invocare,
evocare, provocare, come la sua presenza in luoghi liminali suggerisce
accompagnandoci nel viaggio tra materia e spirito, quasi rinnovato Virgilio tra
le ombre.
*
Il viaggio sospeso, beyond the border
Essere oltre è una questione talmente intima da non poter essere
individualizzabile fisicamente e precisabile in luoghi concreti. Questa
illusione materialistica è uno dei mali ideologici del secolo appena trascorso e
che ha già sconfinato (perché in realtà, è ovvio, non ci sono “secoli”
arginabili entro limiti cronologici) nell’attuale. Essere oltre è una resa
all’invisibile per accedere a un’altra percezione e poterla raccontare come
fosse una leggenda.
Reinventare il reale è la sbordatura, è l’arte di sporgersi dall’orlo e
lasciarsi cadere fuori dal senso nel tentativo di coglierne il substrato
emotivo. Reinventare non è la pagina bianca o l’assenza di senso ma
l’inseguimento di una lingua che per quanto nota è sempre sconosciuta, lasciando
all’altro (il lettore) la libertà di reinterpretarla. Reinventare ha a che fare
con un’onestà radicale nei confronti dell’altro che abbraccia anche l’abbandono,
ma non si limita alla fine della relazione, anzi la riattiva nel vederla
scomparire, ma solo dopo aver accettato la scomparsa. Reinventare è un
ricominciare e non un inizio altro, perché niente è mai iniziato:
Leggenda o mito, se vogliamo, che parte sempre dalla privazione e
dell’oltranza:
> Myself to set foot
> That second
> In the still sleeping town and set forth.
In un istante che rivela l’urgenza dell’autoesilio e dell’eremitaggio, Dylan
Thomas, poeta dell’eccesso, si consacra alla natura. Il panteismo di Poesia in
ottobre è totalmente volatile, carico di esseri della fuga, psicopompi
dell’oltre confine come l’airone che compare due volte e che, come abbiamo visto
nella poesia di Ceni, è figura della soglia.Gli “uccelli dell’acqua e gli
uccelli degli alberi alati” portano il nome del poeta sul paesaggio, anticipando
e anzi stimolando il cammino. Prendere la strada “over the border” è aprire le
porte a una nuova visione (la leggenda di cui si diceva), trasformando le
stagioni – significativo il passaggio inaspettato, appena iniziato il viaggio,
dall’autunno reale alla primavera dell’immaginazione, “il sole d’ottobre”
diventa “estivo” – accompagnati ancora da uccelli, allodole e merli fischianti,
che introducono a un’allucinazione, a un “cielo azzurro alterato”, a un’aria
“other”, altra, a un mutamento fruttifero (e infatti, prima della fine il testo
sostituisce gli uccelli con i frutti, “con mele/ Pere e rossi ribes”) che,
contemporaneamente, evoca delle “child’s forgotten mornings”, cioè l’origine
perduta che solo nell’immaginazione si rinnova, richiamando più antiche leggende
(vedi “le leggende delle verdi cappelle” alla fine della quinta strofa).
Così il mito può essere narrato ancora, un’altra volta ripetendosi e allo stesso
tempo mutando per ravvivare l’inconoscibile, l’invisibile: “the mystery/ Sang
alive/ Still in the water and singingbirds”, cioè un canto che rinasce
attraversando la fine (gli uccelli tornano al termine del componimento nella
loro funzione “misterica”, pionieri dell’aldilà, dell’oltranza appunto). A
questa lontananza dai giorni della creazione e a questo bisogno di ritorno
misterico, occorrerà sposare il quotidiano e la terra nuova, cioè il presente e
la speranza che esso possa rinnovarsi. Cicli stagionali e fantasie di ritorno si
spogliano delle loro immaginifiche meraviglie ma solo per inoltrarsi in un
cammino reale al prossimo stupore:
> O possa ancora la verità del mio cuore
> Esser cantata
> Su quest’alta collina al volgere di un anno.
Gianluca D’Andrea
L'articolo “I poeti non si accontenteranno mai”. L’innocenza del linguaggio e la
tensione dell’origine proviene da Pangea.