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“C’è un angelo custode nella mia vita”. L’epopea infinita del “Dottor Živago”
Nel dicembre del 1965 uscì nelle sale americane Il dottor Živago. Il mirabile esordio di Geraldine Chaplin – ventenne, figlia di Charlie, nipote di Eugene O’Neill, nel film fa Tonja, la bella moglie del fedifrago dottore – venne messo in ombra dalla rapace sensualità di Julie Christie, indimenticabile Lara. Agli Oscar, l’anno dopo, Julie sbalordì tutti: vinse la statuetta come “attrice protagonista” per l’altro film in cui compariva, Darling di John Schlesinger – interpretava una mantide che passa di maschio in maschio, preda di furente ambizione. Il dottor Živago ottenne cinque Oscar sulle dieci candidature complessive, in categorie secondarie; gli incassi furono straordinari. David Lean, regista britannico solidissimo e capace nel gergo epico – pensiamo a Il ponte sul fiume Kwai, 1957 – il suo Oscar l’aveva conquistato tre anni prima, con Lawrence d’Arabia. Pur in contesti storici e geografici analoghi – la rivoluzione degli arabi e quella russa; il deserto da un lato, gli innevati Urali dall’altro – non potremmo pensare a personalità più diverse. T.E. Lawrence agisce nella Storia, in fondo, per disintegrarsi; Živago subisce la Storia con l’estro del creatore; uno è un archeologo che si fa guerriero, l’altro un poeta che presta servizio come dottore. Entrambi scrivono. Sia Il dottor Živago che Lawrence d’Arabia sono stati ridotti in partitura cinematografica da Robert Bolt, sceneggiatore abilissimo (tra l’altro, anche di Mission, 1986). Il dottor Živago uscì nelle sale italiane nel dicembre del ’66; nel suo ultimo film – del 1984 – David Lean opta per toni più tenui, ‘da camera’, adattando Passaggio in India, il romanzo di E.M. Forster.  In un articolo recente, Scott Tobias, critico cinematografico del “Guardian”, ha scritto, grosso modo, che Il dottor Živago è un film elefantiaco, fuori tempo, “un relitto”, che tuttavia “conquista ancora”. Merito dell’idea di fondo – in fondo in fondo banale: “l’amore persevera nei tempi oscuri, come l’arte che da esso scaturisce” – e del fatto, infine, che Il dottor Živago “è il tipico film da guardare al caldo, durante un lungo pomeriggio invernale”. Omar Sharif, per certi tratti, ricorda Boris Pasternak.  Il dottor Živago, in effetti, era un film fuori tempo perfino ai suoi tempi: nel 1963 Fellini esce con Otto e mezzo; nel 1961 Ingmar Bergman usciva con Come in uno specchio; Andrej Tarkovskij aveva vinto il Leone d’oro con L’infanzia di Ivan nel 1962. Anche in questo, tuttavia, rispecchia il romanzo da cui è tratto: quando, in modo enigmatico e provvidenziale, Il dottor Živago viene pubblicato da Feltrinelli, nel ’57, è, a prima vista, un libro arcano, arcaico, che guarda a Lev Tolstoj più che al romanzo novecentesco, ai risultati spiazzanti di Faulkner, Céline o Thomas Mann. È un romanzo come non se ne scrivevano più; a tutta prima ben diverso dalla prosa estasiante, energumena, viva de Il salvacondotto, la prova autobiografica che Pasternak pubblica nel 1931. Proprio come accade alla traduzione filmica di Lean, il romanzo di Pasternak è accolto dalla critica tra entusiasmi e perplessità; il successo è eclatante. Il dottor Živago è un romanzo che pur parlando di un tempo remoto, parla a tutti, a tu per tu, con lo scandalo di una confessione. Le Poesie di Jurij Živago in appendice – non le più belle di Pasternak, ma bellissime, e ben rese da Mario Socrate nell’edizione originaria – ci costringono a rileggere il romanzo, la cui natura è sempre più vertiginosa, ad ogni lettura, sempre più prodigiosa. Di fronte al Dottor Živago – anche di questo si era accorto Giangiacomo Feltrinelli, come si evince dall’epistolario edito in: Paolo Mancosu, Živago nella tempesta. Le avventure editoriali del capolavoro di Pasternak, Feltrinelli, 2015 – i concetti di ‘bello’ o ‘brutto’ svaniscono, come di fronte a chi ti offra una verità, al contempo adamantina e urgente: quel che conta è la rivelazione, non la materia di cui è fatta. Pasternak, come si sa, lavorò al Dottor Živago per dieci anni; ne parlò a tutti, con l’ansia epistolare da cui era afflitto – alla pari del suo maestro, Rainer Maria Rilke, scriveva dalle vette, con la penna intinta nel cuore del condor, senza darsi, senza attendere risposta, dacché lui giungeva, rapace, come un responso –: tra tutti, in particolare, alla cugina, Olga Fréjdenberg, filologa di talento, naturalmente espulsa dall’università di San Pietroburgo durante l’estasi stalinista; a lei Il dottor Živago pareva un capolavoro, un libro “al di sopra di ogni giudizio… una variante tutta particolare del libro della Genesi” (l’epistolario tra Boris e Olga è stato edito da Garzanti come Le barriere dell’anima, nel 1987). Al contrario, il libro non piacque a Varlam Šalamov che lo riteneva una specie di tradimento dalle intuizioni liriche originarie di Pasternak. Allo stesso modo, Angelo Maria Ripellino, il più grande interprete di Pasternak in Italia, esalta le opere degli anni Venti e Trenta – “La sua arte presenta grandi difficoltà al lettore: bisogna scioglierne i nodi parola per parola, decifrarla come un’algebra verbale, come un esercizio di complicata sintassi… ma chi sa penetrarla trova ad ogni lettura sempre nuovi valori, resta abbagliato dalla gioiosa luminosità delle parole” – minimizzando gli estremi esiti (“pur conservando l’antica freschezza di stile, i libri pubblicati dopo l’ultima guerra riflettono più intensamente e con modi più semplici la nuova realtà”). Al dibattito critico, infine infimo – Il dottor Živago è giustamente ascritto tra i grandi libri del secolo – seguì quello politico; le infami accuse rivolte al poeta finirono per sfiancarlo: Pasternak muore nel 1960, trent’anni dopo il suo amico ustorio, Vladimir Majakovskij (che compare d’improvviso nel Dottor Živago, in nota critica folgorante: “È come una continuazione di Dostoevskij. O meglio, è una lirica scritta da qualcuno dei suoi personaggi più inquieti, i giovani, come Ippolit, Raskol’nikov, o il protagonista de L’adolescente”).  In realtà, Boris Pasternak agisce sempre come un creatore. Anche come poeta, Pasternak sembra disinteressarsi alla natura ‘letteraria’ dei suoi testi – adempie un compito ‘bardico’, sciamanico. La scrittura – è in fondo questo il tema dominante del Dottor Živago, ben più del contesto storico, da cartolina, e della favola d’amore, di contorno – vince la morte, è una piega nel ventre della necessità storica. Perché questa scrittura sia efficace è necessario amare, con totalità che va verso l’impossibile – attraverso Puškin, Pasternak arriva a Dante: Lara è una Beatrice lasciva. Dacché sono scritte, inscritte, le cose, le vite, mutano via: il Verbo non è verboso, ma avvera, è vero.  In questo, il film di Lean è maldestro: non può interpretare le pagine ‘cosmiche’ né quelle metafisiche del Dottor Živago, le più alte – la trama, a conti fatti e a romanzo chiuso, è poca cosa; la Storia un’effimera al veleno al cospetto degli individui, le cui microscopiche esistenze sono salvate, integralmente, dalla passione dello scrittore/messia.  > “La notte bianca del nord era alla fine. Nel riapparire delle cose, ognuna > stava al suo posto, quasi incredula di sé, come inventata: la montagna, il > bosco, il burrone. […] La cascata dominava tutt’intorno. Era terribile nella > sua singolarità che la dotava di una vita, d’una coscienza propria e la > trasformava come in un drago favoloso, in un serpente tiranno del luogo, lì a > esigere il tributo, a devastare i dintorni”. Come si può tradurre in immagini un brano pieno di tanta tensione creaturale? Come è possibile tradurre in sequenze filmiche i paragrafi – i più potenti, infine, del romanzo – in cui Pasternak/ Živago tenta di tracciare il senso dell’esistere, come si ferisce un albero perché dia il suo latte, quella magnifica poltiglia? Questo, ad esempio: > “Così scrivendo di ogni sorta di cose, rilevò di nuovo e si convinse che > l’arte è sempre al servizio della bellezza e la bellezza è la felicità di > dominare la forma, che la forma è il presupposto organico dell’esistenza e > che, per esistere, ogni cosa vivente deve possedere la forma e che, di > conseguenza, tutta l’arte, non esclusa quella tragica, è il racconto della > felicità di esistere”.  Questa frase – piuttosto astrusa rispetto alle norme estetiche comuni, per cui l’arte è il frutto dorato di un amaro soffrire, ma assai ‘russa’: l’Onegin è un poema che trasuda, pur nella tragedia, felicità e vita, una felicità che potremmo dire dominio, natura e perfino Dio – testimonia che il Pasternak di Živago non è diverso dal Pasternak di Mia sorella, la vita, dal Pasternak del magnetico poemetto Le onde. Nel 1935, invitato – e inviato per obbligo di Stato – al “Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura” ordito da André Gide e da André Malraux, Pasternak si espresse, in sostanza, con le stesse, lapidarie parole: “La poesia rimarrà sempre eguale a se stessa, più alta di ogni Alpe d’altezza celebrata: essa giace nell’erba, sotto i nostri piedi… quanto più ci sarà felicità a questo mondo, tanto più sarà facile essere artisti”. Fu a Parigi tormentato dall’insonnia, il suo intervento durò, all’incirca, un paio di minuti: per la prima volta, dopo anni di lettere e di un corpo – quello di Rilke – spartito, setacciato, depauperato, Pasternak incontrò Marina Cvetaeva. Chissà se avrebbe scritto nello stesso modo Il dottor Živago se Marina Cvetaeva non fosse morta, a fine agosto, nel ’41, di tutto priva, con la corda al collo – messianica Marina.  Nel Dottor Živago appare perfino una ‘politica’, una ‘poetica della politica’. Pasternak anela al tempo in cui “la vita di ognuno si svolgeva liberamente, non secondo un’illustrazione didascalica”. Una vita in lode – senza legge; una vita in comune – senza dominatori, nient’altro che erba; una vita infante, imberbe, per sempre novizia. Una vita tesa al sacro – un sacro che un tempo (brevissimo, come angelica apparizione) si chiamò “rivoluzione”, ma che è poi riconciliazione. Una vita da primo e da ultimo giorno.  Il dottor Živago – vuoi per le circostanze storiche in cui è nato, vuoi per l’esistenza del suo autore, devoto all’opera fino a morirne – resta un libro più importante di altri ben più riusciti (Vita e destino di Vasilij Grossmann, ad esempio, oppure i Racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, per non dire dei libri sperimentali di Andrej Belyj che tanto piacevano a Nabokov o di quelli radicali di Aleksandr Solženicyn) perché è un libro che trascende la letteratura (“Il fatto è che non so se esista più l’arte e che cosa essa significhi ancora”). Pasternak, con la consueta, indulgente, indifesa indifferenza, tentò di scarcerare il manoscritto del DottorŽivago dall’Unione Sovietica, dove il libro non avrebbe mai visto luce, certo di ciò che sarebbe accaduto: l’infamia, l’accusa, la messa al bando. In qualche modo, Pasternak doveva andare fino in fondo, doveva spogliarsi. Desiderava il martirio. Non era più di questo mondo. “Io sono già morto e tu vivi ancora” è l’attacco di una delle vertiginose poesie di Živago, Il vento.  Quando, nel 1954, girò voce che Pasternak avrebbe potuto vincere il Nobel per la letteratura – andò a Hemingway – ricevette una cartolina dalla cugina. Da qualche tempo si scriveva con Ariadna, la figlia di Marina Cvetaeva, sepolta – per effetto del lignaggio, si dirà: il padre, impegnato nei servizi segreti, era stato ucciso nel 1941 – nelle prigioni staliniste, “siamo grandi amici, sebbene l’abbia vista soltanto nel ’35 a Parigi, quando era ancora una bambina. È una donna infelice e intelligentissima, che scrive delle lettere straordinariamente piene di talento”. Alla cugina disse della necessità di “vivere silenziosamente e segretamente”, che le viete circostanze della fama non avrebbero potuto “cambiare di un minuto il corso delle ore della vita semplice, laboriosa, senza nome e ignorata da tutti che conduco”. È vero, c’è sempre una bruma ambigua in ciò che scrive Pasternak – ma che scrittura… Spesso, a Peredelkino, lo vedevano con la zappa in mano – che è poi un modo per arpionare la penna. Spesso camminava nei boschi. “C’è un angelo custode nella mia vita, questa è la cosa principale. Siano rese grazie a lui”. Chissà se il suo angelo era tremendo quanto quello di Rilke – o era uno di quelli imbozzolati tra quattro e sei ali, immani crisalidi, incerti tra la figura sterile o la gravidanza in spade.  *In copertina: Julie Christie sul set del Dottor Živago L'articolo “C’è un angelo custode nella mia vita”. L’epopea infinita del “Dottor Živago” proviene da Pangea.
December 31, 2025 / Pangea
Sulla mania di comprare sempre gli stessi libri. Ovvero: conformarsi alle stelle
Una biblioteca mi ha fatto da culla, mi è stata matrigna.  La madre di mio padre si era trasferita a Milano da Palermo a dodici anni; aveva la quinta elementare; la scaltrezza della creatura viva, terrena. Mio nonno era nato in Francia da immigrati siciliani: una volta, ricordo, mi parlò di Leonardo Sciascia, amava ascoltare Charles Aznavour. Durante la Seconda guerra operò in marina: arrestato in Grecia, fu detenuto ad Amburgo. Si vantava della sua “Enciclopedia Motta” che, in un’altra era, prometteva “il sapere universale”. Era fissato con la geografia.  Le strane accelerazioni della Storia – il Sessantotto, un viaggio in Pakistan, l’idea di ‘essere se stessi’ (mentre a volte è bene apparire per ciò che non si è) – portarono mio padre a diventare il bibliotecario di un piccolo paese in provincia di Torino. I miei nonni – i suoi genitori – sono sepolti a Riccione: il cimitero, in fondo, è una sorta di immensa biblioteca umana, un ossario di memorie – è forse la vera “biblioteca infinita” ideata da Borges. Il figlio, mio padre, che ha il nome del biblico “sognatore”, è sepolto in un microscopico borgo della Val Grande, a cinquecento chilometri di distanza dai genitori. Spero sia felice: nei turni di notte, lassù, lo strigide si combina al capriolo, la chimera al lupo.  La biblioteca, comunque, fu il baratro: il luogo dell’amore e della perdizione, l’alcova e la tagliola.  * Qualche anno dopo la morte di mio padre, ‘liberai’ dalla biblioteca che aveva diretto Il gioco del mondo di Julio Cortázar. Non che non lo possedessi: è che quell’edizione – copertina rigida, Einaudi, incellofanata – mi pareva ‘biblica’, perfetta al sogno. Per un po’, riposi in quel libro il mio destino. Mi piaceva l’idea che si potesse leggere al contrario e di sbieco, che parlasse di molto e di niente. Molti anni più tardi – per una di quelle strane accelerazioni della vita – finii a Buenos Aires, incontrai chi aveva incontrato Julio Cortázar.  * È assurda l’idea di possedere dei libri: sono loro che si impossessano di te. Ne sei posseduto, tanto che liberandoli te ne devi liberare. Le parole aprono squarci, finestre o stimmate che siano – ma possono anche recludere.  * In una lettera particolarmente bella – in: V. Šalamov-B. Pasternak, Parole salvate dalle fiamme, Archinto, 1993 – Varlam Šalamov rimproverava Boris Pasternak, che con svezzato sussiego parlava con sufficienza delle sue poesie. Nei campi, in Siberia, c’è gente che è sopravvissuta con le sue poesie; c’è gente che si è ricordata cos’è un uomo (cioè: la creatura disposta a dare la vita per un altro, sconosciuto) leggendo le sue poesie.  I libri non salvano la vita – ci danno la vita; non insegnano a vivere, creano la vita. I libri sono un uovo cosmico (leggi sotto). Per questo ogni regime – tirannico o democratico che sia – sottrae i libri ai propri elettori sudditi o favorisce un ‘sistema’ culturale basato sul mero mercato: così si forgia un popolo servile, un popolo reclino sul proprio misero io, un popolo immiserito nel cuore, un popolo di paglia, logorato, già cenere.  * A Lima soggiornavo all’Hotel Ariosto: nelle librerie i libri costavano più che in Italia, ma lo stipendio medio di un peruviano non superava i trecento euro italiani. Cercavo le poesie di César Vallejo; qualcuno, al mercato – così sgargiante che lo chiamai Armida – intonò i frammenti di un’epopea andina. Finché non recidono il suo canto, finché non lo sradicano dal linguaggio, l’uomo è vivo, la sua stirpe prolifera.  * Un tempo, quando i libri si compravano nelle librerie, s’intraprendevano folli avventure per cercare il libro definito, quello della svolta. Vagabondai per giorni, a Milano, prima di trovare la “Trilogia di Valis” di Philip K. Dick. Edizione Oscar Mondadori, in cofanetto. Perché mi fossi ostinato a quel libro – torbido, involuto, teologico – non lo so. A volte di un libro ci cattura l’aura – basta quella.  Entrando in libreria – come si entra in una città perduta – era possibile fare incontri inattesi. La vita digitalizzata – il demoniaco dominio del cellulare, insomma – ha recluso le nostre esistenze in un tunnel. Viviamo nei bunker dell’io. In spazi senza accesso, senza concessione. Prima, tutto era un bosco – si era disposti alla scoperta, pronti allo straordinario, i prediletti dell’insperato.  * Intendo dire: la ricerca del libro assoluto. Il libro-tutto. Il libro che somma cielo e terra, che abbraccia i vivi e i morti. Il libro che vivifica. Che fa risorgere.  Ad esempio: purché sia escluso da quella rivelazione, possiedo – e sono stato posseduto – da una serie di edizioni dell’I-Ching, l’arcano libro divinatorio cinese. Preferisco l’edizione curata da Eranos; l’ho avuto nelle versioni inglese, francese, spagnola.  Da ragazzo, conferivo le stesse facoltà – chiamatela taumaturgia del linguaggio – ai libri di Thomas S. Eliot.Rapivo ogni possibile traduzione della Terra desolata; mi confinai nei Quattro quartetti. Dal canonico viaggio in Inghilterra – fatto in treno, dormendo dove capitava – tornai povero di tutto ma con l’edizione Faber dei Selected Poems di Eliot. Più tardi, da adulto, provai una simile coincidenza con l’opera di Saint-John Perse. * A volte un libro è il solo conforto: ma con i libri non si tratta, si lotta; infine, finisci per odiarli. C’è differenza tra claustrale e claustrofobico.  * Questo articolo voleva affrontare un argomento che può apparire assurdo ai più. È questo: comprare più volte lo stesso libro. Preciso: non lo stesso libro in altra traduzione o diversa edizione (pratica buona & giusta, a volte necessaria), ma lo stesso libro nella stessa traduzione pubblicata dallo stesso editore nello stesso anno. Una copia. Una copia di una copia di una copia. Che assurdità. È come se ri-comprando lo stesso libro – o ri-rubandolo – potessi azzerare l’esperienza di lettura precedente (dunque: potessi azzerarti). Come se potessi ‘riverginare’ il libro. Oppure, come se quella innaturale fedeltà potesse concederti un accesso privilegiato alle zone segrete, alle zone oscure di quel libro.  Già, perché il principio di ogni libro è che abbia un unico lettore, un lettore eletto: tu. Gli altri sono dei vili mestatori di opinioni, degli eresiarchi. Tu sei il solo custode della verità appena sussurrata da quel libro che, pur tirato in migliaia di copie, esiste perché proprio tu lo legga. È stato scritto per te, incidentalmente gettato in pasto al vile mercato degli altri.  I libri esistono in un’unica copia, per un solo lettore. Tu. * (Diamoci il privilegio, in questo tempo brutale, in questo tempo funesto, di parlare di cose frivole, di cose che ci tengono stretti all’umano. Anche questo – come si accarezza un albero e si guardano le stelle – è un atto di grazia e di esistenza).  * Il primo libro che ho comprato almeno tre volte è l’Ulisse di Joyce. La sua lettura mi folgorò, al liceo – avevo un’insegnante di inglese particolarmente severa, che mi ha inoltrato nell’opera di Yeats e di Ezra Pound. Ho comprato tre copie dell’Ulisse, a distanza di tre anni, perché non lo capivo. Più non lo capivo, più mi incaponivo, mi incapronivo, mi incapricciavo. Quel libro racchiudeva un mondo, quel mondo non mi piaceva, ma lo volevo capire. Lo volevo.  * Un giorno, spiazzandomi, l’insegnante di inglese mi disse di preferire la letteratura mitteleuropea: il suo libro del cuore era La morte di Virgilio di Hermann Broch. A casa, mio padre ne aveva una copia. Il volto di Broch, in copertina, pareva quello di un alienato: a metà tra il Minotauro e il grifone. Il libro mi parve infinitamente più vasto e vertiginoso dell’Ulisse: ne ho ancora tre o quattro copie, da qualche parte.  * I libri che, negli anni, senza che ve ne sia bisogno, senza ritegno, si comprano più copie rientrano in un rango augusteo e angusto. Solo pochi vi appartengono. E – questo l’ho capito negli anni – ad appartenervi non sono per forza i libri più belli, quelli a cui siamo più affezionati. Di quelli, basta la copia originaria, basta riaprire quella per rientrare nelle proprie origini. Faccio un esempio che mi riguarda. Ho diverse copie del Libro della giungla di Rudyard Kipling perché, senza che lo abbia scelto, è penetrato nella mia infanzia. Ancora oggi, voglio essere Mowgli e Bagheera. “Non c’è chi non ne abbia sentito il fascino”, è scritto, scagionando la mia ossessione, nella Nota introduttiva dell’edizione Bur del 1951: l’ho trovata in un mercatino, qualche anno fa. La traduttrice, Giuliana Pozzo Galeazzi, ha tradotto anche Jane Eyre e Bertrand Russell. Il Libro della giungla non è il mio libro preferito – è il mio libro e basta.   Lo stesso rapporto infantile, selvatico, mi lega a Moby Dick – ne avevo decine di edizioni diverse, la prima apparteneva a mio padre: edizione Frassinelli, total white, traduzione di Cesare Pavese.  * Ai libri di cui ho comprato – o rubato – diverse copie mi lega un rapporto di amore e odio. Ne amo la nomea, il portamento, l’apertura alare, per così dire – eppure, continuo a sfidarli perché non sono riuscito a penetrarli. Ogni volta, rinnovo la sfida. Tra questi libri così singolari, che mi visitano ogni eone di mesi, ricordo La montagna incantata di Thomas Mann, La storia di Genji il Principe Splendente di Murasaki Shikibu, Rigodon di Céline, Sotto il vulcano di Malcolm Lowry. Sono libri che mi tormentano, di cui conosco alcune pagine a memoria, che ogni volta rileggo e abbandono. Benché possa citarne altri a me più cari – chessò, Cuore di tenebra di Conrad, L’urlo e il furore di Faulkner, Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, Come l’acqua che scorre di Marguerite Yourcenar, Chadži-Murat di Tolstoj – sono quelli i libri che mi accompagneranno, mordendomi il cranio, fino alla fine. * Di alcuni libri, è vero, ho acquistato più e più copie, per regalarli – non rientrano nel lotto della lotta. Tra questi, sono affezionato, con rigore totale, a Il colpo di grazia della Yourcenar e alla Casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata. Allo stesso modo, i libri che ci sono stati donati vivono in uno spazio tutto loro. Regalare un libro presuppone una intimità che intimidisce. Chi ci regala un libro pensa che siamo in qualche modo incardinati in quel libro, promessi a quel verbo: lo leggiamo, allora, per scoprire chi siamo agli occhi di chi ce lo ha donato. Le scoperte – e i fraintesi – sono spesso sorprendenti, a tratti agghiaccianti. Un libro che ci è stato donato e che non ci riguarda – che mancanza di riguardo – può essere donato a sua volta.  Valgono come autentici doni, però, soltanto i libri che abbiamo vissuto intensamente, quando non sottolineato e appuntato e strappato. Ricordo un’edizione delle lettere di Kafka a Milena – Mondadori, traduce Ferruccio Masini – che mi è stata regalata molti anni fa: modesta, sbrindellata, piena di note. Il regalo più bello – un patto.   * Cito soltanto romanzi. I poeti non rientrano in queste viete classifiche: hanno la pretesa di incendiare l’intera biblioteca e di resistere, frantumi di un futuro ancora da costruire. La poesia vuole dedizione, solitudine, amore; le poesie vanno imparate a memoria, il loro supporto non è un libro, ma l’intero corpo di chi legge.  Quando mi hanno regalato Hugo von Hofmannsthal, ad esempio, ho fatto i salti di gioia, fino a dire: è lui il più grande, è più grande di Rilke! Un’eresia, è vero, ma come si fa a non amare assolutamente un poeta? * Ogni volta che vado in libreria – ci vado di rado, ridotto per lo più a un ebete analfabetismo leggo soltanto i Vangeli, perimetrando la mia enorme inermità – non posso non comprare un’edizione del Dottor Živago: credo che sia uno dei libri decisivi del secolo, ma le poesie di Boris Pasternak siano infinitamente più belle. In questo, seguo il giudizio di Varlam Šalamov. Eppure, ogni volta torno a comprare Il dottor Živago – è una malattia la mia, lo so, voglio che Il dottor Živago sia il libro totale, il libro che risponde a ogni mio enigma, il libro che mi corrisponde. Ogni volta rileggo Il dottor Živago, ogni volta lo mollo – c’è qualcosa di liquido, qualcosa di paludoso che mi respinge.  In una delle ultime edizioni acquistate – Nuova Universale Einaudi, 44, 1968 – la prefazione di Eugenio Montale non è d’aiuto. Il grande poeta, da poco senatore a vita, scriveva prefazioni di solito gelide, attrezzate in sprezzatura, a tratti ingenerose, alle Liriche cinesi come alla Coscienza di Zeno; scrisse che “Il dottor Živagoè uno di quei libri che possono dar tempo al tempo”, che è come dire tutto e nulla.  * In ogni caso, ogni biblioteca privata esiste per essere spezzata. La biblioteca non è una voliera, è come un rapace: deve prendere il volo. Non si possono imprigionare i libri: hanno un destino vivente, di albero, di roccia. Eredità di eresie. Giampiero Neri, antico sapiente della poesia italiana, citava nei suoi libri innumeri altri libri, tra i tantissimi: Omero, Laozi, Melville, Tacito, i Ricordi di un entomologo di Jean-Henri Fabre. Recitava a memoria Dino Campana e Virgilio, amava la Vita di Milarepa. Eppure, la biblioteca di casa sua era scarna, uno scaffale appena. Neri regalava i libri a chiunque andava a trovarlo: io scelsi le Conversazioni con Kafka di Gustav Janouch in una vecchia edizione Guanda.  Anche Nicola Crocetti, ogni volta che vado a trovarlo, si congeda dai suoi libri, regalandomeli: l’ultimo, Kotik Letaev, è presentato come “il capolavoro di Andrej Belyj, il Joyce russo”. Lo ha curato Serena Vitale per “La biblioteca blu”, la formidabile collana di Franco Maria Ricci, era il 1973; il libro è stato stampato “a Torino presso il signor Giovanni Zeppegno”.  * Vagabondando di qui e di là, ho smarrito gran parte dei miei libri: che bello, li rincorrerò per sempre. Eredità è una parola-cecchino. Kotik Letaev mi fissa, mi squadra, è un libro sproporzionato: più che leggerlo, me lo immagino. Prima di leggerli, i libri vanno immaginati – se non sono all’altezza della vostra immaginazione, gettateli via.  La copertina di Kotik Letaev, bellissima, raffigura una serpe avvolta intorno a un uovo. Secondo il mito pelasgico, Ofione, il serpente, si arrotola sette volte intorno all’uovo cosmico deposto da Eurinome, “e ne uscirono tutte le cose esistenti: il sole, la luna, i pianeti, le stelle, la terra con i suoi monti, con i suoi fiumi, con i suoi alberi e con le erbe e le creature viventi” (così Robert Graves nei Miti greci, libro più volte trafugato, più volte ricevuto in dono).  Non servono più i libri, ma conformarsi alle stelle, stare nel verbo vivente.  L'articolo Sulla mania di comprare sempre gli stessi libri. Ovvero: conformarsi alle stelle proviene da Pangea.
September 13, 2025 / Pangea
Un arcipelago di cuori. Incontro con Irina Emelianova, la figlia “adottata” da Pasternak
È un sabato pomeriggio d’aprile. Parigi pare celebrare l’arrivo della primavera. La musica della vita invade le strade, la gente affolla i locali della Rive Gauche, forse nascono nuovi amori. In me risuonano le parole di Olga Ivinskaja, la donna che ha condiviso gli ultimi quattordici anni della vita di Boris Pasternak:  > “E dirò a me stessa sospirando > nell’impietosa luce del giorno: > sì, sarò stata malvagia, e peccatrice, > ma pur con tutto questo m’hai amata.”  Tengo strette le sue memorie, Prigioniero del tempo. La mia vita con Pasternak, mentre mi appresto ad incontrare Irina Emelianova, sua figlia.   Mi accoglie sulla soglia di casa, con limpidi e sereni occhi azzurri. Vedere quello sguardo terso, che ha incrociato quello di Pasternak, Ariadna Efron, Varlam Šalamov… mi commuove nel profondo. Mi toglie il fiato. Ma la sua gentilezza, il sorriso aperto, mi fanno subito sentire “a casa”, come se ci conoscessimo da sempre. Respiro familiarità, quello stesso calore che emerge dal suo libro Légendes de la rue Potapov, il leggendario appartamento a venti minuti dal centro di Mosca, dove l’amore, la gioia e la poesia hanno convissuto con le tragedie, le perquisizioni, gli arresti, le separazioni.  Mentre osservo le fotografie che campeggiano nel suo salotto, mi trovo a pensare che se il verbo ha un potere, è proprio quello di far risorgere la “vera vita”. Nel momento in cui Boris Pasternak muore, nel 1960, il suo romanzo, Il dottor Zivago, conosce un destino eccezionale, un successo planetario. Sappiamo che Olga Ivinskaja ha ispirato il personaggio di Lara e Irina quello della piccola Katia. Ecco: ora, davanti a me, c’è Katia, il riflesso di Lara, non più due eroine, simboli romantici, ma due donne vive, in carne ed ossa, che hanno suggerito a Pasternak la concezione di un’esistenza e di un amore fuori dal comune.  Sul treno che da Torino mi ha condotto a Parigi ho riletto per l’ennesima volta il capitolo finale di Zivago, quello in cui Lara ripercorre la sua storia con Jurij, di fronte alla sua salma, avanti all’inesorabilità della morte. In quelle pagine, Zivago-Pasternak pare anticipare la sua fine, come per donare a Lara-Olga gli strumenti per affrontarla, il diritto di piangere per lui da sola, nella certezza d’un amore unico, fondato sulla più intima conoscenza reciproca, qualcosa “che non veniva dal ragionamento, ardente, mutua. Istintiva, diretta”.  Come mi suonano vere, oggi, quelle parole… Irina mi mostra le foto di famiglia e il verbo si fa carne. “Oh, che amore era stato il loro, libero, inaudito, diverso da ogni cosa al mondo! Pensavano, come altri cantavano. Si sono amati non perché fosse ineluttabile, non perché ‘travolti dalla passione’, come si dice, falsando i fatti. Si sono amati perché così voleva tutto ciò che li circondava: la terra sotto di loro, il cielo sopra alle loro teste, le nuvole e gli alberi… Mai, mai, nemmeno nei momenti della felicità più gratuita, immemore, li aveva abbandonati qualcosa di più elevato e appassionante: il godimento al cospetto della generale armonia del mondo, il sentimento della loro appartenenza a tutto ciò, la sensazione di essere parte della bellezza di tutto quello spettacolo, di tutto l’universo. Da loro emanava questa comunione”. È una comunione cristiana quella che emerge da Zivago e Pasternak la sperimenta in prima persona con Olga Ivinskaja. Mentre il poeta ci osserva dall’alto della libreria, Irina mi racconta le loro tribolazioni: il primo arresto della madre, nel 1949, cui seguirono quattro anni di reclusione nei gulag. Lei ha undici anni. Boris la “adotta” e le permette di sopravvivere alla più grande miseria. In quegli stessi anni lo scrittore è in corrispondenza con Ariadna Efron, la figlia di Marina Cvetaeva, al confino aTuruchansk, nel nord della Siberia. È grazie al suo sostegno morale e finanziario se Ariadna sopravvive a condizioni esistenziali estreme. Irina e Ariadna divengono così le “figlie adottive” del poeta, figlie della sua anima, in un autentico “arcipelago di cuori” che li legherà fino alla fine.  Tutto questo passa attraverso le parole di Zivago, una lezione di vita, un’autentica “attrezzatura spirituale” che affonda le sue radici nel Vangelo, nell’amore per il prossimo  > “questa forma suprema dell’energia vivente, che riempie il cuore dell’uomo ed > esige di espandersi e di essere spesa”. Queste le parole chiave che mi trovo a condividere con Irina, testimone vivente di quell’amore straordinario > “l’apice di una reciproca > compatibilità di intenti > che non ammette gradazioni > e in cui nessuno sta sopra o sotto, > è un’equivalenza di intenzioni > dell’essere pieno nella sua interezza”.  Ripercorriamo assieme le Tre variazioni sull’amore, là ove Pasternak ne canta la “selvaggia tenerezza”. Su tutto, prevale l’ottica di un “amore superiore” che si stacca dalla terra per elevarsi verso il cielo. Dall’abbandono negli abbracci, la sensualità dei corpi si fa “anima e dolcezza”, veicolo di elevazione:  > “ognuno degli istanti, > in cui ci viene addosso come un alito > d’eternità il fremito della passione, > è un momento di rivelazione, > di un approfondimento > di noi stessi e della vita”. Versi da incidere nel cuore, cui aggrapparsi come a un deltaplano. Rileggendoli, ho sempre pensato: questo è “l’amore come dovrebbe essere” e ora ne sono pienamente consapevole.  Grazie ad Irina Emelianova vivo un momento di autentica rivelazione. La letteratura si fa vita. E quello che emerge è il quadro – umanissimo – di un amore vissuto come “empatia, indulgenza, comprensione, compassione”, così me ne parla Irina. Pasternak era lacerato tra l’amore per Olga e il matrimonio con Zinaida Neuhaus, ma “mia madre lo rassicurava…”, mi racconta, “era felice con lui, non gli ha chiesto di lasciare la sua famiglia… perché complicargli la vita? Con la sua età e tutto il resto?”. Ecco un sorprendente sustine et abstine, pronunciato con un tale equilibrio di forze da commuovermi.  “Mia madre ed io”, continua Irina, “abbiamo vissuto un secondo arresto due mesi dopo la morte di Pasternak. Il potere, l’incarnazione del male, si è vendicato sull’anima del poeta per questa ‘passione illegale’. Questo è stato il prezzo che mia madre ha dovuto pagare, scontando nove anni in prigione. Il 30 maggio di quest’anno avremo il nostro ‘giubileo’, a 65 anni dalla morte di Pasternak e dal nostro arresto.”  Mi affretto a trascrivere queste parole sul taccuino: Irina le pronuncia in francese e le ripete in russo. In questa comprensione-compassione, in questo prezzo da pagare (per vivere e amare), c’è tutto Il dottor Zivago. Zivago, Lara e Katia… ma soprattutto: Pasternak, Olga e Irina. Cuori pulsanti, sanguinanti, attraverso cui passa la vita. Quella vera: la testimonianza di una grande luce sulle persone che ne sono state irradiate, a cui essere grati, nel riflesso di una lezione universale.  Marilena Garis *In copertina: Boris Pasternak insieme a Olga e alla figlia, Irina L'articolo Un arcipelago di cuori. Incontro con Irina Emelianova, la figlia “adottata” da Pasternak proviene da Pangea.
May 20, 2025 / Pangea