Il Parlamento europeo lascia passare il #ChatControl 1.0 nonostante una
maggioranza abbia votato contro (314:276) – consentendo la scansione di massa
delle chat private fino al 2028. Le vittime mettono in guardia
Oggi il Parlamento europeo ha approvato la scansione di massa senza sospetto
delle comunicazioni private (“Chat Control 1.0”), una misura che aveva respinto
due volte a marzo. Sebbene la maggioranza dei deputati europei votanti si fosse
effettivamente opposta al regolamento ( 314 contrari, 276 favorevoli, 17
astensioni ), la mozione di rigetto non ha ottenuto la maggioranza assoluta di
361 voti necessaria. Di conseguenza, la scansione di massa è ora nuovamente
consentita fino al 2028.
È stata adottata un’esenzione simbolica per le comunicazioni crittografate,
sebbene in pratica i fornitori di servizi non le analizzino comunque. Inoltre,
sebbene la maggioranza degli eurodeputati votanti volesse limitare l’analisi
delle comunicazioni private esclusivamente ai sospettati identificati dalla
magistratura ( 322 voti contro 255 ), anche questo emendamento non ha raggiunto
la maggioranza assoluta richiesta.
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Leggi anche l'articolo di MIrella Castigli
Tag - UE
La corte europea conferma la stangata del 2018. E un tribunale svedese ne
aggiunge un'altra per danni a Klarna
[...]
La vera mazzata per l’azienda di Mountain View, però, arriva dalla Corte di
Giustizia Europea. Nella giornata di ieri, infatti, i giudici hanno respinto
l’appello di Google in merito a un provvedimento della Commissione Europea del
2018, che aveva condannato l’azienda per le pratiche anti-concorrenziali sul suo
sistema operativo per smartphone Android. Qui le cose si fanno più complicate.
Le accuse, infatti, riguardano le condizioni imposte da Google ai produttori di
smartphone che utilizzano Android.
Secondo la Commissione Europea l’azienda avrebbe imposto ai produttori una serie
di vincoli per garantirsi notevoli vantaggi sugli eventuali concorrenti. Tra
questi gli accordi di distribuzione, che imponevano ai produttori di dispositivi
mobili di preinstallare l’app di ricerca Google Search e il browser Chrome sui
dispositivi come condizione per poter ottenere la licenza per utilizzare il suo
app store ufficiale Play Store.
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La Corte Suprema Usa ha stabilito che la Federal Trade Commission non può più
essere protetta come autorità indipendente dal potere del presidente. Allarme di
noyb, mentre Bruxelles valuterà l’impatto sul Data Privacy Framework. Ecco cosa
sapere, per Dpo e Ciso.
Il caso Trump v. Slaughter, deciso dalla Corte Suprema il 29 giugno 2026,
riguarda il potere del presidente americano di rimuovere i commissari della Ftc.
La Corte ha ritenuto incostituzionali le protezioni che limitavano la rimozione
dei commissari ai soli casi di inefficienza, negligenza o cattiva condotta.
L’effetto giuridico è rilevante: la Ftc, finora qualificata come agenzia
indipendente, viene ricondotta più direttamente al controllo dell’esecutivo.
Per il Data Privacy Framework il problema è operativo prima ancora che teorico.
La Ftc è uno degli attori centrali dell’enforcement commerciale del quadro
Ue-Usa: interviene quando un’organizzazione statunitense certificata promette di
rispettare i principi del framework ma non lo fa. La decisione europea di
adeguatezza del 10 luglio 2023 si fonda anche sull’esistenza di meccanismi di
controllo, enforcement e ricorso considerati sufficienti a garantire una
protezione sostanzialmente equivalente a quella europea. Se uno di questi
presidi perde il requisito dell’indipendenza, si apre un tema di tenuta
giuridica dell’intero impianto.
Il centro europeo per i diritti digitali noyb, guidato da Max Schrems, ha
chiesto alla Commissione europea di avviare un’uscita ordinata dal Data Privacy
Framework. Nella lettera inviata a Bruxelles il 30 giugno 2026, l’organizzazione
sostiene che la Commissione abbia fatto affidamento sulla Ftc come equivalente
funzionale di un’autorità indipendente di controllo e che la sentenza americana
renda questo presupposto molto più fragile.
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A dieci anni dall’entrata in vigore, una semplificazione dei GDPR è più che
auspicabile, ma non certamente quella del Digital Omnibus così come si sta
svelando, scollegata dall’esperienza degli operatori e sbilanciata in favore
degli interessi delle Big Tech
A dieci anni dall’entrata in vigore del GDPR, è bene chiedersi come sia stato
applicato, come abbia inciso sui modelli organizzativi, sulle responsabilità dei
soggetti coinvolti, che passi avanti abbia consentito di fare in termini di
cultura della protezione e valorizzazione del dato personale.
Indice degli argomenti
* Un decennio di GDPR: qualche chiave di lettura
* In pratica: abiti su misura e scelte di buona norma
* Lato Autorità: alcune sanzioni irrogate
* Il DPO: alleato, ma non tutto fare
* Verso una semplificazione? Sì, ma non con questo Digital Omnibus
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Altri articoli sull'argomento da Pillole di Inforrmazione digitale
Esplode lo scandalo su "Pressure Cooker", la gigantesca quantità di dati anche
sensibili che Europol, l'agenzia di polizia europea, avrebbe raccolto e
conservato illecitamente su milioni di persone per anni
Tre attivissime testate di giornalismo d’inchiesta, Correctiv, Wearesolomon e
Computer Weekly, hanno scoperto che l’Europol, l’ente che coordina le polizie
del vecchio continente, ha creato e gestito per anni piattaforme segrete piene
di dati. Dati che non dovevano essere raccolti. Su milioni di persone. Qualsiasi
persona, anche le più lontane dalle inchieste giudiziarie. Dati che non
avrebbero dovuto raccogliere, né conservare. Dati che l’Europol ha gestito
“illegalmente”, che ha detto e ripetuto di non aver raccolto. Ed ancora non si è
capito se della vicenda si possa parlare al passato.
L’inchiesta delle tre testate è stata minuziosa, si è avvalsa della richiesta di
poter visionare i pochi documenti ufficiali accessibili, si è basata – molto,
moltissimo – sui documenti, le email “riservate” che sono state fatte arrivare
alle redazioni. Si è basata sulle “confessioni” di diversi ex dirigenti
dell’Europol, che hanno scelto di restare anonimi ma tutte ampiamente
verificate.
Leggi l'articolo su "Il Manifesto"
Con l’approvazione della direttiva “Omnibus I” il 13 novembre, il parlamento
europeo ha dato il via libera al primo “pacchetto” di “semplificazioni”, misure
che riducono gli standard di tutela ambientale per le imprese che operano nel
mercato unico, voluto dalla commissione von der Leyen.[1] . Nel linguaggio
dell’esecutivo UE, “semplificazione” è un eufemismo che nasconde un
indebolimento delle tutele per i cittadini, in particolare in tema di protezione
dell’ambiente (pacchetto Omnibus I – appena approvato), di uso dei dati
nell’economia digitale e di investimenti nella tecnologia militare
(rispettivamente i pacchetti Omnibus IV[2] e V[3], in via di approvazione).
Questo articolo si concentra sulle norme che riguardano il digitale, cioè
l’Omnibus IV e, soprattutto, la proposta di regolamento “Digital Omnibus”
pubblicata in versione finale il 19 novembre e che inizia ora l’iter di
discussione.[4] Entrambi mirano a “semplificare” le regole sull’uso dei dati
personali da parte delle aziende del digitale, in particolare quelle che
sviluppano modelli di intelligenza artificiale (IA), con interventi diretti sul
testo del Regolamento generale per la protezione dei dati personali (GDPR). Non
è un dettaglio irrilevante, come vedremo, che il GDPR abbia trovato estesa
applicazione nei confronti dei pochi colossi statunitensi che controllano il
mercato digitale europeo.
Leggi l'articolo sul sito de Il Forum Disuguaglianze e Diversità o ForumDD
leggi l'articolo "Digital Omnibus: il nodo della definizione di dato personale"
sul sito Altalex
Nella puntata 16 di EM interviste a Guarascio, autore del libro Imperialismo
digitale, Borghi sul Digital Omnibus e a un attivista del collettivo Bida.
Dario Guarascio presenta il suo nuovo libro Imperialismo digitale (Laterza),
un’analisi lucida del potere delle Big Tech e del nuovo intreccio tra finanza,
tecnologia e guerra. Un viaggio dentro il "complesso militare-digitale" che sta
ridefinendo gli equilibri globali tra Stati Uniti e Cina.
Intervista a Maurizio Borghi (29:20), codirettore del "Centro Nexa su Internet e
Società", sul Digital Omnibus e sui rischi di una nuova "austerity dei diritti
digitali" in Europa. Un confronto critico sulle modifiche al GDPR, tra
competitività, IA e tutela dei diritti fondamentali.
Intervista ad un attivista del collettivo Bida (53:19), realtà che da oltre
dieci anni costruisce infrastrutture digitali autonome come alternativa concreta
alle piattaforme delle Big Tech. Parliamo di autogestione tecnologica,
mutualismo e pratiche di liberazione digitale, tra server cifrati, Mastodon,
Matrix e PeerTube.
Ascolta sul sito di Radio Onda Rossa
Sono sempre più le prove che mostrano che i Social Media sono progettati per
dare dipendenza. Da quanto emerge da diverse fonti, non si tratta di un effetto
collaterale, ma di un obbiettivo da raggiungere per fare in modo che gli utenti
passino più tempo possibile interagendo con le piattaforme, così da consegnare
un numero sempre crescente di dati e metadati alle varie piattaforme di social.
Il caso più evidente è quello messo in mostra dall'organizzazione no-profit USA
"The Tech Oversight Project". L'organizzazoine ha pubblicato un rapporto che
mette in luce i documenti, desecretati recentemente, relativi ai processi sulla
dipendenza dai social media del 2026. I documenti forniscono prove schiaccianti
del fatto che Meta, Google, Snap e TikTok hanno progettato intenzionalmente i
loro prodotti social per creare dipendenza tra bambini e adolescenti, senza
riguardo per i danni noti al loro benessere, e di come questa dipendenza di
massa tra i giovani fosse fondamentale per i modelli di business delle aziende.
Se siete curiosi potete leggere i molti documenti interni nella pagina del
rapporto. E' una lettura, semplice e molto istruttiva.
Dal canto suo l'Unione Europea ha pubblicato un comunicato stampa in cui si da
notizia di una indagine preliminare che proverebbe che TikTok esporrebbe adulti
e minori a dipendendenza e comportamenti compulsivi.
Il riferimento è allo scorrimento infinito, la riproduzione automatica
automatica dei video, le notifiche push e il sistema di raccomandazione
altamente personalizzato. Tutte funzionalità presenti in praticamente tutti i
Social Media commerciali.
Vedremo come andrà a finire
Le richieste assurde di Musk ad OpenAI mostrano che il business dell'IA potrebbe
essere più fragile di quanto sembra; una puntata in cui tutto sembra girare
intorno ai voleri delle grandi aziende statunitensi, dagli emendamenti europei
al GDPR a... la violazione del copyright?
Elon Musk cerca di destabilizzare OpenAI - rivale della sua xAI - tramite una
richiesta di fondi smisurata. Non è detto che ci riuscirà, ma è un altro dato
che ci conferma che le dinamiche azionarie prevalgono sulla reale capacità di
queste aziende di fare profitti tramite la cosiddetta Intelligenza Artificiale.
Anna's Archive incassa alcuni provvedimenti contrari: viene tolto il suo dominio
dal DNS, e viene ordinata la cancellazione dei dati provenienti da WorldCat.
Cogliamo l'occasione per fare qualche riflessione sull'uso di Anna's Archive da
parte delle Big Tech nel contesto della configurazione degli LLM.
Nell'Unione Europea, il Digital Omnibus si dimostra sempre più un provvedimento
a misura di grandi aziende, con molti provvedimenti frutto del lavoro di
lobbying. In contemporanea, la Francia spinge la commissione europea a ricercare
soluzioni open source per sviluppare soluzioni tecnologiche che non dipendano
dagli Stati Uniti.
Notiziole:
* In California una nuova legge sulla privacy rende più facile cancellare i
dati presenti e futuri.
* I tagli di Trump portano la CBS (corporation finanziata dal pubblico che
raccoglieva le emittenti radio e tv pubbliche) all'autoscioglimento.
* Il Vietnam vieta gli spot non-skippabili più lunghi di 5 secondi
* Nell'Idaho, USA, una legge per cercare nuove materie prime nel sottosuolo
include una lunga lista di minerali, tra cui alcuni inesistenti
* Nel North Dakota, USA, il servizio meteorologico sperimenta l'uso di
Intelligenza Artificiale, e si ritrova con le previsioni per città che non
esistono
* Roblox prova ad usare un sistema automatico per verificare l'età dell*
utenti, ma il sistema fallisce in un gran numero di modi
Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
Il colosso aeronautico prepara una gara da oltre 50 milioni per portare sistemi
e dati mission critical su un cloud europeo «digitalmente sovrano» e ridurre i
rischi legati al CLOUD Act Usa
Airbus vuole mettere in discussione una delle dipendenze più profonde
dell’industria europea: quella da Amazon, Google e Microsoft. Lo ha detto la
vicepresidente per gli Affari digitali del colosso europeo dell’aeronautica,
Catherine Jestin, citata dall’emittente francese Bfm, secondo cui il gruppo
starebbe preparando una gara per portare applicazioni e dati «mission critical»
su un cloud europeo «digitalmente sovrano», con l’obiettivo esplicito di ridurre
l’esposizione a norme Usa come il CLOUD Act (la legge del 2018 che può obbligare
i provider cloud sotto giurisdizione americana a consegnare dati che
controllano, anche se quei dati sono conservati in Europa). La partita si aprirà
all’inizio di gennaio 2026 e vale oltre 50 milioni di euro su un orizzonte fino
a dieci anni.
* Che cosa vuole spostare Airbus
* La gara
* Concorrenza e lock-in: la partita europea sul cloud
* L’«80/20» di Jestin
* Il convitato di pietra (Cloud ACT)
* Perché Airbus accelera adesso
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