Scrivere è spostarsi da dove si era fino al momento prima di scrivere, e leggere
è lo stesso – nella mia convinzione su cosa possa essere la scrittura, nella
ragione del mio continuare a leggere nell’epoca in corso nella quale si contano
sempre meno lettori o cosiddetti lettori forti, o così pare, definizioni a vuoto
tra l’altro: o si è lettori, ovvero si legge per non trovarsi più nello stesso
posto dove si era fino al momento prima di leggere, o si è al più sostenitori di
quel ramo industriale detto editoria che secca a velocità prodigiosa, sempre più
puntellato da protesi sintetiche dettate dagli algoritmi pappagalleschi che
nulla possono offrire della vitalità anarchica della letteratura. La letteratura
lo decide lei quand’è primavera, fa fiorire le rose anche d’inverno. La
scrittura di Angelo Ferracuti lo è al quadrato perché è scrittura in viaggio,
che è come dire viaggiare due volte, spostando in avanti l’umano desiderio di
varcare le frontiere, fossero pure quelle dell’immaginario e della morte, per
continuare a spostarci in avanti, perché ogni viaggio è l’ultimo soltanto fino
al viaggio dopo.
Nell’intervista di Morena Marsilio per la letteratura Working Class di te hai
detto: “non so fare altro che viaggiare e raccontare.” Che viaggio è stato
questa volta?
Impegnativo, in luoghi difficili da raccontare, entrando in contatto con gli
altri nel loro momento più delicato. All’hospice “La farfalla” di Montegranaro
la persona con cui ho parlato è morta da lì a poco. In una clinica in Svizzera
mi ha affidato la sua storia la donna che aveva accompagnato il marito, ricorso
il giorno prima all’eutanasia attiva. La commozione è una emozione che affatica.
Siamo di fronte non solo all’estetica del racconto ma a questioni etiche
fondamentali, e all’intimità delle relazioni umane più profonde. Raccontare gli
altri richiede l’assumersi una grande responsabilità. Il mio amico Dondero
diceva: “Io non fotografo le persone per un risultato estetico, le fotografo
perché mi interessano, perché esistono.” Il mio modo di raccontarle proviene
dall’oralità perduta della cultura contadina. Lo dico sempre: vorrei poter
raccontare a voce le mie storie, e così le scrivo. La volontà linguistica è la
naturalezza del parlato.
A proposito di Viaggio sul fiume mondo, chiesi cosa potesse essere vissuto
soltanto in Amazzonia, e la risposta fu: “la relazione costante con la morte,
che da noi è stata totalmente rimossa.” Con L’ultimo viaggio, che racconta
proprio i viaggi di chi va incontro alla morte che tarda a dare sollievo,
continui a esplorare il nostro rimosso?
Racconto i rimossi da sempre. Per anni ho scritto storie dal mondo del lavoro,
del suo immaginario volutamente e artatamente rimosso dallo storytelling dei
produttori, positivo ed edificante, che cancella i conflitti, il sudore e il
dolore di cui sono fatti. Racconto le storie che mi interessano. Ho appena
letto Teglie di rabbia dello svedese Henrik Johansson che racconta il mondo dei
panifici industriali, delle meccaniche interpersonali al suo interno, i rapporti
tra lavoratori stabili e precari e interinali, quello che se non fosse
raccontato non potrebbe mai essere visto, saputo. Dopo che leggi un libro così
neppure il pane quotidiano può continuare a essere guardato con gli stessi occhi
di prima. Il compito della letteratura è anche questo. Agire sullo sguardo verso
le cose.
Un viaggio prevede sempre un minimo di preparativi, pratici, mentali. Per
scrivere questo libro di reportage, quali sono stati?
Aver perso la mia prima moglie a quarantadue anni mi ha preparato, temprato.
In L’ultimo viaggio proseguono le riflessioni sulla morte che hanno portato alla
scrittura di La metà del cielo. Ho letto molto, visto molti film, come per
esempio il bellissimo Amour di Haneke. Il bagaglio era già pronto per questi che
sono racconti ancora più che reportage, infedeli soltanto nel montaggio, nel
senso che non ho inventato nulla di quello che è stato scritto. I santi bevitori
di Berlino, il sesto racconto del libro, restituisce una condizione umana
potentissima e non è nient’altro che la realtà. Aver avuto il fiuto di trovarla
è equivalso a essere a metà dell’opera.
Il tuo è un libro di viaggi ma anche di vagabondaggi. Attraversato dalla ricerca
di risposte come pure da una non del tutto sottintesa volontà di smarrirsi, tra
indirizzi forse presi male, appuntamenti messi a rischio dagli imprevisti,
rincorse dei protagonisti che preferiscono conservare un basso profilo. Come si
fa a raggiungere l’assenza di chi ha preferito spingersi verso l’ultima e
destinazione? È un libro paradossale.
È la realtà a essere paradossale se si impara a non distogliere gli occhi.
Entrare nell’hospice di Montegranaro è davvero come varcare la frontiera di un
purgatorio in terra, abitato da persone in attesa della morte, da spettri in
vita. Appena fuori c’è il mondo a cui siamo abituati con la sua velocità, mentre
lì dentro è tutto frammentato, silenzioso. Le foto di Marrozzini in apertura del
libro lo testimoniano bene.
Voglio entrare nel libro dalla porta di Oslo. Scrivi “almeno due volte l’anno
vado a Oslo.” Una delle scene che fermi nei tuoi taccuini sembra provenga dal
romanzo-capolavoro Gli inconsolabili di Ishiguro, è quella dove parli di una
delle stranezze di Oslo, che è “l’esistenza degli strani turnisti che cambiano
manualmente la traiettoria dei tram, una cosa che prima facevano direttamente
gli autisti, scendendo dalla locomotiva. Ho visto uno di questi scambisti che
usciva veloce dall’automobile per deviare il 19 sulla strada che porta a
Majorstuen, mentre fuori nevicava fittamente, prima di tornarsene dentro
l’abitacolo subito dopo in attesa di un nuovo passaggio. Una cosa assurda,
insensata, involontariamente comica, qualcosa del vecchio mondo corporale,
manuale che resiste.” Potrebbe valere come descrizione della vita in sé vista
dalla prospettiva della morte: assurda, insensata, involontariamente comica.
Non esistono più neppure gli scambisti dei tram. L’atteggiamento dei norvegesi
nei confronti della morte non è stato come me lo immaginavo. I popoli nordici
sono laici, gli olandesi sono all’avanguardia rispetto al diritto all’eutanasia
attiva, invece in Norvegia semplicemente non se ne parla. In parte agisce un
cristianesimo sotterraneo, l’antico nome di Oslo era Christiania, ma il punto è
che il popolo norvegese è molto vitalistico, in metropolitana vedi le persone
con gli sci, secondo un vecchio detto: vogliono morire con gli stivali ai piedi.
La Norvegia almeno ai miei occhi è un posto bizzarro, ricco di petrolio ma con
una percentuale di infelicità molto alta. Un popolo malinconico, come lo è la
sua letteratura. Ho intervistato molti scrittori norvegesi, da ultimo e di
recente Frode Grytten che con Il giorno in cui Nils Vik morì ha scritto proprio
un romanzo sul fine vita. I suoi lettori gli hanno detto che il libro li ha
aiutati a parlare di ciò di cui nessuno parla, del morire.
Nel libro si entra attraverso la foto scelta per la copertina, una sorta di
esposizione al negativo di uno degli scatti del secondo reportage fotografico di
Marrozzini. È la foto di Graziella a diciotto anni, la protagonista dell’ultimo
racconto, Tutta la vita. Graziella vive a Monteleone di Fermo, è paralizzata,
deve essere assistita in tutto, ma di andare a morire non ci pensa affatto.
Graziella è irriducibile. Era una donna depressa che ha reagito alla malattia in
maniera positiva. La sua storia racconta qualcos’altro però: lei può essere così
com’è grazie alla presenza di una comunità affettiva che è scomparsa nel resto
della società. Oggi si muore da vecchi, spesso da soli, abbandonati in una
corsia d’ospedale.
Graziella sceglie di tenersi la vita che ha.
Un libro che avvalorasse una parte sola, quella di chi come me è favorevole
all’eutanasia attiva, sarebbe stato un libro sprecato. L’intenzione è stata la
moltiplicazione dei punti di vista. Ogni scelta è quella giusta se presa in
rispetto della propria volontà. Quel che conta è poter scegliere. D’altronde c’è
un altro aspetto da dover tenere in considerazione: la vita ci appartiene ma noi
non apparteniamo solo a noi stessi. Mi viene in mente la storia di Lucio Magri e
di Luciana Castellina che lo tira giù dal treno verso la Svizzera, che gli dice:
tu non puoi andare a morire, non appartieni solo a te stesso, tu sei anche
nostro. Stiamo parlando del gruppo dei fondatori del “manifesto”, di laici
marxisti. Apparteniamo a noi stessi ma apparteniamo pure a una memoria, a una
comunità, ai nostri affetti.
Gli altri come deterrente alla morte.
Nella civiltà contadina da cui provengo, che aveva ci mancherebbe i suoi lati
coercitivi, c’era di sicuro che nessuno veniva lasciato da solo. In Un indovino
mi disse Tiziano Terzani, uno che è stato in viaggio tutta la vita, scrive che
morire nella casa dove si è nati, dove magari sono morti i propri genitori, i
propri nonni, è un po’ morire meno. È una frase rassicurante. Ho voluto
scrivere L’ultimo viaggio con lo stesso tono. È un libro rassicurante. Per me
raccontare i posti dove si va a morire ha significato demistificarne le immagini
deformate con cui sono entrati nell’immaginario collettivo. La morte è più
normale di quanto se ne pensi.
Nell’Hospice “La farfalla” di Montegranaro una infermiera ti “racconta di un
ragazzo che aveva acquistato su un sito internet il kit della morte, poi non è
riuscito ad usarlo, non si è fidato di iniettarsi la dose mortale.” Nella realtà
aggiornata, dov’è possibile ordinarsi la morte a domicilio, qual è il senso di
mettersi in viaggio verso la morte?
La Svizzera con le sue cliniche per l’eutanasia attiva è diventata una frontiera
dell’immaginario. Bisogna essere ben consapevoli che a decidere di fare questo
viaggio è chi vive il corpo come una prigione, chi non ne può più. Parliamo di
una percentuale bassissima di persone. In Svizzera rappresenta l’uno percento
dei decessi. Il numero di coloro che arrivano dall’Italia è talmente esiguo.
Però nell’immaginario collettivo ha preso uno spazio enorme, come se chiunque
muoia è perché è andato in Svizzera. Per chi soffre di malattie gravissime la
vita non è più vita, è una attesa disperata della morte. Il viaggio conserva un
immaginario molto forte, e in questi casi diventa un viaggio verso la
liberazione. In un paese cattolico come l’Italia potrà essere frainteso, ma
bisogna capire che le persone che finalmente intraprendono questo viaggio sono
felici, che per loro andare a morire è una gioia. È raggiungere la terra
promessa.
In direzione opposta a quello che può sembrare il feticismo della vita, il
vivere come dover vivere che tu voglia o no.
Nel libro mi sono sforzato per capire anche le cose che non condivido. E capisco
il dilemma dei medici contrari all’eutanasia attiva. La medicina nasce per
salvare la vita, è la sua missione, è la sua speranza. Allungare la vita costi
quel che costi pur di non darla vinta alla morte.
Sottolineature da L’ultimo viaggio: nell’hospice, “C’è un mobiletto con dei
libri, romanzi per lo più”; “Sabrina stava raccogliendo le sue cose, soprattutto
libri, che aveva letto mentre vegliava suo marito”; a Basilea “una scaffalatura
con alcuni dizionari di lingua spagnola e italiana, qualche romanzo”. Poi ci
sono gli oggetti che lasciano i morti per scelta in una camera dedicata della
clinica per l’eutanasia attiva: “Libri, taccuini eleganti”. In questo mondo,
dove gli scrittori – almeno in Italia – “sono diventati quando va
bene entertainers, continuamente in tour come improbabili star tra festival e
tristi raduni di lettori in provincia” e dove addestriamo programmi informatici
perché scrivano i libri a comando per andare incontro ai propri vizi da lettori,
la lettura e la scrittura sembra continuino a essere ciò a cui è ancora
possibile aggrapparsi mentre il proprio mondo emotivo e cognitivo si sta di
fatto dissolvendo.
Non ho inventato niente, erano lì. Certo sarà stato anche il mio interesse a
farmeli notare. I libri in una casa rivelano molto di chi sceglie di tenersi
proprio quelli. Di fronte al fatto della morte la letteratura resta uno dei
metodi di evasione momentanea più efficace. L’uomo con cui parlai all’hospice e
che morì poco dopo però non mi parlò di libri, mi descrisse la moto con cui gli
sarebbe piaciuto fare un viaggio se fosse uscito da lì. Quello che c’è, che
resiste, è il bisogno di raccontarsi, e di qualcuno che ascolti il tuo racconto.
Quando è successo a me ricordo che mia moglie mi strinse la mano, le sue ultime
parole furono: “Le bambine.” Abbiamo avuto due figlie. Non ha detto altro, aveva
già detto tutto.
Photo Giovanni Marrozzini; per gentile concessione
In L’ultimo viaggio ci sono dei lampi autobiografici, punti di collasso in cui
il raccontatore coincide con il raccontato. Frasi come: “Quando è morta mia
moglie non c’era ancora l’hospice”, come “penso che nelle cose che scrivo niente
è neutrale, neanche la nebbia”. In questo libro hai raccontato storie che
avrebbero potuto essere le tue?
Pochi mesi prima che morisse mia moglie avevo sentito di alcuni frati che
preparavano un decotto presunto curativo. Le dissi: “Vuoi che vada a prendertene
un bottiglione?” Mi guardò come fossi diventato matto. Non sono credente ma per
lei sarei andato in chiesa a dire una preghiera. Mi disse: “Questo te lo
risparmio.” Quando vivi sotto una pressione psicologica così stringente le pensi
tutte. Aver scritto anche di me in L’ultimo viaggio è la riprova che ho fatto
sul serio, che partecipo di quel che scrivo. Ci sono storie che avremmo
preferito non dover vivere ma che abbiamo dovuto vivere lo stesso. Non puoi
decidere ciò che devi vivere, però puoi decidere di raccontarlo e come
raccontarlo.
Altri viaggi da vivere per raccontarli?
Ce ne sono tanti! Sento il gran fascino di Pyramiden, nelle isole Svalbard, un
ex sito minerario svuotatosi dopo il crollo del muro di Berlino, dove è rimasto
tutto intatto e disabitato. Poi ho da sempre il sogno di attraversare i luoghi
di Jack London che è stato uno dei miei miti letterari di gioventù, le terre
dello Yukon e dei cercatori d’oro, perché ce ne sono ancora. Sono e resto in
cerca delle storie di cui sento io per primo la necessità che vengano
raccontate, ascoltate.
antonio coda
L'articolo “La morte è più normale di quanto si pensi”. Dialogo con Angelo
Ferracuti proviene da Pangea.
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C’è un momento, nel poema Il preludio di William Wordsworth, in cui l’esperienza
più semplice – una passeggiata intorno a un laghetto – diventa rivelazione
assoluta: «Se mai felicità ha visitato l’uomo,/ quel giorno una perfetta
felicità fu mia,/ distesa, continua, calma, contemplativa». È la registrazione
poetica di una calma che nasce dal contatto con il presente, dalla pura adesione
al fluire dell’esistenza. Questi versi sono citati in Elogio della vita
ordinaria. Contro un’idea di falsa grandezza (il Saggiatore, 2025), il nuovo
libro di Filippo La Porta, che ricorre a Wordsworth (il Wordsworth letto dal
grande critico americano Lionel Trilling) per intessere un elaborato, fascinoso
percorso culturale e letterario sulla felicità da rintracciare nelle forme
minime, nella passività elementare, contro la smania competitiva e l’ossessione
dell’eccezionale che contagia i nostri tempi.
Se a proposito di Wordsworth, infatti, Trilling stila un elenco di personaggi
letterari «di umile status e di umile cuore» imparentati con il grande poeta
inglese, collocandoli in una costellazione che va dai camerieri di Hemingway ai
neri di Faulkner, La Porta si collega a sua volta idealmente a questa
genealogia, proponendo un suo atlante dell’ordinario che è anche una
contro-narrazione alla mitologia della grandezza. La parola-chiave di questo
percorso è «quiete», intesa non come inerzia, bensì come forma della misura,
ostinazione a sottrarsi alla logica binaria della grandezza e del fallimento,
del successo e della rovina.Quiete, dunque, come categoria etica ed estetica
dell’amabilità, della mediocritas, parola che originariamente, in latino, non
aveva nulla di dispregiativo. Anzi. Orazio la definiva aurea, alludendo a un
ideale di equilibrio e saggezza; Aristotele, in greco, parlava di mesótes, il
giusto mezzo, ovvero il principio che permette di esaltare ciò che di più umano
esiste nell’uomo, la sua capacità di controllo delle passioni, la sua facoltà di
evitare gli estremi. Ma con l’età moderna qualcosa si incrina: da un lato il
Romanticismo con l’invenzione del genio e del sublime, la figura titanica che si
oppone al mondo, il culto del dolore trasformato in gloria; dall’altro il
capitalismo industriale, che innalza il mito dell’efficienza, della
produttività, del successo come imperativo categorico.
L’aurea mediocritas diventa, allora, la prerogativa per nulla attraente e
invidiabile di chi si accontenta miseramente. Eppure la misura consisteva,
originariamente, nel resistere all’eccesso, nel difendere l’umano
dalla hybris. Oggi, invece, la parola «mediocre» è stata sostituita da un
termine ancora più feroce e odioso: «sfigato». È l’epiteto che equivale alla
condanna sociale per chi non si adegua, non contribuisce al ritmo produttivo e
spettacolare che la società dei consumi pretende. Lo «sfigato» è colui che non
corre e non concorre. Ma proprio per questo è – anche – il granello di sabbia
che inceppa l’ingranaggio. La Porta ribalta pertanto, con la sua attenzione
all’umiltà e al quotidiano, una weltanschauung radicata nella nostra «civiltà»,
svelandone la fallacia, l’illusoria connessione tra tragicità e valore, che è
sempre a rischio di sfociare nel kitsch del sublime. Un ribaltamento che nasce
anche dalla sua esperienza biografica. Nei suoi ricordi del Sessantotto e degli
anni Settanta, la politica appare come un universo totalizzante: la scuola
trasformata in campo di battaglia, le assemblee interminabili, la convinzione
giovanile che chi rifiutava l’impegno politico fosse «inutile». In quella
stagione «calda», tutto sembrava dover passare dalla militanza, ogni gesto
misurato sulla scala della Storia. Ma è proprio dalla memoria di
quell’assolutismo morale che matura, col tempo, una presa di distanza. L’autore
riconosce in quell’atteggiamento il germe di una prepotenza etica, di una
visione che, basata sull’idea astratta di Rivoluzione, rischia di rendere
invisibili le persone concrete. Un caso emblematico – citato nel libro – è
Rossana Rossanda, figura alta e rispettabile, eppure esemplare di una politica
che sapeva guardare alla Storia rischiando di ignorare i singoli individui.
Il percorso biografico, dunque, funziona qui come un rovesciamento di sguardo,
che permette all’autore di passare dall’ossessione per l’azione all’elogio della
discrezione, dall’eroico al quotidiano. È in questo passaggio che La Porta
riconosce il valore sapienziale della mediocritas come modo di abitare il mondo
senza schiacciarlo sotto il peso di un’idea. E lo fa attraverso la letteratura,
costruendo un canone personale di personaggi della «vita ordinaria», a partire
da Lady Bertram sdraiata sul sofà in Mansfield Park di Jane Austen – vera icona
anti-eroica – e nello stesso romanzo, dalla protagonista Fanny Price con la sua
ostinata riservatezza, per proseguire con Oblomov nella sua vestaglia lisa,
quasi una sindone dell’inazione, nel capolavoro di Gončarov, i «ragazzini sempre
sconfitti» di Elsa Morante, i «non illustri» di Pontiggia, il dantesco Belacqua
che affascinò Beckett, e molti altri (perfino organismi come i licheni nelle
poesie di Camillo Sbarbaro, simbolo delle forme neglette della vita). Tutti
marginali, tutti apparentemente votati a un orizzonte ridotto, «del soprasuolo»
verrebbe da dire, contrapposti ai «profondi» Amleto e Raskolnikov. Eppure,
questi personaggi sono latori di una conoscenza, di un’acquisizione altrettanto
epifanica, se solo riuscissimo a concepire come valori cruciali – come viatico
di sopravvivenza – la loro disponibilità, la capacità di adattamento, di
comprensione, di relativismo.
Si tratta di una sapienza umile basata sull’attitudine ad apprendere la non
giudicabilità della vita – la sua irriducibilità a qualsiasi formula definitoria
– e a cercare gli interstizi per abitarla. Una sapienza che si traduce nella
pratica della mediazione, come ricorda Camus ne L’uomo in rivolta, opponendo la
«misura» alla «dismisura» che conduce al nichilismo. L’intreccio di riferimenti
che il libro propone è ricco e mai ornamentale: si va dalla citata Austen a
Manzoni, da Kafka a Orwell, da Chesterton a Hannah Arendt. Non manca la memoria
ebraica: la schiera invisibile dei «giusti nascosti» del Talmud, coloro che con
la sola esistenza impediscono la catastrofe. È un’idea che dialoga con l’elogio
della vita ordinaria: figure senza clamore, ma necessarie al mondo.
La Porta dunque smaschera il mito performativo che alimenta il presente, diffida
della retorica del «merito», denuncia l’ossessione per il successo da
talent-show. E al tempo stesso rivendica la giustizia minima di chi vive senza
clamore, la dignità di chi non si separa dalla comunità, la possibilità di amare
le creature – per riprendere il rabbino Hillel – proprio nella loro fragilità e
limitatezza.
La conclusione del libro è affidata a un ricordo personale: il suocero discreto,
amante dell’opera lirica e dei viaggi, che seppe seguire il suo ritmo senza
farsi sedurre dalle fanfare della Storia. È il volto concreto di quell’elogio:
la vita che non aspira all’eccezionalità, ma che custodisce nel suo stesso passo
la verità di un’esistenza riuscita. In fondo, nonostante il suo tono allocutorio
e affabile, la domanda che ci consegna questo libro è molto più radicale della
tesi che vuole sostenere: siamo ancora capaci di vedere, di riconoscere, di
amare l’invisibile che ci vive accanto?
Fabrizio Coscia
*In copertina: una scultura di Franz Xaver Messerschmidt
L'articolo Sia lode al mediocre, l’uomo che non si adegua alla società dei
consumi proviene da Pangea.
Che cosa sta accadendo? Niente, semplicemente niente. O meglio, è niente in
quanto accade in me, solo in me. Non è che gli altri non se ne accorgano, anzi.
Eppure è qualcosa di più grande che non riesco a dire. Proviamo! È un’idea della
maschera, ma trasparente. Un diorama. Un vetro posto davanti a un paesaggio, per
descriverlo, per tenerlo sotto lo sguardo. Appena lo spessore di un vetro, che
non mente, non permette di mentire, posto di fronte alla profondità dello
spazio, per dire il mio sentimento… Sentimento, sì, è questo! Quello che si
scambiano Hatem e Suleika, un canto intenso per loro, misurato, come un universo
corale, maturo a tal punto da essere in grado di raggiungere una sorta di
fenomenologia interna, poetica dello stare in equilibrio, costretti dalla
necessità di questo e del pensarsi in questo. Quasi una metafisica dell’essere e
del rimandare all’indicazione montaliana di un più in là, sempre in cerca, per
trovare pace nello spettacolo del mare, dove l’uomo non c’è, se non in
superficie, o in contemplazione, distante/vicino, manifestandosi la necessità
umana dell’abbandono.
Come posso esistere ancora, se non per te. Oh, che cos’è tutta questa vita? Ore
incerte, la risposta, che è il titolo dell’ultimo libro di Silvio Perrella (Il
Saggiatore, 2024). È ricorrente, durante la lettura del volume, la parola
diorama, vuole riflettere, è il paesaggio descritto che viene avanti, insieme
alle immagini dei quadri di Redon, che percorrono il libro. E si potrebbe dire
che paradossalmente non hanno la funzione di illustrare, giacché sono parte del
testo, cercano l’identificazione perfetta che avvenga fra la parola e
l’immagine. Non stanno lì solo per un fatto decorativo, vogliono suscitare
un’identità fra parola e cosa. La parola deve essere quella, lirica, rotonda,
incisiva, tronca su un finale, azzurra di cieli e di attesa ad incipit di
racconto. Si apre un prodigio sotto i nostri occhi. La letteratura ancora dice,
può dire, può aiutare a capire (ci meravigliamo, ma se è fatta per questo!). E
pensare che si parlava di niente, all’inizio. Un bel salto!
Così come accade qualcosa nel nostro spirito, scorrendo le immagini da una
pagina all’altra, le riproduzioni dei quadri di Odilon Redon (dipinte fra
Ottocento e Novecento). Sono nello spazio alto e cerchiato di un oblò, spiccate
sul bianco, oppure a pagina intera, o di fianco, o a marcare un angolo basso.
Hanno il colore del gesso, e allo stesso tempo si approssimano alla cenere, in
quanto evento avvenuto. Intendono quell’universo che si va sbriciolando in tardo
neoclassicismo, estenuato, stremato, e perciò cupo, ma impregnato di sentimento,
di bellezza. Rappresentano la follia del mondo dopo la fine, o all’inizio della
creazione, che è quasi un ritorno all’essere, hanno inscritto sul proprio corpo
la pietà. Sembrano questo, e aleggiano a un teatro antico, risalente al tempo
delle maschere, maschere nude, ma indossate al momento che non servono più, in
atto di dissolversi. E senza maschera che sono? Ecco l’incerto, ma cosa si vede?
A volte una creatura redenta, aureolata, a volte statuaria, o arresa,
inginocchiata sul paiolo di una barca, il mare sanguigno. A volte un particolare
mostra in primissimo piano un effetto materico della pittura. Ma ancora ci
sfugge tutto, il libro è profondo, non si riesce mai a dire completamente, anche
se siamo attratti, allietati, la parola ci conferma, ci accompagna a un sicuro
divenire, ci porta a stare dentro le cose, la loro natura. L’amore di Hatem e
Suleika, i due personaggi in giro per la terra, che lo scrittore incontra nei
pressi della Zisa di Palermo. Noi seguiamo, ci lasciamo guidare, perché sentiamo
lo spessore dei maestri.
Il corpo della scrittura, che cerca e registra, assorbe e si fa reale. È un
libro di spostamenti, di viaggi. E nell’andare dice il punto in cui cade il
sipario, crolla letteralmente, e finisce l’epoca della rappresentazione.
Prospero, nel finale de La tempesta di Shakespeare, spezza la sua bacchetta
magica, non ha più poteri. Non si può più continuare. Che cosa resta? Tutto,
niente, il mondo, la sua immagine, il dover morire, l’io, il non-io. Mi viene in
mente un racconto di Daniele Del Giudice, di un naufrago che trova come unico
sostegno in mare un quadro, egli ci si aggrappa con tutte le sue energie e si
salva, prosegue la sua navigazione fantastica, da Venezia a Buenos Aires, per
raggiungere il luogo dove avverrà la sua mostra. In realtà egli è un pittore, il
quadro è suo, galleggia, ce la fa a sopravvivere. La soggettività ci soccorre.
Piccola cosa, incerta, appunto, ma nell’esperienza dell’eterno si compie. Natura
che si compie in un frammento, stiamo su quello, guardiamo da lì. Ripeto,
insisto: cosa si vede? Viaggi e viaggi per il mondo, irrequietezza, si cerca
dov’è morto il poeta, dov’è vissuto, dove ha sperato, e si va all’origine della
propria nascita, della vita. Un quadro che improvvisamente si svela (ancora
quadri, quadri), ma è sempre un particolare. Non ce la facciamo a dire
l’interezza che comunque ci riguarda. Eppure, nel dire questo, si apre il mondo,
si spalanca la conoscenza. Il diorama senza anima, senza Dio, è un mistero
assoluto. Come si fa a vivere?, si chiede Silvio Perrella, in giro per il mondo,
come si fa ad amare? Il quadro davanti a cui sostiamo ce lo dice, perché anche
il pittore si è posto le stesse domande, e una domanda dietro l’altra fa un
infinito.
Attualmente, dove c’è il vuoto si sovrappone il mito, e il mito permane ad
avvalorare la sua inconsistenza. Che mito è?, insensatezza di spirito, moda,
gestualità che si sostituisce alla parola, blablabla. Si potrebbe interpretare
come teatro dell’assurdo, ma non lo è. Qui la nascita non avviene. Ci troviamo a
fare i conti con questo. Estremismo dell’inutilità, ma forse è sempre esistito.
Oggi è più grave?
La radice del libro consiste nel fatto che si può dire ancora l’umanità. Dunque
cercare in lungo e in largo il senso. È ricerca di bellezza, di vocazione, è, in
una parola, la fiamma, il nucleo abbagliante della fiamma, lisergico ed
esegetico. Quel farsi luce nella luce che è il libro, la parola. Fare della
parola ricerca. Colpisce la forza del movimento; la motivazione a dire chiede
forma. Si potrebbe pensare che non basta, occorre trovare il punto di verità
della parola, che è un vissuto, il mistero e il tragico che si compiono, ma
senza strepiti, solo uno svanire, che è lo sguardo incerto sull’orizzonte, la
pupilla tremante. Chiedere: se non siamo lì dove siamo? Tutto sta in questa
riflessione, in questo inizio, che allo stesso tempo stabilisce una rotta,
un’attitudine. Chiunque verrà a distrarci non otterrà quello che vuole. La
parola infatti è strumento, modella il nostro pensiero. Siamo una relazione. Al
chiudersi del libro se ne apre un altro, e un altro ancora. Libro che è
personaggio e lettore. Stai sognando?, mi correggono: ma se la morte è lì, e ci
sorprende.
Mi ricordo un filmato-intervista su Calvino, un giornalista e lo scrittore
insieme a Parigi, visitano una zona nuova, un cantiere. A un certo punto, fra
gli scavi, uno strano uomo con la pipa, chinato, ha trovato dei resti umani,
risalenti a chissà quando, e li spolvera servendosi di un pennello. Stupisce la
sorpresa di quell’evento, e poi in diretta! Tutto fa contrasto, una nuova Pompei
si apre… Ma come?, a Parigi? Sui visi di quei tre uomini (perché del cameraman
non sappiamo niente) un’umanità rinnovata si rivela, quasi una gratitudine, la
vita conferma la sua forza, non siamo venuti qui per niente, siamo vivi, che è
persino un andare oltre la pietà, per via di quello che abbiamo di fronte, ed è
capitato a loro, che sono uomini qualunque nel mezzo di un evento inatteso.
Incredibile! A questo serve la letteratura, io penso.
Ma cosa c’è all’origine di questo libro? Vedrete che alla fine lo capiremo.
Ricominciamo, leggiamo l’inizio:
> “Entra pure, lettore; attraversa la soglia: dai una prima occhiata; posiziona
> gli occhi; metti il corpo in condizione di essere veicolo; preparati al
> viaggio”.
L’autore vive attraverso noi che lo leggiamo, è una scelta consapevole,
realistica e percettiva, forse più che percettiva, di verità, oltre Calvino, a
cui sembra riferirsi come modello. La lingua è invitante fin dalle prime righe,
si accosta all’antico, s’incarica di dire l’ampiezza che ossigena il respiro. Di
seguito si legge:
> “Non si tratta di un viaggio consequenziale; un andare rettilineo; un portare
> il passo da un luogo all’altro seguendo la disposizione giudiziosa di una
> mappa”.
Ed entriamo subito nel cuore della scrittura:
> “Si tratta piuttosto di un’altalena tra Oriente e Occidente, tra albe e
> tramonti, con soste su mezzogiorni allucinati scarni meridiani”.
Ci appaiono Hatem e Suleika, qui è quando l’autore li vede per la prima volta, e
così pure il lettore:
> “Nel Divano occidentale-orientale di Goethe ho incontrato Hatem e Suleika. Ed
> ero a Palermo, nelle vicinanze della Zisa, maniero arabo-normanno; e lì,
> rifacendo nuovo lo sguardo, m’è parso rivederli vivere come clandestini
> dell’esistenza, amanti per i quali Baghdad non è mai lontana, intenti a
> svernare i giorni tra diorami meridiane caleidoscopi jukebox in disuso e
> capelli così arricciolati da spezzare i denti dei pettini. M’è sembrato che
> dalla loro posizione ambigua seguissero i miei movimenti; e mi veniva voglia e
> desiderio di ricambiare per sottrarre attimi di meraviglia amorosa dai loro
> corpi avvinti”.
Il nostro universo, la nostra memoria, sono un affastellarsi di tavole
sovrapposte, ma non per formare barricate, bensì per costruire il nostro vissuto
inestricabile, che si struttura inizialmente come un accumulo e poi distingue,
allinea, va a rintracciare un solco che dai nostri piedi corre lontano. Lingua
immersa nella lingua-mondo, lingua geometrica per dire il mondo-prisma. Che
gesto è?… pur dicendo il frammento, aspira a collocarsi nel tutto. Siamo
nell’Ora denominata occidentale orientale:
> “Epoche, quasi ere: prima Bisanzio, poi Costantinopoli; sempre crogiolo e
> arzigogolo, necessità di contatti, Occidente di qua, Oriente di là. Sempre
> ponti da costruire, visibili invisibili fragili spezzati ricostruiti slanciati
> nella notte illuminati ad arcobaleno con campate sempre più ardite e
> slanciate. Il ponte di Galata sta rintanato nel Corno d’oro; le sue ambizioni
> si restringono a un contatto stretto tra due parti della città”.
Passando per l’Ora baltica (“Arcipelago bosco soprattutto acqua. Lieve è lo
sciabordio del mare, fa suono come un’eco lontana. Ma c’è, basta avvicinarsi ai
contorni terracquei e agisce. Ninnananna ipnotica”), in grande arco di tempo e
di spazio, arriviamo all’Ora americana (“New York, la baia lampo
nell’oblò-diorama, la sua disarmante acquaticità. Il taxi lo lascia sul margine
di un marciapiede; l’albergo non è lontano; il trolley lo segue. Su su fino al
piano della camera; dalla finestra i passanti nella lontananza verticale
sembrano disegnati da Saul Steinberg; il fuso orario fa girare i pensieri
all’incontrario”).
Tuttavia è a metà del libro che avviene una ricomposizione con il mondo che
siamo, è venuto il momento di un ricongiungimento, il Mediterraneo, nostos, non
a caso il capitolo s’intitola Ora di battesimo:
> “Essenzialità di Punta Licosa, terraferma a forma di isola che si accompagna a
> un’isolina. Vasta pineta sul mare, punteggiata di carrubi e soprattutto di
> fichi. Tempo frammisto a pietre scanalate, arenarie in scivolo obliquo su
> materie intermedie. Se la raggiungi quando è il suo turno nella scansione
> delle ore ti dà misura di te”.
Il discorso si fa universale, non è nostalgico, aspira a divenire tutto, perciò
anche nostalgia. Oriente e Occidente segnano il cammino, il flusso della parola
che è in andirivieni, avamposto al sentimento dell’unire. Non è Silvio Perrella
che ha scritto Da qui a lì (Italo Svevo, 2018)?, una riflessione sul ponte.
L’abbiamo detto, adesso però si accenna all’infinito, insieme a percorsi che
uniscono, aspirazione ad andare di là, e sposarla quell’altra riva,
attraversando le strade sospese, carreggiate aeree che ci stanno sulla testa.
> “Ogni ponte ne richiama un altro e tutti i ponti, mentre Hatem cammina su
> quello di Cordova, si danno a convegno di pietre, fanno che si guardi
> dall’altra parte senza chiedersi cosa davvero ci aspetti, quale nuovo
> quartiere, quale pezzo ancorato di città si disegni nell’aria. Hatem si
> avvicina al ponte vecchio e osserva la sua curvatura che per un attimo lancia
> gli occhi nell’infinito. Non si vede altro che cielo andaluso, quasi al
> tramonto, le luci dei lampioni ancora spenti ma in procinto d’infiammarsi per
> dare chiarore alla notte”.
Ma la luce, che per tutto il tempo della narrazione ha prevalso, ora si spegne.
“La luce declina”, “facendoci ciechi di noi stessi”, in Ora oceanica si legge:
> “A Porto si arriva per desiderio di finisterre, all’indomani di molte cume
> senz’oracolo, di ore abbandonate, di minuti spersi nel buio, di brilli e
> capoversi”.
Alla fine dello spettacolo luminoso che è la vita, non corrisponde un
indebolirsi della parola, anzi, aumenta la suggestione: “Sono morto senza
saperlo”. Ci affidiamo all’enigma che siamo.
Vincenzo Gambardella
*In copertina e nell’articolo: opere di Odilon Redon (1840-1916)
L'articolo “Su mezzogiorni allucinati”. Intorno a “Ore incerte”, il libro di
Silvio Perrella proviene da Pangea.
Comunque, è un trafficare tra le ombre – è un cenacolo. Oh, sì: spalancare le
briciole sul palmo, fino al bruciore, e vedere i morti che vengono a
becchettare. Morti con il volto da ghepardo, morti immortali e morti morituri.
Morti che stanno in tasca, come un fiammifero.
Da un po’, inseguo le tracce fantasmatiche di Ivano Fermini. Ho letto alcuni
versi folgoranti; ho ricostruito alcuni percorsi. Milo De Angelis ne fu il
sulfureo, il negromante. Mi accenna ad Aldo Nove. Gli scrivo. Risposta secca, a
tagliagole – più tardi verrà il bene, viene dopo, al calor bianco, al netto di
tutto. Leggi questo. Inabissarsi. In quel libro, uscito per il Saggiatore – che
“ha in corso di pubblicazione la sua intera opera” – Aldo Nove parla di poeti,
di poesia, di un sé nell’Illiria lirica. Questa frase è a pagina 103:
> “Lo portavo sempre con me, negli anni terribili e salvifici del liceo, Georg
> Trakl. Fino a che non scelsi di suicidarmi con la stessa dose di cocaina con
> cui Trakl si tolse la vita”.
Poco prima, Nove ha ricalcato Grodek, la poesia suprema e terribile di Trakl,
“La sera risuonano i boschi autunnali/ di armi mortali…”. Inabissarsi è anche un
libro pieno di poesie – poesie che sono un allarme, poesie disarmate.
Inabissarsi significa anche catapultarsi in una catabasi. Che faccia male è
certo. I morti fanno le capriole. A volte, hanno una cresta di aculei sulla
schiena.
In Inabissarsi si parla di Ivano Fermini. Si parla anche di Milo De Angelis e di
Nicola Crocetti, di Franco Buffoni e di Silvio Raffo. Si parla di Elio
Pagliarani che compra le arance. Qualcuno – forse Cesare Cavalleri – mi ha
parlato di come Eugenio Montale comprava i carciofi. Ecco. “La consapevolezza di
un’arancia”. Così scrive Aldo Nove per farci capire cos’è un poeta. Attraversare
la crosta del frutto, “intuirne le proprietà, quasi fosse un pianeta”. Come le
arance di Cézanne, come la melità delle mele di Cézanne che tanto affascinò
Rilke.
Un capitolo di Inabissarsi è dedicato a Ivano Fermini. Nato a Bolzano,
trasferitosi a Milano, fece, a moti ondivaghi, l’operaio, “aveva degli enormi
baffi neri”. Fermini è morto vent’anni fa. Un giorno Fermini chiede a Nove se
può vivere con lui e Tiziana, “una ragazza a cui volevo molto bene, ovviamente
fino a che non ci siamo detestati a vicenda”. La cosa “non era possibile né
aveva senso”. Il poeta si dilegua. “Da quel giorno non lo vedemmo più”.
I poeti fanno così. A volte si disintegrano davanti ai nostri occhi per eccesso
di prossimità. A volte i poeti fanno la crisalide. A volte i poeti sono come
l’acqua in un secchio. Devi annaffiare le piante prima che si affollino, a
carapace, le zanzare.
Aldo Nove ha scritto che nella poesia di Fermini “tutto è primordiale. E succede
per la prima volta”. Abbiamo deciso di ripubblicare, dopo troppi anni, le sue
poesie, scollegate da ogni oggi, impossibili, bellissime.
Inabissarsi è dedicato a Federica Fracassi, l’attrice, e inizia con “lo schifo
assoluto di questo momento storico, la vergogna quotidiana di essere passati
alla forma più sofisticata ed efficace di dittatura, quella delle nostre
menti…”. Questo scrive a pagina 10 Aldo Nove:
> “Una poesia senza vita è nulla, oppure uno degli ennesimi giochi imperanti
> della finanza globale, cioè il fantasma mortale di qualcosa che non ha altro
> scopo che rapinare energia all’umano tradito, quasi ormai estinto.
>
> Una vita senza poesia è la trasformazione in atto dei «cittadini», o meglio
> degli umani, in automi obbedienti e non pensanti, quasi non più senzienti per
> la propria acquisita organicità a un gioco astratto di cifre appresso alle
> quali correre affannosamente per mantenere in piedi il nostro puro dato
> biologico”.
Il libro è costellato da fotografie di poeti – poeti fanciulli, eterni puer.
Amelia Rosselli bambina sulle spalle del papà, ad esempio.
Si parla – con ampiezza d’aquila – di Lorenzo Calogero, l’abbagliante poeta di
Melicuccà, Calabria.
Che libro superbamente eversivo, questo. Eversione perfino dal verso, dal fare
il verso a se stessi – c’è qualcosa di messianico nel poeta (quello vero, non
supino all’oggi, suino, alieno alla biada della fama, sfamato dai cieli) messo
alla gogna, insinuato nell’insulto, solitamente sputato, che spunta dove meno
credi.
Un giorno mi scrive “sono 8+3-2”; un giorno mi chiama “brillo” – brillio, dico.
Di Nicola Crocetti ricorda, “mi ha insegnato una fedeltà assoluta, nella totale
incuria verso il misero interesse personale”; ricorda che è stato “spesso
tradito da personaggi infami che ne hanno intuito e sfruttato biecamente la
sprezzante indifferenza verso il denaro”.
Insomma, parte un dialogo – all’incirca. Accerchiati da questo continuo crollo.
Come se il crepitio fosse uno scrivere a crepapelle – i volti posti all’azzurro
e congioire dei fiori, un rogo.
Scrivi: “La poesia è un destino. Il destino di chi libera tutti”. Cosa
significa?
La poesia (e il poeta, che ne è “l’umile messaggero”, per citare Nanni
Balestrini) esiste proprio in quanto destino, il che, mi sembra, indica una
sorta di escatologia empirica, immediata: “adesso”. Provo a dirlo diversamente:
la poesia disvela che non c’è nulla da svelare se non la trappola del
linguaggio, che il poeta sbroglia nell’atto della scrittura. Quell’attimo di
attività paradossale è il destino (di libertà, di autenticità) della poesia.
Che rapporto c’è tra il poeta è la Storia? Il poeta è nel mondo o è fuori dal
mondo – è mondo o immondo?
Come diceva Borges a proposito di Dante, entrambe le cose. “Movimento dello
spirito nel tempo”, a inaugurarne le stagioni e gli abissi. La Storia del resto
è fare narrazione… i fatti… esistono?
Esiste a tuo dire un rapporto consustanziale tra il poeta, l’uomo poeta, e la
sua poesia? Intendo, tra estetica ed etica?
Credo di sì ma è una questione talmente personale da sfuggire a qualunque
etichetta. Poeti si è se si vive la poesia. Altrimenti, come diceva Rilke
in Lettere a un giovane poeta, è davvero meglio lasciare perdere e guardare San
Remo.
Qual è il poeta che ti ha affascinato, la poesia che ti ha folgorato?
Ora c’è la disadorna di Milo De Angelis e Invece della rivoluzione di Nanni
Balestrini. Due scarti, nella mia vita, improvvisi e totali.
Che cos’è lo ‘spirito’? Qual è la tua poetica dell’esistere?
“Trasumanar per verba non si poria”.
Scrivi, in sostanza, che la poesia è una liberazione dalla “trappola” del
quotidiano? Poesia, allora, sempre sovversiva, eversiva? Ma a cosa serve infine
la poesia?
La poesia serve a distruggere lo squallore del quotidiano per riportarlo alla
sua materialità e ricostruirlo. Dura poco… è un gioioso, o se non è gioioso ne
vale la pena, mito tra Sisifo e Ulisse incantato dalle Sirene.
Nel tuo canone portatile quali sono i poeti primari, i poeti re?
Tanti, troppi. I già citati Balestrini e De Angelis, tra i contemporanei,
insieme a Valduga e Lamarque. Nella seconda metà del Novecento Giudici e
Zanzotto. E poi la triade Carducci Pascoli D’Annunzio. E indietro Tasso e
ovviamente Dante. E i Salmi…
La poesia a scuola: come si fa, cosa bisogna fare?
Escluderla. La scuola attualmente non ha nulla a che fare con la poesia. La si
conosce altrove. Chi ne ha bisogno la trova.
Parlano di Scurati, oscurando Georg Trakl: perché? Cos’è questa cosa detta
‘cultura’?
Si segue chi “ave del suo cul fatto trombetta” (Dante, nelle Malebolge). Siamo
in una scorreggioteca. La cultura è nelle catacombe. È nelle catacombe che si
dipanò nel mondo e nei secoli il messaggio cristiano. Tutto ciò che si propone
come ‘culturale’, oggi, è merda che crea hype: più puzza, più se ne parla. Si
deve ricominciare da zero. Anzi da tre, come diceva il grande Troisi. E pochi ma
buoni lo stanno facendo. Tra tutti, immenso, Nicola Crocetti.
L'articolo “Siamo in una scorreggioteca. Si deve ricominciare da zero”. Ovvero:
sulla poesia come destino. Dialogo con Aldo Nove proviene da Pangea.
Giacca giusta, cravatta, viso affilato e aristocratico, cappello costoso,
William S. Burroughs sembrava un Lord. Il Lord della disperazione; il Baronetto
del sottosuolo; il Principe della morfina.
La letteratura, si sa, nasce dal disastro, dalla morte.
E da una leggenda bugiarda.
Settembre 1951, Messico. Bisognerebbe scrivere una storia della letteratura
sugli scrittori che hanno sentito il bisogno di perdersi in Messico, in quei
meandri del delirio, che infernale ubriacatura, ce ne sono un mucchio, da
Antonin Artaud a Malcolm Lowry, da Carlo Coccioli a Hart Crane e Cormac
McCarthy.
Burroughs in delirio lisergico.
Piglia la pistola.
Mette il flûte in testa alla moglie, Joan Vollmer. 28 anni, viso da bambola.
William è più grande di un paio di lustri, ha studiato ad Harvard, rampollo
sregolato di una famiglia di ricchi; afferra l’arma, gioca a fare l’eroe, le
spara in faccia.
> “Poi ci fu quel terribile incidente con Joan Vollmer, mia moglie. Avevo un
> revolver che volevo vendere a un amico. Lo stavo controllando ed è partito un
> colpo: lei è rimasta uccisa. Qualcuno ha messo in giro la voce che stessi
> cercando di centrare un bicchiere di champagne sulla sua testa, alla Guglielmo
> Tell. Una cosa assurda e falsa”.
Verità, memoria e menzogna sono il fango mistico da cui esala l’esaltante
narrativa di Burroughs. Di certo c’è che Joan dà a William un figlio, nel 1947,
e che lui, scampando il processo, se ne scappa a casa di Paul Bowles, quello
del Tè nel deserto, a Tangeri. Lì, sgangherato dalla colpa, colto nel folto del
tremendo, Burroughs scrive il libro di culto, Pasto nudo, l’epos di un Ulisse
cocainomane, il regesto visionario di un malato (“La Malattia è la
tossicodipendenza e io per quindici anni sono stato un tossicomane”), la
stagionatura agli inferi di un cervello rimbaudiano in mescalina.
Pasto nudo diventò il Corano dei Beat, Burroughs l’Allah dei beatnik, Jack
Kerouac il suo profeta.
> “Jack Kerouac è stato fondamentale nell’alimentare il mio interesse per la
> scrittura. Tra l’altro, il titolo Pasto nudo si deve a lui: è stato un caso,
> naturalmente. Continuava a dirmi che dovevo fare lo scrittore, e io gli
> rispondevo che non sapevo niente di letteratura. Così ho davvero cominciato
> piuttosto tardi”.
Raffinato, viziato, vizioso, nessuno ha mai saputo descrivere adeguatamente
Burroughs. “Era un Raskol’nikov in cerca di tutte le cose che non si dovrebbero
fare. Voleva semplicemente provare tutto”, ha detto Allen Ginsberg. Certo. C’è
il delitto, l’immolazione nel castigo, la baraonda catartica, l’alchimia della
droga.
Nel 1963, a Parigi, prima di intervistarlo, Joseph Barry lo vede così,
> “Un tizio un po’ curvo, alto circa uno e ottanta; magro; un volto scarno che
> sembra un misto di Ralph Richardson e Buster Keaton”.
Insomma, un attore dell’assurdo. Su Village Voice, a declamarne il talento, uscì
questa didascalia:
> “Tossico e assassino formatosi ad Harvard, William S. Burroughs è stato un
> illustre decano della feccia… In misura maggiore di quanto non lo rendesse
> possibile la sua leggenda, era anche un uomo dal pensiero complesso,
> inquietante e visionario, profondamente paranoico e profondamente morale”.
Lui, teorico della letteratura come sprofondamento nella notte oscura dei sensi
e dei pensieri, era più sbrigativo, “sono robaccia – e sarò per sempre un
drogato”.
L’ennesimo paradosso di questo inafferrabile surfer dell’Lsd è che “odiava
rilasciare interviste” (così Sylvère Lotringer), solo che il tomo che
raccoglie tutte le sue Interviste, stampato da il Saggiatore, una specie di
monumento e di monolite, va avanti per 1200 pagine e passa (2018). Burroughs
stava meglio nel suo mondo immaginario, macerato a dovere dalla coca, più che in
quello reale. Lo intervistavano e lui balbettava, eludeva, rispondeva a
monosillabi, si perdeva in una amazzonia di metafore. A Londra, nel 1974, il
Duca della Beat generation dialoga con il Duca Bianco, David Bowie, e tartaglia,
farfuglia, William tratta la superstar come uno scrittore vero (“È piuttosto
sorprendente che siano testi così complessi, e che possano conquistare un
pubblico di massa…”), e Bowie fa spallucce, fa il falso modesto, come di fronte
al frontman dei fan (“Sono abbastanza sicuro che alla gente che ascolta le mie
cose non interessano i testi”).
Dunque, a cosa serve questa mole micidiale di interviste, colloqui,
registrazioni (un centinaio)? A fare l’elenco dei – rari – scrittori che
piacciono al guru dei fulminati, ad esempio. Sintesi magnetica:
> “C’è Joyce. Shakespeare, Rimbaud, alcuni scrittori di cui la gente non ha mai
> sentito parlare… Genet, naturalmente, ma la sua è una prosa francese classica.
> Non è un innovatore linguistico. Poi ci sono Kafka, Eliot e Conrad, che è uno
> dei miei preferiti”.
Legge con gusto Graham Greene, legge Le Carré (“proprio un bravo scrittore”),
non gli parlate di 1984 (“sembra quasi naif, alquanto obsoleto”), è lucidamente
crudele riguardo a Hemingway (“Le nevi del Kilimangiaro penso che sia un grande
racconto. Se prendi invece cose come Verdi colline d’Africa e Di là dal fiume e
tra gli alberi, la sua immagine ha preso il sopravvento. L’eccesso di immagine è
molto pericoloso per uno scrittore”), ama H.G. Wells (“mi è sempre sembrato uno
dei migliori”) e C.S. Lewis (“Un altro che mi piace moltissimo.
In Quell’orribile forza e Lontano dal pianeta silenzioso ho trovato molte
analogie con le mie idee”), offre una fulminante esegesi di Céline:
> “Mi pare che i fraintendimenti dei critici rispetto alla sua opera siano
> simili a quelli che investono anche i miei lavori: dicevano che fosse un
> diario della disperazione ecc. Io la trovavo invece molto divertente. Penso
> che sia in primo luogo uno scrittore umoristico”.
Quanto al resto, Burroughs, dal suo Nirvana nitido come un urlo, ha capito, già
allora, che la frustrazione è la molla del capitalismo (“La celebrazione totale
del piacere assoluto significherebbe la fine del sistema. Se davvero fossimo
tutti appagati sessualmente, il bisogno di automobili e televisioni
diminuirebbe”), disprezza indolentemente i politici (“Trovo insulso il loro modo
di pensare, così rivolto all’esterno, orientato sull’immagine, sul potere. Mi
annoiano; non li odio”), vorrebbe fare la rivoluzione con i Rolling Stones (“I
Rolling Stones si considerano dei rivoluzionari? Certo che sì, baby. Cercano di
aiutare in tutti i modi, e sono dalla nostra parte, completamente”), inaugura un
ambientalismo radiosamente radicale (“L’uomo è un cattivo animale. Prima
distrugge la razza umana, poi gli animali, infine l’ambiente”).
Quando gli chiedono che razza di vita selvaggia abbia vissuto, Burroughs, con
educazione, blocca chi lo interpella, “La maggior parte del tempo l’ho passata
alla macchina da scrivere e non a tenermi impegnato con chissà quali
spumeggianti accadimenti”, dice. E se uno pensa che William sia un contorto
nichilista, mostrificato dal nulla, sbaglia, “Se non fossi sorpreso della tua
vita, non saresti vivo. La vita è una sorpresa!”, grida.
Così il decano degli sballati decanta l’esistenza, compila il suo folle inno
all’ottimismo.
L'articolo Ulisse cocainomane, Raskol’nikov dei Beat. Vita eccentrica di William
S. Burroughs, un ottimista proviene da Pangea.