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“Al perdono l’uomo non basta”. Il giorno del giudizio di Geminello Alvi
> “Fosse vero che invano non si vive? E che tutto ritorna, tutto si dà la mano?” > > Umberto Saba, Girotondo Ci sono libri che come conchiglie rare e gasteropodi leggendari, sono delle meravigliosi composizioni di spirali e gemme. Degli scrigni di luce e di mare che sembrano contenere cieli stellati e galassie lontane nelle loro misteriose e diversissime striature. Non sono testi simmetrici, trattati pedanti, studi schematici ma galassie da esplorare e che si rivelano tramite piccole spirali, schizzi suggestivi e impressionanti dettagli. È il caso dell’ultimo libro di Geminello Alvi, economista, letterato, autore di scritti capitali (come Il Secolo Americano eIl Capitalismo verso l’ideale cinese), e “miglior prosatore d’Italia” (Camillo Langone dixit) che torna alle stampe con L’Italia e l’anima dell’Oriente (La Nave di Teseo).  Un’opera dal titolo schubartiano che si compone di frammenti, di note, di scolii a costruire un eccentrico resoconto spirituale e letterario dell’autore negli anni degli ultimi Giubilei tra Italia e Oriente.  Il testo riavvolge infatti i diari di viaggio di tre anni chiave per l’autore il 1998, il 1999, il 2000 costeggiando il Giubileo del 2000 (che era stato alla base del già splendido Ai padri perdono). Testi che vengono riscritti, ampliati e riletti alla luce del Giubileo del 2025. Così da arricchire l’opera precedente ultimando inoltre la “morale inattesa” dei suoi viaggi. Si tratta di scritti straordinari, di una raccolta di apoftegmi che utilizza un italiano inaudito, serafico, vibrante e lunare capace di trasformare la realtà che racconta in testimonianza apocalittica e in rivelazione poetica. Regalando al lettore un breviario celeste della sua anima in viaggio alla ricerca di quella orientale dell’Italia.  Questi scritti sono riuniti “dal riguardare le più varie persone che mi fecero da padre e la necessità di oblio e perdono”. Ma il testo esonda da questa (e da ogni) classificazione. Più che un diario o un libro di viaggi l’opera è infatti un mosaico letterario, un “libro-costellazione”, in cui tutto è legato da simmetrie invisibili, da significati ultimi e destini ineffabili. I viaggi di Alvi non sono, del resto, una mera avanzata spaziale nell’oriente postsovietico, nell’Italia presente, nell’Adriatico perduto, nell’Est segreto e destalinizzato, ma compongono un itinerario spirituale. Una metempsicosi letteraria nelle vene dell’Oriente, nel nostro Genius loci nazionale, nell’Italia perduta e fallita, nei dilemmi segreti del cuore e dello spirito dei popoli. Roma, Tbilisi, Mosca, Costantinopoli non sono nelle sue Notas solo bei nomi ricchi di destino o scenari di cartoline turistiche, ma santuari della memoria in cui si coglie l’essenza di quei luoghi, di quei popoli e dei loro misteri. Raccontando le tappe di un cammino, di un pellegrinaggio nell’Apocalisse contemporanea alla ricerca di sé stessi e del proprio fato. Tramite una narrazione che unisce le avventure swiftiane di Gulliver e le pagine migliori dei suoi Eccentrici.  Il testo però non va ridotto al racconto di un pellegrino alla ricerca dell’Oriente o ad una resa dei conti con il proprio tempo. Si tratta, invece, di un’opera mondo in cui Alvi con maestria riesce a mostrare al lettore contemporaneamente reami, registri, linguaggi e sfumature diverse in un testo caleidoscopico. C’è la critica culturale della nostra coscienza nazionale e dei suoi incoscienti misfatti adornati di retorica. C’è l’evocazione di una Roma barabbesca, svagata e sciupata nei propri vizi e vezzi, ormai orfana di fascino e vitalità. Specchio di una società frenetica e immobile, e di un’Italia decaduta e piccina. C’è la riflessione sulla spirale tetra della decadenza dei reduci, delle generazioni, delle classi imprenditoriali e dirigenti italiane ed europee. Ma ci sono anche valutazioni storiche fulminanti, sempre aguzze e perciò sempre lucide, sull’ascesa di Primakov, sulla “commedia dell’Europa” e il volto più autentico di quell’Omino di burro collodiano che è stato il Berlusconi politico. A ciò si aggiunge infine la dimensione della memoria che unisce indagine personale, ricordi familiari, fantasmi del passato e l’amore per gli amati invisibili.  In una sorta di giorno del giudizio letterario che mischia la dimensione plurale e mosaicale dell’Antalogia Palatina, a quella rivelatoria del Viaggio in Italia di Piovene, con la potenza linguistica delle cronache trecentesche, in cui grazie allo stile etereo e raffinato di Alvi, tutto sa incollarsi e darsi la mano. Ne emerge così una sommatoria di enigmi, di fantasmi, di ricordi, di visioni tanto franchi e chiari quanto enigmatici e ammalianti. Più che un testo sul Giubileo quello di Alvi sembra, in effetti, una Apocalisse enciclopedica anche perché con essa condivide l’intima e ultima volontà di rivelazione e l’attenta e profonda cultura simbolica.  Il viaggio dell’autore non a caso inizia un una Roma che sembra la barbarizzata capitale dell’impero alla vigilia della decadenza. Pregna di quel sentimento di totale deriva e abbandono e da un senso di confusione di tutto che dilaga in cui la purificazione giubilare si confonde con l’attesa della Rivelazione. Roma si presenta così come “una meretrice senza perdono che smarrisce ogni virtù del vizio”. Una città di fantasmi abitata dalle ombre di Cola di Rienzo e della cara cugina Patrizia Cavalli, da quella dell’amico paterno Manlio, ma anche da quella di Giordano Bruno. E il ritratto della Capitale dell’autore è perciò spietato e rivelatorio: > “Ma Roma, è evidente, contorce in se due cose: eco stanco di un’orgia che durò > millenni e pagana morale. Come se taluni nella decadenza avessero malgrado > tutto resistito, protetto per ripicca una solo loro morale”. La Roma di Alvi è in sostanza una necropoli affollata, la cui essenza animica sono gli dei Mani. Una città dei morti in cui anche la struggente inconcludenza svapora in nostalgia di tutto, specie del non vissuto. Ma proprio sotto quel cielo che sembra un mare capovolto, l’autore alterna considerazioni moralistiche e squarci sociali, ricordi e considerazioni sparse. Dall’economia alla storia dal feuilleton alla malacologia, fino ad una immersione nella storia nazionale sulla scia di Cusin e Montanelli. Alvi rilegge il nostro passato realizzando così una autobiografia dell’Italia che va dalle colonizzazioni fallite alle faide intestine, dai suoi uomini illustri ai vizi di fabbrica dell’unità nazionale tramite una narrazione fatta di schizzi e di visioni. Mussolini è l’archetipo della natura teatrale e faziosa del nostro Paese la cui parabola unisce la volontà di imporre il Risorgimento dall’alto alla società di massa delle élites primonovecentesche e le pose pletoriche di Cola di Rienzo. Pagine in cui il dittatore romagnolo viene mostrato come una reincarnazione nazionale del tribuno capitolino.  In questa disamina la sorte di Giordano Bruno diventa la metafora di una nazione infida per ripicca con la vocazione per il dispetto, e l’animo volubile e rancoroso. Mentre anche l’unità viene vista come un peccato originale che ha sacrificato l’universalità italiana alle posa del centralismo francese e del nazionalismo romantico.  Scorrendo il testo il lettore verrà portato poi a confine tra la Marina Adriatica e l’altra sponda perduta, quella istriana e dalmata, veneziana coloniale. Lì si alternano pagine dure e per questo sincere sulla sorte del nostro Paese con descrizioni naturali e poetiche in cui la lingua vibra e si risveglia fino alla commozione. Dove i colori del mare e le spirali dei gasteropodi si rivelano, come per miracolo, un segno di una religione universale. Mentre le visioni, i ricordi del passato e i racconti del paesaggio si dimostrano come favole esatte sulla nostra storia nazionale e la condizione umana. Nelle pagine recanatesi e marchigiane l’autore riflette invece sull’identità italiana. Oltre facili retoriche e sterili autocompiacimenti. Ci si ritrova, invece, italiani udendo l’accento scovato di Beniamino Gigli in una pellicola germanofona, o nell’empatia con quegli “italiani sbagliati” seri e veri, come Paolo Baffi, Livio Zanetti e Guido Carli, che furono travolti dalla mediocrità nazionale.  Paragrafi che mostrano, in tal modo, con l’Italia di sempre anche quella di ieri e di oggi.   Viene affrontato ad esempio il dilagare della mediocrità e banalità mostruosa delle oligarchie italiane le cui vite sono “ragionerie di odi amministrati, di ironie finte e di malizie invidiose”. Oppure si mostrano, dietro alle sorti dell’omino di burro Berlusconi e dei suoi antagonisti eterni, i costumi perenni dell’Italia, come l’abitudine all’eccezione, all’approvazione, alla guerra civile. Ma aldilà dei giudizi storici e morali l’opera è anche un florilegio di dettagli narrativi, di schizzi poetici, di incontri splendidi da Operette morali (dagli ex colonnelli sovietici ai reduci, dai mistici agli uomini illustri). In cui anche una descrizione e una bozza narrativa, mostrano come la realtà appartiene esclusivamente al genere fantastico.  Il viaggio di Alvi prosegue successivamente nell’est postcomunista. Un itinerario maestoso nelle apocalissi plurali del comunismo sovietico che diventa occasione di una indagine totale intorno all’anima della Russia, “quest’orientale, lento, tutto mutare assorbendo”. Capitoli che raccontano e descrivono il drammatico passaggio dall’incubo piccolo borghese del socialismo reale alla delusione portata dall’era elciniana. Alvi regala così un ritratto magistrale  della Russia degli anni Novanta saccheggiata dagli interessi predatori internazionali e poi trasformatasi in decadente Brasile innevato, in cui si consuma l’ascesa degli oligarchi e le tensioni revansciste nascoste in quelle impenetrabili favelas di ghiaccio. Delineando un ritratto crudo e crudele, ma anche sincero e fiabesco della terra di Dostoevskij a confine tra due epoche e due mondi.  A queste peregrinazioni si accompagnano i viaggi nei Paesi baltici in fibrillazione, nella Georgia mistica, nelle rovine dell’impero staliniano. Lì la meditazione sul perdono, sull’anima, sulla salvezza si fa più accorata e perciò magnifica. Ed un velo d’incenso, o una litania ortodossa, si fanno richiami verso l’altrove.  > “La mattina in chiesa, mi faccio benedire da un prete ortodosso, la > benedizione, come la liturgia, sono ancora una cosa seria. Quando diverrò > autorità spirituale nel Caucaso dovrò pur decidere, convertirmi > all’ortodossia. E però quella splendida aurora di sonno: mi illuminò di > meraviglia per i pensieri, per fortuna non mia. E capisco: che al perdono > l’uomo non basta”. L’anima dell’Oriente viene quindi evocata, affrontata e attraversata in questo viaggio spirituale tra la prima Roma, la terza e poi la seconda in un plurimo incontro di destini. È un’indagine cosmica, economica, storica, animica in cui la frontiera tra questi temi si dissolve e alle letture veterotestamentarie si alternano le analisi storico economiche, alla visione mistica la critica letteraria e la teologia politica. Come conferma la nota in cui l’autore rileva che lo scrivere, come insegna il reazionario Tommaseo, “non è mai espressione tirare fuori da se qualcosa è invece fede nelle parole fuori da noi”. E proprio in virtù di ciò la storia umana è un decadere: solo quella sovraumana cresce veramente.  Tutte queste visioni e rivelazioni vengono poi riannodate nel capitolo finale inscenato nel 2025. Dove il confronto tra i viaggi degli anni Novanta e il presente mostra come i giubilei incarnino il decadere della Chiesa. In questo affresco il cristianesimo è ridotto a fatto giurisprudenziale, mentre il papato televisivo bergogliano (per l’autore redivivo Bonifacio VIII) accoglie una Roma morta e contaminata. Un’Urbe in cui l’ultima generazione seria di italiani (quella dei Baffi, di Carli e Montanelli) è estinta e i guitti fantasmi romani di Gioacchino Belli si sono consumati in spiritacci da commediola all’italiana. L’Italia che ritrova Alvi è di nuovo “retorica e vaticana”, in cui spenti sono i lumini di Mazzini e del Risorgimento e i credi laici e religiosi sono tramutati in pose ed imposture. Una Roma senza eroi e senza Papa. Orfana di incanto, anima e fascino e invasa da immonde cacio e pepe fatte da estranei finti cuochi per nutrire la tragedia dei turisti pascolanti. In questa immersione nel presente giubilare Alvi riannoda i fili del libro, dei suoi viaggi passati, dei suoi incontri in un carosello poetico. E anche la nostra attualità densa di guerre e conflitti viene riletta alla luce del perdono. Sulla scia di Schubart, Alvi vede lo scontro tra civiltà come un conflitto che nasce da una frattura metafisica, per questo la guerra va pensata oltre il tifo ideologico, alla luce dei Vangeli, dello spirito, del dono. Il perdono diventa così il centro trasfigurante della storia: non negare l’inimicizia, ma trasformarla, perché si completi e ciascuno sia responsabile della propria parte. Una lezione molto attuale.   C’è poi nelle pagine finali la ricongiunzione con l’anima dell’Oriente che non è bussola geopolitica, rivelazione turistica o stanco esotismo: è piuttosto un enigma individuale che viene risolto dissolvendolo.  > “L’anima del mio immenso Oriente è piuttosto quest’aurora della marina che si > eleva davanti, a ben altro dall’uomo, in una cascata di bontà che ricasca > addosso al mare. Alcuni coi crani aperti ne divengono, nel loro cuore una > grondaia che goccia, e imbeve la terra. La totale inutilità dell’anima che in > croce sente la vita come un cappotto rallegra quando muore la Virtù aspirante > del sole: abbonda nell’Oriente dei miei viaggi; ma è scarsa a occidente”. L’Italia e l’anima dell’Oriente si presenta quindi come un’opera mondo, erratica, in cui perdersi e ritrovarsi. Una composizione frammentaria e circolare in cui il perdono, lo spirito e la parola scavano le pieghe del presente in un “Day of the Doom” letterario in cui tutto si compie, si completa e si dà la mano. E dove anche l’enigma individuale del perdono e dell’oblio può trovare una soluzione capace di illuminare senza dissolverne il mistero.  Francesco Subiaco *In copertina: Gaetano Riboldi, Giorno del giudizio dopo desinato, 1821-23 L'articolo “Al perdono l’uomo non basta”. Il giorno del giudizio di Geminello Alvi proviene da Pangea.
January 8, 2026 / Pangea
La vita come magia: Attilio Bertolucci, il poeta del batticuore. Dialogo con Paolo Lagazzi
La lucertola di Casarola è il titolo della poesia che battezza l’ultimo libro di Attilio Bertolucci, uscito nel 1997 per Garzanti. La scena ha la luce olimpica dell’infanzia, una specie di celestiale crudeltà. “Ricordo che bambino m’incitavano/ a mozzar loro la coda – non temere,/ rinasce, non temere – e io a rifiutare, caparbio, silenzioso”. La poesia parla, in forme sotterranee, di ciò che permane e di ciò che va, della cenere e dell’indomito. Nella caparbietà, nel vello del silenzio, si intravede – come l’autoritratto di un pittore del Rinascimento, viso che fissa lo spettatore dall’angolo tra la massa degli altri – la firma del poeta. Un gatto fissa la scena, la figura rettile che appare e scompare. L’ultima lassa sfiora l’oracolo, una forma verminosa della luce: > “Sciocca felina, ignara > dei cunicoli cui torna, non fugge, > l’abitatrice avanti te e me > di questa verde plaga occidentale”. Secondo Paolo Lagazzi – in un libro, La casa del poeta, di leggiadra magia, ora edito da La Nave di Teseo, che assembla “Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci” – si tratta di una poesia-rivelazione: “la lucertola appenninica, ricca di cunicoli in cui nascondersi per tornare, di sortilegi per riemergere dalle proprie ferite, racchiude in sé la forza di ciò che dura e durerà sempre, attraverso e oltre i dubbi e i dolori la vita – e la poesia che in essa si cerca e riflette”. Forse quel rettile – figura di una vita non rettilinea – simboleggia la poesia stessa di Bertolucci: all’apparenza comune, sorgiva, come l’erba e le lucertole; in verità, retrattile, sapiente al mezzogiorno, edotta nei meandri dell’oscurità. Così, nel suo discorrere – come di chi è uso ad abusare della pazienza dei morti, come chi sa imbonire il miraggio, disperdere l’inganno in una fiaba: si legga l’insuperabile Per un ritratto dello scrittore da mago, Diabasis, 1994, poi Moretti & Vitali, 2006 –, Lagazzi dice della luce frontale di Bertolucci, gioviale Giove, principesco nell’avita Casarola, conficcata nell’Appennino parmense; non ne cela le aspre ombre. La crisi-catabasi del 1958, ad esempio – gli anni in cui il poeta comincia la lunghissima elaborazione del poema familiare La camera da letto –, in cui Bertolucci sperimenta ‘il terribile’, il mostro interiore; il gemellaggio, spiazzante, tra allegria e desiderio di isolamento; amicizia e reticenza.  Con nobile andare, da patriarca, Bertolucci ha attraversato tutti i tempi della cultura italiana: negli anni Trenta dirige per Guanda la collana “La Fenice”; vent’anni dopo guida “Il gatto selvatico”, la rivista dell’ENI; sarà alla direzione di “Nuovi Argomenti”. Amico di Vittorio Sereni e di Pier Paolo Pasolini, fu consulente per Garzanti; con Viaggio d’inverno (1971), tra l’altro, ottenne l’“Etna-Taormina”, nell’anno in cui presidente di giuria era Eugène Ionesco. In calce a La casa del poeta, Bernardo Bertolucci, primogenito di Attilio, appunta, “Continuo a chiedermi: e io dove ero?”. A significare, credo, la placida inafferrabilità del padre; il talento di un padre di ‘liberare’ i figli, che sappiano librarsi da sé. Chissà fino a che punto i grandi film di Bernardo – Ultimo tango a Parigi, Novecento, L’ultimo imperatore… – sono debitori dello sguardo di Attilio. Nei ricordi di Pietro Citati – riferiti da Lagazzi – “Appena parlava c’era odore di prati emiliani, di Tasso, di letteratura inglese, di famiglia, di mucche, di dolcezza e di infinita saggezza”.  Bertolucci amava Thomas Hardy e William Wordsworth; amava Proust – ha tradotto Baudelaire. Certo, la sua opera può avvicinarsi a quella pittorica di Vermeer: una luce fiamminga, esatta, non priva di enigma. Nel Ritratto di giovane gentiluomo di Lorenzo Lotto, una lucertola sfida l’uomo che ci guarda, drappeggiato da un’insanabile mestizia, mentre sfoglia un libro. Creatura a sangue freddo che si nutre di luce, ne fa scorta per i suoi viaggi sotterranei – sapersi nascondere, disgustati dalle mode, è il tono del poeta. Luce-lucertola, nostra verde torcia.  Nella sua ultima intervista, concessa nel gennaio del 1977 alla Radiotelevisione Svizzera, Cristina Campo parla della lucertola come emblema della vita, al contempo solare e terribile: > “Non mi sono mai posta il problema, perché si vive? Per me è un miracolo… > Avere visto una lucertola che prendeva la buccia di una pera, stando sopra il > mio piede, e la portava alla femmina, come un dono, mentre il sole tramontava. > Ecco, che bello essere creati… o che cosa spaventosa in altri momenti”. > > (in: Ottanta poetesse per Cristina Campo, Magog, 2023)  La nuda vita, la mera vita – una fredda incandescenza, come la spada che fa lo scalpo al sole. Nella prefazione alle Operedi Bertolucci, inscatolate nei ‘Meridiani’ (Mondadori, 1997), Lagazzi dà forma al concetto così: > “Non molte sono le opere del secolo in grado di procurarci un così intenso e > nutritivo batticuore perché assai rara è la capacità di restituire la vita > nella sua struggente evidenza, e non solo come onda del tempo, fino al > mormorio più segreto (il fruscìo d’una tenda che sbatte, il brivido d’una > clessidra), o come brusìo di voci prima del silenzio finale, ma anche come > verità di colori, di corpi e di tracce irriducibili alla corrosione del > tempo”.  Quando sento Lagazzi, la sua gioia è già presagio di un gioco di prestigio. “Andremo a Casarola… ti porterò a Casarola… e sarà una giornata memorabile”. E s’intuisce già, nel fondo, il mormorio dei prati, le lucertole che guizzano, quei rettili delfini, un dio aprico, con l’ascia e l’aratro, e il mormorio della parola memorabile fa di questo mondo, immediatamente, una ventura. Che la cosa, poi, accada, o rimandi all’assalto dell’impossibile, poco importa. Il grigio non esiste.  Bertolucci, ancora: descrivimelo in tre aggettivi. Potrei dirti che era seducente, vero e imprendibile.  Col primo aggettivo voglio dire che aveva quel dono molto raro, forse concesso dagli dèi solo ai maestri, che è il fascino personale nel senso più profondo, psichico, magico, sciamanico. Avvicinarlo davvero era impossibile senza lasciarsi sedurre, incantare, plagiare.  Col secondo aggettivo voglio sottolineare che il suo modo d’essere, per quanto tendente all’affabulazione nel quotidiano e alla rêverie nella scrittura, non era mai astratto, non fuggiva mai per la tangente, non si perdeva in discorsi vacui o retorici: c’era in lui, vivissimo, un bisogno di chiarezza, concretezza, fisicità, un bisogno di muoversi con un passo e un respiro giusto che era anche una necessità etica, e che nasceva dalle sue radici contadine e cristiane.   Nonostante la sua concretezza era a suo modo imprendibile, e dicendo questo alludo al fondo mercuriale del suo spirito, alla sua intima mobilità, al continuo trascolorare delle sue parole e delle sue fantasie tra le apparenze e i segreti della vita, ai suoi andirivieni fra naturalezza e malizia, agli spostamenti velocissimi del suo sguardo sul mondo, alla sua refrattarietà a essere incasellato in categorie, al suo grande bisogno di libertà, al suo sentimento della vita come avventura feriale, come magia e grazia, come radicamento delle parole e delle cose anche più umili e comuni nel mistero. Esiste, per tua esperienza, una consustanzialità tra il corpo del poeta e il suo corpus lirico, tra la tempra etica e quella estetica? Mi riferisco, va da sé, a Bertolucci: fino a che punto l’uomo combaciava con il poeta – e viceversa? Ha scritto Pietro Citati che sentirsi un poeta era per Bertolucci come essere “un bollito o una patata al forno”: una realtà naturale, accettata con assoluta innocenza. A mia volta ho ricordato nella Casa del poeta una lirica in cui Paolo Bertolani dice che Attilio sapeva trasformare in poesia qualunque gesto, fosse pure passare un giornale dalle proprie mani a quelle dell’ospite o versare il vino a tavola. Anch’io ho sempre avvertito una continuità essenziale fra la vita e la poesia nel carattere e nel destino di Attilio. Ciò non significa affatto che covasse il seme dell’estetismo. La fonte prima e necessaria della poesia era per lui la vita: la poesia non era vera se non si nutriva di vita, ma a sua volta “sentire” la vita nelle sue risonanze profonde non gli era concesso se non nella luce della poesia. Poiché era impossibile sbrogliare questo nodo con le forbici del pensiero, ho letto e riletto per mezzo secolo la sua poesia e ho camminato fianco a fianco con lui, ho respirato i suoi soffi lirico-epici e ho condiviso molti suoi momenti umani, soprattutto a Casarola. Mi sono lasciato intridere dal batticuore aritmico dei suoi giorni e dei suoi versi, ho cercato di accogliere e di lasciare che si muovessero dentro di me la luce e la pazienza, i lati umbratili e la joie de vivre che percorrevano il tempo della sua esistenza e le pieghe mobili della sua opera. Amava il jazz, il cinema, Verdi e Proust, è vero, ma qual è la vera ‘miccia’ culturale di Bertolucci, quella che lo animava? Forse il “la” alla creazione poetica di Attilio lo ha impresso la pittura, perché la sua poesia è anzitutto immagine, sguardo, visione. L’immagine è per lui il modo che ha il mistero vitale di manifestarsi nella luce. Guardare non è mai un esercizio “teorico”: è invece pura esperienza d’immersione nelle forme dell’essere, nei colori vivi e cangianti delle cose nel flusso del tempo. L’amore del poeta per la pittura precede l’incontro con Roberto Longhi (avvenuto nel ’35); già Sirio (del ’29) e Fuochi in novembre (del ’34) vibrano e brillano di riferimenti pittorici impliciti o dichiarati, da Monet a Bonnard, dal liberty a Modigliani, da Picasso a De Chirico. L’insieme delle scoperte della modernità pittorica è stato per il primissimo Bertolucci un crogiolo d’impareggiabile vitalità, una trama screziata di possibilità sperimentali, un invito al viaggio della poesia tra i sortilegi della luce e dell’ombra. Naturalmente la pittura (e subito dopo il cinema, sorta di pittura in movimento) è stata solo il “la” della sua avventura poetica: nel tempo l’amore per i maestri moderni e antichi della visione si è intrecciato sempre più fittamente con la passione per Proust, per Verdi e per altri poeti, soprattutto inglesi e americani. Ma è significativo che, ancora nel ’43, alla richiesta di Luciano Anceschi a tutti i poeti dell’antologia Lirici nuovi di fornirgli uno scritto di poetica, Attilio abbia risposto con quelle celebri righe sulla propria poesia come ricerca di “un po’ di luce vera” orientata verso fari della pittura quali gli impressionisti e Vermeer. Sul senso dell’amicizia e della famiglia in Bertolucci. Dimmi. Benché nel carattere di Attilio fosse esplicita la componente narcisistica, in lui era altrettanto viva è vera la capacità di amare, il calore dei sentimenti. A parte quello per i genitori e il fratello, l’amore fondamentale della sua vita era quello per Ninetta. Lei era tutto per lui: donna “dolce e pericolosa” e tenerissima compagna, musa e anima tutelare, regista degli spazi domestici e fonte, fino agli ultimi anni, di turbative scintille d’eros… L’amore per lei e con lei era un’esperienza privatissima, qualcosa come un sogno da sognare in due, eppure da quel sogno, da quel nocciolo irriducibile di bellezza erano nati i figli. L’amore si era rivelato una forza espansiva: la solitudine di coppia si era trasformata in una famiglia… In questo movimento di apertura continuava a irradiarsi un calore intimo, simile alle tante rêveries di fiamme e di fuochi che attraversano la poesia di Attilio; eppure né l’amore per Ninetta né quello per i figli ha mai assunto nello spirito e nell’opera del poeta i tratti dell’idillio. Il bisogno di essere amato e di amare è sempre percorso in quest’opera poetica da tremori, brividi, lievi sussulti, ombre, timori, ansie, fantasmi…  Quando lei si allontana, anche di poco, in lui sale una fitta d’angoscia; a loro volta i figli saranno presto risucchiati dal “fuori”, dall’altrove, dal lontano, e vani saranno gli esorcismi messi in atto dal padre (come nella struggente lirica I pescatori) per trattenerli, per rendere eterno e inattaccabile dal tempo il cerchio incantato della famiglia. Tutto questo non va inteso alla lettera. Attilio non era quel “ragno” vischioso di cui si è favoleggiato, dedito solo a intrappolare moglie e figli in una ragnatela nutrita d’ansia, senso del possesso, gelosia, ossessione, egoismo. Ninetta è sempre stata una donna intimamente libera, e lui l’amava proprio per questo. A loro volta i figli non sono mai stati tanto condizionati dal padre da non poter lanciarsi in tutte le avventure, verso tutti gli orizzonti. Attilio stesso desiderava che questo avvenisse: non è forse stato lui a propiziare l’incontro fra Bernardo e il Pasolini regista, incontro decisivo per la vita e la straordinaria carriera del primo? Attilio era uno spirito “di soglia”: se cercava di preservare dalle ombre i suoi spazi intimi – le sue dimore, la sua famiglia – era altrettanto portato a uscirne, a respirare i soffi del mondo. Questo secondo lato del suo essere non riguardava solo il rapporto con la natura ma anche quello con la società. Era curioso come Proust, gli piacevano i nuovi incontri, amava esplorare ambienti diversi. Fin da giovanissimo aveva amici che nutrivano le sue giornate di parole scambiate passeggiando o nelle lunghe soste in qualche caffè. Anche la scoperta precoce del cinema non sarebbe stata un’occasione di tale vitalità se non fosse stata da lui condivisa con amici quali Pietrino Bianchi e Cesare Zavattini. Certo questa sete di amicizie non era priva di un retroterra amaro e nevrotico. L’allegra disposizione al confronto, alla chiacchiera e anche al gioco si alternava con momenti in cui prevaleva il lato schivo e ombroso, il desiderio di solitudine, la voglia di fuggire “via dalla pazza folla”. Eppure prima o poi riemergeva sempre in lui il bisogno di aprirsi agli altri, di condividere i momenti, di gustare il piacere dell’incontro, perfino di “perdere il tempo” per poterlo magari, un giorno, ritrovare. Il nostro incontro durato ventisette anni è stato – non ho timore di dirlo – una grande amicizia. Nello scritto che accompagna il mio libro La casa del poeta (nella prima edizione era la prefazione), Bernardo dice che l’espressione “grande amicizia” riferita al rapporto tra suo padre e me “suona riduttiva e semplificatoria”. Senza dubbio lui era per me non solo un amico ma anzitutto un maestro e in un certo senso anche un secondo padre (questo l’ha capito e detto molto bene Emanuele Trevi nella prefazione alla nuova edizione del libro). Eppure se torno a sottolineare la grande amicizia fra noi è in primo luogo perché mi sembra che riuscire a essere veramente amici sia sempre più difficile nei nostri anni. Da alcune persone che ho ritenuto a lungo grandi amici sono stato, infine, tradito. Questo non è mai successo con Attilio. Non potrò mai dimenticare il suo sguardo l’ultima volta che lo vidi. Eravamo a Roma nel suo appartamento. Era tanto malato che sarebbe vissuto solo altri due mesi, eppure ne suoi occhi resisteva qualcosa – una luce, il segno di una specie di letizia – che non so esprimere ma in cui mi parve di riconoscere il senso del nostro incontro come dono reciproco, come destino. …gli hai fatto qualche gioco di prestigio? Sì, ho offerto diverse volte dei giochi di prestigio a lui, a Ninetta e anche ai loro ospiti di passaggio. Una volta a Casarola io e mio fratello gemello Corrado (da giovanissimi ci eravamo esibiti in varie occasioni, anche in alcuni teatri, come prestigiatori dilettanti in coppia) abbiamo portato da Parma una gran quantità di attrezzi magici e nella locanda Tramaloni abbiamo allestito un vero e proprio show invitando tutti gli abitanti del paese, specialmente i bambini. Ricordo la felicità di Attilio in quell’occasione. Era lo spettatore perfetto: sapeva benissimo che il solo atteggiamento giusto di fronte a un prestigiatore è stare al gioco, abbandonarsi al piacere dell’illusione senza cercare di capire il trucco. Secondo me è lo stesso atteggiamento che occorrerebbe a ogni critico di fronte a un testo letterario in grado di suscitare incanto. Il buon critico non cerca di smascherare il testo, di rivelarne i congegni o i doppifondi, di smontarlo come un meccanismo o di dissezionarlo come un cadavere utilizzando i bisturi della scienza (dalla psicanalisi alla linguistica alla semiotica): accetta, invece, di lasciarsi sedurre, di lasciarsi invadere dalle sue vibrazioni magiche, dalla trama mobile delle sue illusioni per restituirne almeno una parte ai lettori con le proprie parole. Ultima. Una poesia-emblema di Bertolucci, quella a cui sei più legato – e perché. Forse Il tempo si consuma, collocata al centro esatto di Viaggio d’inverno. Scritta nel 1957, in un momento di grave crisi psichica dell’autore, questa poesia sa illimpidire lo strazio trasfigurandolo “in stupore e in contemplazione”, per riprendere parole dedicate da Montale a Saba. Un padre (il poeta) entra in una chiesa romana all’ora della messa festiva, in cerca del giovane figlio; non vedendolo è assalito dall’ansia; ma un quadro che rappresenta Gesù mentre, bambino, aiuta Giuseppe nel suo lavoro di falegname, lo rincuora – e proprio dal ritorno del coraggio scocca l’abbandono giusto, quello che lo porta finalmente a individuare il figlio nell’“agitazione terrena/ delle ragazze e dei ragazzi tenuti/ lontani dal bel sole di domenica”. > Così, d’improvviso, in un angolo vicino > alla porta, t’ ho ritrovato, quieto > e solo, m’hai visto, ti sei > accostato timidamente, ho baciato > i tuoi capelli, figlio ritrovato > nel tempo doloroso che per me e te > e tutti noi con pena si consuma. Sul piano della visione il testo si sviluppa come una scena filmica scandita in tre momenti: l’ingresso del poeta nella chiesa e la panoramica inutile del suo sguardo sui banchi; la zoomata verso il quadro sul fondo; l’incontro col figlio. Attraverso i passaggi ottici, è una complessa vicenda spirituale a dipanarsi nell’anima del protagonista fra il suo improvviso inabissarsi in un vuoto generante terrore, il conforto che nasce dalla bellezza colta nella sua natura più semplice e sacra (il “garzone/ di falegname, Gesù”) e il ritrovamento del figlio insieme al riaffiorare della fiducia. Con una pregnanza e limpidezza davvero evangeliche (penso alle parabole del figliol prodigo e della pecorella smarrita), la poesia si squaderna come dramma di un tempo sospeso e ondeggiante fra la perdita e il ritorno del calore vitale, tra la piccola morte della distanza e la “resurrezione” dell’incontro, tra il brivido dell’assenza e la luce dell’amore ancora possibile.  Per quanto mi riguarda, non credo d’aver incontrato molte volte, nel Novecento, una voce tanto vibrante nella sua forza umile e salvifica, nel suo soffio capace di lenire le ferite profonde dei nostri cuori. 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April 15, 2025 / Pangea
Oskar Kokoschka e la bambolaia. Ovvero: sul folle amore per Alma
“Non si può proibire a un uomo di farsi una grande bambola di cera e di baciarla” è scritto in Anna Karenina. È scritto in un certo punto del libro, ambientato in Italia, dove si discute di tecnica pittorica, spesso confusa col talento vero. Questa frase di Lev Tolstoj, libratasi chissà come dal dedalo della mia memoria, mi è posata tra le righe mentre leggevo un altro romanzo, ambientato nella Germania del 1918, però fresco di stampa: La bambolaia di Giuseppina Manin (La Nave di Teseo, 2025). Il pittore austriaco Oskar Kokoschka è reduce di guerra, dove per ben due volte è stato ferito, ma non così a fondo come ora, per la terza volta e da una bella donna. Rischierebbe forse di gettarsi sotto un treno come Anna, o, peggio, di fare il contrario, per la disperazione di avere perduto l’amore della donna amata, “la ragazza più bella di Vienna”. Alma Schindler è il suo nome da ragazza, poi Alma Mahler o Alma Grupius o Alma Werfel, secondo il marito di turno, a suo genio, a seconda del genio a cui ha fatto girare la testa, quello che le orbita più vicino, secondo il tempo, relativo come il sesso e l’amore carnale, irresistibilmente da lei attratto, come stabilito dalla legge della gravidanza universale. E inoltre le conquiste che le vengono attribuite, con ammirazione o per invidia, tante da far concorrenza al catalogo sbrodolato dall’invidioso Leporello nel Don Giovanni; una per tutte: il pittore dell’Angelus Novus, Paul Klee, che la ritrae come Giuditta che decapitò l’Assiro, e come Salomè che volle la testa di Giovanni il Battista. Quindi non fa meraviglia che anche Oskar Kokoschka abbia perduto la testa.  L’esito di un’ossessione può essere tragico. Ricordo che in prigione conobbi uno scultore – di cui per pietà e pudore non faccio il nome – che giunse al punto di uccidere la giovane donna che voleva lasciarlo, forse con ciò credendo di legarla a sé per l’eternità. Ma grazie al cielo (nel quale c’è da credere ben più che alla psicanalisi o all’autoanalisi), Oskar Kokoschka riuscirà a liberarsi dal delirio per la donna idolatrata con una folle idea che però si rivelerà la sua salvezza: farsene creare un idolo per davvero. Per questo ricorre a Hermine Moos, un’artigiana di Monaco, dietro suggerimento di un’altra bambolaia, Lotte Pritzel. A lei il pittore si presenta, durante un’esposizione in una prestigiosa galleria d’arte. Qui la bambolaia si trova a disagio, si sente ed è un poco emarginata nello spazio meno in vista, con la sua “arte minore”, fra tanti talenti e giovani promesse.  Oskar Kokoschka appare sulla scena con sguardo allucinato. Parrebbe solo un maniaco feticista, poiché, ancor prima di presentarsi, si mette a palpare e frugare sino nelle intimità più profonde le bambole esposte all’attenzione degli amatori ma anche dei guardoni. Poi, finalmente, si accorge dell’esistenza dell’artista o artigiana, che invece ha subito riconosciuto il giovane ma già celebre pittore. Lui le chiede di incontrarla in altro luogo e in questo nuovo incontro le proporrà di ricreare il simulacro del suo perduto amore. Benché stupefatta e riluttante, Hermine Moss alla fine accetterà di dare forma e materia al sogno o incubo dell’artista. Seguiranno dodici lettere maniacali di Oskar Kokoschka, disegni su disegni, ordini, più che suggerimenti, sui materiali da impiegare, e minuziose istruzioni per il montaggio della bambola con le quali si conferma un po’ il feticista della prima impressione.  La sua ossessione rischia di contagiare la povera Hermine Moss che forse si sarà sentita trattata lei stessa come una bambola, anzi come uno di quegli automi che andavano di gran moda nel Settecento. Per salvarsi vorrebbe rinunciare alla folle impresa in cui è stata coinvolta. Con questa intenzione si reca dal dottor Gerhard Pagel, un neurologo amico di Oskar Kokoschka, sorta di messaggero delle sue fantasie, come il mitico ‘messaggero d’amore’, ma che si rivelerà anche per lei un vero amico. Egli la convince a non arrendersi e a continuare nell’impresa. Sarà ancora lui a stimolarla, più avanti, accompagnandola a trarre ispirazione da La sposa del vento, il capolavoro di Oskar Kokoschka e insieme il quadro perfetto della sua disperazione. Ma il primo incontro con il dottor Pagel ha luogo nella cornice storica della Germania nel 1918: un quadro clinico, un ospedale, un ricovero dei pazzi, tra i gemiti e i resti di una generazione sconfitta, smembrata dalla guerra, dalla fame, dall’umiliazione, sofferente nell’anima come nella carne, ma dove già opera l’oscura forza malvagia che è già intenta a rimetterne insieme i pezzi in un nuovo mostro da rianimare, riarmare e indottrinare. Basterà una sola generazione e andrà in scena il secondo tempo della ‘guerra civile europea’, guerra che ancora una volta incendierà il mondo. A me viene in mente il Frankenstein militarista che si è risvegliato in Europa ai giorni nostri e va cantando: “All’armi! All’armi! All’armi siam sinistri, persino più dei destri terrore dei zaristi! A morte i pacifinti!” Un mostro di bassa fantasia che va arruolando tutte le teste d’Europa in una “coalizione dei volonterosi”, coniando uno slogan non certo originale, dal momento che l’ufficio propaganda di Bush junior lo usò per l’accozzaglia di paesi partecipanti alla seconda guerra del Golfo. Ma al di là della digressione (le digressioni del resto non mancano nello stesso romanzo e ci stanno bene, come il richiamo al mito, da Pigmalione al Prometeo moderno), ritorniamo al tema conduttore.  La gestazione della bambola richiederà nove mesi e per Hermine Moss sarà un dolore non solo il parto ma la separazione, come può accadere in certi casi con l’utero in affitto, la grande conquista progressista del secolo che per il genere umano rischia di essere più breve e micidiale del precedente. “Cara signorina Moss, mi raccomando la parrucca…”, le scrive il suo tormentatore. Così, per soddisfarlo, la bambolaia sacrificherà anche i capelli, i suoi stessi riccioli, non riuscendo a trovare di meglio. E per cosa? La rivelazione, il gran finale, lasciamolo al lettore del bel romanzo di Giuseppina Manin, scritto in un modo che si legge d’un fiato e ti rimane nel cuore. Mi prendo però licenza di svelare almeno la fine di tre esistenze. Hermine Moss, la bambolaia, morì suicida un decennio dopo. Così si risparmiò la tragedia dei suoi cari e della famiglia ebraica cui apparteneva. Se pianse, fu dal “seno di Abramo”. Alma la Bella ariana invece morì a New York da vecchia navigata però nostalgica, più che del Kaiser, d’un aspirante pittore che per disgrazia era stato respinto per ben due volte dall’Akademie der bildenden Künste Wien.  Forse trapassò sognando d’essere la prima donna ammessa e ammirata dai guerrieri nel Walhalla. Oskar Kokoschka, il pittore de La sposa del vento, il tormentatore di se stesso e della bambolaia ebrea, riprese a dipingere e morì in Svizzera, “sazio di giorni”. Enzo Fontana *In copertina: Alma, l’idolo di Oskar Kokoschka, in forma di bambola L'articolo Oskar Kokoschka e la bambolaia. Ovvero: sul folle amore per Alma proviene da Pangea.
March 27, 2025 / Pangea