Le aziende stanno perfezionando vari modi, che si stanno affiancando a quelli
usati per finire nei migliori risultati di Google
Sempre più persone preferiscono chiedere informazioni ai chatbot piuttosto che a
Google e ai tradizionali motori di ricerca. La tendenza non riguarda solo le
preferenze dei singoli utenti ma anche i cambiamenti imposti da aziende come
Google stessa, che sta trasformando il suo motore di ricerca fornendo risposte
generate automaticamente (le «AI Overview») e aggiungendo una finestra per
interagire con Gemini, il suo chatbot.
Queste novità stanno cambiando anche il modo in cui le aziende cercano di farsi
trovare online. Da quando esistono i motori di ricerca, il metodo principale è
la cosiddetta SEO (Search Engine Optimization), un insieme di tecniche per
arrivare il più in alto possibile nei risultati di Google. Con la diffusione dei
chatbot, l’obiettivo non è più solo quello, ma anche di condizionare le risposte
delle AI, agendo sui siti che usano più spesso come fonte. Queste nuove pratiche
sono dette Answer Engine Optimization (AEO) e permettono potenzialmente
un’influenza ancora maggiore: i risultati di Google, infatti, sono dieci per
pagina, mentre la risposta di un chatbot è una sola.
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Tag - motori di ricerca
infoAccessibile diventa 🔒 contenuto creativo umano volutamente inibito a spider
di motori di ricerca e intelligenze artificiali
L’ABBECEDARIO infoAccessibile – parole chiave Abracadabra in tema Inclusive
Design, alla luce delle ultime dinamiche di prevaricazione e sfruttamento che le
big tech stanno attuando in maniera sempre più aggressiva, decide di diventare
🔒 contenuto creativo umano volutamente inibito a spider di motori di ricerca e
intelligenze artificiali; con meta e login che scoraggiano l’indicizzazione, su
http perchè la s di sicurezza per il protocollo di gestione dei contenuti
ipertestuali del web dovrebbe essere utilizzata solo da chi vende informazione o
profila l’utenza finale attraverso cookies ed altre amenità che infoAccessibile
non prevede perché nasce come libera condivisione e sperimentazione
dell’informazione digitale a scopi didattici.
leggi tutto su scacco al web
Il proliferare delle intelligenze artificiale non farebbe altro che danneggiare
i creatori di contenuti e i siti indipendenti.
Matthew Prince, CEO di Cloudflare (una delle CDN più grandi al mondo), ha
lanciato un allarme sul futuro del web durante un'intervista al Council on
Foreign Relations: l'intelligenza artificiale starebbe distruggendo il modello
di business che ha sostenuto il web per oltre 15 anni.
«L'AI cambierà radicalmente il modello di business del web» ha affermato. «Negli
ultimi 15 anni, tutto è stato guidato dalla ricerca online» ma ora le cose
stanno cambiando: se un tempo la ricerca su Google portava traffico ai siti
tramite i famosi «10 link blu», oggi quella stessa ricerca è fatta per tenere
gli utenti sulla piattaforma, fornendo risposte e contenuti tramite la IA.
Dieci anni fa, per ogni due pagine indicizzate, Google rimandava un visitatore
al sito; ora, secondo Prince, servono sei pagine per un solo visitatore, con un
calo del 200% nel valore restituito ai creatori di contenuti.
Leggi l'articolo su ZEUS News
La puntata è dedicata a come la qualità di Google sia nel tempo calata.
Raccogliamo delle evidenze che non siano solo aneddotiche, mettiamole insieme
con i dati di fatturato di Alphabet, con l'avvicendarsi di manager e con i
documenti diventati pubblici per via delle inchieste antitrust.
In chiusura di puntata alcuni aggiornamenti sul caso Paragon.
Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
Israele/Palestina. La scoperta della filiale americana dell’agenzia creata
dall’Onu nel ’49 per i palestinesi. Colpa di GoogleAds che premia con più
evidenza chi più paga. E il governo Netanyahu pagava
Cercare in rete come aiutare le famiglie a Gaza, tentare di trovare on line un
modo per far arrivare qualche soldo alle organizzazioni che le assistono ed
invece incappare nella propaganda di Netanyahu. Quella per la quale i civili
palestinesi sono tutti terroristi.
È un nuovo capitolo della guerra all’informazione che da undici mesi accompagna
e segue le stragi israeliane. Forse, meglio: è solo un paragrafo, un piccolo
paragrafo di quella guerra ma è sicuramente il più strano e va raccontato. A
rivelarlo è stato Wired che ha raccolto una denuncia, ha fatto qualche
brevissima indagine e ha scoperto tutto.
MESI FA, l’Unrwa americana – la “filiale” statunitense della United Nations
relief and works agency, l’organizzazione mondiale creata dall’Onu nel ’49 per
sostenere i rifugiati palestinesi – ha lanciato una campagna per raccogliere
fondi. Già da quattro mesi, la Striscia era ridotta ad un cumulo di macerie, con
una crisi sanitaria ed alimentare che appariva, allora come adesso, drammatica.
Insostenibile. La campagna, come avviene ovunque in qualsiasi parte del mondo, è
stata avviata nella home page dell’Unrwa Usa. Tutto normale, tutto lecito, tutto
fatto centinaia di altre volte.
Leggi l'articolo su "Il Manifesto"