Un messaggio su WhatsApp, inaspettato, il 1° febbraio di quest’anno, che suona
più o meno così: “D’estate andiamo in Scozia qualche giorno? Vorrei vedere i
Castelli”. Per chi ci è già stato, sa bene che oltre al “mal d’Africa” esiste
anche il “mal di Scozia”: i suoni delle Great Highland Bagpipe, le cornamuse
scozzesi che senti anche quando torni a casa e che ti riecheggiano per mesi e
mesi nelle orecchie, la vista infinita del lago di Nessie, Lochness, dove gli
occhi si perdono tra il cielo e l’acqua, e i fiumi, le montagne, quel punto di
verde che altrove non trovi, quei continui paragoni con altri posti che, davanti
al ricordo della Scozia, perdono sempre.
La Scozia è questo, è anche questo: kilt e whisky sono solo le prime parole, poi
si apre un universo e non riesci a farlo stare tutto dentro il corpo. I giorni
che coincidono sono pochi, due o tre: impossibile noleggiare una macchina e
viaggiare nell’incanto delle estremità, John o’ Groats, avamposto sull’infinito
che strizza l’occhio alle Shetland, o Portree, o Kinlochleven, o Glenfinnan
(località dove si trova lo spettacolare viadotto ferroviario), o Balmoral Castle
(la residenza estiva più amata dalla Regina Elisabetta II). Occorre essere
pragmatici e ottimizzare il tempo e le distanze: le propongo il “Fringe
Festival” di Edimburgo, due notti.
Veronica, con la o chiusa, nella vita fa la coreografa e mi racconta di aver
sognato, in passato, i castelli scozzesi e una distesa di campi di papaveri: mi
dice che va bene. Edimburgo è la destinazione esatta, perfetta: ci accordiamo
per partire l’11 agosto e tornare il 13 agosto. Il Fringe ospita, per tutta la
durata del festival, circa quattromila eventi: l’offerta è abbondante e non c’è
il rischio di annoiarsi o di perdersi qualcosa.
Lo spettacolo-civetta del Fringe Festival di Edimburgo del 2026 – anticipato da
innumerevoli polemiche – è andato sold-out in pochi giorni: impossibile trovare
un biglietto per il monologo di Amanda Knox, intitolato “Cartwheel” e di scena
al Gilded Balloon dal 7 al 17 agosto 2026. Il monologo satirico, si legge nella
presentazione, affronta la sua vicenda giudiziaria per il caso di Meredith
Kercher e la gogna mediatica, scatenando forti polemiche e la condanna della
famiglia della vittima. Mi affido, con millemila milioni di perplessità, alla
rassegna stampa. Le prime recensioni hanno registrato un quadro variegato. Il
“Guardian” ha assegnato quattro stelle, apprezzando lo spirito di sfida e il
tentativo di Knox di riappropriarsi della propria storia. Più severi il “Times”
e il “Daily Telegraph”, che hanno attribuito due stelle, contestando soprattutto
la componente comica. Il “Times” ha definito lo spettacolo sincero ma rigido,
sostenendo che Knox avrebbe avuto bisogno di una regia più solida, mentre il
“Daily Telegraph” ha criticato la recitazione e l’assenza di un vero senso del
ritmo comico. “Broadway World” ha sottolineato che il problema non riguarda
tanto i contenuti quanto il modo in cui vengono presentati, concludendo che il
materiale, pur non risultando offensivo o inappropriato, sarebbe “semplicemente
non molto divertente”. La critica sembra concordare almeno su un punto:
“Cartwheel” è soprattutto il tentativo di Knox di raccontare la propria
esperienza e interrogarsi sulle conseguenze del trauma, più che uno spettacolo
di stand-up nel senso tradizionale del termine.
Ma il Fringe non è solo, per fortuna, Amanda Knox: è altro, tanto altro. È in
primis una via, conosciuta come Royal Mile, un miglio (circa 1,8 km) che collega
il Castello di Edimburgo con il Palazzo di Holyroodhouse e dove centinaia di
artisti provenienti da ogni angolo del globo terracqueo portano in scena la loro
poetica: teatro, comicità, danza e musica dall’alba – si inizia alle 9 – sino a
mezzanotte inoltrata.
A differenza di quanto accade in Italia, il Fringe, (nato nel 1947) segue una
filosofia “open-access”: chiunque può partecipare e presentare uno spettacolo,
senza una giuria di selezione. Gli spazi sono molteplici: oltre al Royal Mile,
gli eventi vengono rappresentati anche negli spazi al chiuso pagando un
biglietto. Come accade a Londra, anche nella capitale scozzese molti luoghi
applicano una politica rigida e non permettono l’accesso in sala a spettacolo
iniziato (no latecomers), il che significa non doversi alzare dai propri posti
né tantomeno vedere teste che passano alla ricerca delle loro sedie.
Affido a Veronica, anzi, a Verònica, la scelta delle proposte di danza: lei la
conosce, la vive e la diffonde nei panni di insegnante. Imparare a decodificare
il linguaggio assieme a una “madrelingua”, a capirlo, a entrare nei segni è un
privilegio. Gli altri spettacoli, quelli che incontri lungo il Miglio Reale,
accadono perché ti chiamano: uno sguardo, un frammento o una luce particolare ti
fanno capire se sono fatemorgane, maghe Circi o lampi di poetica visuale e
visionaria.
Ci lasciamo avvolgere dalla magia dell’atmosfera: unica prenotazione fatta da
casa, la visita al Castello di Edimburgo (una promessa fatta al suo sogno), poi
solo intuito.
Sul Royal Mile gli incontri più inaspettati e meravigliosi: Luke Gajdus con il
suo pianoforte, piantato proprio in mezzo alla strada, che suona una specie di
pianoforte (ma senza fare la fine dei personaggi dell’umanofono raccontati da
Alessandro Baricco in “Castelli di rabbia”) che porta lontano, Hanny Junee e la
sua chitarrina amplificata impegnati una versione strepitosa di “Yellow” dei
Coldplay, lucamusicuk e la sua chitarra acustica, partito da Pisa ventenne per
Londra, una storia straordinaria. Lo incontriamo, a fine pomeriggio, sul ponte
della stazione di Edimburgo Waverley: per venire al Fringe ha preso il treno da
Londra (doveva portare gli strumenti e tutto quello che gli serviva), 250
sterline. Ci racconta che ha suonato ovunque, anche grazie a Eddie Jordan (oltre
alla sua carriera nei motori e in Formula 1, suonava la batteria e si esibiva
dal vivo a scopo benefico o per passione con la sua band rock) e che non
rimpiange l’Italia.
La mattina si scende Victoria Street, un incanto: andata in discesa e ritorno in
salita, circondati dai colori delle case, caldi e familiari come un abbraccio in
autunno, quando fuori fa freddo. La visita al Castello, però, è una promessa
invernale. L’ingresso era stato accordato tra le 11.30 e mezzogiorno di
mercoledì 12 agosto: alle 11 attraversiamo “Esplanade”, la grande piazza che
anticipa il portone della turrita edificazione. Per il 12 agosto è tutto “sold
out”, ci ricorda un cartello. Fila di pochissimi minuti, i biglietti vengono
scannerizzati senza problemi, si entra.
Fa caldo: anche a Edimburgo può far caldo. Veronica si ferma a prendere due
bottiglie d’acqua. Il Castello domina la città (come tutte le fortificazioni, è
stato costruito in cima per avere una visuale ampia) e la panoramica è a 360
gradi: il mare, la Princes Street, Arthur’s Seat (l’antico vulcano spento
situato all’interno del Holyrood Park). Vediamo la Crown Square, la
cittadella situata in cima al castello. La piazza è contornata dal National War
Memorial a nord, dal Royal Palace ad est, dalla Great Hall a sud e dal Queen
Anne Building a ovest. La Crown Room è una sala a volta che contiene i gioielli
della Corona scozzese, realizzata in oro con 94 perle, 10 brillanti e 33 pietre
preziose (non si può fotografare). Veronica osserva, fotografa tutto quello che
è legalmente fotografabile, respira e parla poco: non le chiedo nulla e nulla
voglio sapere del suo sogno, di qualche vita fa vissuta in Scozia (ma
probabilmente, mi dice, non a Edimburgo), delle risposte e delle domande che le
sgorgano nella mente. Mi chiama Carlo, come il Re, come il figlio di Elisabetta
II. Divento Carlo, ma con 27 anni in meno. Non credo che sarei in grado di fare
il Re, però sorrido al pensiero: forse sarei la versione maschile del libro “La
sovrana lettrice” di Alan Bennett. Un regnante alternativo, però in kilt. Sempre
e rigorosamente in kilt, portato, ovviamente, alla scozzese.
Il tempo ci è amico: usciamo dal Castello poco dopo le 14, per scendere il Royal
Mile, prendere l’autobus e andare a Portobello Beach, la principale spiaggia
urbana e località balneare situata a circa 5 km a est del centro cittadino. Sul
mezzo di trasporto, l’incontro con due donne italiane in vacanza: si parla con
loro di danza, viaggi, luoghi da vedere e programmi televisivi. Portobello Beach
è una camminata che si estende per circa 3 km: in pieno stile vittoriano e
georgiano, è piena di caffè indipendenti, gelaterie, pub tradizionali e
chioschi. Veronica prende un gelato ma non lo reputa all’altezza di quelli
italiani. Sulla passeggiata si incontrano tanti cottage: giochiamo a quello
preferito. Io ne scelgo uno con un bel giardino, da ristrutturare, lei uno più
in condizioni più che ottime, a parte il terrazzino. Il mare però non la
convince: le mette, per dire, un po’ di timore. Nota che i bagnanti sono pochi e
nota anche che la sabbia è piena di cenere nera. Si chiede e mi chiede il
perché: non lo so. Forse qualche grigliata sul bagnasciuga, più probabilmente un
incendio, qualcosa che è andato a fuoco.
Si torna in città, si cena al pub, si riesce per un giro sul Royal. Inizia a
piovere, ma per due minuti, non di più: indossiamo le cerate, entriamo in un
negozio di abbigliamento. Io scelgo due sciarpe tartan, lei un cappello blu in
lana. Mi giro, la vedo e mi scappa un complimento involontario ma spontaneo:
“Sei incantevole”. Mi dice che mi sono venuti gli occhi a forma di cuore, io mi
scuso, ma senza troppa convinzione. Una famiglia italiana ci sente, sorride. Si
parla di Scozia, di Inverness, di Highland, di Italia. Il 12 agosto termina sui
gradini del Royal, quasi all’incrocio con Victoria Street, seduti a terra a
parlare di danza, di arte, di vita e di teatro. Nello zaino, oltre ai biscotti
scozzesi a forma di Scottish Terrier, una camicia di cotone a quadrettoni e
l’immancabile guida di ogni viaggio, “In Patagonia” di Bruce Chatwin. Chatwin
qui era di casa: quando cominciò a interessarsi di archeologia si iscrisse
all’Università di Edimburgo. La frequentò per diversi anni, pagando le rette e
mantenendosi con la compravendita di dipinti. Quasi nessun riferimento invece a
Sir Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, nato proprio qui. Nel
1949, al numero 11 di Picardy Place, è stata istallata una targa commemorativa.
“Arthur Conan Doyle creator of Sherlock Holmes, was born at No.11 Picardy Place,
formally opposite here, on 22nd May 1859”. Una grande statua in bronzo di
Sherlock Holmes si trova più o meno nel punto in cui un tempo sorgeva la sua
casa. Poco altro. Troppo poco.
Tra il Royal Mile e la Princes Street c’è un parco verdissimo: le chiedo di
scendere lì, di sdraiarci all’ombra di un albero. È la mattina del 13 agosto,
giorno di ripartenza verso l’Italia. Acconsente. Lei “spatacca” col cellulare,
cerca canzoni, scrive, risponde a messaggi. Qualche pissi pissi, una disfida
musicale (a me quel cielo fa venire in mente “Nothern sky” di Nick Drake),
qualche parola su Edimburgo, ma senza insistere. Il bus, anzi, il coach, parte
verso le 14: facciamo in tempo a fare un giro nel negozio Primark, io prendo una
t-shirt blu con scritto “Edinburgh”, lei altro. Sorride serena, ma non le chiedo
nulla. Non le chiedo perché sorride, però la vedo felice. Un accenno di pioggia
ci accompagna verso la fermata: passiamo l’Accademia Reale Scozzese e la
National Gallery of Scotland a piedi per raggiungere il ponte della stazione,
Waverley.
In tutta la Gran Bretagna si deve mangiare al pub. Non tanto per la cucina –
anche se la cucina è un’ottima civetta di un Paese – ma per gli incontri,
rigorosamente davanti a qualche pinta di birra (la mezza pinta è da mezzi
uomini: meglio ordinarne una e magari non finirla che chiedere la misura
piccola). Davanti a un Steak and Ale Pie o a un Fish&Chips si parla meglio.
Buona la prima: il “Malt Shovel Inn”, in Cockburn Street, è diventato per tre
giorni il quartier generale dei nostri ristori. Ottimi piatti e ottime birre
cask ale, a cascata, senza troppa anidride carbonica e servite non troppo
fredde. Una famiglia tedesca è seduta vicino a noi: è il giorno dell’eclissi di
sole. La ragazza passa le foto a Veronica mentre io parlo con il padre. Ci
chiede da dove veniamo, Rimini. Non la conosce. Provo a spiegarmi: Valentino
Rossi (anche se non è di Rimini), Federico Fellini. Zero. Provo con Bologna: la
conosce, e anche Florence, Firenze, e Napoli, e Roma. Il ragazzo mangia a parla:
briciole ovunque ma sembra non accorgersene perché è troppo preso dal raccontare
la sua passione per il calcio. La famiglia è di ritorno dalle Highland,
bellissime. Confermo: dico che le ho visitate assieme a Livio, un carissimo
amico di Rimini, nel 2016, in un fly&drive matto, fool, ma necessario.
L’ultima immagine è dal finestrino del coach, dell’autobus, lungo la strada che
ci riporta all’aeroporto.Sulla destra, un palazzo meraviglioso, incoccato in un
giardino verdissimo. L’ultimo pensiero è una frase che mi ha detto Veronica
appena siamo atterrati: “Quanto verde. Anzi, quanti verdi”. Quanti Verdi, con
precisione, non lo so. Uno, direi. So solo che non mi chiamo Giuseppe ma Carlo
III.
Alessandro Carli
*Le fotografie che corredano l’articolo sono di Alessandro Carli
L'articolo Mal di Scozia. Gita a Edimburgo tra Fringe, Chatwin e occhi a cuore
proviene da Pangea.
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Stava antipatico a tutti – non può non esserci simpatico. Hugh MacDiarmid è
l’oltranzista della poesia, estroso groviglio di poeta e politico, letterato e
rivoluzionario. Nato Christopher Murray Grieve l’11 agosto del 1892 a Langholm,
MacDiarmid ha fondato pressoché dal nulla la letteratura scozzese contemporanea.
Istrione, polemista, impareggiabile combattente, la sua figura si può avvicinare
– pur tra labirinti – a quella di William Butler Yeats, iniziatico iniziatore
della letteratura irlandese moderna. Un fil di fata lega i loro intenti, in
diacronia, in diaconia contraria: forse per questo Yeats accorda a Hugh
MacDiarmid un posto di prestigio nella sua Oxford Book of Modern Verse
1892-1935, al fianco di Eliot, Auden, Hardy.
Si ritirò per dieci anni, dal 1933, a Whalsey, Shetland, per compilare il suo
capolavoro, On a Raised Beach (pubblicato da Magog per la cura di Marco
Fazzini): poema ‘geologico’ straordinario e manifesto dello Scots; repertorio di
linguaggi, atto d’accusa contro l’imperialismo della letteratura inglese,
lirica-Genesi, creaturale, barbarica e leggiadra assieme. In quel caso – quasi
unico nella letteratura occidentale del Novecento – la creazione di una nuova
lingua si lega alla parola della pietra, al verbo desunto dalle stelle. Opera
analoga a quella realizzata da Nikos Kazantzakis che scrisse la
sua Odissea (tradotta in Italia da Nicola Crocetti) dopo lento girovagare tra le
isole greche, a raccogliere gli ultimi lacerti di un linguaggio – dunque, di un
mondo – perduto. Si tratta, dunque, qui, di poemi identitari, di opere-stirpe.
Hugh MacDiarmid amava essere indifendibile, fece di tutto per essere da tutti
insopportato, cacciato, mutilato. Nell’era dell’autocensura e delle opere
‘corrette’, MacDiarmid sarebbe un astioso impresentabile. Lo era anche ai suoi
tempi. Cofondatore del partito nazionalista scozzese, fu espulso per le sue
simpatie comuniste. Iscritto al Communist Party of Great Britain, fu espulso per
il suo credo nazionalista. Nell’ultima intervista concessa – che abbiamo
tradotto in calce – rilasciata nel 1976, cinquant’anni fa, alla rivista
studentesca della “Hillhead High School” di Glasgow, l’indomabile MacDiarmid
continuava a dichiararsi “marxista-leninista”, a dimostrare che dirsi
“nazionalista e internazionalista” non è un paradosso; sfotteva Solženicyn (“è
un fenomeno temporaneo di nessuna importanza”) e difendeva la Russia di Stalin,
a suo dire preferibile ai governi capitalisti anglofoni. Indossava il kilt, fu
uno strenuo difensore dello Scots, pretendeva l’indipendenza della Scozia dalla
matrigna Inghilterra – un’indipendenza, latrava, da compiersi anche con le
armi.
Memorabile, irritante MacDiarmid. Scrisse un paio di inni a Lenin, scrivendo
stupidaggini clamorose come queste:
“Le mie poesie vengono recitate
nelle fabbriche, nei campi, nelle strade?
Se non è così, allora non faccio
ciò che sono chiamato a fare.
Se non raggiungo l’uomo
della strada e la donna al focolare
ogni ingegnosità del mondo
non compensa questa dannata mancanza”.
Leggete le poesie di MacDiarmid: vertiginose, irte di abissi grammaticali,
vulcani verbosi, mirabili per onnipotenza ‘vegetale’ – di certo, non ‘per
tutti’. Che l’opera contraddica le ideologiche intenzioni dell’autore è
testimonianza di un talento imbizzarrito.
Il solo avversario di Hugh MacDiarmid – poeta ustorio, impeccabile combattente –
fu Roy Campbell: ingaggiarono una lotta lirica infinita, animata dalla stessa
sfrenatezza lirica, da posizioni politiche contrarie. Parodista senza pari,
autentico paria delle lettere, MacDiarmid auspicava, tra il serio e il faceto,
che i Nazi bombardassero Londra, cloaca di tutti i mali; nel 1949, George Orwell
segnalò il suo nome ai servizi in quanto comunista, nazionalista scozzese,
“autentico anti-inglese”.
Che tutti lo odiassero, confermava Hugh nelle sue idee. Il leninista col kilt
scrisse una indimenticabile ode alla Scozia (attacco: “Scotland small? Our
multiform, our infinite Scotland small?”); amava essere pittoresco. Si candidò –
senza successo – al parlamento con la blusa dello Scottish National Party e con
quella comunista. Nessuno, in fondo, lo prendeva sul serio; lo ‘musealizzarono’
presto: la sua opera poetica è tra le più grandiose e sconcertanti del
Novecento. Anche Philip Larkin – conservatore, inglese tutto d’un pezzo: lo
disprezzava con brio – non poté non inserirlo nel suo Oxford Book of Twentieth
Century English Verse: Hugh, in verità, fa la parte del leone, tra Vita
Sackville-West, Wilfred Owen e Robert Graves. È stato però Kenneth Rexroth ad
aver compreso l’illecita novità di Hugh MacDiarmid; così scrive in The New
British Poets, antologia curata per la New Directions nel 1949, con intenti
‘rivoluzionari’ (al centro del canone anglofono spiccano Dylan Thomas, Stephen
Spender e David Gascoyne):
> “Il cosiddetto Rinascimento scozzese è dominato, nel bene e nel male, da Hugh
> MacDiarmid… Egli è senza dubbio uno dei poeti più importanti delle isole
> britanniche e una figura letteraria di levatura mondiale, ma è anche un
> eccentrico a ogni costo, un uomo dalle idee confuse e incongruenti, tutte
> sostenute con infantile fanatismo. Nello stesso tempo è un bolscevico, un
> repubblicano scozzese, un legittimista. Di recente, ha dichiarato di essere
> anarchico. Le sue letture sono immense, la sua sapienza insaziabile. Per molti
> tratti, assomiglia a Ezra Pound – un tempo, si ammiravano reciprocamente”.
Questa specie di Pound Scots fa ciò che fanno i grandi poeti: riassume tutte le
contraddizioni – senza armonizzarle. Porta la lingua al punto massimo di
esclusività e di esplosione; è il cantore del genius loci, è dotato di genio
politico. Non scende a patti – impone.
Seamus Heaney – poeta affatto diverso da lui per impeto esistenziale, ma simile
quanto a fuoco verbale – amava Hugh MacDiarmid: gli ha dedicato un saggio (A
Torchlight Procession of One: Hugh MacDiarmid) e una Invocation. Gli fece visita
nel 1977, disse di avere incontrato “un grande poeta, un grande poeta che
dice Och. In quel monosillabo, comunque la si pensi, si cela una visione del
mondo”. Il grande poeta morì l’anno dopo, in settembre, a Edimburgo. Negli
ultimi anni, fu preso per un bardo, un druido, uno sciamano. Alan Denson ha
scritto che “il genio e la profondità lirica di un poeta simile possono essere
paragonati forse soltanto alla musica di Mozart”. Quanto a Hugh, disse che “la
mia è la storia di un assolutista i cui principi assoluti si sono rivelati
inconciliabili nella vita privata”. All’armonia, preferiva il caos – alle
chiacchiere degli uomini, la lingua delle pietre.
Shetland: MacDiarmid & family
**
L’ultima intervista di Hugh MacDiarmid
È noto il suo impeto e il suo impegno politico. Come si descriverebbe?
Sono un marxista-leninista e in quanto tale membro del Partito comunista
britannico.
È possibile che esista uno Stato che la soddisfi pienamente?
Nessun vero comunista direbbe che l’Unione Sovietica o qualsiasi altro paese
comunista abbia realizzato una istituzione statale pienamente soddisfacente – ma
noi sosteniamo che l’Urss ha risolto, o sta risolvendo, molti problemi, con un
ritmo superiore a qualsiasi altro Paese moderno, con tutte le sue imperfezioni –
il che la rende di gran lunga migliore rispetto a qualsiasi Paese retto dal
capitalismo.
Che cosa ne pensa delle opinioni espresse di recente da Solženicyn?
Penso che Solženicyn sia un nemico del sistema sovietico e che sfrutti rancori
personali facendo deliberatamente il gioco dei nemici dell’Urss. Esagera
qualsiasi cosa – e non è il grande scrittore che vorrebbero farci credere.
Naturalmente, è esaltato dalle forze anticomuniste come un genio, un romanziere
pari a Tolstoj. Non lo è. È un giornalista sensazionalista: se avesse attaccato
gli Stati Uniti, la Francia o la Germania con termini simili a quelli usati per
attaccare il sistema sovietico, sarebbe stato condannato a pene detentive simili
o peggiori rispetto a quelle che sostiene di aver subito in Russia. È un
fenomeno temporaneo, di nessuna importanza – non resterà.
Lei è un grande alfiere della Scozia. Come si definirebbe: patriota,
nazionalista, sciovinista?
Sono un nazionalista e un internazionalista scozzese. Le due cose vanno di pari
passo – non sarei l’uno senza l’altro.
Come può conciliare il nazionalismo con l’internazionalismo socialista?
Non esiste internazionalismo senza un nazionalismo con cui interagire. Non c’è
dubbio che Cina e Unione Sovietica abbiano forti sentimenti nazionali. Entrambi
i paesi hanno incoraggiato e custodito le lingue delle minoranze e la loro
cultura – cosa che il governo inglese, ad esempio, non è mai riuscito a fare.
Sono stato in Russia e in Cina, ho visto come vengono trattate le minoranze:
vorrei che scozzesi, gallesi e cornici godessero dello stesso trattamento. Il
Partito comunista è dalla parte dei movimenti di liberazione nazionalisti.
Lei vorrebbe una Scozia indipendente? Fino a che punto vorrebbe che si spingesse
la devolution?
Non ho alcun interesse per alcuna forma di devolution. Voglio la completa
indipendenza della Scozia e la sua totale separazione dall’Inghilterra. Il
governo di Westminster non ci concederà mai l’indipendenza – l’indipendenza non
si patteggia, si conquista.
Ma… esiste davvero una cultura autenticamente scozzese? Secondo Lewis Grassic
Gibbon, ad esempio, la quasi totalità della produzione letteraria scozzese è, di
fatto, in lingua inglese, di tradizione inglese.
Harold Acton, lo storico, ha affermato che nessuna piccola nazione ha avuto un
impatto maggiore sulla storia dell’umanità della Scozia. Tale influenza deriva
da un carattere nazionale completamente diverso da quello inglese. Analizzare il
carattere nazionale significa scoprire i fattori che compongono la storia
scozzese. Lewis Grassic Gibbon ha una visione limitata: ciò che dice è vero a
partire dall’unione con l’Inghilterra, che ha sistematicamente soppresso,
secondo metodi imperialisti, lo Scots e il gaelico. Nessuno scrittore scozzese,
scrivendo in inglese, ha contribuito in modo significativo alla letteratura
inglese; la letteratura inglese ha avuto una cattiva influenza sugli scrittori
scozzesi; se la letteratura inglese ha diversi debiti nei riguardi di quella
scozzese – nella scrittura descrittiva, nelle ballate e nelle canzoni – non è
vero il contrario. La letteratura in Scots e in gaelico eccelle proprio negli
aspetti in cui è carente quella in lingua inglese.
Dunque, una poesia sulla Scozia scritta in Scots è letteratura inglese o
scozzese?
Mi ripeto: ogni opera di uno scozzese scritta in inglese è un contributo alla
letteratura inglese, nel senso più ampio del termine – è però improbabile, come
dimostra la nostra storia letteraria, che possa reggere il confronto con
l’originale, cioè con gli scritti di chi ha l’inglese per lingua madre.
Conferma ancora quanto ha scritto nel suo Inno a Lenin (“Che importa ciò che
uccidiamo”)?
Certo. Il progresso esige che gli elementi recalcitranti o reazionari vengano
spazzati via. Questo è sempre accaduto nel corso della storia. La Russa di
Stalin non fa eccezione: in termini di sacrifici di vite umane ne esce meglio se
la paragoniamo agli Stati Uniti o al Regno Unito.
Desidera passare alla storia per le brevi poesie liriche o per i poemi in cui
esprime la sua visione del mondo?
Non so quale sia il valore delle mie liriche, credo che i poemi siano necessari.
Due grandi poeti europei – il tedesco Heine e il russo Pasternak –, entrambi
maestri nella lirica breve, concordano sul fatto che la vita odierna è troppo
complessa e poliedrica per sintetizzarsi in una poesia d’occasione; il mondo
moderno ha bisogno del poema, cioè dell’epica.
L'articolo “Il mondo moderno ha bisogno dell’epica”. Parla Hugh MacDiarmid, il
poeta nazionalista e internazionalista proviene da Pangea.
Cercate Whalsay sul cellulare. È una minuscola isola delle Shetland, a tratti
inaccessibile. In sette chilometri quadrati e mezzo abitano circa mille umani. A
Whalsay si vive per lo più di pesca: esiste una squadra di calcio che gioca a
livello poco più che amatoriale, qualcuno ha costruito in questo nessundove un
campo da golf. Whalsay vuol dire “isola delle balene”; dicono che l’uomo sia
approdato lassù nel Neolitico.
Negli anni Trenta, uno dei più formidabili poeti del secolo – al secolo:
Christopher Murray Grieve, nato a Langholm l’11 agosto del 1892 – si ritira a
Whalsay. Vuole apprendere un linguaggio nuovo. Vuole sentire i sussurri delle
pietre. Si costruisce un vocabolario autarchico, tutto per sé, che mescola il
gergo dei balenieri all’urlo delle sule.
> “Leggenda vuole che… avesse trascorso tre giorni sulla spiaggia di West Linga
> dormendo in una grotta e appuntandosi ogni tipo di osservazione sulla geologia
> del posto, sui colori delle pietre e sui mutamenti di luce di quel cielo
> nordico”.
>
> (Marco Fazzini)
Era il 1933. L’anno dopo il poeta pubblica Stony Limits and Other Poems. In
quella raccolta spicca il capolavoro. On a Raised Beach.
Christopher è un tipo strano, tra il rivoluzionario e il profeta; i poeti lo
conoscono come Hugh MacDiarmid, indossa quel nome dal 1922. In un busto scolpito
nel bronzo, Hugh ha capelli che paiono un’aquila, occhi stretti come pugnali.
Pare infrangibile.
MacDiarmid a quell’epoca ha già pubblicato tanto – tra cui un picaresco “Inno a
Lenin” – con genio da poligrafo esagitato; On a Raised Beach è un poema – lo si
sussurri qui, tra noi quattro – più vasto, selvaggio, possente della Waste
Land di T.S. Eliot, di cui riprende – capovolgendoli – toni e tensioni. Il poema
– ora di nuovo tra noi, per i nostri tipi, per la cura di Marco Fazzini in
un’antologia che raccoglie i testi più importanti di MacDiarmid, Come una pietra
instabile (Magog, 2025) –, pare il libro Giobbe ripetuto dalle labbra di
Melville. L’indole, visionaria, ipnotica, fonde il carisma da poema ‘geologico’
alla ‘regola’, il codice esistenziale. Estraggo alcuni versi, a vortice:
“Dobbiamo essere umili. Siamo così facilmente vanificati dalle apparenze/ Che
non ci accorgiamo che queste pietre sono un tutt’uno con le stelle”; “Sarà
sempre più necessario trovare/ Nell’interesse di tutta l’umanità/ Uomini capaci
di rifiutare tutto ciò che pensano tutti gli altri/ Uomini, come una pietra
rimane/ Essenziale al mondo, inseparabile da quello,/ E rifiuta ogni altra forma
di vita”.
È un poema che impone una ribellione: nel cuore nero dell’uomo e nel cosmo.
In sintesi, Hugh MacDiarmid è la leggenda della letteratura scozzese
contemporanea. Giornalista di talento, ha scardinato la poesia di Scozia dalle
pastoie inglesi. “L’uso dello scots che MacDiarmid propugnò sin dal 1922
intendeva svincolare questo vernacolo dall’oblio a cui era stato relegato… Ciò
che diede forza ed efficacia alla così detta Rinascenza scozzese fu la mistura
esplosiva di poetica ed azione politica portate all’eccesso, in definitiva, da
un solo intellettuale: Hugh MacDiarmid” (Fazzini). A Drunk Man Looks at the
Thistle, pubblico nel 1926, è il punto di svolta della letteratura scots. Per
MacDiarmid l’opzione estetica è eminentemente politica: nel 1928 è tra i
fondatori del National Party of Scotland, da cui viene espulso; dagli anni
Trenta s’impegna tra le fila del partito comunista inglese: irretito dalle vuote
norme di partito, verrà cacciato anche da lì. Nel 1964 si presenta alle elezioni
ottenendo la miseria di 127 voti. Alcuni gli danno del fascista; altri del
luddista. George Orwell lo inserì in una lista, inviata all’MI5, di “persone di
cui non bisogna fidarsi”. Dylan Thomas, al contrario, lo adorava:
> “Ogni città dovrebbe spalancare le porte per ospitare Hugh MacDiarmid, quel
> grande poeta lirico, e ogni luce dovrebbe essere accesa alle finestre e
> qualcuno dovrebbe preparare per lui, sempre, un tavolo, un letto e del buon
> cibo”.
“La mia è la storia di un assolutista, i cui assoluti sono cresciuti a
dismisura, fino al dolore”, ha detto. Ha avuto due figli dalla prima moglie,
Peggy; James Michael, il figlio nato da Valda, giornalista, è stato una figura
importante del nazionalismo scozzese. Il suo biografo, Kenneth Buthlay, ha
scritto che “MacDiarmid è il flagello dei Filistei, lo spietato intellettuale
che cerca la rissa… il nemico del compromesso”.
Nella raccolta di saggi oxfordiani La riparazione della poesia Seamus Heaney
dedica un testo a Hugh MacDiarmid, La fiaccolata di un singolo.
> “La posizione di MacDiarmid nella letteratura e cultura scozzese”, scrive, “è
> per molti aspetti analoga a quella di Yeats in Irlanda, e le ambizioni
> indipendentiste degli scrittori irlandesi furono sempre molto importanti per
> lui. Il suo ardimento linguistico fu ampiamente incoraggiato dall’esempio di
> Joyce, mentre Yeats e altri scrittori successivi alla rinascita irlandese
> continuarono a esercitare un ampio influsso sul suo programma di nazionalismo
> culturale”.
Gli aveva fatto visita nel 1977, MacDiarmid sarebbe morto l’anno dopo. Il cammeo
che Heaney, Nobel per la letteratura nel 1995, dedica al rabbioso Omero di
Scozia è mirabile:
> “Fu comunista e nazionalista, propagandista e plagiatore, bevitore e
> confusionario, e recitò tutte queste parti con straordinaria verve. Si fece
> dei nemici con la stessa passione con cui si fece degli amici. Fu stalinista e
> sciovinista, anglofobo e arrogante, ma la stessa tendenza all’eccesso che
> manifestava sempre, la qualità esorbitante che segnava tutto ciò che faceva,
> dava anche forza ai suoi successi e li rendeva duraturi”.
Gli dedicò anche una poesia, An Invocation. In Memoriam Hugh MacDiarmid.
Esaltava il poeta “pazzo di scrittura” che possiede “l’occhio ciclonico d’una
poesia come le stagioni”.
In pochi altri poeti si percepisce così nitida, ferina, la prossimità
all’elemento naturale.
Questo è un poeta in cui rovinare.
*In copertina: Hugh MacDiarmid (1892-1978)
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MacDiarmid proviene da Pangea.