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“La morte è più normale di quanto si pensi”. Dialogo con Angelo Ferracuti
Scrivere è spostarsi da dove si era fino al momento prima di scrivere, e leggere è lo stesso – nella mia convinzione su cosa possa essere la scrittura, nella ragione del mio continuare a leggere nell’epoca in corso nella quale si contano sempre meno lettori o cosiddetti lettori forti, o così pare, definizioni a vuoto tra l’altro: o si è lettori, ovvero si legge per non trovarsi più nello stesso posto dove si era fino al momento prima di leggere, o si è al più sostenitori di quel ramo industriale detto editoria che secca a velocità prodigiosa, sempre più puntellato da protesi sintetiche dettate dagli algoritmi pappagalleschi che nulla possono offrire della vitalità anarchica della letteratura. La letteratura lo decide lei quand’è primavera, fa fiorire le rose anche d’inverno. La scrittura di Angelo Ferracuti lo è al quadrato perché è scrittura in viaggio, che è come dire viaggiare due volte, spostando in avanti l’umano desiderio di varcare le frontiere, fossero pure quelle dell’immaginario e della morte, per continuare a spostarci in avanti, perché ogni viaggio è l’ultimo soltanto fino al viaggio dopo.  Nell’intervista di Morena Marsilio per la letteratura Working Class di te hai detto: “non so fare altro che viaggiare e raccontare.” Che viaggio è stato questa volta? Impegnativo, in luoghi difficili da raccontare, entrando in contatto con gli altri nel loro momento più delicato. All’hospice “La farfalla” di Montegranaro la persona con cui ho parlato è morta da lì a poco. In una clinica in Svizzera mi ha affidato la sua storia la donna che aveva accompagnato il marito, ricorso il giorno prima all’eutanasia attiva. La commozione è una emozione che affatica. Siamo di fronte non solo all’estetica del racconto ma a questioni etiche fondamentali, e all’intimità delle relazioni umane più profonde. Raccontare gli altri richiede l’assumersi una grande responsabilità. Il mio amico Dondero diceva: “Io non fotografo le persone per un risultato estetico, le fotografo perché mi interessano, perché esistono.” Il mio modo di raccontarle proviene dall’oralità perduta della cultura contadina. Lo dico sempre: vorrei poter raccontare a voce le mie storie, e così le scrivo. La volontà linguistica è la naturalezza del parlato.  A proposito di Viaggio sul fiume mondo, chiesi cosa potesse essere vissuto soltanto in Amazzonia, e la risposta fu: “la relazione costante con la morte, che da noi è stata totalmente rimossa.” Con L’ultimo viaggio, che racconta proprio i viaggi di chi va incontro alla morte che tarda a dare sollievo, continui a esplorare il nostro rimosso? Racconto i rimossi da sempre. Per anni ho scritto storie dal mondo del lavoro, del suo immaginario volutamente e artatamente rimosso dallo storytelling dei produttori, positivo ed edificante, che cancella i conflitti, il sudore e il dolore di cui sono fatti. Racconto le storie che mi interessano. Ho appena letto Teglie di rabbia dello svedese Henrik Johansson che racconta il mondo dei panifici industriali, delle meccaniche interpersonali al suo interno, i rapporti tra lavoratori stabili e precari e interinali, quello che se non fosse raccontato non potrebbe mai essere visto, saputo. Dopo che leggi un libro così neppure il pane quotidiano può continuare a essere guardato con gli stessi occhi di prima. Il compito della letteratura è anche questo. Agire sullo sguardo verso le cose.  Un viaggio prevede sempre un minimo di preparativi, pratici, mentali. Per scrivere questo libro di reportage, quali sono stati? Aver perso la mia prima moglie a quarantadue anni mi ha preparato, temprato. In L’ultimo viaggio proseguono le riflessioni sulla morte che hanno portato alla scrittura di La metà del cielo. Ho letto molto, visto molti film, come per esempio il bellissimo Amour di Haneke. Il bagaglio era già pronto per questi che sono racconti ancora più che reportage, infedeli soltanto nel montaggio, nel senso che non ho inventato nulla di quello che è stato scritto. I santi bevitori di Berlino, il sesto racconto del libro, restituisce una condizione umana potentissima e non è nient’altro che la realtà. Aver avuto il fiuto di trovarla è equivalso a essere a metà dell’opera.  Il tuo è un libro di viaggi ma anche di vagabondaggi. Attraversato dalla ricerca di risposte come pure da una non del tutto sottintesa volontà di smarrirsi, tra indirizzi forse presi male, appuntamenti messi a rischio dagli imprevisti, rincorse dei protagonisti che preferiscono conservare un basso profilo. Come si fa a raggiungere l’assenza di chi ha preferito spingersi verso l’ultima e destinazione? È un libro paradossale.  È la realtà a essere paradossale se si impara a non distogliere gli occhi. Entrare nell’hospice di Montegranaro è davvero come varcare la frontiera di un purgatorio in terra, abitato da persone in attesa della morte, da spettri in vita. Appena fuori c’è il mondo a cui siamo abituati con la sua velocità, mentre lì dentro è tutto frammentato, silenzioso. Le foto di Marrozzini in apertura del libro lo testimoniano bene. Voglio entrare nel libro dalla porta di Oslo. Scrivi “almeno due volte l’anno vado a Oslo.” Una delle scene che fermi nei tuoi taccuini sembra provenga dal romanzo-capolavoro Gli inconsolabili di Ishiguro, è quella dove parli di una delle stranezze di Oslo, che è “l’esistenza degli strani turnisti che cambiano manualmente la traiettoria dei tram, una cosa che prima facevano direttamente gli autisti, scendendo dalla locomotiva. Ho visto uno di questi scambisti che usciva veloce dall’automobile per deviare il 19 sulla strada che porta a Majorstuen, mentre fuori nevicava fittamente, prima di tornarsene dentro l’abitacolo subito dopo in attesa di un nuovo passaggio. Una cosa assurda, insensata, involontariamente comica, qualcosa del vecchio mondo corporale, manuale che resiste.” Potrebbe valere come descrizione della vita in sé vista dalla prospettiva della morte: assurda, insensata, involontariamente comica.  Non esistono più neppure gli scambisti dei tram. L’atteggiamento dei norvegesi nei confronti della morte non è stato come me lo immaginavo. I popoli nordici sono laici, gli olandesi sono all’avanguardia rispetto al diritto all’eutanasia attiva, invece in Norvegia semplicemente non se ne parla. In parte agisce un cristianesimo sotterraneo, l’antico nome di Oslo era Christiania, ma il punto è che il popolo norvegese è molto vitalistico, in metropolitana vedi le persone con gli sci, secondo un vecchio detto: vogliono morire con gli stivali ai piedi. La Norvegia almeno ai miei occhi è un posto bizzarro, ricco di petrolio ma con una percentuale di infelicità molto alta. Un popolo malinconico, come lo è la sua letteratura. Ho intervistato molti scrittori norvegesi, da ultimo e di recente Frode Grytten che con Il giorno in cui Nils Vik morì ha scritto proprio un romanzo sul fine vita. I suoi lettori gli hanno detto che il libro li ha aiutati a parlare di ciò di cui nessuno parla, del morire. Nel libro si entra attraverso la foto scelta per la copertina, una sorta di esposizione al negativo di uno degli scatti del secondo reportage fotografico di Marrozzini. È la foto di Graziella a diciotto anni, la protagonista dell’ultimo racconto, Tutta la vita. Graziella vive a Monteleone di Fermo, è paralizzata, deve essere assistita in tutto, ma di andare a morire non ci pensa affatto.  Graziella è irriducibile. Era una donna depressa che ha reagito alla malattia in maniera positiva. La sua storia racconta qualcos’altro però: lei può essere così com’è grazie alla presenza di una comunità affettiva che è scomparsa nel resto della società. Oggi si muore da vecchi, spesso da soli, abbandonati in una corsia d’ospedale.  Graziella sceglie di tenersi la vita che ha. Un libro che avvalorasse una parte sola, quella di chi come me è favorevole all’eutanasia attiva, sarebbe stato un libro sprecato. L’intenzione è stata la moltiplicazione dei punti di vista. Ogni scelta è quella giusta se presa in rispetto della propria volontà. Quel che conta è poter scegliere. D’altronde c’è un altro aspetto da dover tenere in considerazione: la vita ci appartiene ma noi non apparteniamo solo a noi stessi. Mi viene in mente la storia di Lucio Magri e di Luciana Castellina che lo tira giù dal treno verso la Svizzera, che gli dice: tu non puoi andare a morire, non appartieni solo a te stesso, tu sei anche nostro. Stiamo parlando del gruppo dei fondatori del “manifesto”, di laici marxisti. Apparteniamo a noi stessi ma apparteniamo pure a una memoria, a una comunità, ai nostri affetti.  Gli altri come deterrente alla morte. Nella civiltà contadina da cui provengo, che aveva ci mancherebbe i suoi lati coercitivi, c’era di sicuro che nessuno veniva lasciato da solo. In Un indovino mi disse Tiziano Terzani, uno che è stato in viaggio tutta la vita, scrive che morire nella casa dove si è nati, dove magari sono morti i propri genitori, i propri nonni, è un po’ morire meno. È una frase rassicurante. Ho voluto scrivere L’ultimo viaggio con lo stesso tono. È un libro rassicurante. Per me raccontare i posti dove si va a morire ha significato demistificarne le immagini deformate con cui sono entrati nell’immaginario collettivo. La morte è più normale di quanto se ne pensi. Nell’Hospice “La farfalla” di Montegranaro una infermiera ti “racconta di un ragazzo che aveva acquistato su un sito internet il kit della morte, poi non è riuscito ad usarlo, non si è fidato di iniettarsi la dose mortale.” Nella realtà aggiornata, dov’è possibile ordinarsi la morte a domicilio, qual è il senso di mettersi in viaggio verso la morte? La Svizzera con le sue cliniche per l’eutanasia attiva è diventata una frontiera dell’immaginario. Bisogna essere ben consapevoli che a decidere di fare questo viaggio è chi vive il corpo come una prigione, chi non ne può più. Parliamo di una percentuale bassissima di persone. In Svizzera rappresenta l’uno percento dei decessi. Il numero di coloro che arrivano dall’Italia è talmente esiguo. Però nell’immaginario collettivo ha preso uno spazio enorme, come se chiunque muoia è perché è andato in Svizzera. Per chi soffre di malattie gravissime la vita non è più vita, è una attesa disperata della morte. Il viaggio conserva un immaginario molto forte, e in questi casi diventa un viaggio verso la liberazione. In un paese cattolico come l’Italia potrà essere frainteso, ma bisogna capire che le persone che finalmente intraprendono questo viaggio sono felici, che per loro andare a morire è una gioia. È raggiungere la terra promessa. In direzione opposta a quello che può sembrare il feticismo della vita, il vivere come dover vivere che tu voglia o no. Nel libro mi sono sforzato per capire anche le cose che non condivido. E capisco il dilemma dei medici contrari all’eutanasia attiva. La medicina nasce per salvare la vita, è la sua missione, è la sua speranza. Allungare la vita costi quel che costi pur di non darla vinta alla morte.  Sottolineature da L’ultimo viaggio: nell’hospice, “C’è un mobiletto con dei libri, romanzi per lo più”; “Sabrina stava raccogliendo le sue cose, soprattutto libri, che aveva letto mentre vegliava suo marito”; a Basilea “una scaffalatura con alcuni dizionari di lingua spagnola e italiana, qualche romanzo”. Poi ci sono gli oggetti che lasciano i morti per scelta in una camera dedicata della clinica per l’eutanasia attiva: “Libri, taccuini eleganti”. In questo mondo, dove gli scrittori – almeno in Italia – “sono diventati quando va bene entertainers, continuamente in tour come improbabili star tra festival e tristi raduni di lettori in provincia” e dove addestriamo programmi informatici perché scrivano i libri a comando per andare incontro ai propri vizi da lettori, la lettura e la scrittura sembra continuino a essere ciò a cui è ancora possibile aggrapparsi mentre il proprio mondo emotivo e cognitivo si sta di fatto dissolvendo. Non ho inventato niente, erano lì. Certo sarà stato anche il mio interesse a farmeli notare. I libri in una casa rivelano molto di chi sceglie di tenersi proprio quelli. Di fronte al fatto della morte la letteratura resta uno dei metodi di evasione momentanea più efficace. L’uomo con cui parlai all’hospice e che morì poco dopo però non mi parlò di libri, mi descrisse la moto con cui gli sarebbe piaciuto fare un viaggio se fosse uscito da lì. Quello che c’è, che resiste, è il bisogno di raccontarsi, e di qualcuno che ascolti il tuo racconto. Quando è successo a me ricordo che mia moglie mi strinse la mano, le sue ultime parole furono: “Le bambine.” Abbiamo avuto due figlie. Non ha detto altro, aveva già detto tutto.  Photo Giovanni Marrozzini; per gentile concessione In L’ultimo viaggio ci sono dei lampi autobiografici, punti di collasso in cui il raccontatore coincide con il raccontato. Frasi come: “Quando è morta mia moglie non c’era ancora l’hospice”, come “penso che nelle cose che scrivo niente è neutrale, neanche la nebbia”. In questo libro hai raccontato storie che avrebbero potuto essere le tue? Pochi mesi prima che morisse mia moglie avevo sentito di alcuni frati che preparavano un decotto presunto curativo. Le dissi: “Vuoi che vada a prendertene un bottiglione?” Mi guardò come fossi diventato matto. Non sono credente ma per lei sarei andato in chiesa a dire una preghiera. Mi disse: “Questo te lo risparmio.” Quando vivi sotto una pressione psicologica così stringente le pensi tutte. Aver scritto anche di me in L’ultimo viaggio è la riprova che ho fatto sul serio, che partecipo di quel che scrivo. Ci sono storie che avremmo preferito non dover vivere ma che abbiamo dovuto vivere lo stesso. Non puoi decidere ciò che devi vivere, però puoi decidere di raccontarlo e come raccontarlo. Altri viaggi da vivere per raccontarli? Ce ne sono tanti! Sento il gran fascino di Pyramiden, nelle isole Svalbard, un ex sito minerario svuotatosi dopo il crollo del muro di Berlino, dove è rimasto tutto intatto e disabitato. Poi ho da sempre il sogno di attraversare i luoghi di Jack London che è stato uno dei miei miti letterari di gioventù, le terre dello Yukon e dei cercatori d’oro, perché ce ne sono ancora. Sono e resto in cerca delle storie di cui sento io per primo la necessità che vengano raccontate, ascoltate. antonio coda  L'articolo “La morte è più normale di quanto si pensi”. Dialogo con Angelo Ferracuti proviene da Pangea.
April 24, 2026 / Pangea
“La nostra società rifugge la morte, per questo ne è perseguitata – ma io sono un avventuriero”. Dialogo con Guidalberto Bormolini
È un derviscio cristiano, un’asceta non violento ma combattente; è soprattutto un artigiano dell’ineffabile. Padre Guidalberto Bormolini, sacerdote e teologo, è una figura che sembra uscita da un’Italia laterale e numinosa. Falegname e monaco, liutaio e operaio, riferimento spirituale di figure chiave della nostra storia, come Franco Battiato, uno dei suoi amici e discepoli, tanatologo, Bormolini ha vissuto come se avesse voluto attraversare una a una tutte le strade per costeggiare l’invisibile. Figlio di una famiglia di avventurieri e rivoluzionari, da trent’anni vive nel solco dei “Ricostruttori nella preghiera”, alternando vita monastica e tanatoterapia, con la ricostruzione di borghi abbandonati con la sua Tuttoèvita per trasformarli in luoghi di spiritualità e centri ecumenici. Nelle sue lezioni affronta il mistero della morte  e il segreto della gioia, portando nella Chiesa una nota insieme arcaica e postmoderna che unisce contemplazione, cura spirituale, dialogo interreligioso conciliando fedeltà all’origine e speranza cristiana nell’avvenire.   L’opera bormoliniana è pertanto radicale nella sua ricerca di una spiritualità che tiene insieme meditazione e vita attiva, cura spirituale e solidarietà, morte e rapporto col creato. Temi che ha affrontato nei suoi ultimi libri Che accada l’impossibile, Accorgersi di essere vivi, La cura spirituale, La vera ricchezza, Ricordati che devi morire. Testi che uniscono ascesi, consolazione e ricerca dell’infinito e che mostrano Bormolini come una figura essenziale per confrontarsi sui temi dello spirito e i nodi dell’esistenza nell’epoca del dominio della tecnica.  In L’arte della meditazione lei presenta il meditare non come evasione, ma come ritorno all’essenziale. Che cosa ha perduto l’uomo contemporaneo nel suo rapporto con il silenzio, che solo la meditazione può restituirgli? C’è un mito, che per me è centrale: il mito dell’origine, di un tempo in cui l’uomo era in contatto con l’essenziale e con ciò che è alla radice di tutto quello che esiste. Lo chiamiamo anche Eden, ma è una parola troppo stretta per rendere la ricchezza delle tradizioni del mondo: dall’Africa all’America, fino all’Asia e all’area indo-europea, ritorna l’idea di uno stato beato, aureo, lontano. Lì eravamo in contatto con la fonte della vita, con l’amore infinito che ci ha generati. Poi questo stato è andato perduto. Perciò la meditazione non è un’evasione dallo stress o dalle guerre del presente: è il contrario, è andare alla radice della vita. Scendere in profondità significa andare oltre le apparenze, fino all’essenza e all’origine. In Accorgersi di essere vivi torna l’idea che gran parte dell’esistenza venga vissuta in una sorta di assenza di sé, oltre che di apatia rispetto al sacro.  Penso che i bisogni più profondi dell’essere umano siano rivolti a ciò che è invisibile. Le cose che contano davvero — spirito, amore, amicizia, lealtà, giustizia — sono invisibili, o hanno una manifestazione solo parziale. Se non abbiamo una direzione, una stella polare, ci perdiamo. E allora l’apatia diventa la soluzione di molti: il torpore ottenuto con psicofarmaci, alcol, droghe, ma anche con televisione, la mania per la visibilità e lo smarrimento nelle superfici dell’esistenza. Tutto questo non aiuta a prendere coscienza del valore del viaggio della vita: ci allontana. Senza una direzione, ci si perde. Il vero problema del nostro tempo, quindi, non è fare troppo ma sentire troppo poco, soprattutto ciò che conta di più e che ci travalica. In La vera ricchezza lei mette in discussione l’idea basata sulla cultura dello stordimento, dell’accumulo, del consumo, della prestazione. Quale alternativa esiste? Occorre sottolineare che in realtà sotto la superficie del consumismo c’è una spiritualità perversa e negata. Il consumo è un tentativo di dare una risposta al vuoto attraverso gli oggetti. Il problema del vuoto lo avvertono tutti; cambia solo la risposta. Alcune risposte sono benefiche, altre no. Abbiamo dentro di noi un vuoto quasi incolmabile, e il consumismo si fonda proprio sull’insaziabilità. Se provo a riempire un vuoto infinito con oggetti, ne avrò bisogno in quantità infinita. Si tratta di un’ansia del finito che ci svuota ogni volta che proviamo a colmarla. Ciò perché se quel vuoto è infinito, va riempito con esso. La stessa spinta che porta alcuni a narcotizzarsi tramite gli oggetti, a me suggerisce, invece, di allargare quel vuoto: svuotarlo davvero, perché solo quando sarà libero l’infinito potrà entrarvi. Perché l’infinito cerca spazio, il massimo spazio che tu gli possa donare. Lei ha detto che l’avventura dello spirito è più profonda e più vera dell’avventura delle cose. La sfida dell’ascesi non è quindi rinunciare a qualcosa ma riprendersi il tutto? Esattamente. Io ho un’indole d’avventura. Per me una vita di noia, routine, superficialità e mediocrità è indegna di uno spirituale. Lo spirituale arde, è un ardito, una persona che sfida. Per questo uso il paragone del combattimento: io credo nella lotta non violenta, che richiede più coraggio di quella armata. Ma il punto è che la spiritualità non è rassegnazione o fuga: è affrontare la sfida della vita fino in fondo, senza accontentarsi. Perché, accontentandosi del poco, non si tende alla meta infinita che ci è stata indicata. La vera scelta pertanto non opera per rinuncia, ma per espansione. L’etimologia della parola asceta, in greco, richiama quella della parola atleta: è colui che corre verso la meta più lontana senza trascinarsi zavorre, seguendo il proprio destino. Dunque dobbiamo affrontare la sfida del tutto, perché solo così possiamo abbracciarlo e capirlo veramente. San Francesco l’ha fatto: ha lasciato il possesso materiale ed è diventato fratello dell’acqua, della terra, dell’aria, del fuoco, delle stelle, della luna. Non ha rinunciato a qualcosa, si è liberato per riprendersi il tutto. A tal proposito in Vivere il Cantico delle Creature lei spiega che per il cristiano il rapporto con il creato è un’esperienza spirituale radicale. Che cosa può insegnare oggi Francesco d’Assisi a una società che parla di ecologia ma detesta la natura? Io sono per un ecologismo radicale, e perciò spirituale. Purtroppo oggi c’è molto ecologismo di moda, di paura, ideologico o egoistico: mi interessa solo che il mondo non faccia male a me. Mentre l’ecologia vera, integrale, radicale, non ha nulla a che fare con ciò che il progetto tecnologico ha già addomesticato: è arcaica, è stare nelle radici, e ricongiungersi con esse. In molte tradizioni dell’Estremo Oriente si dice che bisogna avere le radici in cielo e la fronte verso la terra. Questo è l’ecologismo che seguo. Io vedo il sacro nella natura, vedo la presenza divina nel creato. Amo la natura perché è creazione, non perché temo di perdere il paesaggio o il mio benessere. Il problema vero è che siamo già inquinati spiritualmente, chiusi nell’ego, incapaci di sentirci parte di un insieme. Se non curiamo questa piaga non affronteremo veramente mai nulla.  Molti strumentalizzano san Francesco politicamente o moralisticamente. Che cosa dobbiamo veramente riscoprire di lui? Francesco ha fatto qualcosa di inedito. In un tempo in cui la natura era percepita come minaccia o una realtà ostile lui l’ha cantata come fratello e sorella, come parte di una sinfonia. In questo, a mio avviso, c’è uno dei primi grandi fatti della Chiesa: il recupero di una visione sinfonica, cosmica. In un’epoca segnata anche da correnti iperspiritualistiche, che opponevano spirito e materia, Francesco ha restituito dignità alla materia. Ha avuto uno sguardo eucaristico sul reale secondo cui la materia può essere raggiunta, trasfigurata dallo spirito. Questi sono gli spunti che ritengo più importanti. Anche se credo che Francesco al di là di essi può dire a tutti qualcosa. Ognuno, se ha orecchie per ascoltare, può cogliere nel suo percorso una via, un esempio. Lei cosa ci vede? L’urgenza di una spiritualità che non sia disincarnata, ma che sia capace di toccare la materia, noi, il nostro corpo, la nostra vita con lo sguardo dello spirito. Lei difende un cristianesimo non fondato sulla paura o sullo spauracchio dell’aldilà, ma su gioia, intensità, combattimento interiore. Come presenterebbe la sua idea di spiritualità a un profano? Direi: via da ogni utilitarismo. Mi viene in mente Rābiʿa, la mistica islamica che diceva di voler spegnere l’inferno con l’acqua e bruciare il paradiso con il fuoco, perché la via dello spirito non venga seguita né per paura né per convenienza, ma per amore. Ecco il punto: l’amore, non l’utile. Anche il discorso della montagna è spesso frainteso. Cristo non dice che si è beati perché si soffre. Dice che la beatitudine è la vera vocazione della vita umana, e che non bisogna farsela rubare nemmeno dagli eventi avversi. C’è un tesoro interiore dentro di noi che nessun tarlo né ladro possono toccare. Cristo non si accontenta di celebrare la grandezza del creato, ma ci dice che la beatitudine è la vera vocazione della vita umana. Ananda, direbbero in Oriente. La vita nello spirito è pertanto questo: una beatitudine che nasce da un incontro d’amore. Qualcuno ci ha amati, ci ha generati come un artista genera un’opera. Quando si entra davvero in questa profondità si vive una sorta di paradosso: essere sazi e insieme insaziati, colmi eppure ancora aperti all’infinito. Questa è la beatitudine. Nella sua riflessione è centrale il tema della morte. Come si può affrontare oggi la morte in una società tanatofobica? E che cosa dovremmo riscoprirne? La nostra società, per dirla con Byung-Chul Han, è algofobica e tanatofobica. Rifugge la morte, rifugge il dolore e per questo ne è perseguitata. Ma se eliminiamo sofferenza e morte dall’esistenza non entriamo mai veramente nell’essenza della vita, perché entrambe ne sono i caratteri cruciali. Tanto che i greci dicevano Pathei mathos: la sofferenza fa conoscere. La sofferenza non va mai cercata né inflitta, ma quella inevitabile ci apre il cuore. Se il cuore resta corazzato, per dirla con Gibran, non soffre, ma non ama nemmeno. La sua armatura gli impedisce ogni scoperta, ogni contatto. Per questo contemplare la morte significa contemplare la vita, cercarne il senso, e cercare soprattutto ciò che è oltre. Se la morte non ha alcun senso, finisce per non averlo neppure la vita. Perciò serve un’ars moriendi: una sapienza che ci faccia guardare la vita anche attraverso la morte, custodendo la speranza che la morte sia la porta della vita, non una semplice fine. Lei questa ars moriendi l’ha vissuta accanto ai malati e, appunto, ai morenti. Che cosa le hanno insegnato? Sono stati tra i più grandi maestri della mia vita. Potrei dire che ho imparato più da sofferenti, ammalati e moribondi che da molti libri. Perché con loro si entra nella carne viva della ricerca di senso. Lì non esiste posa o illusione. Lì emerge la domanda decisiva: riesco a vivere prima di morire, in modo da vivere anche oltre il morire? Quello che insegno viene molto da ciò che ho imparato lì. Non sono un intellettuale puro: sono un amante pratico della cultura, un artigiano. Per me il sapere serve a portare frutto. E i maestri più grandi, spesso, sono stati gli incontri concreti con persone che cercavano fino in fondo queste risposte mentre vivevano sull’anima tali interrogativi. Non è un paradosso che una società di questo tipo sia oggi così immersa nelle guerre, nelle atrocità, nel ritorno violento del dolore? Una società algofobica è una società anestetizzata. Seppur consumata dall’angoscia del dolore. E a un certo punto ha bisogno di emozioni forti, per risvegliarsi rispetto al proprio stordimento. Sente la paura e la nostalgia della morte e del dolore che ha cacciato dalla propria vita e da cui è ossessionata e per questo le ricerca in modo perverso ed eccessivo. Vuole sentirsi viva. E quando manca un orizzonte ideale, è spesso la prepotenza, la violenza a dare l’illusione di esistere. Lo stordimento quindi non è un paradosso rispetto alla stagione triste di violenze e guerre in cui siamo immersi, ma ne è la causa ultima. Ciò nasce da un ulteriore distorsione.  Cioè? Abbiamo equivocato l’idea del divino, mettendo al centro l’onnipotenza, mentre Dio è anzitutto amore infinito. Anche la fuga tecnologica dalla morte nasconde un’antichissima ricerca di immortalità che va dagli egizi al presente. Ma è un miraggio puntare a un’immortalità corporea e terrena, invece di comprendere che il vero oltre non coincide con il semplice prolungamento biologico, ma con l’eternità dell’anima.  Siamo dentro una grande confusione? Siamo usciti dal cosmos del grande Artista per entrare nel caos dei cattivi manipolatori. Abbiamo ricevuto un ordine e lo abbiamo deformato. Però io non dispero. Il caos può diventare ancora uno spazio creativo. Non guardo il mondo con disperazione: soffro per compassione, che è altra cosa. Non posso stare bene in un mondo che sta male, non posso essere felice in un mondo di infelici; ma posso essere felice servendo gli infelici. Questa è la missione del cristiano.  Di fronte alla crisi dei grandi ideali della globalizzazione e della “fine della storia”, alcuni vedono un risveglio della religione. Michael Walzer parla addirittura di un ritorno delle affermazioni religiose del potere. Secondo lei è vero, oppure è un miraggio? La sociologia ci offre dati molto variegati, e questo per me è interessante: nessuno possiede una risposta assoluta, anche se spesso tutti pretendono di averla. Io penso che ci siano frammenti di verità in letture diverse. Di certo vediamo riaffacciarsi, anche in Europa occidentale, forme di radicalismo religioso, in quanto la religione si fa identità, protezione, qualcosa da brandire contro qualcun altro. Trent’anni fa avrei guardato tutto questo con durezza. Oggi penso che ci sia spazio per tutti, tranne che per chi fa volontariamente il male. Se qualcuno trova rifugio in una visione religiosa, il problema non è questo: il problema nasce quando la impone agli altri. Non sta a noi bucare il salvagente di chi riesce a stare a galla così. Possiamo semmai mostrare la bellezza del nuoto libero, non imporlo. È vero però che oggi il religioso torna spesso come rifugio ideologico. E mi chiedo se a volte non vediamo persone molto cattoliche ma poco cristiane, perché vivono il cattolicesimo come appartenenza identitaria e non come fedeltà a una meraviglia rivoluzionaria. Di che rivoluzione parla? Quella della rivelazione.  La mia rivoluzione è quella del Vangelo. E non voglio che venga confusa con rivoluzioni storiche fatte di violenza. Nel Vangelo c’è una forza immensa di rinascita, rigenerazione, risurrezione. Eppure c’è chi la trasforma in un’identità chiusa o in una clava da usare contro altri. Non è il mio cristianesimo. Il mio spero sia quello delle Scritture.  Quale può essere oggi il ruolo del sacro? Il ruolo della Chiesa, anche nella sua visione sociale, può ancora avere uno spazio? Qui si aprono molte cose. La Chiesa, l’Ecclesia, è l’unione di coloro che guardano nella stessa direzione, verso l’infinito. Se però guarda altrove, se l’istituzione prevale su ciò che dovrebbe custodire, allora nasce un problema. Uso spesso questa immagine: abbiamo una bevanda inebriante. Questa bevanda è il nettare del sacro, l’acqua viva. Le istituzioni religiose sono la coppa, non la bevanda di cui si nutrono i fedeli. Il vero rischio nasce quando la Chiesa smette di essere coppa e pretende di essere bevanda. Nessuno si disseta bevendo una coppa: ci si disseta con ciò che contiene. Il sacro è il nettare, non il contenitore. Se le nostre tradizioni non custodiscono e non versano quel nettare, allora tradiscono la loro missione. Io mi sento cristiano della Chiesa, non fuori dalla Chiesa. Ci sto liberamente, con un primato di coscienza e di libertà interiore. Resta il punto: essa è uno strumento del divino, non il contenuto ultimo. Se la gente non si avvicina, forse bisogna cambiare la coppa, non il nettare. Il nettare non si tocca. Ma la coppa sì. Perché la missione è portare la Parola alle persone. E se per farlo bisogna cambiare coppa, io sono pronto a cambiarla a patto che si resti fedeli al sacro, al numinoso. Conta davvero soltanto questo.  Francesco Subiaco L'articolo “La nostra società rifugge la morte, per questo ne è perseguitata – ma io sono un avventuriero”. Dialogo con Guidalberto Bormolini proviene da Pangea.
April 15, 2026 / Pangea
Farsi incendio, ovvero: scrivere è un confronto incessante con la morte
Secondo la celebre battuta di Orson Welles, gli svizzeri, instupiditi da “amore fraterno, democrazia e pace”, non hanno prodotto altro che “l’orologio a cucù” – e, al limite, il cioccolato. Al contrario, l’Italia, rotta da “omicidio e strage”, ha creato “Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento”. Se il film in cui Welles interpreta l’enigmatico Harry Lime, Il terzo uomo (1949), merita ancora di essere visto, la sentenza va del tutto rivista. Terra – probabilmente – di sanguinari dell’interiorità, la Svizzera ha dato i natali a scrittori d’eccezione come Robert Walser e Friedrich Dürrenmatt; sono svizzeri poeti di talento come Maurice Chappaz – per altro, dotatissimo prosatore – e Philippe Jaccottet; da tempo, l’italosvizzero Piero Scanziani è stato rivalutato come uno dei più audaci scrittori degli ultimi decenni: lo dimostra la pubblicazione, in pompa, dei suoi libri per Utopia. Non è un caso che Borges e Nabokov siano morti in Svizzera: il primo a Ginevra, dove ha vissuto gli anni dell’adolescenza, l’altro a Montreaux, suo estremo, aristocratico rifugio. Non è un caso che l’ungherese Ágota Kristóf abbia scelto il francese di Neuchâtel per forgiare la propria folgorante opera.  Di questo vasto consesso, fa parte – pur con acerrima eccentricità – Hermann Burger. Nato a Menziken, nel Canton Argovia, di lingua tedesca, nel luglio del 1942, Burger è stato paragonato – per il nero nitore di cui sono intrisi i suoi libri – a Thomas Bernhard; i suoi libri – in Italia sono usciti: Servo d’orchestra, per Marcos y Marcos, nel 1996, poi, per L’Orma, L’illettore nel 2017 e Il mago e la morte qualche mese fa – piacciono a tutti, a Peter Sloterdijk e a Marcel Reich-Ranicki, tra gli altri. Giornalista, insegnante di letteratura tedesca, Burger si è laureato sull’opera di Paul Celan e ha vinto diversi premi, tra cui l’Ingeborg Bachmann Preis; ha rielaborato nei suoi lavori testi e intuizioni di Dostoevskij, Kafka e Thomas Mann; suonava il jazz.  Il libro più folle di Hermann Burger s’intitola Tractatus logico-suicidalis (ora tradotto da Anna Ruchat, che ha in custodia l’opera intera di Burger, per Portatori d’Acqua): l’autore, un genio nel trasformismo letterario, inventa dottrine macabre (la “suicidologia” e la “totologia, la filosofia della totale predominanza della morte sulla vita”, ad esempio), ci rimpinza di aforismi spesso di afrodisiaca potenza (come questo: “Per tutta la vita Robert Walser si è così ‘abbattuto’, come si usa dire continuamente per annientato, che alla fine era troppo piccolo persino per annientare sé stesso”). L’effetto, in sostanza, è quello di un horror picture showpittato da Roland Topor, di una carnevalesca visita al museo delle torture: al terrore segue il sorriso, molato da alta malizia. Burger chiama a raccolta tutti i fedelissimi della ‘via negativa’ – da Kafka a Trakl, da Cioran a Celan – ma su tutto aleggia un clima da ironia con la cerbottana. Eppure, al cinico fa specchio il disperato, alla sprezzatura il disprezzo di sé, alla torre d’avorio il cappio al collo.  I frammenti più belli sono dedicati a Harry Houdini, “il più grande parasuicidario di tutti i tempi, l’uomo delle mille vite, il re delle manette… il freak dello svincolamento”. In un aforisma, Burger immagina che se Kafka avesse incontrato Houdini “molti dei suoi racconti sarebbero usciti in modo diverso”. Ci sarebbe da scriverne un racconto. Houdini è la formula che dissigilla i libri concentrazionari di Kafka; d’altronde, Houdini era “l’uomo dalle estremità di serpente”, Kafka aveva il volto di un’angelica cornacchia: una lotta da fine dei tempi li accomuna.  Hermann Burger sapeva che lo scrittore è un illusionista e che l’illusione sfiora l’illuminazione quando l’illusionista rischia la vita per autenticare la propria opera. Il Tractatus logico-suicidalis uscì nel 1988; con ferrea logica suicidale Burger si uccise poco dopo, nel febbraio del 1989, presso il mastio di Brunneg, con i farmaci. L’ultimo frammento del Tractatus, il numero 1046, recita “Finis”; il 1044 “Muoio dunque sono”. A mia memoria, soltanto un altro scrittore, Ryunosuke Akutagawa, fu altrettanto definitivo. Si uccise a Tokyo, nel luglio del 1927, ingerendo una dose letale di Veronal, pochi giorni dopo aver terminato l’ultimo racconto,Memorandum per un vecchio amico. “Nessun aspirante suicida ha prima d’ora descritto fedelmente le proprie condizioni psichiche”, attacca, con compassata violenza. Dopo aver catalogato diversi metodi per uccidersi, Akutagawa scocca frasi come queste: “La natura mi appare così splendida perché sono gli estremi sguardi che le rivolgo”. Il Memorandum di Akutagawa, privo di ironia e di cupezza, sembra, per paradosso, un inno alla vita.  Uno dei romanzi italiani più belli degli ultimi anni – forse per questo mai apparso nelle cronache dei premi e sulle labbra dei cronisti culturali, avvezzi al culto del noto –, Tutte le voci di questo aldilà, edito da Guaraldi nel 2015, scritto da Andrea Temporelli, comincia con un greve elenco di poeti morti suicidi o finiti in follia, da Amelia Rosselli a Carlo Michelstaedter, da Cesare Pavese ad Antonia Pozzi, da Sylvia Plath ad Antonin Artaud, “il suicidato dalla società”. A che pro dunque “tante persone ancora oggi si dannano l’anima pur di diventare poeti famosi, cioè squinternati-morti-di-fame”? La domanda tiene conto del mistero dei misteri: chi scrive tenta, sempre, il verbo (Verbum/Logos) in grado di vincere la morte – fino a morirne.   L’ultima sezione dell’ultimo libro (I bracciali dello scudo, Crocetti, 2025) del più importante poeta italiano vivente, Alessandro Ceni, s’intitola Felo de se, che significa: essere felloni a se stessi, cioè uccidersi. Il suicida, come si sa, non godeva di degna sepoltura, né di aura di sacramento. Resta apolide tra i morti, maldestro all’altro mondo.   Ogni scrittore degno di lettura ha per tema la morte e l’uscita da se stessi – alcuni, come Burger, ne sono sopraffatti: per illuminare il lettore, si fanno incendio.  *In copertina: Harry Houdini (1874-1926), occulto protagonista del libro di Hermann Burger L'articolo Farsi incendio, ovvero: scrivere è un confronto incessante con la morte proviene da Pangea.
August 19, 2025 / Pangea